il mestiere di leggere

TAREQ IMAM : Le mani dell’assassino

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In un Cairo spettrale, dall’atmosfera cupa e insolitamente piovosa, una metropoli sovrastata da grattacieli abbandonati e popolati da fantasmi, lungo strade affollate da storpi, prostitute e strani manichini animati, vive Salem, impiegato dell’Organismo Centrale per le Statistiche e la Mobilità Pubblica con il “sacro compito” di collaborare al censimento. Salem, “un vecchio di trent’anni”, uno dei discendenti dell’Eremita capostipite di una stirpe di assassini che popolano la città, vive e rivive i fatti di sangue narrati nell’antico manoscritto ereditato dal suo avo e ne mette in pratica gli insegnamenti perpetrando i propri delitti con la mano destra, “quella che lavora sodo”, affinché la sinistra, “liscia, superba e amante del lusso”, possa completare la stesura del suo diwan, la raccolta di poesie scritte con il sangue di ogni vittima.

Un affresco della capitale egiziana e dei suoi abitanti dalle inusuali e sorprendenti tinte gotiche.

«Un assassino sociopatico e schizofrenico, una creatura in via d’estinzione nella letteratura araba, ma soprattutto, Imam ha qualcosa da dire su come si viva nel Cairo moderno». Ahmed Khalifa, blogger.

Tareq Imam (nato in Egitto nel 1977) scrittore, critico e giornalista, è il capo redattore della prestigiosa rivista letteraria egiziana Al Ibda‘. Ha pubblicato cinque raccolte di racconti e altrettanti romanzi, ottenendo importanti riconoscimenti e premi quali il So’ad El Sabah (2004), il Sawiris (2009 e 2012) e nel 2013, con ‘Ayn (Un occhio), ha vinto la III Edizione dell’International Flash Fiction Competition Cesar Egido Serrano Foundation, Museum of Words nella categoria “racconti in lingua araba”. Le mani dell’assassino (Hudu’ al-qatala, il Cairo) è stato pubblicato in lingua araba nel 2008.

traduzione dall’arabo di Barbara Benini
DAL 14 GENNAIO

 

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il blog comparirà nella directory di blog italiani di Liquida

Il blog è stato scelto per la qualità dei suoi contenuti dalla  Redazione e inserito in Liquida (http://www.liquida.it).

Liquida è il nuovo portale/aggregatore della blogsfera italiana che ha l’ambizione di dare visibilità a tutti i bloggers che producono valore e lo condividono con gli altri.

I lanci dei post del blog saranno quindi presenti sul portale nelle prossime ore e il  blog comparirà nella directory di blog italiani (http://directory-blog.liquida.it/).

Ricordiamo a tutti che chiunque può scrivere una recensione di un libro ed inviarla per la pubblicazione a redazione@laconoscenzarendeliberi.it.

Non vi sono preclusioni di sorta, tutti verranno pubblicati.

Applausi e sputi- Le due vite di Enzo Tortora

Sperling & Kupfer, 2008

Biografia singolare quella scritta da Vittorio Pezzuto su Enzo Tortora.

Singolare perchè è stata singolare , senza che lui lo volesse o prevedesse in alcun modo, la vita di Enzo Tortora.

Giovane di bell’aspetto, colto, dotato di un eloquio brillante e sciolto, a poco più di trent’anni Enzo Tortora è un divo della televisione.

I guadagni non sono certo quelli di adesso, ma l’attenzione nei confronti di chi lavora in tv, in quegli anni è enorme. Tutti guardano una sola tv e di quella tv un solo canale.

Sono gli anni di Mike Bongiorno, Angelo Lombardi, padre Mariano, del maestro Alberto Manzi ( quello di “Non è mai troppo tardi”) e , appunto, di Enzo Tortora.

Il quale non solo si impadronisce in fretta del linguaggio televisivo, ma ne diventa, rapidamente e genialmente, il principale innovatore ed eversore.

Trova un nuovo modo di affrontare e raccontare lo sport conducendo per anni una “Domenica Sportiva”, che abbandona con lui la veste di arido e frenetico bollettino di dati, classifiche e risultati per diventare un divertito e garbato caleidoscopio che mescola attualità, spettacolo, immagini degli avvenimenti e dichiarazioni in diretta dei protagonisti.

