lettere d’amore di pessoa ad Ophelia queiroz

“Se la stessa vita, che è tutto, passa, perché non dovrebbe passare l’amore?!”

Un amore a Lisbona- terza e ultima parte.
5 La rottura

“Fernando, sono già quattro giorni che non si fa vivo e neppure si degna di scrivermi. Sempre lo stesso modo di comportarsi. (…) Dato che Fernando non ha motivo di chiudere, si comporta così. Bene, in questo modo non sono disposta a continuare. Non sono il suo ideale, lo comprendo chiaramente, ciò di cui unicamente mi lamento è che il Signore lo abbia capito solo quasi dopo un anno.”(…)

Inizia così la lettera con cui Ophelia cerca di mettere alle strette Pessoa.

Dopo un silenzio durato alcuni giorni, il poeta risponde :

“Ophelinha, la ringrazio per la lettera. Essa mi ha portato dolore e sollievo allo stesso tempo. Dolore perché queste cose addolorano sempre; sollievo perché, in verità, l’unica soluzione è questa: non prolungare oltre una situazione che ormai non trova più una giustificazione nell’amore,né da una parte né dall’altra.”

Proprio come suggerisce l’intera produzione poetica e letteraria, Pessoa ha spesso difficoltà ad affrontare le situazioni della vita in maniera coraggiosa: tutte le cose terrene, compresi i sentimenti, sono qualcosa di superfluo, non sufficientemente importanti; e tuttavia, allo stesso tempo, troppo complicate da gestire.

Per Pessoa la vita vera è la letteratura:

” Tutta la letteratura consiste nello sforzo di rendere reale la vita. Come tutti sanno, anche quando agiscono senza saperlo, la vita è assolutamente irreale. Le impressioni sono tutte intrasmissibili se non le rendiamo letterarie.” .

Vivere di letteratura e di sogno, allontanandosi dalla vita e dalla realtà: questo è il suo credo:

”Vivere questa vita lontano dalle emozioni e dai pensieri; viverla solo nel pensiero delle emozioni e nell’emozione dei pensieri. Mantenere, nell’ombra, quella nobile fierezza dell’individualità che consiste nel non insistere per nulla con la vita.”

Per il poeta che dedica l’intera esistenza all’evasione nella dimensione onirica e fittizia della sua letteratura, anche porre fine all’unico rapporto amoroso della sua vita rappresenta un impegno troppo difficile da realizzare.

Per questo, proprio come per l’ufficializzazione del fidanzamento, affida prima al silenzio, poi a una lettera, il compito di formalizzare la fine dell’amore.

Per la prima volta, in quest’ultima lettera datata 29 novembre 1920, Pessoa si libera, dà voce alla sua anima, e lo fa attraverso la letteratura, deponendo finalmente la maschera.

Se le epistole scambiate fino ad allora portavano ben poche tracce della sua grandezza artistica, se fino ad ora il linguaggio familiare, talvolta puerile, lo ha reso simile ad un Uomo comune e mortale, ora per la prima volta Pessoa è davvero se stesso, è Poeta immortale.

Ill registro cambia e trapela la cifra stilistica dell’uomo di grande cultura e profondità fino ad allora rimasto in disparte.

“Il Tempo, che invecchia i volti e i capelli, invecchia anche, ma ancor più rapidamente, gli affetti violenti.

La maggior parte della gente, per la sua stupidità, riesce a non accorgersene, e crede di continuare ad amare perché ha contratto l’abitudine di sentire se stessa che ama .

Le creature superiori, tuttavia, sono private della possibilità di codesta illusione, perché non possono credere che l’amore sia duraturo, né quando sentono che esso è finito, si sbagliano interpretando come amore la stima, o la gratitudine, che esso ha lasciato.

Se la stessa vita, che è tutto, passa, perché non dovrebbero passare l’amore, il dolore e tutte le altre cose che sono parti della vita?.”

Per Pessoa l’amore per Ophelia è dunque una passione violenta, mascherata dalle apparenze di un fidanzamento convenzionale, ma anche passione effimera, incapace di dare felicità duratura.

