La solitudine dei numeri primi

Mondadori editore 2008

 

“Alice Della Rocca odiava la scuola di sci”. Comincia così il primo romanzo di Paolo Giordano “la solitudine dei numeri primi”.

Alice è una bambina di sette anni, che non ha il coraggio di ribellarsi al padre che la vorrebbe precoce campionessa di sci e che tutte le mattine, invece di consentirle di godersi le vacanze in montagna, la trascina in un campetto, affidandola ad un maestro di sci insieme ad altri bambini della sua età.

Lei si sente goffa e inadeguata, è certa di non avere alcuna predisposizione per quello sport e vive il tutto come un’orribile costrizione. E’ bardata in modo insopportabile: calzamaglia di lana che punge le cosce, guanti che paralizzano le dita, casco che schiaccia le guance.

Il mattino in cui inizia la vicenda le è rimasta anche la colazione sullo stomaco. In cima alla seggiovia si separa dai compagni e, complice una fittissima nebbia, cerca di liberarsi. Ma è a tal punto imbragata e imbranata, che accade l’irreparabile: se la fa addosso. Per la vergogna decide di andare a valle da sola, ma finisce fuori pista e si spezza una gamba. Continuerà a trascinarla per tutta la vita, rinfacciando al padre la sua menomazione.

Mattia è una ragazzino di grandissima intelligenza con una sorella gemella ritardata, Michela.

L’avere sempre al fianco la sorella è fonte di costante umiliazione per Mattia. Un giorno, invitato insieme a lei ad una festa da un compagno di scuola, decide di lasciarla per qualche ora in un parco, con la promessa di tornare a prenderla. Michela sparisce in modo inspiegabile e non viene più ritrovata.

Questi due episodi, raccontati all’inizio del romanzo, segnano in modo incancellabile le vite dei due protagonisti .

Alice ricava dalla sua gamba rigida un desiderio profondo di omologazione: passa l’adolescenza a desiderare di essere come le altre e a cercare considerazione e affetto. Rifiuta il cibo fino a rischiare l’anoressia per inseguire la chimera di un corpo perfetto, è diffidente con tutti perchè teme continuamente di essere respinta ed umiliata.

Mattia si immerge nello studio, ha sempre voti brillantissimi, ma , schiacciato dal senso di colpa per l’abbandono della sorella, si abbandona ogni tanto ad atti di autolesionismo, infliggendosi delle ferite alle braccia o alle mani . Gli si fa il vuoto attorno, tutti pensano a lui come ad una specie di psicopatico.

Alice e Mattia frequentano la stessa scuola ed un giorno si incontrano ad una festa.

Si scoprono simili e tuttavia profondamente divisi. Come quei numeri speciali che i matematici chiamano numeri primi gemelli: due numeri primi, cioè divisibili solo per se stessi, separati da un solo numero pari. Vicini, ma mai abbastanza per toccarsi tra loro.

Il libro descrive le storie dolorose e avvincenti di questi due giovani le cui infanzie sono state danneggiate in maniera quasi irreversibile.

Incapaci di buttarsi alle spalle un passato doloroso, Mattia e Alice vivono la certezza di essere diversi dagli altri costruendo giorno dopo giorno le barriere che li separano dal mondo.
Come hanno detto in molti, La solitudine dei numeri primi è un romanzo che cresce tra le mani: parte in sordina per esplodere nel finale.

Dal tono semplice e diretto dei primi capitoli che descrivono con rara tensione emotiva le disavventure infantili dei due protagonisti, si passa al linguaggio più affinato e complesso degli ultimi capitoli della vicenda.

La solitudine dei numeri primi dista anni luce dai romanzi giovanili che vanno per la maggiore: non solo per la qualità della scrittura, ma anche per la scelta dei protagonisti: imperfetti, irrisolti, marginali, ma proprio per questo infinitamente più attraenti dal punto di vista narrativo e personale di quelli levigati e avvenenti che popolano le pagine di Moccia e affollano i reality.