Ma non è un uomo accomodante, Enzo Tortora.

Quando è all’apice del successo, gli capita di definire la Rai “un baraccone”.

In poche ore ” viene fatto fuori” e si ritrova, a quarant’anni, a reinventarsi come giornalista.

Cosa che fa con grandissimo divertimento, accettando di fare il praticante alla Nazione, di cui diventa successivamente una delle firme di punta.

Affronterà, tra gli altri, il tema della carcerazione per traffico di droga a Walter Chiari e a Lelio Luttazzi, unendosi al coro di quanti in quei giorni affrontano la vicenda con tono pregiudizialmente colpevolista.

“Al centro della vicenda Chiari- Luttazzi c’era un enorme quantitativo di cocaina. Noi ci auguriamo che i due ne escano puliti, di vero cuore. Ma, se per fare pulizia occorresse spazzare loro ed altri prestigiosi nomi, coraggio, subito”

Qualche tempo dopo, quando Luttazzi viene completamente scagionato ( restando a carico di Walter Chiari solo l’accusa di consumo personale di sostanze stupefacenti) Tortora si imbatte nel libro Operazione Montecristo, cronaca dei 27 giorni trascorsi ingiustamente in carcere dal musicista presentatore.

Di getto, scrive un articolo che pretende sia intitolato “Devo molte scuse a Lelio Luttazzi” che si chiude con queste parole:

Ora Luttazzi è uscito e nella scomoda cella del rimorso c’è entrato chi scrive: fin dalla prima pagina del suo libro.”

Ritornato in Rai dopo alcuni anni, Tortora lancia Portobello, il suo programma più geniale, che avrà punte d’ascolto incredibili perfino per l’epoca del monopolio ( medie di 23 milioni di ascoltatori per ogni puntata) e che sarà la fonte di moltissimi altri programmi televisivi delle epoche seguenti fino ad arrivare ad oggi.

Tortora diventa l’uomo più ricercato della tv.

E’ antipatico a molti intellettuali, che mettono continuamente in risalto il contrasto tra la cultura e la raffinatezza dell’uomo e la natura nazionalpopolare dei suoi programmi. Milioni di italiani seguono la trasmissione, i critici televisivi e i guru dell’intellighenzia la bollano come la tv delle lacrime e dei buoni sentimenti.

Il presentatore tira dritto per la sua strada, non ha dubbi: “Non aspiro all’aristocrazia dell’ascolto, ma alla gente semplice, a quella che incontri tutti i giorni sul tram quando vai al lavoro”.

Ed è proprio quella gente semplice, incantata dal suo linguaggio levigato e dalle sue maniere garbate, che un giorno di 25 anni fa subisce il più incredibile degli shock quando vede irrompere nei teleschermi il suo presentatore preferito ammanettato come un delinquente e con gli occhi persi nel vuoto.

E’ accaduto l’incredibile: Tortora è accusato di essere uno dei personaggi cardine della Nuova Camorra Organizzata.

Una serie di pentiti, che via via cresce nel tempo, lo accusa di essere uno dei principali collaboratori di Cutolo.

Tortora diventa agli occhi di tutti una specie di Dottor Jeckil- Mister Hide, grazie allo zelo e alla voluttà con la quale gran parte della stampa si butta sulla vicenda, accreditando senza controllarle, le voci più disparate: si parla di assurdi riti di iniziazione, di enormi partite di cocaina a lui affidate per lo spaccio, perfino di speculazioni sui soldi raccolti per i terremotati.

Il resto della vicenda è noto.

Tortora riesce a dimostrare in modo inequivocabile la sua innocenza, anzi, come dice lui stesso , la sua totale estraneità ai fatti.

Ma non si limita a perorare la sua causa, diviene anche, grazie all’appoggio di Marco Pannella e del partito radicale, il formidabile testimonial di una grande battaglia di civiltà, quella sulla responsabilità dei giudici.

Il libro di Pezzuto è interessante non solo per l’eccezionalità delle vicende che racconta, ma anche per la ricchezza delle citazioni dai principali mass media dell’epoca.

All’inizio della vicenda pochissimi difesero Tortora. Il leit-moiv di colpevolisti e magistrati dell’accusa era : per quale motivo tanti pentiti, in epoche diverse e, apparentemente, senza la possibilità di concordarlo tra loro avrebbero potuto inventare una storia così assurda se non per il semplice motivo che la stessa era vera?