Così descrive se stesso ne Il libro dell’Inquietudine:

(…) ”Ed io sono così, futile e sensibile, capace di impulsi violenti e coinvolgenti; buoni e cattivi; nobili e vili; ma mai di un sentimento che perduri, mai di una emozione che continui e penetri nella sostanza dell’anima. (…) Tutto mi interessa e nulla mi prende.” (…)

Pessoa parla a Ophelia, ma finalmente parla soprattutto per se stesso.

Pessoa, fino ad ora manifestatosi come persona mite, umile e modesta, improvvisamente si eleva a “creatura superiore”, capace di non illudersi e squarciare il famoso velo di Maya, di vedere al dilà delle cose, prima della “maggior parte della gente”.

L’amore finisce, come tutte le cose; la sua produzione poetica invece, si tramanderà, lo renderà immortale, ed è per questo che vale la pena investire su di essa. “È meglio scrivere piuttosto che osare vivere” ammetterà ne Il libro dell’Inquietudine.

Nella lettera di rottura, cui cerca di dare toni pacati e affettuosi, il poeta fa riferimento all’inutilità dell’amore:

”La prego, siamo l’uno con l’altro come due persone che si conoscono dall’infanzia (…) che conservano sempre, in una piega dell’animo, il ricordo profondo del loro amore antico e inutile.”

1.6 Il riavvicinamento

Nove anni dopo Ophelia torna a credere nelle parole e nell’affetto di Pessoa.

Il riavvicinamento avviene nel 1929 quando il poeta comincia a frequentare il nipote di Ophelia, Carlos Queiroz.

Ophelia vede una foto dell’ex fidanzato regalata a Carlos e ne chiede una copia.

Pessoa risponde alla lettera della donna che lo ringrazia della foto:

“Nel mio esilio, che sono io stesso, la sua lettera è arrivata come un’ allegria familiare”.

Con una frase efficacissima e di grande effetto, il poeta definisceì la situazione di solitudine in cui vive: isolato, a tu per tu con se stesso, come in fondo aveva sempre desiderato.

Senza Ophelia, l’unico amore in carne ed ossa della sua vita e l’unica capace in una certa misura di occupare i suoi pensieri, in quei nove anni il poeta si è completamente ritirato nella sua letteratura.

Troviamo la sua concezione dei rapporti sociali e dell’insofferenza con cui li viveva ancora una volta ne Il libro dell’inquietudine:

“Del resto, mi pesa solo l’idea di essere costretto a stare in contatto con qualcun altro. Un semplice invito a cena con un amico mi provoca un’angoscia difficile da definire.
L’idea di un qualsiasi obbligo sociale – andare a un funerale, trattare insieme a qualcuno una questione di ufficio, andare alla stazione ad attendere una persona qualsiasi, conosciuta o sconosciuta – solo l’idea mi sconvolge i pensieri per un’intera giornata, e a volte comincio a preoccuparmi il giorno prima, e dormo male. Le mie abitudini sono attinenti alla solitudine e non agli uomini”

Riprende così lo scambio epistolare e con esso il namoro.

La donna non lavora più e vive con la sorella, ma Pessoa comincia a frequentare la casa in qualità di amico di Carlos.

Qualcosa è cambiato però, non è più l’uomo di cui Ophelia si era innamorata nove anni prima. Dirà, diversi anni più tardi:

“Fernando era diverso. Non soltanto fisicamente (era abbastanza più grasso), ma principalmente nel modo di essere. Era sempre nervoso, viveva ossessionato dalla sua opera. Spesso mi diceva di avere paura di non potermi fare felice, a causa del tempo che dedicava alla sua opera” .

E in effetti in questa seconda fase Ophelia riceve molte meno attenzioni dal poeta, i due si incontrano molto meno e anche la corrispondenza epistolare è meno fitta e affettuosa.

Pessoa ha negli anni sviluppato una vera e propria ossessione per la sua opera, che è diventato l’unico motivo in grado di dare valore a quella che lui ritiene un’esistenza inutile.

