Amal: la storia e le speranze racchiuse nel nome di una donna araba

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Ogni mattina a Jenin è il romanzo d’esordio di Susan Abulhawa, scrittrice palestinese che ha consacrato la vita alla testimonianza del conflitto arabo-israeliano. Nata da una famiglia costretta ad abbandonare la propria terra in seguito alla Guerra dei Sei giorni, Susan trascorre l’infanzia in un orfanotrofio di Gerusalemme per poi fuggire negli Stati Uniti, dove riesce a studiare e a laurearsi in scienze biomediche. Nonostante la guerra le abbia sottratto qualsiasi tipo di contatto duraturo con la propria nazione d’origine, ella si mantiene un’energica testimone degli eventi che dal 1948 dilaniano un’ormai esausta Palestina, terra di olive,  poesia beduina e seducenti melodie arabe,  le quali fanno da sfondo alle vicende che animano questo romanzo, un brulichio di colori e di persone che proiettano da subito il lettore nell’immaginario dell’autrice. Così, fin dalle prime descrizioni e dai primi ritratti, si ha l’impressione di camminare tra le viuzze polverose di Gerusalemme, di danzare al ritmo delle antiche ballate arabe o di fumare tabacco al miele e mele al suono trascendente dell’ adhan.

Il romanzo ripercorre le fasi del conflitto attraverso la voce di Amal,  bambina araba nata nel campo profughi di Jenin: Amal con la seconda vocale lunga, in quanto con la vocale breve ha il significato di ‘speranza’, mentre la lunga indica ‘speranze, sogni in quantità’.  Il nome della giovane protagonista evoca la tragedia della deportazione e  racchiude  il miraggio del popolo palestinese, ideatore di sogni che gli Occidentali tingerebbero coi colori sbiaditi dell’ordinarietà,  come quello di riuscire a calpestare la terra dei propri avi o di poter anche soltanto scorgere  il mare, quel mare che gli Arabi, residenti in quelle terre da secoli, avevano chiamato ‘il figlio della Palestina’.  Al contrario i bombardamenti, gli eccidi e le torture, descritti con vivace efficacia dall’autrice, contribuiscono giorno dopo giorno a svuotare l’energia fonologica di quel nome, Amal, secondo un processo interiore che la porterà, durante il lungo soggiorno negli Stati Uniti, a tagliare ogni ponte col passato facendosi chiamare Amy, il nome senza la speranza.

Quando parlo dei libri non amo soffermarmi  molto sulla trama, quanto piuttosto sulle sensazioni che essa evoca, nonché sul sapore che ci si ritrova in bocca ogni volta che si chiude un libro e si resta per qualche secondo lì a guardarlo, un po’ con la stessa solenne consapevolezza che abbiamo quando si conclude una fase importante della nostra vita, che ci ha accresciuti e arricchiti interiormente. Ciò accade perché la trama di un libro è uno sterile argomento di discussione: essa rimane sempre la stessa, mentre l’interpretazione, le chiavi di lettura e gli spunti di crescita personale appartengono soltanto al lettore, che in questo processo diventa esso stesso poeta e romanziere, inoltre dipendono dal periodo e dalla predisposizione mentale  con cui egli si approccia all’opera stessa. Ciò che noi ci aspettiamo dalla lettura è infatti che ci schiuda le porte di un universo di interpretazioni, che ci dia quindi la criticità necessaria a sceglierne una e a lasciare che ci arricchisca.

Ecco, quando ho terminato Ogni mattina a Jenin e l’ho riposto sopra al comodino sono state due le sensazioni che ho percepito e che per sempre, ogni volta che saranno suscitate da un’altra circostanza, mi condurranno per associazione di idee a questo romanzo. La prima evoca i colori, i canti e le atmosfere del Medio Oriente e deriva probabilmente dal fascino che  da sempre subisco  dalla cultura araba. Lo avverto soprattutto durante l’occasionale ascolto dei canti religiosi, estenuanti grida di amore che pervadono anima, cuore e mente. Le allusioni continue al grido «Allahu Akbar» emesso dagli altoparlanti delle moschee mi ha ricordato l’esplosione di misticismo e la sospensione temporale che all’ora della preghiera invadono le vie dei borghi, inducendo anche gli occidentali a fare i conti con una spiritualità perduta da tempo.  Per questo cercavo un libro che raccontasse il Medio Oriente. L’occhio mi è caduto su Ogni mattina a Jenin, e nonostante trattasse un argomento più profondo e delicato di quello che avevo previsto di affrontare, ho accolto la sfida con piacere,  attratta anche dall’idea di gettare uno sguardo su questa realtà attraverso gli occhi di un’autrice araba donna.

