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Cuori Neri: un bel libro sulle vittime di destra degli anni di piombo.

Cosa sono stati gli anni di piombo per quelli che li hanno vissuti in maniera cosciente e informata, cioè essendo desiderosi di apprendere i fatti e di comprenderne le ragioni?

Sono stato un periodo convulso, pieno di avvenimenti inquietanti, del quale ricordiamo benissimo il clima: le discussioni ideologiche sempre vicine a sfociare, in determinati ambienti, nello scontro fisico, le polemiche roventi sui giornali, lo stato d’allerta e i dispiegamenti massicci delle forze dell’ordine.

Quelli come me che sono nati all’inizio degli anni ’50 hanno poi una memoria molto particolare di quel periodo, che è stato lo sfondo temporale della loro formazione culturale e politica.

C’era una grande volontà di capire in quegli anni. E capire era difficile, perchè, soprattutto nella fase iniziale della nascita e dell’affermarsi dei primi movimenti terroristici, di ogni avvenimento esistevano più versioni.

E non era semplicemente una questione di sfumature, tra una versione e l’altra c’erano anni luce di distanza.

Il bel libro inchiesta di Luca Telese “Cuori neri” ( Sperling & Kupfer) ci dà un’idea abbastanza precisa di questa distanza.

Telese ha scelto uno dei tanti capitoli delle cronache di quegli anni, concentrando la sua attenzione su 21 persone di destra, o considerate tali, uccise in quegli anni.

Mitizzati come martiri dai loro camerati, demonizzati dai loro avversari politici, dimenticati o ricordati in maniera confusa e distratta da tutti gli altri.

I fratelli Mattei , bruciati vivi nel rogo di Primavalle, i militanti missini Mazzola e Girallucci freddati dalle Br nella sede del partito  di Padova, lo studente  Sergio Ramelli ucciso a sprangate a Milano : sono nomi che ricordiamo bene, vicende che ci hanno colpito , che abbiamo seguito attentamente sui giornali, cercando di capire come si erano svolti i fatti, dove stessero i torti e dove le ragioni.

Telese racconta un solo versante della storia di quegli anni ed alcuni hanno ritenuto che questo fosse un limite del libro.

L’accusa mi sembra ridicola: lo scibile per quanto riguarda quegli anni è talmente vasto da imporre delle scelte.

E la scelta di Telese mi sembra interessante perchè, nel raccontare queste vicende apre uno squarcio su un tema non troppo frequentato per motivi più che comprensibili: quello della sistematica controinformazione della sinistra su molte di queste vicende.

L’abilità di quelle mistificazioni unita al prestigio di cui godevano alcuni dei mistificatori ( alcuni in buona fede, altri in mala fede) ha fatto sì che noi pur attenti lettori per molti anni non avessimo che idee confuse e distorte su quanto era accaduto.

Ma è meglio fare degli esempi.

Il primo riguarda Il rogo di Primavalle. Non si erano ancora raffreddate le ceneri di quel rogo che già circolavano le voci che attribuivano la vicenda ad una faida interna tra opposte fazioni dell’Msi. Achille Lollo, militante di Potere Operaio, che anni dopo confesserà di avere fatto parte del commando omicida, diventa una specie di Dreyfus ( quante volte abbiamo letto sui muri, a caratteri cubitali, la scritta “Lollo libero”?)

Franca Rame scrive addirittura una lettera al presidente della Repubblica Leone che esordisce così: “ E di Achille Lollo cosa mi dice presidente? Ci sono decine di assurdità sulla incriminazione di Lollo e dei suoi compagni”.

Probabile che l’attrice fosse in buona fede. Ma sicuramente in malafede erano i vertici di Potere Operaio che alimentarono e diffusero i dubbi sulla vicenda.

Ecco la squallida confessione che, con accenti di cinismo piuttosto che di vergogna, ci fa, molti anni dopo, Lanfranco Pace, dirigente dell’epoca di Potere Operaio approdato successivamente alla corte di Giuliano Ferrara al Foglio:

“Avremmo potuto consegnarli alla magistratura, chiedere perdono alla famiglia Mattei, all’Msi, a Giorgio Almirante…Avremmo potuto farlo, ma non lo facemmo. Ci sarebbe voluta tanta grandezza. Scegliemmo l’unica strada che potevamo percorrere: dire che erano innocenti, coprire. Non ricordo tanta comprensione, nè tanta solidale vicinananza come quella volta che predicammo il falso”

Altro esempio : l’uccisione dei due militanti missini Mazzola e Girallucci nella sede del partito di Via Zabarella a Padova. L’omicido viene immediatamente rivendicato dalle Brigate Rosse. Ma l’intellighenzia di sinistra non se ne dà per inteso. Ecco cosa dice, sicuramente in buona fede, ma anche con sorprendente e ostinata cecità, un opinion maker del calibro di Giorgio Bocca:

” A me queste Brigate Rosse fanno un curioso effetto, di favola per bambini scemi o insonnoliti.”