Paolo Giordano ha solo 26 anni, è laureato in fisica teorica, ha una borsa di studio per il dottorato di ricerca all’Università di Torino ed ha frequentato un corso di scrittura creativa.

Sostiene che il corso gli è servito a darsi una più credibile disciplina espressiva.

Probabile, certo non gli ha dato il talento.

Quello c’era già, come dimostra questo esordio quasi folgorante .

Filippo Cusumano

P.S. Due i romanzi ai quali è impossibile non pensare , leggendo questo romanzo: “Il giovane Holden” di J.D. Salinger, per la sua capacità di rappresentare il disagio adolescenziale, “Le correzioni” di Jonathan Franzen, per la forza con la quale racconta la violenza involontaria, ma irresistibile dei condizionamenti derivanti dai tentativi di educazione familiare.

 

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34 comments

  1. Per Oronza:
    Non mi sogno di paragonare Giordano ad Holden e a Franzen, Penso soltanto che leggendolo è difficile non pensare che ne abbia subito l’influenza, questo è tutto.
    Certo Giordano non mi fa pensare a Moccia.

  2. Grande Oronza.

    Stiamo parlando di un libro che finisce con un ‘cielo terso’ dopo aver abbandonato poche pagine prima il ‘vento salmastro’ e ripetuto ‘esofago’ mediamente due volte ogni tre pagine (la statistica non considera la frequenza della parola ‘epiglottide’, comunque ben rappresentata nel campione).

    Questi libri dovrebbero venderli con una fascetta gialla: ‘Warning! Notte buia and tempestosa inside – Handle with care’.

  3. Siamo di fronte ad un classico caso letterario costruito a tavolino. A questo libro è stato decretato un successo a priori. Ben diverso è l’evento del successo di libri come il recente “L’eleganza del riccio” dove parte dal basso, dai lettori un consenso su un libro non eccezionale ma di ben diverso spessore. Qualche intuizione interessante, forse una sola, quella dell’analogia fra i numeri primi ed il destino dei due protagonisti. Eccessivo e sopra le righe il personaggio di Mattia gravato comunque da un passato fortemente condizionante mentre paradossalmente viene meglio e ci si lega di più ad Alice anche se in fondo non si capisce perchè dovrebbe essere “drammatico” e singolare vivere in una famiglia benestante un pò grigia in cui il papà ti paga le lezioni di sci, anche se in seguito a questo ti rompi una gamba. Insomma, un compitino “di maniera” condotto con un discreto ritmo, con i classici artifici da scrittore di routine (metonimie, finti riconoscimenti). Una cosa che mi ha colpito è l’assenza totale di “vissuto”, nel senso che lo scrittore parla di ambienti come quello universitario che a lui dovrebbero essere familiari senza regalarci punti di vista e racconti intimamente connessi con quel tipo di ambiente, quasi delle finestre che ad un estraneo sono chiuse e che nascono dalla quotidianeità della vita. L’università che lui descrive sembra un accozzaglia di luoghi comuni, conditi dall’ambientazione nordica, come se lui in una università non avesse mai messo piede e ne parlasse per immaginazione e sentito dire. Si inserisce comunque nella scia della pochezza della letteratura prodotta dai giovani scrittori italiani con le poche eccezioni di gente come Isabella Santacroce.

  4. Da bambina ho sofferto di una dolorosissima malattia della pelle, che ha colpito in particolare entrambe le mie mani, condizionandomi per tutta la vita… Dopo più di dieci anni, due mesi fa, ho rincontrato, casualmente ed in una maniera dolcissima, un amico di gioventù a cui avevo confessato di essermi innamorata di lui….In questa occasione ho scritto un pò di righe, per fermare per sempre sensazioni uniche ed irripetibili… Ho comperato il libro di Giordano, appena appreso alla radio che aveva vinto il premio Strega…. E’ stato come svolgere un nastro di sensazioni, emozioni, sentimenti provati, difficili da spiegare, difficili da comprendere. Proprio come la solitudine dei numeri primi!!!

