Francisco Coloane ,”Naufragi”

Di firmamenti e di abissi

Francisco Coloane, Naufragi, Tea 2007

A Sud del 40° S la costa del Cile tronca il suo compatto profilo andino per frastagliarsi in un labirinto di arcipelaghi canali fiordi e insenature, polvere di mare che convoglia alla Terra del Fuoco, la fine del mondo, dove uno scoglio solitario chiamato Capo Horn separa i due oceani. È il Capo delle Tempeste, la prigione del Diavolo ancorato in catene al fondo del mare, che si trascina agitando l’oceano “quando le acque e le ombre oscure dal cielo sembrano salire e scendere su quegli abissi“. Gli spagnoli del Cinquecento dicevano che i corsari inglesi avevano fatto un patto con il diavolo per riuscire a doppiare Capo Horn. E secoli dopo si continuava a crederlo, dato che uno dei pochi scampati al naufragio della Général Clarette aveva un tatuaggio nel quale Napoleone stringeva un patto con il diavolo.

La prima isola che si stacca dalla costa cilena, a sud del 40° S, è l’isola di Chiloé, “isola di miti, leggende e vascelli fantasma“. In quest’isola il 19 luglio 1910 è nato Francisco Coloane, figlio di un marinaio e destinato a diventare marinaio egli stesso, per narrare un giorno le storie vissute e respirate nel vento australe che spazza i fiordi e le tundre.

Due libri gli sono sempre stati particolarmente cari: un portolano dello Stretto di Magellano redatto da suo padre e una raccolta di naufragi avvenuti sulle coste del Cile pubblicata da Francisco Vidal Gormaz nel 1901. Prendendo spunto da quest’ultima opera Coloane portò a termine la sua conclusiva fatica letteraria dedicandola ai naufragi, cronaca di una quarantina di disastri del mare dal 1520 al 2000.

Se già qualunque collezione, atto innocentemente totalitario nella sua utopia di raccogliere il tutto per quanto circoscritto ad un dettaglio dell’esistente, pone interrogativi o fornisce indizi sull’attitudine umana all’Infinito (e sulla paura dell’Infinito) e sulle esili strategie per catturarlo, cosa spinge un uomo a compilare una collezione di naufragi? Forse una fondamentale visione pessimistica della vita? Oppure una sorta di esorcismo liberatorio ai confini della proverbiale superstizione marinara? Come dire: eccole là, tutte in fila, una dietro l’altra, le sconfitte dell’uomo sul mare, oltre queste non c’è più sconfitta, nessun naufragio possibile.

Nel caso di Francisco Coloane né l’una né l’altra. Luis Sepúlveda, che ne ha abbozzato un ritratto nelle sue Historias marginales, ricorda come Coloane avesse “molte sconfitte sulle spalle, ma dalla sua sacca di marinaio non è caduta neppure una speranza”.

Non siamo infatti in presenza del compiacimento estetico o del sentimentalismo romantico di un letterato seduto a tavolino che pensa all’orrido oceanico, perché Coloane non è stato propriamente un letterato e sicuramente non è stato un intellettuale, ma un marinaio che raccontava delle storie. E le sapeva raccontare bene.

Sempre Sepúlveda ci regala un gustoso quadretto sui rapporti tra l’accademia letteraria e il vecchio lupo di mare: “Ricordo una cena a Saint-Malo, proprio fra accademici, alla quale un commensale seduto accanto a lui ruppe una tazza da consommé. Don Pancho mise via il manico e più tardi, infilandoselo come un anello, mi disse: Questa è un’arma da marinaio, non si sa mai cosa può accadere in questi ambienti”.

Anche questo curioso aneddoto conferma, se già non bastassero la struttura e lo stile dei suoi racconti, che in Coloane piuttosto che l’intellettualismo prevale l’elemento epico, l’azione, l’esperienza, e il navigare per lui era un atto senza dubbio epico, odisseico: “(…) ignoto è per me una parola magica, perché, ogni volta che ripenso alla mia vita, è stata spesso questa parola a spingermi a sciogliere gli ormeggi.”