Sempre nello stesso articolo, intitolato “L’eterna favola delle Brigate Rosse” Bocca fa dell’ironia sulle bandiere rosse con la stella a cinque punte trovate nei covi dei terroristi:

Sarebbe come se Longo, Parri, e gli altri capi della resistenza, appena insediati in un alloggio clandestino, lo avessero decorato con falci e martelli o di simboli di Giustizia e Libertà. E, dovendolo abbandonare, lo avessero lasciato tale e quale, fino al giorno in cui le SS, passando casualmente di lì, lo avessero trovato…Nessun militante di sinistra si comporterebbe per libera scelta in modo da rovesciare tanto ridicolo sulla sinistra”.

Concludo con un ricordo personale, riaffiorato alla mia memoria proprio dalla lettura dell’articolo di Bocca citato da Telese.

In quegli anni a Padova mi capitava di andare a vedere ogni tanto, quando passava per la città con i suoi spettacoli, Dario Fo.

Anche lui, mi ricordo, fece dell’ironia su quei ricami con la stella a cinque punte trovati nelle bandiere rosse requisite nei covi.

” E’ incredibile -disse-  la delicatezza delle abitudini di questi signori: tra una sparatoria e l’altra agucchiano che è un piacere”

Filippo Cusumano

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Applausi e sputi- Le due vite di Enzo Tortora

Sperling & Kupfer, 2008

Biografia singolare quella scritta da Vittorio Pezzuto su Enzo Tortora.

Singolare perchè è stata singolare , senza che lui lo volesse o prevedesse in alcun modo, la vita di Enzo Tortora.

Giovane di bell’aspetto, colto, dotato di un eloquio brillante e sciolto, a poco più di trent’anni Enzo Tortora è un divo della televisione.

I guadagni non sono certo quelli di adesso, ma l’attenzione nei confronti di chi lavora in tv, in quegli anni è enorme. Tutti guardano una sola tv e di quella tv un solo canale.

Sono gli anni di Mike Bongiorno, Angelo Lombardi, padre Mariano, del maestro Alberto Manzi ( quello di “Non è mai troppo tardi”) e , appunto, di Enzo Tortora.

Il quale non solo si impadronisce in fretta del linguaggio televisivo, ma ne diventa, rapidamente e genialmente, il principale innovatore ed eversore.

Trova un nuovo modo di affrontare e raccontare lo sport conducendo per anni una “Domenica Sportiva”, che abbandona con lui la veste di arido e frenetico bollettino di dati, classifiche e risultati per diventare un divertito e garbato caleidoscopio che mescola attualità, spettacolo, immagini degli avvenimenti e dichiarazioni in diretta dei protagonisti.

Ma non è un uomo accomodante, Enzo Tortora.

Quando è all’apice del successo, gli capita di definire la Rai “un baraccone”.

In poche ore ” viene fatto fuori” e si ritrova, a quarant’anni, a reinventarsi come giornalista.

Cosa che fa con grandissimo divertimento, accettando di fare il praticante alla Nazione, di cui diventa successivamente una delle firme di punta.

Affronterà, tra gli altri, il tema della carcerazione per traffico di droga a Walter Chiari e a Lelio Luttazzi, unendosi al coro di quanti in quei giorni affrontano la vicenda con tono pregiudizialmente colpevolista.

“Al centro della vicenda Chiari- Luttazzi c’era un enorme quantitativo di cocaina. Noi ci auguriamo che i due ne escano puliti, di vero cuore. Ma, se per fare pulizia occorresse spazzare loro ed altri prestigiosi nomi, coraggio, subito”

Qualche tempo dopo, quando Luttazzi viene completamente scagionato ( restando a carico di Walter Chiari solo l’accusa di consumo personale di sostanze stupefacenti) Tortora si imbatte nel libro Operazione Montecristo, cronaca dei 27 giorni trascorsi ingiustamente in carcere dal musicista presentatore.