  5. scusate ma..alcuni di voi..prima di scrivere certe cose..ci pensano?
    avete un minimo di rimorso?

    dico,ma siete umani^?

    il libro è bello…non le avete mai viste quelle persone maltrattate o peggio,lasciati nella indifferenza altrui,abbandonanti,”non considerati”(ne accoppa di piu l ‘indifferenza che il nonnismo)a scuola,e peggio che mai ,alle superiori?

    questo è un libro per tutti loro,per quelli che ha sofferto davvero..altro che Moccia..
    davvero,sopratutto nella prima parte in sto libro cè un tasso di sofferenza che è inedito nella letteratura italiana;poi uno a 25 anni mica è obbligato a scrivere capolavotri”da subito”

    seniortrend2@libero.it

  6. Per Davide:

    Guarda, il libro l’ho letto e il commento che ho fatto è DEL TUTTO ONESTO. Sulla mia ‘umanità’ mi senti del tutto con la coscienza a posto. Questo non solo perchè come dici tu ho visto la sofferenza -e non solamente quiella da te citata ma molto, molto, molto di più-, ma l’ho anche vissuta. E’ in virtù di questo che ho commentato. Il problema non è la storia in se stessa ma la mancanza di ‘passione’ nel raccontarla. Sull’argomento ‘capolavoro’ ci sarebbe da discutere…nessuno lo pretendeva, ma ribadisco il concetto che il romanzo è stato pubblicizzato oltremisura e delude in toto le aspettative di molti lettori. Vedere recen sioni…

  7. Non avevo appreso quasi nulla della campagna mediatica che trascina questo evento letterario, non avevo letto alcuna recensione, mi è bastato sapere che aveva vinto il premio Strega per decidere di acquistarlo e leggerlo: una grande delusione, non capisco come abbia potuto vincerlo. Mi sembre ben scritto, ma a parte la trovata dei numeri primi, niente mi fa pensare ad un caso letterrario. Non comprendo il continuo paragone con Moccia: non capisco perchè quando un autore diventa famoso per un motivo qualsiasi debba diventare termine di paragone per qualsisi cosa arrivi dopo. Non c’entra nulla con Moccia: è decisamente più lirico ed intimista ed intenso, parla. Il punto è che i protaganisti sono inconcludenti come le loro vite, che le loro decisioni più importanti sono sempre troppo definitive, troppo repentine e motivate dal nulla nella mente. L’autore è giovane e si vede: non ha ancora fatto il salto nel mondo adulto, quello in cui finalemente ti rendi conto che il corso della tua vita, tutti i tuoi errori, anche tragici, tutto quello che non hai fatto o vissuto, non dipendono soltanto da mamma e papà, e la smettono una buona volta di celebrare l’eterno processo dei genitori. I protagoniosti sono un ragazzino intelligente che ammazza la sorella minorata perchè la mamma, insensibile alle sue difficoltà nel socializzare, l’ha costretto a portarla alla festa dei non-amici di scuola, e di questo subirà le conseguenze per tutta la vita, e un bimba poco atletica che rimane disabile e diventa anoressica perchè il papà l’ha costretta a praticare sci, e di questo subirà le conseguenze per tutta la vita. Il peso delle conseguenze è l’unico tema: ma l’utore non accetta che le conseguenze di cui sopportiamo il peso è prima di tutto quello delle nostre azioni. Il finale non c’è, quindi non si può commentare. La notizia è che chiunque può vinncere il premio Strega. Per quanti avessero dubbi: non ho figli e sono una persona molto sensibile alle sofferenze altrui oltre che alle proprie.

  8. no,hai visto o letto male

    A parte che mediamente le recensioni degli addetti ai lavori son molto positive,ma io chi l’ha letto(intendo,altre persone ,lettori comuni)li ho sentito molto soddisfatti..