Gli sviluppi del processo, poi, come sappiamo, dimostrarono la superficialità con la quale era stata condotta l’inchiesta, con decine di persone finite in carcere e lasciate lì per mesi, con la sola colpa di essere omonimi di camorristi, e la mancanza assoluta di riscontri oggettivi che confermassero le dichiarazioni dei pentiti : non una foto di Tortora con i suoi presunti complici ( fu sufficiente che un pentito dichiarasse di averla vista senza essere per altro in grado di esibirla), non le tracce di passaggi di denaro, non le testimonianze di incensurati. Niente.

Eppure sul quel niente un uomo era stato distrutto.

Un errore che nessuno dei magistrati coinvolti è stato chiamato a pagare.

Al quale hanno tenuto bordone, aggiungendo superficialità a superficialità, anche molti giornalisti.

Leggere, grazie a questo libro, e con il senno di poi, gli articoli rozzamente e sbrigativamente colpevolisti di alcune grandi firme di allora e di oggi, fa una certa impressione.

Anche perchè pochi di loro, una volta sbattuti di fronte alla inconsistenza del castello accusatorio, hanno avuto il coraggio di fare quello che fece Tortora all’epoca del caso Luttazzi: riconoscere il proprio errore e chiedere scusa.

Recensioni del cuore

DOMENICA 1 GIUGNO 2008 PARTIRA’ IL CONCORSO “RECENSIONI DEL CUORE”
promosso dal blog ( “figlio” della CONOSCENZA RENDE LIBERI ) IL MESTIERE DI LEGGERE

librilatpiccIl concorso e il bando verranno presentati alle ore 18,00 di Domenica 1 giugno presso EDISON BOOKSTORE AREZZO , partner dell’iniziativa insieme alla Casa Editrice Prometheus di Milano


Vi chiediamo di partecipare anche con poche righe raccontandoci di un libro che è rimasto nel cuore, nella mente.

Un libro che vi ha seguito nel corso della vostra vita.

La commissione composta da amanti della lettura, come amano definirsi e che nella vita di tutti i giorni svolgono la professione di docenti di scuola superiore, è al completo.


Prof. ANGELA PECORARO

Prof. FRANCO CIOCCA

Prof. ALESSANDRO TEMPI

A partire dal 1 giugno e fino a tutto il 31 agosto 2008 le recensioni possono essere inviate a recensioni@laconoscenzarendeliberi.it

Affilate le penne……..

Il blog è candidato al Premio DONNAèWEB 08

Candidata a DONNEèWEB 2008
SCHEDA GENERALE
il mestiere di leggere
https://ilmestieredileggere.wordpress.com
2008
franca corradini
francacorradini@laconoscenzarendeliberi.it
 
CATEGORIE
a.PROGETTAZIONE Franca Corradini
   
Tipologia del lavoro
• Blog
   
Settore di appartenenza
• Informazione• Arte, Cultura

LA SCHEDA DEL BLOG

Il Blog fa parte del progetto web LA CONOSCENZA RENDE LIBERI ideato da Franca Corradini e Marco Panattoni.

La convinzione è che la conoscenza sia la base della libertà.

In questo contesto non poteva mancare un blog dedicato ai libri.

Libri che, anche nell’era di Internet, continuano a svolgere l’importante ruolo di trasmissione della cultura, della conoscenza.

E proprio perché Internet rischia di ridurre la quantità di carta stampata circolante , un blog  nato con l’intento di diventare un invito alla lettura non poteva mancare .

Un percorso all’incontrario : dal web alla carta stampata.

Blog è nato quindi  con lo scopo di promuovere la lettura  e l’amore per i libri.

Non c’è un preciso percorso o un progetto particolare.

Se non quello di chi invia le proprie recensioni: l’amore, l’interesse per un particolare libro .

Amore ed interesse che trapela tra le righe degli articoli.

Il risultato è inevitabilmente eterogeneo.

In questo modo si realizza,anche in questo caso , il confronto tra idee diverse e diverse opinioni e/o culture.

I lettori che  contattano la redazione sono le uniche nostre fonti.

Gli autori non sono necessariamente letterati di professione. Anzi.