Di getto, scrive un articolo che pretende sia intitolato “Devo molte scuse a Lelio Luttazzi” che si chiude con queste parole:

Ora Luttazzi è uscito e nella scomoda cella del rimorso c’è entrato chi scrive: fin dalla prima pagina del suo libro.”

Ritornato in Rai dopo alcuni anni, Tortora lancia Portobello, il suo programma più geniale, che avrà punte d’ascolto incredibili perfino per l’epoca del monopolio ( medie di 23 milioni di ascoltatori per ogni puntata) e che sarà la fonte di moltissimi altri programmi televisivi delle epoche seguenti fino ad arrivare ad oggi.

Tortora diventa l’uomo più ricercato della tv.

E’ antipatico a molti intellettuali, che mettono continuamente in risalto il contrasto tra la cultura e la raffinatezza dell’uomo e la natura nazionalpopolare dei suoi programmi. Milioni di italiani seguono la trasmissione, i critici televisivi e i guru dell’intellighenzia la bollano come la tv delle lacrime e dei buoni sentimenti.

Il presentatore tira dritto per la sua strada, non ha dubbi: “Non aspiro all’aristocrazia dell’ascolto, ma alla gente semplice, a quella che incontri tutti i giorni sul tram quando vai al lavoro”.

Ed è proprio quella gente semplice, incantata dal suo linguaggio levigato e dalle sue maniere garbate, che un giorno di 25 anni fa subisce il più incredibile degli shock quando vede irrompere nei teleschermi il suo presentatore preferito ammanettato come un delinquente e con gli occhi persi nel vuoto.

E’ accaduto l’incredibile: Tortora è accusato di essere uno dei personaggi cardine della Nuova Camorra Organizzata.

Una serie di pentiti, che via via cresce nel tempo, lo accusa di essere uno dei principali collaboratori di Cutolo.

Tortora diventa agli occhi di tutti una specie di Dottor Jeckil- Mister Hide, grazie allo zelo e alla voluttà con la quale gran parte della stampa si butta sulla vicenda, accreditando senza controllarle, le voci più disparate: si parla di assurdi riti di iniziazione, di enormi partite di cocaina a lui affidate per lo spaccio, perfino di speculazioni sui soldi raccolti per i terremotati.

Il resto della vicenda è noto.

Tortora riesce a dimostrare in modo inequivocabile la sua innocenza, anzi, come dice lui stesso , la sua totale estraneità ai fatti.

Ma non si limita a perorare la sua causa, diviene anche, grazie all’appoggio di Marco Pannella e del partito radicale, il formidabile testimonial di una grande battaglia di civiltà, quella sulla responsabilità dei giudici.

Il libro di Pezzuto è interessante non solo per l’eccezionalità delle vicende che racconta, ma anche per la ricchezza delle citazioni dai principali mass media dell’epoca.

All’inizio della vicenda pochissimi difesero Tortora. Il leit-moiv di colpevolisti e magistrati dell’accusa era : per quale motivo tanti pentiti, in epoche diverse e, apparentemente, senza la possibilità di concordarlo tra loro avrebbero potuto inventare una storia così assurda se non per il semplice motivo che la stessa era vera?

Gli sviluppi del processo, poi, come sappiamo, dimostrarono la superficialità con la quale era stata condotta l’inchiesta, con decine di persone finite in carcere e lasciate lì per mesi, con la sola colpa di essere omonimi di camorristi, e la mancanza assoluta di riscontri oggettivi che confermassero le dichiarazioni dei pentiti : non una foto di Tortora con i suoi presunti complici ( fu sufficiente che un pentito dichiarasse di averla vista senza essere per altro in grado di esibirla), non le tracce di passaggi di denaro, non le testimonianze di incensurati. Niente.

Eppure sul quel niente un uomo era stato distrutto.

Un errore che nessuno dei magistrati coinvolti è stato chiamato a pagare.

Al quale hanno tenuto bordone, aggiungendo superficialità a superficialità, anche molti giornalisti.

Leggere, grazie a questo libro, e con il senno di poi, gli articoli rozzamente e sbrigativamente colpevolisti di alcune grandi firme di allora e di oggi, fa una certa impressione.

Anche perchè pochi di loro, una volta sbattuti di fronte alla inconsistenza del castello accusatorio, hanno avuto il coraggio di fare quello che fece Tortora all’epoca del caso Luttazzi: riconoscere il proprio errore e chiedere scusa.