andrea b.nardi

SIGNORILITÀ e GIOVIN SIGNORE: due nuovi titoli della casa editrice Parnaso

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Saper vivere, sapere comportarsi, essere all’altezza di ogni situazione sono questioni di non poco conto.

E lo erano anche di più ottant’anni fa, ai tempi della Contessa Elena Morozzo della Rocca Muzzati, autrice di Signorilità, piacevole trattato di economia domestica, di galateo e di mondanità e Giovin Signore, norme di saper vivere e di mondanità che oggi la casa editrice Parnaso di Trieste edita nuovamente._signorilita

Forse sorpassati, a tratti esilaranti, i consigli contenuti nei manuali di bon ton e buone maniere scritti fra il 1928 e il 1931 dalla Contessa senza dubbio non mancheranno di incuriosire e fare sorridere i lettori, offrendo un dettagliato “racconto” su usi e costumi di un’epoca oramai lontana.

Signorilità e Giovin Signore hanno infatti il pregio di offrire entrambi uno spaccato inedito di quali fossero le aspettative e le aspirazioni delle donne e degli uomini di allora, di quale fosse il rapporto con la mondanità, di cosa a loro fosse richiesto e quali fossero i rispettivi ruoli “in società”.

Tutti temi dei quali la Contessa era di certo un’esperta, essendo stata la dama di compagnia della regina Margherita di Savoia.

A chiarire l’intento dei trattati è la stessa autrice che per quanto riguarda Signorilità afferma: «non è destinato alle milionarie, che sono in esigua minoranza nel nostro bel paese; è destinato alle signorine di modesta e di buona condizione finanziaria, che vogliono arrivare alla signorilità e sempre più praticarla».

Così come l’obiettivo di Giovin Signore risiede nel fatto che «Nulla, infatti, può esservi di più bello

che l’unire il magnifico dono della gioventù alla costante pratica del viver bene e signorilmente».

Partendo da questi presupposti la Contessa guida i suoi lettori e le sue lettrici fra consigli pratici di economia domestica, le regole di comportamento in caso di inviti a Corte, l’etichetta da seguire nel periodo del fidanzamento…

Signorilità e Giovin Signore si rivelano oggi una piacevole ed interessante lettura, arricchita dalle ammiccanti immagini tratte da pubblicità dell’epoca, destinata a donne e uomini senz’altro dotati di curiosità e molta ironia ed offrono comunque interessanti spunti di riflessione del tutto attuali. Basti pensare a quanto l’autrice afferma nella prefazione di Giovin Signore quando parla della signorilità maschile definendola «di marca mondiale» e tale da imporre

«il rispetto ai vecchi, ai deboli, la cortesia verso le donne, la tolleranza, la pazienza, l’amabilità…

tutte doti che poi formano il carattere, e formano l’uomo forte e vincitore».

www.parnaso.info

Andrea B. Nardi

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Ma come può un Dio buono permettere questo mondo di sofferenza e crudeltà?

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Finalmente il libro che racconta sistematicamente come religioni e filosofie abbiano tentato di rispondere a tale domanda dall’antichità ai giorni nostri:

ALTRI DÈI, di Andrea B. Nardi, Eumeswil Edizioni


(http://www.eumeswiledizioni.info/index.php?page=shop.product_details&flypage=shop.flypage&product_id=45&category_id=14&manufacturer_id=0&option=com_virtuemart&Itemid=43).

Un viaggio fra teorie e pensieri misconosciuti, un linguaggio affascinante, un’avventura unica nel panorama editoriale contemporaneo del noto romanziere e saggista (www.andreanardi.it).

Ordinabile online qui

oppure nelle Librerie Feltrinelli.

TIBET – Mito e Storia

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TIBET – Mito e Storia

di Pietro Angelini

Edizioni: Stampa Alternativa

Formidabile questo nuovissimo lavoro della coraggiosa e infaticabile casa editrice Stampa Alternativa, sempre attenta a tematiche stimolanti. Tibet – Mito e Storia è un racconto d’avventura sotto la veste di saggio magico, un modo nuovissimo d’analizzare momenti di storia e di socialità attraverso una narrazione personalissima, fascinosa, incantata, ma al contempo strettamente scientifica nelle sue conclusioni. Un approccio originale ed efficacissimo per parlare seriamente del Tibet al di là delle farneticazioni new age da bolsi attori hollywoodiani. Pietro Angelini è un orientalista e documentarista, autore di altri quattro titoli, tra cui un romanzo, sempre sullo sfondo dell’Oriente.

Troppo spesso ostaggio dei miti che l’Occidente ha messo in vendita nei supermercati del nuovo materialismo spirituale, il Tibet viene descritto come un paradiso perduto. Un luogo popolato da saggi monaci non-violenti, vittime inermi di un “genocidio” da parte dei cinesi, che sembrano incarnare tutto il male possibile.

