Month: aprile 2008

ARCIPELAGO PESSOA

Alla deriva tra le carte di Fernando Pessoa

Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares,

Universale Economica Feltrinelli,

sesta edizione marzo 2003

Fernando António Nogueira Pessoa, impiegato d’azienda con mansioni di traduttore, celibe, muore per crisi epatica all’ospedale São Luís dos Franceses di Lisbona il 30 novembre 1935, all’età di 47 anni. Come direbbe uno dei tanti, comuni e anonimi necrologi che scivolano sotto il nostro sguardo disattento: lo piangono gli amici e i parenti tutti. Vale a dire che la sua storia, quello che Fernando è stato e quello che ha fatto, rimarrà nella memoria circoscritta e sempre più opaca di un ristretto numero di persone, fino ad estinguersi nel flusso indistinto della vita transitata per questo mondo. È quello che accade comunemente alle persone comuni. E Fernando Pessoa era, per il mondo, una persona affatto comune, così banale che se lo incontravi per strada manco te ne accorgevi. Sennonché nella sua casa di Rua Coelho da Rocha n°16, che oggi è un museo, per una di quelle inspiegabili strategie del destino, qualcuno si preoccupa di salvare le sue carte impacchettate in un baule di biancheria e di preservarle alla Biblioteca Nazionale di Lisbona. E se Fernando Pessoa oggi vive ancora nel mondo letterario e nella nostra memoria è per quel “baule pieno di gente”, secondo la bella espressione di Antonio Tabucchi, se Pessoa è considerato in patria e all’estero il maggior poeta portoghese del Novecento o addirittura il più grande dopo Camões, è sempre per via di quel baule, se gli hanno fatto perfino una statua al caffè A Brasileira, è ancora per quel baule (e pensare che Pessoa preferiva il caffè Martinho da Arcada al Terreiro do Paço e che, come testimonia Ophélia Queiroz, l’unica donna che per breve tempo ha alleviato l’infelicità della sua vita, alla Brasileira lui non ci poteva andare, non poteva nemmeno passare sul marciapiede davanti al caffè, perché i frequentatori avrebbero bastonato il monarchico conservatore che c’era in lui).
Chi era Fernando Pessoa nel mondo della cultura prima del 1942, anno in cui vennero pubblicate le sue prime opere tratte dal baule? Un intellettuale conosciuto su alcune riviste letterarie, anche pregevoli ed autorevoli, ma limitate a specialisti del settore, che in vita aveva pubblicato alcune raccolte di poesie scritte in inglese (a sue spese) e un unico poema, Mensagem, redatto per partecipare ad un concorso (non vinto) e stampato nel 1934, un anno prima della morte. Praticamente niente a confronto di quello che c’era nel baule, un’arca domestica per biancheria: 27.543 documenti, ripartiti in fascicoli o sciolti, manoscritti (la stragrande maggioranza), dattilografati e misti, quaderni, carta riciclata di lettere commerciali e bozze di appunti, stampe di quanto già pubblicato, foglietti, taccuini, tutto il possibile armamentario di carta su cui Pessoa vergava il fiume inesauribile della sua fitta scrittura.
Nel 1942 i curatori cominciarono ad estrarre alcuni scritti e a pubblicarli, negli anni ’60 è iniziata la catalogazione ufficiale di tutti i documenti del Fondo Pessoa presso la Secção de Espólios della Biblioteca Nazionale di Lisbona, nel 1982 viene pubblicato per la prima volta in Portogallo il Livro do Desassossego por Bernardo Soares, il Libro dell’inquietudine, l’unica opera di narrativa di una certa consistenza (esclusi quindi i racconti brevi) scritta da Pessoa lungo un ventennio, dal 1913 al 1935, e soprattutto “non pronta” per la pubblicazione, come tantissimo altro materiale del baule: c’era in effetti un fascicolo con l’indicazione autografa Livro do Desassossego, ma a questo i curatori hanno aggiunto altri fogli ritenuti collegati in qualche modo al Livro, secondo criteri sicuramente apprezzabili, ma altrettanto sicuramente ipotetici, dato che Pessoa non ha lasciato alcuna idea organizzativa del testo e nel suo caso ogni ipotesi di “ordine” lascia disorientati, alla deriva in un oceano imprevedibile dove le zattere e le boe di salvataggio sono costruite artatamente dai posteri, per non naufragare. Paradossalmente siamo noi ad aver bisogno di un “ordine” che Pessoa ha ritenuto invece non necessario, o non ha fatto in tempo a ritenere necessario.