    Il problema..è che internet è pieno di scrittori “potenziali”(che magari verranno pubblicati in un caso su..45000..)e quindi sparare a zero e’ facile..diciamo che molti lo invidiano sto Giordano,che di suo peraltro se la tira zero

    forse qualcuno dovrebbe rivedersi altri giovin scrittori per libretti che vendettero 10.000 copie quanto se la tiravano..

    quanto alla mancanza di passione:ma scusa..è uno stile anche quello!volutamente sottotono

    che a te non paiccia è un conto,ma la mancanza di passione mica è necessariamente un problema stilistico!

    forse il tuo idolo è Dacia maraini(purtroppo)

    e non è vero che era un premio Strega”che si sapeva gia che vinceva” non è assolutamente così,l’anno scorso aveva vinto un libro mondadori e quello è un premio dove di solito non vince lo stesso editore 2volte di seguito

    e quindi se ha vinto deve aver davvero convinto molti giurati

    avercene di libri come quello

  9. ‘avercene di libri come quello’

    sarà che ci consideri tutti degli ‘invidiosi’ e degli sfigati che, a differenza del vincitore Strega rincorriamo chimere irraggiungibili -e tu che ne sai delle chimere altrui??-, ma non credo proprio che questo libro sia una pietra miliare al pari di Wilde, Poe, Hemingway…scusa, ma gli altri, gli invidiosi, leggono, leggono, leggono!!

  10. per favore non mi mettere in bocca cose che non ho detto,plz(gia sta cosa di stiracchaire arbitrariamente quel che uno dice vuol dire di non sapere piu come rispondere ehehehe)

    mi tiri in ballo poi,wilde,hingway..ma scusa…se uno fa paragoni sempre(solo e soltanto,dico) coi mostri sacri,allora manco esce piu di casa
    sta cosa di voler equiparare un esordiente a cose canonizzate da secoli o decenni,beh scusa è assurdo!ricorda un po mia nonna quando dice”ma non cè piu la mezza stagione”…(!!!)o altre cose naif del genere…

    quanto all invidia,mica cè in tutti,ovvio!
    ma in una parte conistente di chi non pubblica,magari si

  11. L’ho comprato in libreria sabato per caso, nemmeno sapevo che avesse vinto il premio Strega. Non penso di essere un critico letterario esperto e preparato ma di certo sono uno che legge, e anche molto, e soprattutto i classici che qualcuno di voi ha maldestramente citato… Forse sara un libro naive, sarà tutto quello che volete… In realtà mi ha emozionato molto, e mi ha molto colpito il fatto che sia stato scritto da un ragazzo poco più giovane di me. Questo è stato importante per me. E scusate se vi sembra poco

  12. l’ho appena finito di leggere…non capisco proprio come si fa a criticarlo! un avvincente full-immersion in emozioni, speranze, delusioni e paure che si trasformano, crescono, cambiano colore con l’avanzare dell’età…sono completamente d’accordo con davide quando dice che lo stile è volutamente sottotono (sennò che solitudine sarebbe!).
    e, per favore, non facciamo paragoni con i classici! piuttosto, sentiamoci stupiti e orgogliosi di questo giovane talento!

  13. Finito di leggere stamattina. All’inizio non mi diceva molto, ma lentamente (fate il conto, visto che l’ho letto in due giorni) mi ha preso e mi ha fatto riaffiorare molte cose dell’adolescenza. L’adolescenza vera, delle persone normali che passano per perdenti e si sentono fuori posto ovunque.
    Non sarà un capolavoro, ma forse non è necessario che tutti i libri siano capolavori. Forse basta che parlino di cose vere, in cui puoi ritrovarti e capire che non sei solo.

