Rai

Applausi e sputi- Le due vite di Enzo Tortora

Sperling & Kupfer, 2008

Biografia singolare quella scritta da Vittorio Pezzuto su Enzo Tortora.

Singolare perchè è stata singolare , senza che lui lo volesse o prevedesse in alcun modo, la vita di Enzo Tortora.

Giovane di bell’aspetto, colto, dotato di un eloquio brillante e sciolto, a poco più di trent’anni Enzo Tortora è un divo della televisione.

I guadagni non sono certo quelli di adesso, ma l’attenzione nei confronti di chi lavora in tv, in quegli anni è enorme. Tutti guardano una sola tv e di quella tv un solo canale.

Sono gli anni di Mike Bongiorno, Angelo Lombardi, padre Mariano, del maestro Alberto Manzi ( quello di “Non è mai troppo tardi”) e , appunto, di Enzo Tortora.

Il quale non solo si impadronisce in fretta del linguaggio televisivo, ma ne diventa, rapidamente e genialmente, il principale innovatore ed eversore.

Trova un nuovo modo di affrontare e raccontare lo sport conducendo per anni una “Domenica Sportiva”, che abbandona con lui la veste di arido e frenetico bollettino di dati, classifiche e risultati per diventare un divertito e garbato caleidoscopio che mescola attualità, spettacolo, immagini degli avvenimenti e dichiarazioni in diretta dei protagonisti.

Ma non è un uomo accomodante, Enzo Tortora.

Quando è all’apice del successo, gli capita di definire la Rai “un baraccone”.

In poche ore ” viene fatto fuori” e si ritrova, a quarant’anni, a reinventarsi come giornalista.

Cosa che fa con grandissimo divertimento, accettando di fare il praticante alla Nazione, di cui diventa successivamente una delle firme di punta.

Affronterà, tra gli altri, il tema della carcerazione per traffico di droga a Walter Chiari e a Lelio Luttazzi, unendosi al coro di quanti in quei giorni affrontano la vicenda con tono pregiudizialmente colpevolista.

“Al centro della vicenda Chiari- Luttazzi c’era un enorme quantitativo di cocaina. Noi ci auguriamo che i due ne escano puliti, di vero cuore. Ma, se per fare pulizia occorresse spazzare loro ed altri prestigiosi nomi, coraggio, subito”

Qualche tempo dopo, quando Luttazzi viene completamente scagionato ( restando a carico di Walter Chiari solo l’accusa di consumo personale di sostanze stupefacenti) Tortora si imbatte nel libro Operazione Montecristo, cronaca dei 27 giorni trascorsi ingiustamente in carcere dal musicista presentatore.

Di getto, scrive un articolo che pretende sia intitolato “Devo molte scuse a Lelio Luttazzi” che si chiude con queste parole:

Ora Luttazzi è uscito e nella scomoda cella del rimorso c’è entrato chi scrive: fin dalla prima pagina del suo libro.”

Ritornato in Rai dopo alcuni anni, Tortora lancia Portobello, il suo programma più geniale, che avrà punte d’ascolto incredibili perfino per l’epoca del monopolio ( medie di 23 milioni di ascoltatori per ogni puntata) e che sarà la fonte di moltissimi altri programmi televisivi delle epoche seguenti fino ad arrivare ad oggi.

Tortora diventa l’uomo più ricercato della tv.

E’ antipatico a molti intellettuali, che mettono continuamente in risalto il contrasto tra la cultura e la raffinatezza dell’uomo e la natura nazionalpopolare dei suoi programmi. Milioni di italiani seguono la trasmissione, i critici televisivi e i guru dell’intellighenzia la bollano come la tv delle lacrime e dei buoni sentimenti.

Il presentatore tira dritto per la sua strada, non ha dubbi: “Non aspiro all’aristocrazia dell’ascolto, ma alla gente semplice, a quella che incontri tutti i giorni sul tram quando vai al lavoro”.

Ed è proprio quella gente semplice, incantata dal suo linguaggio levigato e dalle sue maniere garbate, che un giorno di 25 anni fa subisce il più incredibile degli shock quando vede irrompere nei teleschermi il suo presentatore preferito ammanettato come un delinquente e con gli occhi persi nel vuoto.

E’ accaduto l’incredibile: Tortora è accusato di essere uno dei personaggi cardine della Nuova Camorra Organizzata.

Una serie di pentiti, che via via cresce nel tempo, lo accusa di essere uno dei principali collaboratori di Cutolo.