Si privilegia la concretezza, il contenuto anziché la forma.

Franca Corradini è la curatrice del blog  e l’ideatrice del nome e della mission specifica.

Disastri di Daniil Charms

disastri.jpgPAGINE CLANDESTINE

Introduzione a Daniil Charms, Disastri, Einaudi Stile Libero 2003

Immaginiamo una situazione paradossale.

Vi trovate nella Leningrado (già San Pietroburgo, già Pietrogrado, e oggi di nuovo San Pietroburgo) degli anni ’30, e chiedete in giro: Chi è Daniil Charms?

Vi sentirete rispondere: Ma chi? L’autore di filastrocche per bambini? No, è quello che li detesta, lui, i bambini, Chi, il prestigiatore?

Ah, sì, il matto che si veste da Sherlock Holmes, Ho capito: quel tipo strano con una faccia da paura, Sarà mica quello che legge cretinerie seduto sopra un armadio?

È quello che ha una bella moglie, che ci ha avrà trovato lei in un babau come quello poi!

Qualunque risposta sarà un briciolo di verità, o un’enorme apparenza che non è verità, ma non vi sentirete mai rispondere: Certo, Daniil Charms, lo scrittore, il poeta, come potrebbero dirvi di Majakovskij, della Achmatova, di Pasternak, tanto per citare qualche nome celebre.

Altra situazione paradossale, presa a prestito da Roman Jakobson. Problema: un uccellino deve raggiungere dalla sua gabbietta un bosco, il bosco dista x metri, la velocità dell’uccellino è di y metri/secondo. Quanto tempo impiegherà l’uccellino a raggiungere il bosco? Risposta: dipende dal colore della gabbietta.

La clandestinità e l’assurdo caratterizzano la vita e l’opera di Daniil Charms, pseudonimo, uno dei tanti, di Daniil Ivanovic Juvacev. Disastri, a cura di Paolo Nori (scrittore che ha già esplorato la vita del poeta cubofuturista Velimir Chlebnikov nel suo romanzo Pancetta), è un collage di brani tratti dai diari, dai taccuini, dai racconti, dai bozzetti teatrali, da tutto quel baule di scritti che, fortunatamente per noi, non sono andati perduti, ma conservati da un amico dello scrittore per tempi migliori. Già, perché Daniil Charms vive e scrive nel buio dell’URSS normalizzata da Stalin, quando la vivace stagione culturale pietroburghese e moscovita degli anni ’20 si sta spegnendo insieme a tutte le illusioni per scomparire definitivamente il 14 aprile 1930, con il colpo di pistola che pone fine alla vita di Majakovskij nello studio di vicolo Lubjanskij.

L’ultimo bagliore di avanguardia sovietica, l’ultimo sforzo di dire no all’appiattimento, allo squallido paesaggio di immanentismo totalitario, è rappresentato da un gruppo di scrittori pietroburghesi che la sera del 24 gennaio 1928 mettono in scena Tre ore di sinistra, serata futurista dove si alternano letture di poesie, rappresentazioni teatrali e proiezioni cinematografiche. L’autore cardine di questo gruppo, sia per l’apporto dei materiali utilizzati nella serata, sia per la coerenza e la continuità stilistica mantenuta, nonostante tutto, una volta tramontata l’effimera estate dell’avanguardia, non è il ben più famoso poeta Nikolaj Zabolockij, bensì lo sconosciuto (purtroppo per troppi anni) e perciò clandestino, Daniil Charms.

Il gruppo si definisce, parodiando le astruse sigle che imperversano nel mondo sovietico, OBERIU, acronimo fantasioso e irriverente delle parole russe che significano “Associazione dell’arte reale”. Anche perché di “reale” questa corrente ha poco, situandosi piuttosto in una metafisica della scrittura che deve molto ai cubofuturisti (Chlebnikov in particolare) e alla scuola formalista, dove l’oggetto, che è la parola, assume nuovi significati (ovvero il suo vero significato reale) attraverso la collisione con altre parole, secondo logiche non convenzionali. A tale proposito uno degli oberiuty scrive in un suo romanzo: “(…) prendi delle parole, le accosti in modo insolito e ci pensi per una notte, un’altra, un’altra ancora, pensi sempre alle parole che hai accostato. E ti accorgi: da sotto una parola ti porge la mano il suo significato e stringi la mano che appare da sotto un’altra parola e una terza parola ti dà la mano e ti inghiotte un mondo completamente nuovo che si schiude dietro le parole” (Konstantin Vaginov, Il canto del capro, in eSamizdat 2007 (V) 1-2, pp. 106-107, trad. Milly Berrone).