Chi è infatti Fernando Pessoa? Possiamo accontentarci di definirlo sommo fingitore? Dove finisce la finzione letteraria, una finzione non meramente di mestiere come lo è quella di tutti gli scrittori, ma una finzione addirittura ontologica, come rileva Antonio Tabucchi, una finzione che diventa vizio assurdo e che investe persino i sentimenti e l’amore, e dove inizia la verità della sua vita? È possibile altresì effettuare questa distinzione nel caso Pessoa? La dichiarata angustia di vivere è reale o inventata, è sentita o immaginata, è nelle vene, nell’anima e nel cervello o è soltanto un’estetica di carta? Per quanto si legga, si confronti, si analizzi, non c’è una risposta definitiva al mistero Pessoa.
Sul tema possono aiutarci Bernardo Soares e la sua inquietudine. Bernardo Soares è uno dei tanti eteronimi di Pessoa (eteronimo: alter ego con una propria biografia, una personalità, un proprio stile, perfino con un oroscopo personalizzato redatto dallo stesso Pessoa che si interessava anche di esoterismo e astrologia, un’esistenza che potrebbe essere vera e che Pessoa tale considerava o fingeva di considerare, dal momento che non trovava improprio scrivere lettere ai suoi eteronimi, affrancarle e spedirle, inventare le loro firme e calligrafie, far stampare biglietti da visita con i loro nomi e professioni) e Il Libro dell’inquietudine è un diario, articolato nell’edizione italiana in 259 paragrafi scelti (ma l’edizione portoghese ne ha di più) dove emerge tutto il male di vivere di Soares/Pessoa, il sentirsi incongruenti, inadeguati, “incompetenti verso la vita” secondo la definizione di Jacinto do Prado Coelho, senza alcuna speranza di integrazione nel mondo in cui ci si è trovati a vivere.
Bernardo Soares è il più isolato fra tutti gli eteronimi maggiori, non partecipa al dibattito culturale sulle riviste, non firma alcun pezzo letterario, non entra in polemica, non entra nemmeno nella vita di Pessoa (come Álvaro de Campos che si mette in mezzo nella storia d’amore con Ophélia), esiste solo in virtù del suo Livro.
Bernardo Soares è un impiegato contabile, solo che più solo non si può, talmente solo che il suo diario è la cronaca dei sentimenti, delle impressioni, delle riflessioni, delle meditazioni, delle insonnie del soggetto Bernardo Soares senza alcun rapporto con altri soggetti, se non occasionali, generici e anonimi, e che pertanto diventano oggetti del pensiero. Introspezioni dunque derivanti dallo sguardo sul mondo ed elaborate in completa solitudine per la solitudine, una visione solipsistica ed autarchica, ma senza slanci di superomismo, bensì di disperazione nichilista, a tratti fredda e lucida, a tratti accorata.
Tutto ciò potrebbe essere il vero ritratto di Fernando Pessoa. Potrebbe. Si potrebbe prendere come cardine dell’ordine pessoano, limitatamente alla psicologia, il Bernardo Soares (dato che la stesura del Livro in forma diaristica ha tenuto occupato Pessoa per metà della sua vita) e fargli ruotare attorno tutto il resto. Avrebbe un senso. Ma la coerenza non è la verità. E probabilmente mettendo al centro un altro eteronimo, il tutto acquisterebbe un senso, un nuovo senso, non meno coerente del precedente: Octavio Paz infatti considera l’eteronimo Alberto Caeiro il cardine dell’ordine pessoano.
Forse sta in questo la grandezza di Fernando Pessoa (progettata o semplicemente accaduta?), l’averci lasciato, con la “civetteria” di volersi postumo sostiene Zanzotto, un bagaglio di letteratura senza un ordine estrinseco, ma con un ordine intrinseco fondato sull’essenza stessa della sua finzione.
Probabilmente, ma appunto è un’ipotesi fra le tante, il dramma umano di Pessoa, e al tempo stesso l’origine della sua grandezza letteraria, è il sentimento di inadeguatezza che l’ha accompagnato per tutta la vita, il sentirsi sempre e comunque a disagio nel mondo, l’incapacità di vivere, il ritenersi incompetente a vivere, per cui anche l’amore, percepito all’inizio entusiasticamente e, perché no, autenticamente, diventa alla lunga lo specchio del proprio fallimento ad essere quello che tutti gli altri sono (o appaiono essere), un sentirsi fuori posto anche fra le braccia dell’amata per una propria ineluttabile, autolesionistica disistima di se stesso.
Não sou nada. Non sono niente.
Nunca serei nada. Non sarò mai niente.
Não posso querer ser nada. Non posso voler essere niente.
(da Tabacaria)