Tortora diventa agli occhi di tutti una specie di Dottor Jeckil- Mister Hide, grazie allo zelo e alla voluttà con la quale gran parte della stampa si butta sulla vicenda, accreditando senza controllarle, le voci più disparate: si parla di assurdi riti di iniziazione, di enormi partite di cocaina a lui affidate per lo spaccio, perfino di speculazioni sui soldi raccolti per i terremotati.

Il resto della vicenda è noto.

Tortora riesce a dimostrare in modo inequivocabile la sua innocenza, anzi, come dice lui stesso , la sua totale estraneità ai fatti.

Ma non si limita a perorare la sua causa, diviene anche, grazie all’appoggio di Marco Pannella e del partito radicale, il formidabile testimonial di una grande battaglia di civiltà, quella sulla responsabilità dei giudici.

Il libro di Pezzuto è interessante non solo per l’eccezionalità delle vicende che racconta, ma anche per la ricchezza delle citazioni dai principali mass media dell’epoca.

All’inizio della vicenda pochissimi difesero Tortora. Il leit-moiv di colpevolisti e magistrati dell’accusa era : per quale motivo tanti pentiti, in epoche diverse e, apparentemente, senza la possibilità di concordarlo tra loro avrebbero potuto inventare una storia così assurda se non per il semplice motivo che la stessa era vera?

Gli sviluppi del processo, poi, come sappiamo, dimostrarono la superficialità con la quale era stata condotta l’inchiesta, con decine di persone finite in carcere e lasciate lì per mesi, con la sola colpa di essere omonimi di camorristi, e la mancanza assoluta di riscontri oggettivi che confermassero le dichiarazioni dei pentiti : non una foto di Tortora con i suoi presunti complici ( fu sufficiente che un pentito dichiarasse di averla vista senza essere per altro in grado di esibirla), non le tracce di passaggi di denaro, non le testimonianze di incensurati. Niente.

Eppure sul quel niente un uomo era stato distrutto.

Un errore che nessuno dei magistrati coinvolti è stato chiamato a pagare.

Al quale hanno tenuto bordone, aggiungendo superficialità a superficialità, anche molti giornalisti.

Leggere, grazie a questo libro, e con il senno di poi, gli articoli rozzamente e sbrigativamente colpevolisti di alcune grandi firme di allora e di oggi, fa una certa impressione.

Anche perchè pochi di loro, una volta sbattuti di fronte alla inconsistenza del castello accusatorio, hanno avuto il coraggio di fare quello che fece Tortora all’epoca del caso Luttazzi: riconoscere il proprio errore e chiedere scusa.

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L’ingegnere in blu

“Immancabilmente in abito completo blu ben stirato, camicia bianca e cravatte deplorevoli acquistate ( forse da lui solo) in un sonnolento magazzino giù per via della Mercede, e un fazzolettino candido ad angolo retto nel taschino. Scarpe ovviamente nere e lucidatissime”

Così ci viene descritto Carlo Emilio Gadda nel bellissimo libro che Alberto Arbasino gli ha dedicato, “L’ingegnere in blu”

Sono gli anni ‘50, Roma è ancora la città più bella del mondo e Gadda ha finalmente trovato lì il suo habitat naturale.

Assunto dalla Rai per i servizi di cultura del Terzo programma radiofonico, entra in contatto con tutti i personaggi dell’ambiente letterario della capitale.

Non ha ancora pubblicato Quer Pasticciaccio brutto de via Merulana, il libro formidabile con il quale, lui così compassato e timido, irromperà nella letteratura della seconda metà del Novecento diventandone assoluto protagonista.

Nei circoli letterari gli preferiscono Moravia, Landolfi, Brancati, Commisso e Soldati. Il Corriere della Sera non pubblica i suoi elzeviri.

Consapevole del suo valore, Gadda non può che dispiacersi di questa evidente sottovalutazione del suo talento.

Ma all’improvviso, senza che egli abbia in alcun modo cercato o fors’anche pensato di “autopromuoversi” ( come si direbbe oggi e certo non si usava dire allora) un gruppo di giovani letterati prende a considerarlo come un maestro.

Così scrive Arbasino:

“Carlo Emilio Gadda aveva più di sessant’anni, scriveva da più di trenta, e non aveva ancora pubblicato in volume il Pasticciaccio[…] quando i ventenni degli anni Cinquanta scoprirono la sua posizione ‘centrale’ nella nostra letteratura contemporanea.

E sull’entusiasmo per la stupenda Adalgisa, per le mirabili Novelle del Ducato in fiamme, lo dichiararono massimo autore italiano del mezzo secolo, con immenso dispetto di tutti gli altri”.