E il poeta non manca di chiarirlo alla donna:

“Sono arrivato a quell’età in cui si ha il pieno dominio delle proprie qualità e l’intelligenza raggiunge la sua massima forza e capacità. È dunque il momento di realizzare la mia opera letteraria(…). Per realizzare quest’opera ho bisogno di tranquillità e di isolamento.”

Pessoa non vuole illudere Ophelia, nè prometterle un matrimonio o un legame solenne e duraturo.

”Tutta la mia vita futura dipende dal fatto che io riesca o meno a fare quanto detto: e in breve tempo. Del resto la mia vita gira attorno alla mia opera letteraria. Tutto il resto della vita ha per me un interesse secondario.”

Il troppo tempo dedicato alla letteratura ha poi acutizzato le preoccupazioni economiche del poeta, poiché il tempo dedicato al lavoro è notevolmente diminuito.

Affannato dal conflitto tra ciò che “deve” fare – la sua opera – e ciò che dovrebbe fare per sopravvivere – lavorare – il poeta ha trovato sollievo nell’alcol.

Se nel 1920 insomma, Ophelia avrebbe potuto sperare nella coronazione del suo sogno d’amore, nove anni più tardi è palese fin da subito che non ci sono speranze.

Smettono presto di vedersi.
Il poeta muore 6 anni dopo, nel 1935, per problemi epatici, a soli 47 anni.

Chiude la sua vita in perfetta solitudine, come aveva desiderato, senza mai rinunciare al conforto della scrittura :

“Pieno di tristezza scrivo nella mia tranquilla stanza, solo come sono sempre stato, solo come sempre sarò. E penso se la mia voce, apparentemente così incolore, non possa incarnare la sostanza di migliaia di voci, la fame di raccontarsi di migliaia di vite, la pazienza di milioni di anime sottomesse come la mia, nel destino quotidiano, al sogno inutile, alla speranza senza memoria” (Il libro dell’inquietitudine”)

FILIPPO CUSUMANO

“Bebè piccino, mi è piaciuta tanto la tua lettera”

Un amore a Lisbona- Seconda parte.

31 maggio 1920
“Bebè piccino del Nininho-ninho,
Oh!
Ti scrivo questa letteina per dire al Bebè piccino che mi è piaciuta tanto la sua letteina.
Oh!
Ed ero tanto triste pecchè non avevo il mio Bebè vicino a dargli tanti cicini.
Oh! Questo Nininho è così piccininino! Oggi questo Nininho qui non viene a Belém pecchè non sa se funzionano i tram e deve essere qui alle sei. Domani, se tutto va bene, il tuo Nininho esce di qui alle cinque e mezzo (cioè alla calza delle cinque e mezzo) .
Domani il mio Bebè appetta il suo Nininho, sì? A Belém, sì, sì?
Cicini, cicini e cicini
Fernando”

Sembra quasi impossibile credere che questa lettera sia stata scritta dallo stesso autore dell’indimenticabile Il libro dell’inquietudine.

Eppure questa lettera condensa tutte le caratteristiche principali del linguaggio e dello stile con cui il poeta si rivolge all’amata.

Un linguaggio puerile che segna una sorta di regressione all’infanzia, un modo di esprimere tenerezza e sentimento in maniera evidentemente troppo banale per poter appartenere al Fernando Pessoa scrittore.

E infatti la funzione delle lettere è quella di ancorare a terra l’uomo plurale perennemente in conflitto con il mondo reale, renderlo persona normale, addirittura mediocre e triviale.

Ancora una volta, come dice Antonio Tabucchi, sembra che “Pessoa abbia delegato a un altro, che era lui stesso, il compito di vivere una storia d’amore e di scrivere lettere d’amore alla signorina Ophela Queiroz” .
Ancora una volta l’autore indossa una maschera, usando buffi vezzeggiativi: per la giovane Ophelia lui è il ‘suo Nininho’ o il ‘suo Ibis’ .

Bebé, Bebecito, Bebé-angelito, Bebé cattivo, birichino, piccolino.