Pensiamo a tutto quel baule pieno di letteratura che aspettava solo di essere pubblicato: perché Pessoa non ci ha mai messo mano, nonostante le buone intenzioni proclamate in più di una lettera, limitandosi ad accumulare incompiuti su incompiuti (incompiuti devono considerarsi tutti quegli scritti che uno scrittore non ha interrotto con la pubblicazione, atto provvisoriamente finale di una creazione che altrimenti sarebbe infinita, e pertanto suscettibili di ulteriori modifiche e integrazioni, e quindi incompiuti)? Gli mancavano forse le possibilità editoriali, come ad un qualunque esordiente o scrittore dilettante? Non credo: c’erano riviste che lo salutavano come maestro, è stato un generatore di esperienze letterarie e il diffusore

dell’avanguardia europea in Portogallo, la stampa lisbonese lo intervista sul futuro politico portoghese dopo il golpe dei militari del 1926, segno che qualcosa poteva contare, se solo l’avesse voluto, se solo avesse posseduto quella determinazione volontaristica che ha fatto e continua a fare di autori, anche di basso profilo e certamente non all’altezza di Pessoa, personaggi di prima grandezza nel mondo delle lettere.

Pensiamo alla sua esistenza quotidiana così banale e mediocre, ritagliata intenzionalmente nella sottostima delle sue capacità, nell’esilio e nella solitudine. Pensiamo al flagrante delitro, al piacere del bere che divenne abuso fino a condurlo alla tomba. Pensiamo infine alla presenza nella sua poetica di un dolore che si veste di ironia e di un’ironia che si spoglia nel dolore, per immaginare che la finzione fosse un rimedio, palliativo al suo non essere e via di fuga per il suo non voler essere, la finzione dunque come mezzo e non come fine, come un’altra vita inventata per sopravvivere alla vita, un diversivo in attesa della fine, una finzione divenuta

così imprescindibile e interiormente goduta da rasentare con l’andar del tempo la follia, lo scindersi in una folla di personalità dell’uomo che la beffa del destino ha voluto si chiamasse Pessoa (in portoghese “pessoa” significa “persona”), dell’uomo che tra i suoi tesori di estetica ci ha lasciato una bellissima giustificazione della letteratura:
la letteratura, come tutta l’arte, è la dimostrazione che la vita non basta.

O che una vita soltanto non basta.

Mauro Del Bianco

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Album Hemingway

Per capire a fondo uno scrittore è necessario conoscere la sua vita privata.

Gli incontri fatti, le esperienze vissute, perfino i piccoli aneddoti e le abitudini personali servono a completare il quadro, soprattutto quando si è in presenza di una personalità complessa.

E’ il motivo questo, che rende interessanti ed utili le biografie dei grandi scrittori.

Se poi la biografia è ricchissima, oltre che di annotazioni sulla vita dello scrittore, anche di fotografie che illustrano i diversi episodi della sua vita, la lettura diventa, oltre che utile e interessante, anche molto divertente.

Utile, interessante, divertente: tutti e tre gli aggettivi si adattano pienamente ad “Album Hemingway” ( Oscar Mondadori 2007).

Azzeccato il titolo.

“Album Hemingway” non è una biografia con fotografie, è esattamente il contrario: è un album fotografico con delle annotazioni biografiche.