  14. diciamo che la scrittura non è delle migliori…non sai mai che stai per leggere un dialogo ma lo capisci solo tornando indietro perchè l’autore ha deciso che forse le virgolette sono obsolete…
    a parte questo, io avrei per lo meno eliminato il personaggio di Denis, l’amico gay, che non ha fatto altro che aggiungere un luogo comune alla serie di luoghi comuni che già riempivano le pagine.
    all’inizio mi ha molto entusiasmata e non riuscivo a staccarmene ma poi perde consistenza.
    possibile che nessuno dei due riesce mai a stabilire un vero contatto?possibile che non si sentono per tantissimi anni? non cambiano mai , neanche un pò e questo è quasi impossibile nella natura umana!
    non si sa cosa hanno fatto nei continui buchi neri di tempo che l’autore ci regala…i genitori sono sempre fantasmi silenziosi.
    la sorella intravista da alice …era lei o no?perchè non lo ha almeno accennato a Mattia?o non ha provato a contattarla?
    l’autore ha corso un pò troppo…c’erano cose che andavano tagliate e altre che andavano approfondite. non può farci affezionare a dei personaggi e poi correre per arrivare a finire il libro il prima possibile…
    il finale è stato una delusione assurda.
    mi sono resa conto che stava finendo il libro perchè mancavano due pagine ma io ero immersa come se fossi a metà libro.
    una chiusura troppo brusca…come dire:”ecco..bravi, avete comprato il libro, la storia è così e i personaggi sono questi e adesso ciao che ho fretta!”
    io le virgolette le ho messe!!!

  15. La lettura del libro mi ha lasciato parecchio deluso, probabilmente per una eccessiva “montatura” precedente che ha alzato il livello delle aspettative. Già all’uscita il libro, che ha dalla sua certo un titolo semplicemente fantastico, è stato fortemente sostenuto dall’editore con articoli e recensioni entusiastiche tanto che per mesi ho tenuto nel portafogli un ritaglio di giornale che mi aveva invogliato all’acquisto, mai compiuto per le solite ragioni (tempo, denaro etc). Poi la vittoria dello Strega ed ecco che questo libro è in mano a un sacco di gente e mi risparmio la spesa. Non so; è un buon libro d’esordio ma non mi è sembrato ‘sto granchè. Mi pare avere dentro alcune pregevoli idee non sviluppate a dovere e la scrittura mi è sembrata (non so quanto volutamente) povera. Però non è detto sia un vero difetto. Il Tempo ed il moltiplicarsi dei lettori farà la differenza. Concordo con Claudia circa l’inutilità della figura di Denis che si giustificherebbe solo come l’alter ego, l’alias, l’io narrante dell’autore stesso in un making out letterario.

  16. Voto 2/10 Questo libro è veramente brutto, è bene metterlo subito in chiaro. Esaminiamo, punto per punto, gli aspetti poco convincenti di questo romanzo.

    La trama è veramente pessima e lacunosa; non ricordo nulla di tanto patetico e vuoto dai tempi delle telenovelas Grecia Colmenares. Giordano approccia al libro come un neofita della cucina ai fornelli: non sceglie con cura gli ingredienti, non dosa le misure, non usa i tempi giusti. Il risultato è un pastone dei tempi moderni; ci vengono proposti in modo orticantemente patetico e disordinato tutti i luoghi comuni della nostra società: l’emarginazione, l’incapacità decisionale, il bullismo giovanile, l’anoressia,l’omosessualità, la personalità border line, il rapporto di coppia non appagante, la difficoltà del ruolo genitoriale e chi più ne ha più ne metta. Una puntata di Lucignolo non sarebbe riuscita a condensare tanta banalità tutta assieme. Notevole sforzo di sintesi.

    La caratterizzazione dei personaggi è perfino peggio della storia. Non c’è introspezione, Giordano sembra conoscere la realtà in modo indiretto. Il libro non sembra scaturire da esperienze personali, per definire i personaggi fa uso di un selvaggio copia/incolla apponendo sciattamente idee prese un pò qui e un pò lì; ne esce fuori un buffo vestito di arlecchino. Le parole non sembrano nemmeno figlie di un mondo interiore. La storia della letteratura è ricca di capolavori scritti da prigioni di emarginazione: Bronte, Dickinson, Leopardi, solo per citarne alcuni, ci hanno regalato pagine intense arandosi dentro. Giordano invece ci regala pagine vuote come un foglio intonso, non usa il Teorema 0 della buona letteratura: mai parlare di ciò che non si conosce (o che non si vive). Poco autentico.