Ninita o Ibis sono invece i nomignoli con cui si rivolge all’amata. Insomma, proprio come fanno tutti i teneri amanti, anche il grande poeta inventa un linguaggio intimo ed esclusivo, che giustificherà molti anni più tardi, nella sua più celebre poesia firmata Alvaro da Campos:

Tutte le lettere d’amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
ridicole.
Scrissi anch’io, ai miei tempi, lettere d’amore,
come le altre,
ridicole.
Le lettere d’amore, se c’è amore,
devono essere
ridicole.
Ma, dopotutto,
solo le persone che non hanno mai scritto
lettere d’amore
sono
ridicole.
(… )
(Tutte le parole stravaganti,
come i sentimenti stravaganti,
sono naturalmente ridicole).

4 – Gli ostacoli al matrimonio

(…) “Se mi dovessi sposare, non potrei sposarmi che con lei. Resta da sapere se il matrimonio o vita coniugale (o come lo si voglia chiamare) sia una forma di vita che possa andare d’accordo con la mia vita interiore. Ne dubito”. (…)

Solo nel 1929 il poeta ammette ciò che per tutto il periodo della relazione con Ophelia ha dimostrato più attraverso i fatti che con le parole.

Fernando Pessoa non ha mai avuto alcuna intenzione di sposarsi perché un impegno simile comporterebbe l’intrusione di un’altra persona nella sua vita; tra lui e la sua opera, tra lui e il suo universo immaginario.

Sposarsi, dedicare la vita in maniera completa e totalizzante a una donna, significherebbe deporre la maschera, diventare una persona comune, adattarsi alle responsabilità sociali proprie di un’esistenza borghese.

In un certo senso, poi, il poeta ha già sposato l’oggetto dei suoi desideri quando ha scoperto la vocazione letteraria.

La letteratura, o meglio, la sua letteratura, è il credo di Pessoa, e con essa lo scrittore ha già stipulato da tempo l’unico vero legame matrimoniale che per lui è possibile.

Ciò non significa che non abbia amato Ophelia, ma non al punto di porla al primo posto. Ophelia è l’amore terreno, e come tutte le cose terrene per Pessoa non è abbastanza, non è completo, non era in grado di appagarlo.

D’altra parte è naturale che la giovane, come ogni persona innamorata, riponga forti aspettative nella sua relazione con il poeta.

Ugualmente naturale che , come tutte le sue coetanee, aspiri ad una vita da moglie e da madre ( non erano questi forse gli unici ruoli significativi che le convenzioni sociali dell’epoca ritenevano veramente importanti e significativi per una donna?).

Tuttavia, proprio perché perdutamente innamorata, non trova la forza di troncare di netto la sua relazione con un uomo che durante tutto il periodo del namoro non manca di rappresentarle gli ostacoli e gli impedimenti di una eventuale vita comune.

Primo ostacolo ad una relazione stabile e duratura è la cagionevole salute del poeta.

Troppo malato, troppo preoccupato per le sue innumerevoli ricadute, Pessoa arriva a descrivere dettagliatamente sintomi e malesseri, riversando tutte le sue ansia sulla premurosa Ophelia:

(…) “Sono due notti che non dormo, poiché l’angina mi procura una costante salivazione, e mi succede stupidamente di dover sputare ogni due minuti , il che non rilascia riposare… Non mi è possibile scrivere di più, a causa della febbre e del mal di testa che ho.” (…)

Pessoa inoltre si dimostra dispiaciuto nel riconoscere quanto la sua malattia possa essere di peso per la giovane :

(…) “Io capisco perfettamente come, godendo di buona salute, tu abbia poca pazienza per quello che possono soffrire gli altri, anche quando codesti “altri” sono, ad esempio, io, che dici di amare”. (…)

A mio parere queste preoccupazioni non sono che un inconscio tentativo di allontanare Ophelia: come avrebbe potuto una giovane, bella e sana ragazza sposare un uomo vecchio e malato come lui? Non meritava forse di meglio?

Secondo impedimento al matrimonio è la situazione economica del poeta. Un impiegato, non ricco, non povero, su cui pesa però il sostentamento della madre e dei fratelli trasferitisi dal Transvaal a Lisbona all’inizio del 1920.

Pessoa affitta un appartamento all’Estrela per vivere con loro, lasciando le sue stanze del quartiere periferico di Benfica.