La parte scritta del volume è opera di uno studioso di alto livello come Masolino d’Amico. Le foto sono numerosissime: vediamo la casa natale di Hemingway di Oak Park, vicino a Chicago, i genitori dello scrittore ( lui alto e bello con una grande barba nera, molto simile al figlio, lei massiccia e con un’espressione autoritaria) il piccolo Ernest con la sorellina ( entrambi vestiti come bambine per un capriccio materno) .

Vediamo Ernest tra i compagni della squadra di baseball della scuola superiore, tra i portantini della Croce Rossa sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale, vediamo la sua casa di Parigi negli anni 20, quella di Kay West in Florida negli anni 30, per arrivare alla mitica Finca Vigia all’Avana, nella quale trascorse la maggior parte degli ultimi anni della sua vita.

Confrontiamo tra loro le fisionomie delle sue quattro mogli. Le prime due si assomigliano tra loro ( brune, viso dolce, espressione protettiva, da ragazza della porta accanto) così come sembra che si assomiglino tra loro le ultime due ( entrambe giornaliste e scrittrici, bionde, sofisticate, algide) come se lo scrittore nel corso della sua vita avesse coltivato due ideali diversi di bellezza femminile.

Insomma il libro è un appassionante tuffo nella vita di un uomo che sin dagli anni della gioventù fu sempre al centro dell’attenzione, braccato ovunque da fotografi e giornalisti decisi a esaltarne o a smitizzarne la leggenda.

Il libro è ricchissimo anche di particolari.

Alcuni ci confermano quello che sapevamo già, come quelli che riguardano la dipsomania dello scrittore la sua passione per la boxe .

“Di regola Hemingway cominciava a bere non appena sveglio- e spesso si alzava alle quattro e mezzo del mattino- continuando fino alla cena. Beveva vino ai pasti e liquori durante il giorno, anche due o tre bottiglie di whisky o di brandy” .

“Era in grado di offrire cento dollari a chiunque degli indigeni di Bimini fosse in grado di resistergli per tre riprese con i guantoni da sei once”

Ma emergono anche particolari nuovi come “l’indifferenza di Hemingway nelle questioni riguardanti la sua pulizia personale” ( che la terza moglie Martha Gellhorne avrebbe stigmatizzato in un libro successivo al divorzio).

Divertente è, tra i tanti aneddoti, quello riguardante l’amicizia tra lo scrittore e Gary Cooper.

Hemingway sperava che l’attore potesse essere il protagonista ( come poi in effetti accadde) del film che stava per essere ricavato dal suo romanzo sulla guerra di Spagna “Per chi suona la campana”.

Lo invitò così a trascorrere alcuni giorni nella sua casa di Sun Valley. Apprendiamo dal libro che durante quel periodo la moglie di Hemingway tormentò il marito, famoso per la sua trasandatezza nel vestire, additantondogli come modello di eleganza e di stile il famoso attore.

Apprendiamo anche che i due uomini in quel periodo andarono a caccia quasi tutti i giorni e che l’attore sparava molto meglio di Hemigway con grande disappunto di quest’ultimo che attribuiva i suoi difetti all’età (aveva allora appena 41 anni!) e agli eccessi nel bere.

Insomma, se amate Hemingway e volete fare una full immersion nella sua vita pubblica e privata, questo libretto pieno di bellissime fotografie ( alcune son addirittura del mitico Robert Capa) è sicuramente il modo più divertente e meno impegnativo per farlo.

Al largo di strane convinzioni

Al largo di strane convinzioni di Elena Torre

Ogni storia è degna di essere raccontata, ogni racconto cela in sé la possibilità di vivere un’esperienza, di arricchirsi, nutrirsi, di fare tesoro di paesaggi mai visti, persone mai incontrate, parole mai dette.

È la magia della narrazione, una magia antica che rischia di essere dimenticata, sepolta dalla distrazione, dalla fretta, dai ritmi imposti dalla vita.

Il tempo dedicato alla lettura è uno spazio sacro, come il percorso suggerito da questo libro.

Il succedersi dei racconti incatenati ad un supporto narrativo saldamente strutturato, offre la possibilità di riappropriarsi di una dimensione di intimità, dove il fluire delle emozioni va di pari passo al procedere dei racconti, fino a comporre un complesso mosaico in un finale che, inaspettatamente, riporta al punto di partenza.