Gadda non lo dà a vedere, ma è felice di questa considerazione.

Per moltissimi anni è stato considerato semplicemente un outsider, un eccentrico arrivato tardi alla letteratura.

A questa fama di dilettante ha contribuito non tanto la sporadicità delle sue pubblicazioni, quanto il suo titolo di ingegnere : laurea presa non per vocazione , ma per necessità di sostentamento della famiglia d’origine (media borghesia travolta dalla crisi economica del primo dopoguerra) ed esercitata solo per pochi anni.

Arbasino commenta: “Come se il caso Svevo non insegnasse mai nulla”.

E in effetti è singolare, ma i due narratori più dotati del nostro Novecento, Svevo e Gadda, sono due outsider: il primo fa l’industriale ( e ancora oggi se entrate da un feramenta trovate le vernici “Veneziani” prodotte dalla fabbrica del suocero di cui Svevo era uno dei dirigenti) il secondo è ingegnere.

Il libro di Arbasino ci porta in un mondo favoloso che non esiste più, anche se resistono i suoi templi: il mondo dei circoli letterari romani degli anni Cinquanta, quello che gravitava intorno al Caffè Rosati e al ristorante il Bolognese di Piazza del Popolo, che frequentava i tè domenicali di Emilio Cecchi e di sua moglie Leonetta Pieraccini, che si attavolava in Trastevere nelle sere d’estate.

Un mondo di cui fanno parte una serie di personaggi mitici come Alberto Moravia, Elsa Morante ( che l’ingegnere chiama ‘ Elsina’), Attilio Bertolucci, Guttuso, Piovene, Bassani ( “il primo paltò di cammello della letteratura del dopoguerra”) Pasolini ( “che doveva scappare prima del dolce perchè sennò i ragazzini non lo aspettavano”), Parise.

Un mondo in cui ai letterati famosi si affiancano presto i cinematografari (Antognoni, Fellini, Visconti) ed uno dei principi della scrittura cinematografica, quell’Ennio Flaiano implacabile nell’appioppare soprannomi a destra e a manca: l’ Incantatore di Sergenti, Pancia Competente, l’Antico Tastamento, il Dandy Cariato, il Latrin Lover, il Giardino dei Finti- Pompini.

Ma più che nella rievocazione dei piccoli aneddoti e delle folgoranti battute, il libro è godibile nel riferire i giudizi precisi e a volte taglienti di Gadda sui colleghi, soprattutto sui grandi della letteratura italiana.

Tra i più ammirati dall’Ingegnere Don Lisander ( come era solito chiamare Alessandro Manzoni), ma quello de “I promessi sposi”, non quello enfatico del 5 maggio o degli Inni sacri.

“Se un Dio estetico mi domandasse in quale personaggio de I promesssi sposi vorrei identificarmi, risponderei subito: Don Abbondio!… per la sua povertà disarmata, la sua paura fisica, la sua ragione stessa d’aver paura, per la confessione che fa a se stesso della sua reale condizione umana. E’ quello che vede più chiara la sua posizione…vera mancanza di spirito esibitivo, narcisistico, gratuito, il più vicino alla mia mancanza di teatralità, di messa in scena”.

Ugo Foscolo?Uno dei personaggi meno accattivanti della Letteratura Italiana” Gadda si diverte a chiamarlo il Basetta, a dargi dello scimpanzè, del roditore, gli attribuisce scaltrezza, teatralità, opportunismo, ne deride l’enfasi, ne bolla gli errori marchiani, lo definisce, insieme con il Carducci, “il più grande strafalcionista del lirismo italiano ottocentesco”

Giovanni Pascoli? Apprezzabile dal punto di vista estetico il suo sforzo per rinnovare il linguaggio della poesia, encomiabile, sul piano etico il suo avvicinarsi alle sofferenze degli umili. Ma quanto infantilismo c’è in questo vecchio signore che passa la vita tra cupi giochi bambineschi con le ormai avvizzite sorelle, tra ridicoli vezzeggiativi e assurde gelosie! Quanta infantile scioccaggine nel suo tentativo di tradurre in poetiche onomatopee il verso degli uccelli!

D’Annunzio? Esibizionista, narciso, retorico e falso quando evoca il suo Abruzzo. Dubbi anche sul suo profilo eroico. Scherno sulla sua fama di iettatore ” I soldati non lo nominavano mai nelle loro canzoni e al sentirlo nominare si toccavano le stellette. Del resto amava circondarsi di decori funebri, di sarcofaghi, di lampade votive…”

Un libro imperdibile.

Filippo Cusumano