Il poeta sa che in una situazione simile non avrebbe i mezzi per poter far vivere agiatamente una moglie.

Dopo la chiusura dell’Impresa Felix, Valladas e Freitas, il poeta ha trovato impiego presso un’altra ditta nel Cais do Sodré , e progetta di mettere in piedi una nuova impresa commerciale con scopi più ambiziosi di quella fallita alcuni anni prima .

Ma, come racconta lui stesso in una lettera amareggiata, le cose non procedono, si trascinano, anche a causa del debole sostegno dei futuri soci:

“Vorrebbero che io facessi tutto, che mi occupassi, oltre che di avere le idee e di indicare l’organizzazione della cosa, anche di trovare i capitali per realizzare concretamente il progetto.” (…)

La possibilità di un lavoro ben retribuito d’altra parte non è mai il vero obiettivo del poeta poiché la prospettiva di vincolarsi ad un impiego con un orario fisso comprometterebbe la sua libertà di scrittore.

Per questo rifiuta anche la cattedra di Lingua e letteratura inglese alla facoltà di lettere di Coimbra, più volte offertagli dall’allora direttore Coelho de Carvalho.

A causa di questo atteggiamento indipendente, Pessoa si trova talvolta in difficoltà economiche, e questo stato di cose è uno dei principali impedimenti al matrimonio.

Terzo ostacolo al coronamento ufficiale dell’amore è la famiglia della giovane. Ciò che non piace a Fernando è il suo crescente, anche se lontano, intervento nel fidanzamento:

(…)” Arrivo fino a credere – le scrive il poeta – che l’influenza costante, insistente, abile di queste persone, che non bisticciano con te, non si oppongono in modo evidente, ma ti lavorano lentamente l’animo, riuscirà a far sì che non mi ami. Ti sento già diversa; non sei più la stessa che eri nell’ufficio (…) Guarda, bambina, non vedo affatto chiaro nel futuro. Voglio dire: non vedo cosa accadrà o che sarà di noi, dato il tuo modo di cedere sempre di più all’influenza della tua famiglia e di essere in tutto di un’opinione contraria alla mia. In ufficio eri più dolce, più affettuosa, più amorosa”. (…) .

E ancora:

(…) “Quando mi dici che desideri che io ti sposi, è un peccato che tu non aggiunga che contemporaneamente dovrei sposarmi con tua sorella, tuo cognato, tuo nipote e non so quanti clienti di tua sorella.” (…)

In realtà quello delle famiglia non è una vera intromissione, ma semplicemente la naturale apprensione per la sorte di una figlia appena diciannovenne.

Pessoa infatti non solo è di dodici anni più vecchio, non solo non è un uomo particolarmente facoltoso, ma, come racconta lei stessa in una testimonianza raccolta e trascritta dalla nipote Maria da Graça Queiroz dopo la morte del poeta, non accetta mai presentarsi alla famiglia di lei:

“Il nostro fu un namoro semplice, e in certa misura uguale a quello di tutti, sebbene Fernando non avesse mai voluto presentarsi a casa mia, come sarebbe stato normale per un innamorato. Mi diceva: “Sai, devi capire che è una cosa da persone comuni, e io non sono una persona comune”. Io lo capivo e lo accettavo così com’era. Spesso mi diceva anche: “non dire a nessuno che noi ‘amoreggiamo’. È ridicolo. Noi ci amiamo” .

Pessoa è un solitario, non ha amici cui affidare turbamenti e malumori, non ama il pettegolezzo e preferisce tenere le cose che lo riguardano per sé.

Pessoa non ammette l’intromissione di terzi nella relazione, vorrebbe tenerne segreta persino l’esistenza.

Per questo il poeta non ama usare il telefono per comunicare:

(…)”Non ti ho telefonato (…) perché non dispongo di un telefono dal quale parlare senza farmi sentire da altri, e non mi piace farmi sentire da altri. I tre telefoni dai quali a volte ti chiamo sono: uno nel caffè Arcada , e lì significa praticamente parlare in pubblico; un altro nella cartoleria Vieira, dove le condizioni sono identiche; il terzo in un ufficio che frequento, e qui l’apparecchio è nello stanzone principale, in mezzo agli impiegati.”(…)

Questa riservatezza, quest’ incapacità di accettare la presenza di altri nella loro relazione, deriva dalla sua naturale tensione all’isolamento.