Il libro apparentemente si presenta come una semplice raccolta di racconti, ma come spesso accade, non è quello che sembra. Le storie contenute nel testo, altro non sono che frammenti di un impianto narrativo preciso dove ogni tassello ha un suo specifico incastro. Le varie sezioni ricalcano le ore liturgiche, unendo i racconti in gruppi tematici e contribuendo a formare un unico coro di voci che inneggiano all’esistenza. È la vita ad essere scandita, indagata, osservata, vissuta. È la vita protagonista sin da subito: dall’infanzia con il suo candore, attraverso l’adolescenza con le sue sfide, passando poi alla maturità e le sue scelte, fino alla vecchiaia e le sue conclusioni, per scivolare infine nella metafisica e forse oltre.

L’idea di base per la creazione di questo libro nasce dalla volontà di creare un lungo canto alla vita. Un modo per guardare alle cose in modo inusuale. Unire diversi racconti, non significa necessariamente farne una raccolta cercando un modo omogeneo di proporli, bensì una via preferenziale per comunicare in maniera più sintetica e variegata le tante sfumature e i diversi punti di osservazione offerti dalle numerose vicende raccontate. Ho diviso la narrazione seguendo il tradizionale impianto delle ore liturgiche. In questo modo ho avuto la possibilità di seguire uno scheletro molto preciso per inserire i vari racconti, suggerirne le tematiche e rimanere all’interno dell’idea di una celebrazione.

La struttura serve unicamente per avere una linea rossa sulla quale appoggiare le varie narrazioni, concatenarle e alle volte fonderle l’una nell’altra.

Al largo di strane convinzioni si apre con il MATTUTINO dove il primo racconto suggerisce la chiave di lettura dell’intero libro, seguito dall’HORA PRIMA dove trovano spazio i racconti dell’infanzia. A seguire l’HORA TERZA con i temi dell’adolescenza, l’HORA SESTA con quelli dell’età matura, l’HORA NONA con le storie dedicate alla vecchiaia, per arrivare ai VESPRI dove sono posizionati i racconti della metafisica.

In fondo al libro compare una sezione chiamata ANGELUS o COMPIETA in cui è presente il racconto Rinascita che serve da lieson tra la fine e l’inizio.

MOSAICO LUSITANO

MOSAICO LUSITANO

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Francisco José Viegas, Lontano da Manaus, La Nuova Frontiera, Roma 2007

Ecco una cosa da imparare, amare un libro a partire dai risguardi iniziali, le pagine bianche tra la copertina, il frontespizio e l’inizio vero e proprio del romanzo, questo spazio libero che è sospensione, ingresso, attesa, pagine bianche da sfogliare con cura per scoprirvi tracce, contrassegni, una citazione, un pensiero. Come in questo caso, il primo che si incontra, a fondo pagina:

Il romanzo giallo, come si sa, ha le sue regole.

Questo no.

Trattasi dunque di romanzo giallo, che non rispetta tuttavia le regole del giallo propriamente detto. Quindi si servirà della struttura del giallo e del noir (polizia, cadaveri, indagini, delitti, eccetera) per parlare d’altro. Bella frase, lapidaria, laconica, apodittica, e anche un po’ scanzonata, come dire: sì, lo so che il giallo ha le sue regole, ma a me cosa importa? Questo libro non le rispetta, ecco tutto.

Altra pagina, altro pensiero, questa volta centrato:

Per un portoghese è più semplice armare una nave per il Brasile che andare a cavallo da Lisbona a Porto (da James Murphy, Travels in Portugal, 1795).

Stupenda. Ci vorrebbe un trattato per spiegare il sentimento lusitano del viaggio e della ricerca, qualcuno ci ha provato, per articolare in tutte le sue sfumature e quindi tentare di capire l’emozione atlantica che ha spinto questa gente sul mare, quando il mare era semplicemente l’ignoto, e l’oceano ineffabile.