Il naufragio costituisce uno dei cardini della letteratura e dell’arte romantica, metafora della rovina della vita, della sconfitta dell’uomo da parte della Natura, assumendo la nave il ruolo di un microcosmo umano in balia delle forze elementari. Dai versi di Samuel Taylor Coleridge: Sott’acqua rimbombò, più forte e più sinistro: avviluppò la nave, crepò la baia; come piombo la nave sprofondò, a quelli di Heinrich Heine: È senza stelle e rigida la notte; e il mare fermenta; e sul mare giace, a ventre sdraiato, il vento deforme del Nord, dalla Zattera della Medusa di Théodore Géricault e dal Manoscritto trovato in una bottiglia di Edgar Allan Poe alle pagine salmastre di Melville e Conrad, fino ad arrivare al fantastico tenebroso di William Hope Hodgson e alle rivisitazioni moderne dei nostri Alessandro Baricco con Oceano mare e Vinicio Capossela con la Santissima dei Naufragati (E venne dall’acqua/venne dal sale/la penitenza/dall’amaro del mare), il filo conduttore più frequente della rappresentazione del naufragio è l’aspetto drammatico e sentimentale, che conduce comunque a delle realizzazioni poetiche di rara bellezza.

Nelle cronache naufragiche di Coloane c’è forse poca poesia letteraria, ma molta epica dell’eroe del mare che sfida e vince gli elementari marini, e talvolta in quest’impresa soccombe. Spesso soccombe sulle coste del Cile australe (ecco perché tanti naufragi e perché un libro di naufragi) dove le particolari condizioni climatiche, la configurazione delle coste e l’imprevedibilità delle correnti marine creano situazioni assai più proibitive di qualsiasi altro specchio di mare e uno sgomento ai limiti del paranormale: navi che giacciono in una pigra bonaccia che non permette di navigare mentre a pochi nodi di distanza un altro vascello è squassato dai venti e dai marosi, raffiche improvvise di un vento infernale sorto dal nulla, correnti impetuose che trascinano senza pietà verso gli scogli, tempeste abominevoli che si radunano in un batter d’occhio, luoghi i cui nomi suonano come tetro o beffardo avvertimento: la costa della Desolación, la costa deserta di Huenchullami che significa “uomo/forte perduto/caduto, “(…) la Via Lattea, uno stretto passaggio ingombro di scogli dove il mare è sempre bianco di spuma (…) a circa sei miglia dall’estremità meridionale della baia Buen Suceso, sulla costa sudorientale della Terra del Fuoco, ci sono alcuni isolotti che hanno la forma di un veliero in navigazione tra due acque. Gli indios degli arcipelaghi (…) ammiravano da almeno due millenni quel fenomeno geologico marittimo, considerandolo, per le continue apparizioni e successive sparizioni, un eterno vascello fantasma”.

Là muoiono gli eroi del mare, come il biscaglino don Manuel de Buenechea, uno dei migliori navigatori del Pacifico, che perì nel disastro dell’Oriflama naufragato il 25 luglio del 1770 non lontano dalla foce del Rio Maule. Così affondano le navi guidate da marinai negletti, come capitò al Cazador naufragato sulle scogliere di Carranza nel 1856, “tutto accadde per un cambio di rotta“, o ingannate da approssimativi cartografi che non rilevano la presenza di scogli o di banchi di sabbia. Ma il disastro è anche storia dei sopravvissuti, anch’essi eroi del mare, che riescono a sconfiggere le insidie di una terra inospitale, fredda e deserta e a raggiungere i caldi lidi della vita.

La cronaca dei naufragi è inoltre pretesto per allargare la prospettiva alla storia dell’America del Sud e a quella del Cile in particolare, alle imprese di pirati e conquistadores, alla resistenza degli indios, alle leggende indiane e a quelle create dalle nuove genti: la Città dei Cesari (equivalente australe dell’Eldorado tropicale), la leggenda della pietra d’oro di Curamilla, l’ultimo pirata dello Stretto: Miguel José Cambiaso (1822-1852), tenente della guarnigione di Magallanes, autonominatosi governatore e catturato dopo aver depredato il relitto della Garonne; i pirati indiani dello Stretto di Chacao: Nahuelhuen e Ñancupel, attivi fino agli Anni ’80 del XIX secolo.

E nonostante l’epica anche quest’opera, forse come tutte le opere letterarie, nasconde un desiderio d’Infinito, un abbraccio largo come il libero e grande respiro del largo a stringere con affetto il tutto del Cile, della Patagonia e della Terra del Fuoco, come l’ultimo saluto di un vecchio lupo di mare ai comandi della sua nave/vita.

E il naufragar m’è dolce in questo mare, direbbe quel Tale che di Infinito se ne intendeva.

Mauro Del Bianco

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