Pessoa ama Ophelia, ma più di ogni altra cosa ama l’idea del suo rapporto con lei. Ama la routine del passeggiare insieme, dello scambiarsi tenere lettere, ama la sua gracilità, la sua freschezza.

Ma non è diponibile ad accettare tutte le logiche sociali e relazionali che un matrimonio comporta.

FILIPPO CUSUMANO

“Chi ama davvero non scrive lettere che sembrano requisitorie avvocatesche”

Un amore a Lisbona- Parte prima.

1- Le vite altrui

Fernando Pessoa vive tra il 1888 e il 1935, e passa la sua vita tra Lisbona e il Sudafrica.
Solo dopo la morte diventa il portavoce della letteratura portoghese del primo Novecento, e viene proclamato emblema di una poetica intrisa di inquietudine, sogno, sublimazione.

E’ anche il poeta simbolo di una città, Lisbona, come Kafka con Praga o Joyce con Dublino.

Personaggio complesso, impenetrabile, portatore di identità plurime e contrastanti, poeta dalla coscienza talmente frammentata da richiedere la creazione di entità distinte, eteronimi dotati di una propria storia, un proprio vissuto, una propria coscienza letteraria.

L’impiegato commerciale Fernando Pessoa è anche e soprattutto il vecchio maestro naturalista Alberto Caeiro, l’ingegnere omosessuale Alvaro de Campos, il medico materialista Ricardo Reis.

E’ anche e soprattutto l’aiuto contabile Bernardo Soares, un semieteronimo, l’alter ego più manifesto la cui biografia si sovrappone quasi perfettamente a quella del suo creatore.

“Mi sento multiplo. Sono come una stanza dagli innumerevoli specchi fantastici che distorcono in riflessi falsi un ‘unica anteriore realtà che non è in nessuno ed è in tutti” , scrive l’eteronimo Soares in uno dei numerosi frammenti tratti dal Libro dell’Inquietudine.

Come a dire che una vita sola non basta, come a cercare di superare l’unicità dell’essere e la finitezza dell’uomo.

Gli eteronimi non sono sdoppiamenti di una personalità, ma frammenti inscindibili della stessa.

La vita di Pessoa è plurale, non solo per l’intensità con cui vivono i suoi eteronimi, ma anche perché il poeta vive nello stesso tempo la vita ideale e immaginifica dello scrittore ortonimo – il creatore degli eteronimi- , e quella abitudinaria e modesta dell’ uomo d’affari, intelligente benché fallimentare per mancanza di mezzi materiali.

Tuttavia, come dice bene Antonio Tabucchi, è un “personaggio che visse una vita da impiegato di concetto come se fosse un impiegato di concetto, trattò se stesso come se fosse un altro, scrisse poesie sue come se fossero altrui” .

Pessoa si ripara dietro sembianze altrui , vive altrui vite – seppur immaginarie- proprio perché incapace di accettare la sua.

E anche, e soprattutto, di questa plurima e controversa natura si nutre il rapporto tra il poeta e l’unica donna della sua vita: Ophelia Quéiroz.

2- Il Namoro

Si conoscono nell’ufficio commerciale dell’impresa Félix dove Pessoa lavora insieme a tre soci.

Fornito di un’ottima padronanza dell’inglese e del francese, il poeta si occupa dei rapporti con gli esteri, mentre l’appena diciannovenne Ophelia è assunta come dattilografa.

Nonostante i dodici anni di differenza, l’intesa tra i due scatta immediatamente.

Intesa che lo schivo e riservato Pessoa si guarda bene dal far trapelare in presenza dei soci, ma che si manifesta non appena i due restano soli attraverso gentilezze e attenzioni continue.

Presto tra i due si innesca un seduttivo gioco di sguardi e fugaci bigliettini lasciati sulla scrivania.