    La scrittura, per quanto ripetitiva, è scorrevole. Il libro si lascia leggere e questa è, di certo, la sua colpa più grande; se ci fosse stato qualche disincentivo alla lettura avremmo evitato di perdere tempo in una lettura sterile ed inutile. Sebbene alcune metafore e similitudini siano molto belle, evocative e di grande impatto perdono subito la propria vis per via del contesto arido in cui sono inserite. Alla lunga, poi, il ricorso alle similitudini fisico-matematiche risulta fastidiosissimo.

    Immaturo, da un quasi trentenne mi aspetterei maggiore spessore. Mi viene il solito dubbio che qualcuno ci stia prendendo per fessi. Basta una storiella insulsa ed un pò di pubblicità per far diventare un libro vuoto un successo editoriale? Evidentemente si. Usando un linguaggio matematico potremmo dire La solitudine dei numeri primi sta alla letteratura come Lucignolo sta al mondo dell’informazione

  17. ho finito di leggerlo 5 minuti fa e subito volevo sentire opinioni da altri lettori…
    Io l’ho trovato bellissimo, è una storia stupenda…mi ha emozionato e mi ha fatto pensare!!
    Altro che i libri di Moccia, questo è un libro da valorizzare e merita un film tutto suo!!!…
    Ora non vedo l’ora esca un altro romanzo di Paolo Giordano!!…ho voglia di emozionarmi ancora con la semplice lettura di un romanzo

  18. Ciao…devo ancora iniziare a leggerlo ma i vostri commenti mi saranno d’aiuto…parlo per quelli che l’hanno amato,continuate ad amarlo e non smettete di cercare un’emozione più forte…abbiamo un tale bisogno di emozionarci profondamente…a quelli che l’hanno criticato paurosamente,forse il vostro è ancora più profondo… ma ragazzi,mai visto regalare un premio Strega,balle che chiunque lo possa vincere…

  19. Ciao a tutti. Ho letto commenti (eterogenei) riguardo questo romanzo.
    Io non scomoderei Bronte, Dickinson, Leopardi e altri che sono stati tirati in ballo. È stata citata anche la Santacroce, che in maniera molto pop descrive il contesto “alla lucignolo” che oggi pateticamente viviamo. Sicuramente è un libro scorrevole, ma questo non significa che non abbia spessore. Di certo i personaggi sopra citati non hanno nulla a che vedere con Giordano, che non credo faccia della letteratura uno stile di vita (v. Leopardi). Da uomo di scrittura (anche se pubblicitaria) devo dire che anche se pieno di luoghi comuni, il romanzo colpisce per come viene descritta una realtà cinica del mondo di oggi: se non sei uno stereotipo (bello) non vai da nessuna parte. Peccato, però. Il gancio dei numeri primi poteva essere molto più interessante e dar vita ad un approfondimento psicologico che un po’ pecca. Ma forse l’autore non voleva sconfinare in una versione italiana di “A Beautiful Mind”. Sarebbe interessante che postasse lui un suo commento…

  20. A me è piaciuto molto proprio perchè parla di due vite irrisolte, di due eroi passivi.
    Invece a me il paragone che viene in mente per primo è “Fausto e Anna” di Cassola. Anche lì si parla di due esistenze parallele, lui un pochino complessato, lei più semplice ma sensibile, che entrano in contatto per un breve periodo, dopodichè ognuno vive la propria esistenza in maniera più o meno insoddisfatta, lui è un fallito sia nei sentimenti che nella vita sociale.
    Ho trovato questa similitudine che mi sembra abbastanza evidente