Nella prosa di Daniil Charms il rifiuto della logica quotidiana, la reiterazione tautologica del nulla articolato per un intero racconto, la crudeltà e la violenza paradossali delle situazioni, che riflettono la ben più reale e scientifica violenza del regime sovietico diventata atroce normalità, e perciò indifferenza, l’incomunicabilità, la perdita dell’identità e della memoria (cfr. Il falegname Kušakov), lo scardinamento della logica numerica (enunciata una serie di postulati idioti, dopo il postulato n° 6 si passa al n° 17 che recita: “Fate attenzione al fatto che dopo il sei viene il diciassette”) anticipano il teatro dell’assurdo di Beckett e Ionesco, in quadretti stranianti come quello di Sinfonia n° 2: “Anton Michajlovic sputò, disse – Eh, – sputò ancora, disse ancora – Eh, – e se ne andò. E Dio sia con lui. Racconterò piuttosto di Il’ja Pavlovic” e così via di personaggio in personaggio completamente inutile all’economia della narrazione, fino a concludere con: “Marina Petrovna a causa mia divenne completamente calva, come il palmo di una mano. Successe così: una volta arrivai da Marina Petrovna e lei, trac!, divenne calva. Ecco tutto.”

Charms viene arrestato una prima volta il 10 dicembre 1931, condannato a tre anni di lavori forzati, commutati dopo sei mesi in esilio a Kursk. Vive pubblicando letteratura per l’infanzia, fino a quando nel 1937 anche questa forma di creatività minima gli viene preclusa. Seguono anni di fame e di stenti, di disperazione e prostrazione esistenziale che ci vengono trasmesse dai versi della poesia Guardavo a lungo gli alberi verdi: “Ma in me è il vuoto, monotonia e noia/In nessun luogo batte la vita intensa/Tutto è appassito e sopito come paglia umida/Ecco io ho viaggiato dentro di me/E adesso sono davanti a voi/Voi aspettate che io racconti il mio viaggio/Ma io taccio, perché io non ho visto nulla” (2 agosto 1937, trad. Laura Piccolo, in eSamizdat 2007 (V) 1-2, p. 147).

Charms, che per sopravvivere ha adottato un’infinità di pseudonimi, si è atteggiato con pose sempre diverse (“Creati una posa e abbi la forza di carattere di mantenerla (…) una volta posavo da indiano (…) e adesso a irascibile nevrastenico”) viene arrestato nuovamente il 23 agosto 1941, durante l’assedio di Leningrado, e internato in un ospedale psichiatrico detentivo, dove muore il 2 febbraio 1942. Per molto tempo non si saprà nulla del luogo e della data della morte di Daniil Charms, soltanto negli anni ’80 furono confermate le circostanze della fine del poeta. I suoi amici, conclusa la guerra, speravano di vederlo tornare, di parlare ancora con lui, di ascoltare ancora i suoi versi, cullati dall’illusione misericordiosa che lui fosse svanito come nella sua poesia Un uomo è uscito di casa, dove un uomo parte solo come un cane, entra in un folto bosco e:

E da quel momento si è dissolto.

Ma se per un qualche caso strano

Vi succedesse di vederlo

Allora presto ditelo

Allora presto ditelo

Abbiam bisogno di saperlo.

Daniil Charms: un altro nome da aggiungere alla lista di quella che Roman Jakobson ha definito una generazione che ha dissipato i suoi poeti.

E questo, charmsianamente, è tutto.

                                                                                                                      Mauro Del Bianco

P.S. Per chi volesse approfondire la poetica di Charms e degli oberiuty, nel sito Internet di eSamizdat si può reperire una pregevole monografia, compilata da slavisti e studiosi del settore, e dedicata a Oberiu, che comprende anche traduzioni di materiale oggi introvabile in libreria: cito ad esempio la raccolta integrale Stolbcy (Colonne) di Nikolaj Zabolockij, tradotta dall’edizione originale del 1929.