E’ il periodo del cosiddetto “namoro”, delle prime confidenze, di una scoperta affinità, delle schermaglie amorose e delle prime tenerezze, della banalità dei cioccolatini e dei piccoli doni.

Proprio come accade a tutte le persone che si attraggono, si cercano e si desiderano.

Poi un giorno, improvvisamente, lui le dichiara il suo amore, declamando l’atto secondo dell’Amleto:

“Oh diletta Ofelia, io son maldestro nel maneggiare versi: e non posseggo arte alcuna a contare sillabe e accenti dei miei gemiti. Ma che io ti amo più di ogni altra cosa, oh suprema tra tutte le altre cose, fino all’ultimo estremo, credilo!” .

Il fatto che la dichiarazione sia affidata a un personaggio letterario, una sorta di ulteriore alter-ego preso in prestito dalla tradizione, dimostra l’incapacità del poeta di far suo un concetto troppo gravoso e menzognero; l’elevazione di Ophelia a “suprema fra tutte le cose”, quando in realtà per lui la “suprema tra tutte le cose” è e rimarrà sempre la letteratura.

La vera e propria corrispondenza epistolare comincia solo dopo il primo bacio.

E’ lei a scrivere per prima, turbata per l’ apparente indifferenza dimostrata da Pessoa nei giorni successivi al “misfatto”.

(…)“Avrò da lei la ricompensa che desidero? Temo che non l’avrò, visto che lei non ne ha mai parlato, e se io avessi la piena certezza che non l’otterrò mai, le giuro, Fernandinho mio, che preferirei allontanarmi da lei per sempre, sebbene con grande sacrificio, anziché pensare che non sarò mai sua e continuare come adesso.
Fernandinho, se non ha mai pensato a metter su famiglia e se nemmeno ci pensa, le chiedo in nome di tutto e in nome della gioia di sua sorella, di dirmelo per iscritto, di comunicarmi le sue intenzioni su di me. (…) Vivere nella completa incertezza mortifica enormemente e io preferirei la delusione al vivere come un’illusa”. (…)

E’ datata Primo Marzo 1920 la prima lettere del poeta:

(…) “Chi ama davvero non scrive lettere che sembrano requisitorie avvocatesche. L’amore non studia così tanto le cose, né tratta gli altri come rei da ‘incastrare’” . (…)

La lettera si chiude con una sorta di dichiarazione d’impegno verso la giovane donna:

(…) “Le mando il ‘documento scritto ’ che mi chiede. La mia firma è autenticata dal notaio Eugenio Silva” .

Se Fernando Pessoa fosse una persona comune, questa lettera rappresenterebbe l’inizio di un fidanzamento ufficiale.

Ma Pessoa non è una persona comune; è un uomo dotato di grande sensibilità ma anche di forte egoismo, abitato da inquietudini e paranoie, inadeguato alla vita reale, abituato a rintanarsi in un mondo ideale e onirico.

Incapace di vivere profondi rapporti con il prossimo, di dedicarsi e aprirsi completamente, individua il vero amore nella sua opera, mai disposto a sostituirla con la completa dedizione per una donna, con un rapporto vissuto in maniera totalizzante.

E così la relazione tra Pessoa e Ophelia manterrà le caratteristiche proprie del namoro.

Un namoro eterno e involuto, determinato dall’incapacità del poeta di prendere una decisione definitiva, di concretizzare una passione rimasta ai limiti del platonico,

“una storia d’amore segretissima e casta, così ottimisticamente puerile e insieme così senza speranza, che potrebbe sembrare ridicola se non partecipasse, proprio come i veri grandi amori, del ridicolo e del sublime.”

Una fitta corrispondenza epistolare accompagna i nove mesi della loro frequentazione, e, a nove anni di distanza, un altro breve periodo in cui i due si ritrovano.

Le lettere generalmente sono recapitate quotidianamente da Osorio, il fattorino dell’ufficio, soprattutto dopo l’uscita di Ophelia dalla ditta.

Sono state pubblicate dalla donna solo quarantatrè anni dopo la morte del poeta, insieme ad alcune dichiarazioni.

FILIPPO CUSUMANO