La seconda sensazione riguarda direttamente le reazioni dei protagonisti alla tragedia della guerra. Non mi permetto di darne un’interpretazione soddisfacente, né sarebbe adeguato cercare di rintracciare un colpevole in questa sede,  posso solo limitarmi a constatare ciò che mi ha colpito. Mi riferisco in particolare alla disarmante corazza d’indifferenza che l’autrice cita per descrivere lo stato d’animo delle vittime in seguito ad anni di oppressione. Ciò che sconvolge è infatti il constatare l’esistenza di un limite, oltrepassato il quale la reazione normale ad una tragedia non è più un urlo straziante, né tantomeno un grido di dolore, quanto piuttosto una totale incapacità di provare delle sensazioni forti, siano esse di gioia o di disperazione. Questo non è sinonimo di resa, si tratta al contrario di un tenace istinto di sopravvivenza che porta inconsciamente la protagonista a rendersi del tutto immune ai sentimenti, al fine di  allontanare ogni ulteriore ed eventuale sofferenza. Paradossalmente, in questo processo all’apparenza innocuo, si racchiude un’altra piccola, grande tragedia.

A questo punto, prima di trascrivere un passo del libro, vorrei riportare un’informazione appresa non molto tempo fa a Firenze, durante il Festival del cinema mediorientale: in arabo il verbo viaggiare ha la stessa etimologia di un altro che significa letteralmente togliere il velo. Non si tratta di una coincidenza ma dell’invito, insito nella lingua fin dalle origini, a rimuovere il velo dei pregiudizi ogni volta che ci si avvicina ad un’altra cultura, sia che questo processo avvenga tramite un viaggio fisico, sia che accada attraverso un libro o un film.

«Ho sempre trovato difficile non commuovermi alla vista di Gerusalemme, anche quando la odiavo – e Dio sa quanto l’ho odiata, per il suo immenso costo di vite umane. Ma la sua visione, da lontano o da dietro il labirinto delle mura, mi trasmette sempre un senso di dolcezza. Ogni centimetro di questa città racchiude i segreti di civiltà antiche, le cui morti e tradizioni sono impresse nelle sue viscere e nelle macerie che la circondano. I glorificati e i condannati hanno lasciato le loro impronte sulla sabbia. E’ stata conquistata, distrutta e ricostruita così tante volte che le pietre sembrano possedere una vita donata loro dagli eterni bilanci di preghiere e sangue. Eppure, in qualche modo, Gerusalemme trasmette umiltà. In me suscita un innato senso di familiarità – l’indubbia,irrefutabile sicurezza palestinese di appartenere a questa terra. Mi possiede, indipendentemente da chi la conquista, perché il suo suolo è il custode delle mie radici, delle ossa dei miei antenati. Perché conosce i desideri segreti che hanno infiammato i letti delle mie progenitrici. Perché io sono il frutto naturale del suo passato ardente e burrascoso. Sono figlia di questa terra, e Gerusalemme mi rassicura di questo titolo inalienabile molto più degli atti di proprietà ingialliti, dei registri catastali ottomani, delle chiavi di ferro delle nostre case rubate, di tutte le risoluzioni o i decreti che potranno emanare l’Onu o le superpotenze.».

Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin.

 

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2 comments

  1. FANTASTICA …… non ho parole per esprimere l’entuasiamo che traspare ( nello scrivere), il coinvolgimento che trasuda da queste riche. Te l’ho già scritto e te lo ripeto….. scrivi ancora: è piacevolissimo leggerti

  2. L’ha ribloggato su Il Malpaesee ha commentato:

    Ogni mattina a Jenin è il romanzo d’esordio di Susan Abulhawa, scrittrice palestinese che ha consacrato la vita alla testimonianza del conflitto arabo-israeliano

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