Proverò a spiegarmi con una visione, un racconto, forse una favola:

Erano tante le albe attese nell’attesa. Stavano lì a guardare il mare, su una striscia di terra troppo stretta per arginare tutti i loro sogni. Sul margine della terra conosciuta stavano, l’ultima spiaggia del mondo, l’ultimo lembo che si colora di tramonto e oltre il tramonto non era consentito chiedere, non era morale sapere, non era cristiano credere.

Se avessero avuto sangue di conquistatori, avrebbero voltato le spalle alla languida carezza di quell’illusione liquida, e sarebbero tracimati su regni, imperi, califfati, signorie, castelli, cattedrali, città, foreste, montagne, fiumi, praterie, raccolti, maggesi, piantagioni, che da secoli si perdevano a oriente, fin dove sorge il sole.

Non erano una razza di conquistatori, non avevano soldatesche e lance sufficienti, né cavalli né carri bastanti per dilagare come un’orda, ma soprattutto non possedevano la volontà del conquistatore, così ben sviluppata nei loro bellicosi vicini, e un’idea del mondo da esportare, che non fosse la loro triste e commovente nostalgia.

Non restava che il mare e l’orizzonte del mare, e il vento del mare, e l’infinito del mare, e l’illusione del mare, che era oceano.

Erano tante le albe spese in una qualche attesa. La loro irriducibile malinconia era un vago desiderio filtrato dalla memoria di un passato mai esistito. Una congettura di architetture lontane, di luoghi diversi, di tempi diversi, di una vita diversa, con retrogusto amaro di consapevole inadeguatezza ad afferrare qualunque chimera. E questo, questo soprattutto, bisogna capire per capacitarsi della loro inettitudine al dominio: nessun impero poteva allettarli, nessuna conquista era possibile senza che li assalisse l’inquietudine e il tedio per tutto ciò che appare esiguo ed imperfetto una volta conseguito. Solo la vita del marinaio era dolce per loro, la via del mare, scoprire nuove terre, e poi ripartire, e andare per il mare immenso, incognite distanze, e scoprire ancora nuove terre, e poi ripartire di nuovo, negli occhi un cielo di poetica vaghezza, solcando le onde senza mai raggiungere l’orizzonte, per inseguire un’attesa, un domani che non è ancora, e forse da qualche parte è già stato.

E furono molte le albe attese, finchè un pescatore tornò a riva e disse agli altri che stavano lì a guardare il mare, su una striscia di terra troppo stretta per arginare tutti i loro sogni:

– Ci sono delle isole a occidente.

Così cominciò la gloria delle genti lusitane. Così tutto ebbe inizio.

L’esplorazione portoghese toccò tutti i continenti: l’Africa, le coste dell’Africa erano disseminate di padrões (i cippi commemorativi delle scoperte, fregiati degli scudi araldici portoghesi e sormontati da una croce) dai lidi dell’attuale Marocco giù giù fino al fiume Congo, chiamato il Fiume del Grande Pilastro, per il notevole padrão piantato alla foce, giù ancora fino al Capo di Buona Speranza, e su su fino a Mogadiscio, sotto lo sguardo del gigante Adamastor, passando per il Madagascar e le isole Mascarene, e più su ancora fino all’Isola dell’Incenso (Socotra) e a Mascate, e poi l’Asia, sulle rotte della Carreira da India fino a Giava e alle isole delle spezie, e poi l’America, il paradiso-continente chiamato Brasile. Cosa resta oggi di questo immenso impero marittimo? Reliquie ormai archeologiche (le chiese barocche e le case in stile Algarve nei vecchi quartieri della città coloniali, la porta del bastione di Santiago della fortezza di Malacca, la sabbia blu dell’Ilha de Moçambique, colorata dai frammenti delle porcellane Ming che giacciono sul fondo del mare nel ventre delle navi affondate), nomi insospettati in contesti oggi insospettabili (Marocco, Casablanca: dal portoghese Casabranca; Isole Mascarene: da Pedro Mascarenhas, esploratore e capitano di Malacca; Madagascar: Diogo Soares, navigatore; pagoda) la lingua portoghese (Brasile, Capo Verde, São Tomé e Principe, Guinea-Bissau, Angola, Mozambico, Timor), quel sentimento così peculiare chiamato saudade che ovunque vibri la cadenza lusitana si esprime nella poesia e nella musica (fado di Lisbona e di Coimbra, modinhas azzorriane, bossa nova e samba brasiliani, morna capoverdiana).