  21. leggendo un pò in giro le recensioni ne ho trovate molte negative…forse per il finale che molti hanno trovato duludente, per i personaggi piatti che non evolvono, non cambiano, per i numeri punti non chiariti lasciati in sospeso per creare il vuoto intorno alla solitudine dei due protagonisti…dal titolo e in tutto il romanzo l’autore rende perfettamente l’idea di quello che vuole comunicarci..la solitudine e l’incapacità di questi due bambini, ragazzi e infine adulti a vivere una vita normale…dal giorno dei loro incidenti che con le loro conseguenze irreversibili ed inevitabili li hanno resi incapaci a vivere una vita normale..li hanno resi quei numeri primi che vogliono essere uguali agli altri ma non ci riescono…quei numeri primi soli e perduti vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero…

  22. dunque…protagonisti esasperati e surreali. è sfiancante leggere mille volte le scontate debolezze (anoressia e autolesionismo) alle quali si abbandonano i due giovani. per questa continua ripetizione la narrazione perde di qualsiasi significato. inspiegabili gli attriti genitori/figli, rappresentati alla bell’e meglio come in una recita da oratorio di fine anno dal titolo: Genitori e figli: l’incomunicabilità. personaggi secondari assolutamene insonsistenti, delle ombre totali. insomma, questa libro è una delusione compiuta e assoluta.

  23. il tema che deve colpire di piu’ in questo libro e’ il rapporto inesistente tra genitori e figli .
    zero dialogo
    zero considerazione dei figli
    zero compressione del dolore dei figli
    zero manifestazione di affetto
    conseguenza : autolesionismo dei figli
    un ragazzo di 26 anni scrive e comunica dell’assoluta freddezza e incapacita’delle nuove generazioni di genitori e del loro fallimento.
    questo e’realismo:il narcisismo,l’ambizione,l’antagoni
    smo ,il piegarsi del se’ sull’ego insaziabile riguarda la moltitudine dei genitori della new generation.
    E’ BANALE?forse per chi non e’ ancora genitore,per chi non osserva, per chi e’ assolutamente materialista,PER CHI NON E’ MAI STATO COLPITO DA VERI DOLORI ,PER CHI LEGGE I GRANDIOSI CLASSICI SOLO PER DIRE :HO LETTO KAFKA,MANN ETC.
    i due protagonisti rappresentano l’adolescenza di OGGI,
    perche’ non parlarne?
    UN LIBRO CHE FA PENSARE ,DOPO AVERLO LETTO,E’ SEMPRE UN BUON LIBRO .

    ESSERE SCORREVOLI NELLO SCRIVERE E’ UN DIFETTO?
    quanti classici riderebbero di questo!
    E’ UNO SCRITTORE AL SUO PRMO LIBRO E SI NOTA,MA LA SINTASSI LE VIRGOLE L’IMPOSTAZIONE DEI DIALOGHI SONO ASSOLUTAMENTE MODERNI . EVVIVA!

  24. Ciao… dopo un po’ di tempo sono tornata a trovarvi. Ho letto il libro nei giorni scorsi… di solito non che importi, ma prediligo i libri stranieri, e quasi mai i best-sellers. Non per scelta… non so neanche il perchè! Comunque devo dire che il libro mi è piaciuto, bello, scorrevole… effettivamente parte in sordina, ma mentre in alcuni libri l’incipit lento è una condanna… in questo serve quasi a farti assaporare quello che c’è dopo. Ha un po’ il ritmo del “classico”.
    Buffo il tuo riferimento al corso di scrittura creativa del giovane scrittore. Effettivamente non servono a far nascere il talento… a volte, aiutano a darsi una disciplina, ma dipende pur sempre dall’allievo. Comunque di nuovo complimenti per il blog… spesso lo leggo, anche se non commento sempre.

  25. È l’evento che ne marchia in modo indelebile l’infanzia ad accomunare Alice e Mattia nella diversità, oppure è la natura stessa a creare un pretesto per giustificare la loro estraneità?