Francisco José Viegas in Lontano da Manaus ricompone il mosaico del mondo lusitano, un azulejo dopo l’altro, con tessere non sempre perfettamente coincidenti, volutamente non collimanti per consentire interstizi, crepe, abissi di oblio, spazi vuoti dove pensare, immaginare, inventare. Si parte dalla città di Porto in un giorno di pioggia del maggio 2004, con il rinvenimento del cadavere di un uomo legato misteriosamente al Brasile e all’Angola, territori che verranno attraversati nel corso del romanzo: la bianca Copacabana di Rio de Janeiro e la sua riproduzione povera desiderata nella speculare falcata di Luanda (l’Angola come un Brasile africano nei sogni dei portoghesi del XX secolo), le strade caotiche di São Paulo e la torbida e soffocante Manaus amazzonica. Nel mosaico riemergono perfino i portoghesi del Nordafrica: “portoghesi di Tangeri, portoghesi del Marocco, portoghesi della fine del mondo, che sembra sia un posto inventato per i portoghesi” (notare l’elegante ironia del chiasmo).

Oltre ai luoghi e ai registri linguistici – le varianti del portoghese, in particolare quella brasiliana: “una lingua più sonora, piena di vocali aperte e di allegrie sconosciute” (Tradurre Lontano da Manaus, nota finale della traduttrice Roberta Fregonese) – anche i personaggi portano con sé un pezzo di Lusitania: José Corsário das Neves (mulatto capoverdiano) e la sua ragazza (angolana del Benguela), Daniela e Helena (brasiliane), Álvaro Severiano Furtado (portoghese combattente in Angola, poi brasiliano d’adozione), Isaltino de Jesus (un qualunque uomo portoghese, l’uomo che riesce ad entrare in tutti gli archivi, l’uomo del “sono d’accordo con lei, capo”) e soprattutto lui, il capo, l’ispettore Jaime da Fonseca Ramos, nato in un paese tra le montagne dove pascolano le vacche e dove la terra quando piove diventa fango, Jaime Ramos ispettore della Polizia Giudiziaria di Porto, cinquant’anni, quindici anni ancora alla pensione, già impiegato di banca, già sottotenente in Guinea durante le guerre coloniali, uno zio svanito in Brasile nel sogno tropicarioca, Jaime che non porta la cravatta e fuma sigari consumati tra le dita, ha una fidanzata, Rosa, di dodici anni più giovane, che fa la professoressa e abita nell’appartamento sopra il suo, Jaime da Fonseca Ramos, probabilmente Cancro (il mio compleanno è il mese prossimo, dice Ramos quando il calendario del romanzo segna la fine di maggio o i primi di giugno), il che spiegherebbe il suo essere biografo meticoloso (valenze da Vergine?), biografo maledetto (Saturno pesante?), biografo di persone senza storia per biografie che nessuno gli ha chiesto, e perciò fondamentalmente disincantato e malinconico, capace ogni volta di commuoversi al ricordo di quel giocatore del Porto, Fernando Pascoal das Neves detto Pavão, che morì con le braccia aperte in mezzo al campo al 13° minuto della 13a giornata di campionato nel dicembre 1973, tifoso appassionato, come si è capito, della squadra del Porto, e in particolare di alcune squadre epocali, con alcuni nomi noti anche alla storia del campionato italiano (Juary e Rui Barros), e in particolare di Teofilo Cubillas, il peruviano calcisticamente longevo che giocò nei mondiali ’70, ’78 e ’82 (si contano sulle dita delle mani i calciatori che hanno giocato 4 mondiali o che avevano le carte in regola per giocare ben 4 mondiali di fila, qualificazioni permettendo), Teofilo che lo guarda da un poster consumato dal tempo e dai traslochi, appiccicato alla parete dell’ufficio.

La trama? Be’, è costume e buona creanza non rivelare la trama di un giallo, benchè questo non sia propriamente un giallo classico, ed io, palombaro nell’oceano lusitano, ho tentato di riportare alla luce l’altra trama, quella fatta di atmosfere, di melodie, di nostalgie, la pioggia nordica che lacrima su Porto e la luce atlantica di Lisbona, l’azzurro del mare azzorriano e la tinta terra d’Africa, giallo/Guinea e rosso/Angola, gli inverni paulistani e gaúchos e la Rio tropicante, le spine del sertão e il sudore equatoriale, fado/bossa/morna, sparpagliamento di odori/rumori/colori, tattilismo immaginativo per sfiorare frammenti di un mondo dove mutarono Stati, governi, bandiere, storia e destini, dove anche oggi la vita è troppo spesso triste, magra e crudele, ma dove in fondo al cuore c’è sempre il sale di una nostalgia sofferta da un uomo che guarda il mare, seduto su una striscia di terra troppo stretta per arginare tutti i suoi sogni.

                                                                                                          Mauro Del Bianco

Virginia e Leonard Woolf, un amore d’altri tempi.

Virginia Woolf – Quentin Bell Garzanti 1994

Mi ricapita tra le mani la bellissima biografia di Virginia Woolf scritta da Quentin Bell. Uno dei capitoli più interessanti è quello che riguarda il rapporto tra la grande scrittrice e il compagno della sua vita Leonard Woolf. Come andarono le cose?

Nel gennaio del 1912 Leonard Woolf si accorge di essere innamorato di Virginia Stephen, che frequenta da alcuni mesi.

Le telegrafa ( con risposta pagata) preannunciandole il suo arrivo.

I due si incontrano, lui le chiede di sposarla.

Virginia non ha una risposta pronta, chiede tempo per conoscerlo meglio.

Leonard nei giorni successivi le scrive più di una lettera.

In una di queste scrive:

Non credo di essere così egoista da non riuscire a vedere la cosa anche dal tuo punto di vista. In quanto al mio, ora sono sicuro che, a parte il fatto di essere innamorato..varrebbe la pena di correre qualsiasi rischio per sposare te.”

Più sotto aggunge:

“Dio, se lo vedo, il rischio di sposare uno come me. Sono egoista, sensuale, bugiardo, crudele, e probabilmente peggio ancora.

Ho continuato a pensare che non mi sarei sposato perchè pensavo che non sarei riuscito a dominare questi istinti con una donna a me inferiore, e che sarei stato sempre più esasperato dalla sua inferiorità e sottomissione.

E’ perchè tu non lo sei che il rischio è infinitamente minore.

Può darsi che tu sia vanitosa, egoista, insincera, come tu dici, ma questo non è niente in confronto con le tue alte qualità, grandezza intelligenza spirito bellezza franchezza.

Dopo tutto ci piace stare insieme, ci piaccione le stesse cose e le stesse persone, siamo tutti e due intelligenti e soprattutto sono le cose reali che noi comprendiamo e che sono importanti per noi”.

Poco tempo dopo i due si sposano e restano insieme fino al 28 marzo del 1941.

Quel giorno Virginia si riempe le tasche di sassi e si annega nel fiume Ouse non lontano da casa, lasciando una toccante nota al marito:

“Carissimo. Sono certa che sto impazzendo di nuovo. Sono certa che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. Comincio a sentire voci e non riesco a concentrarmi. Quindi, faccio quella che mi sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la più grande felicità possibile. Sei stato in ogni senso tutto quello che un uomo poteva essere. So che ti sto rovinando la vita. So che senza di me potresti lavorare e lo farai, lo so… Vedi non riesco neanche a scrivere degnamente queste righe… Voglio dirti che devo a te tutta la felicità della mia vita. Sei stato infinitamente paziente con me. E incredibilmente buono. Tutto mi ha abbandonata tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinare la tua vita. Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati noi”

La lettura di queste poche righe, con le quali la Woolf riconosce che Leonard è stato un buon marito, mi ha fatto pensare alla proprietaria di una piccola libreria romana ( non se se ci sia ancora, ricordo che era a due passi dal Pantheon) che una sera una quindicina d’anni fa, vedendomi sfogliare un libro di Virginia Woolf, mi disse ( chissà poi da cosa ricavava quel giudizio) :

“Grandissima scrittrice. Ma quante gliene ha fatte passare il marito?”

Filippo Cusumano