    L’interrogativo per la verità non sembra appassionare più di tanto il giovane autore del romanzo, preoccupato piuttosto, nelle prime pagine, di descrivere le cause oggettive che hanno prodotto in entrambi gli adolescenti un comune senso di disagio nei confronti di tutti gli altri. I fatti sono eloquenti, ancorché distanti tra loro e con conseguenze diverse. La zoppia di Alice nasce incidentalmente dall’incapacità di trattenere feci e urina ed ha un corrispettivo fisico nella violenza che Mattia impone ripetutamente a se stesso in virtù del tremendo rimorso che lo accompagna costantemente. Mentre Alice tenta di colmare il proprio complesso d’inferiorità e di farsi accettare dagli altri, anche a costo di sopportare le angherie di amiche cosiddette normali, Michele cerca scampo in un’intelligenza di gran lunga superiore alla media che lo porta naturalmente a vivere la propria diversità rispetto agli altri. Alla radice di eventi tanto differenti e che pure ne hanno così pesantemente caratterizzato l’infanzia, Alice e Mattia hanno tuttavia in comune il medesimo malessere nei confronti dei genitori. L’incomprensione degli uni nell’imporre scelte non condivise quanto addirittura penose, fa da contrappunto all’incapacità degli altri di riconoscere la diversa sensibilità dei propri figli: Mattia intellettualmente superdotato e Michela sua sorella gemella, mentalmente ritardata.

    Forte è la tentazione di spiegare le scelte di Alice e Mattia col linguaggio della psicoanalisi, non paghi di una facile lettura psicologica che veda unicamente nella ribellione la risposta agli inadeguati comportamenti parentali. Gli argomenti di una simile indagine non mancano nel libro di Paolo Giordano: l’amore-odio che Alice nutre verso il padre, allorché per esempio la ragazza s’intrattiene sul water per espellere anche l’ultima goccia di urina dalla vescica, mentre il padre bussa alla porta del bagno, oppure la foto che, divenuta più grande, la ragazza vuole a tutti i costi nell’abito da sposa di sua madre accanto a Mattia in veste di marito-padre o ancora una mai veramente superata concezione della nascita legata alla teoria della cloaca che la induce quasi a non mangiare per timore, ormai sposata, di restare incinta e più in generale quella particolare attrazione-repulsione che esercita su di lei lo sporco, sia che si presenti nella sudicia caramella che l’amica-nemica Viola la costringe a leccare o nell’incidente occorsole nel bagno di Fabio, suo futuro marito, dove questa volta troviamo il vomito a rinnovarle l’angoscia e il doloroso ricordo del passato. E per quanto riguarda Mattia, benché il lettore conosca chiaramente di che egli voglia punirsi, esercitando violenza su se stesso, resta il dubbio che la componente narcisistica della sua personalità, alimentata dalla mancanza di affetto parentale, sia la vera causa della pulsione di morte che in passato l’ha portato inconsciamente a distruggere quella parte di sé mentalmente non all’altezza dell’altra e che oggi lo induce a comportamenti autodistruttivi.

    Da matematico e direi anche da vero narratore, tuttavia, Paolo Giordano, non si pone questioni filosofiche né improbabili indagini psicoanalitiche. Elenca fatti, avanza ipotesi circa la diversità di Alice e Mattia, ma poi risolve il tutto con la certezza dei numeri. Una risposta filosofica, suo malgrado, una modalità scanzonata per dirci quello che pensa veramente. Alice e Matteo segnati da un destino che li accomuna, li avvicina e li tiene distanti, sono in realtà come i numeri primi, numeri naturali cioè maggiori di uno, divisibili solamente per 1 e per se stessi e, per giunta sono numeri primi gemelli, cioè numeri primi separati da un unico numero (per esempio: 3 e 5, 11 e 13, 17 e 19, 41 e 43 etc…), vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero. Sarei curioso di sapere se, nello scrivere questo suo primo, ottimo romanzo, Paolo Giordano sia stato sfiorato dalla tentazione di fare di Alice e Mattia il 2 e il 3, cioè i soli numeri primi gemelli che si toccano davvero!
    (Dal blog: lo zibaldone di Sergio Magaldi)

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