Secondo una visione opposta, fino agli anni ’50 era invece una specie di Stato canaglia, una teocrazia fanatica e integralista governata da leggi barbare e sorretta da un rigido sistema feudale di servitù della gleba. Ma i due punti di vista sono ugualmente fuorvianti, perché eludono la complessità delle vicende storiche che cinquant’anni fa hanno determinato l’esilio del Dalai Lama e la nascita della questione tibetana.
Questo libro racconta il Paese delle Nevi dai primi miti agli ultimi tragici avvenimenti, le radici del conflitto coi cinesi, così come la vera storia del Tibet.

Un resoconto fuori dal coro – sorretto da un’impressionante documentazione – sulle vicende passate e le prospettive future di una cultura unica al mondo e di un popolo sull’orlo dell’estinzione.

Immaginate un diamante, cavato da deserto di sassi e precipitato in un crogiuolo a bollire con il ferro di una meteorite, insieme al burro di un bovino nipote di mammuth e al corallo che un pastore ha raccolto dove c’era un oceano tanto tempo fa, all’epoca dei dinosauri. E che intorno a questa molecola di carbonio vi sia dell’acqua, nella forma di un lago blu che rifletta il cielo, circondato da una terra color ruggine come una montatura d’oro trattiene uno sputo di cobalto nell’anello di un mago errante nell’Asia.

C’era una volta, al di là delle montagne più alte della terra, un regno chiamato Shangri-la. Il popolo che abitava questo regno incantato era fiero e compassionevole, munito di una saggezza fuori dal tempo che sembrava provenire da quelle stelle che certe notti pare di poter toccare con la mano… La storia del Tibet è, in realtà, ben più noiosa di una favola che potrebbe cominciare in questo modo. E fino a qualche tempo fa il Tibet non era che un suono di quelli che precedono gli sbadigli, un vuoto sulla carta geografica dell’Asia o al massimo una di quelle cose che si leggono in un almanacco illustrato o in un sussidiario scolastico. Troppo singolare per apparirvi con qualche scopo, freddo e solitario, rozzo e sottile a un tempo, feroce e dolcissimo, materico e rarefatto, spesso incomprensibile, il Tibet era fuori dai nostri pensieri, in uno spazio-tempo di antico conio, incastonato nel resto del mondo come per caso e sorvegliato dai suoi imgombranti vicini: la Cina che l’ha divorato nel 1950 e che ora lo chiama Regione Autonoma del Tibet e dell’India, che lo ammira per aver accolto tanto tempo fa la dottrina del Buddha, quando gli sciabolanti guerrieri islamici imperversavano nelle polverose piane del Bihar.

Il Tibet era un regno nascosto e scontroso, confinato da ghiacci e deserti. Un altipiano di vertiginose altezze che ha custodito per secoli una civiltà fossile, frequentata dai venti e popolata da demoni e yak, attraversata da nomadi, governata da re-bambini che cavalcavano e tiravano con l’arco e poi oberata da monaci buddhisti e infestata da maghi neri capaci di violare le leggi della natura e di comminare sortilegi mai visti: non solo volare, leggere nel pensiero, sdoppiarsi nel corpo e provocare tempeste o valanghe, ma anche attraversare i mondi adiacenti. E morire e rinascere a piacimento. Nel turbinio dei venti, fra cruente fatalità ed elevate realizzazioni, questo regno conobbe i giorni e le notti: lui che sapeva come porre fine alla brama, cadde spesso vittima della brama, chi conosceva il segreto della compassione spesso compassione di sé non ebbe. E volle perdersi, dopo la gloria, per infinite volte, nel vortice del samsara, e rivivere ancora, e ancora, i frutti del suo antico agire.

Tibet – Storia e mito di Pietro Angelini

Edizioni Stampa Alternativa – Collana Eretica Speciale

376 pagine

ISBN: 978-88-6222-055-2

Andrea B. Nardi

Se Dio è buono, allora perché?

ALTRI DÈI di Andrea B. Nardi
Se Dio è buono, allora perché?
Viaggio tra le dottrine che non credono nell’amore di Dio.
Eumeswil Edizioni


Finalmente un libro che risponde alla domanda fondamentale che tutti quanti ci poniamo per l’intera vita: se Dio è buono, allora perché consente il male?

Questo libro di Andrea B. Nardi è costituito da circa 143 pagine di introduzione e da tre pagine di libro vero e proprio. E, per quanto possa sembrare bizzarro, va bene così.

L’introduzione è, in sostanza, una serie di schede sulle diverse risposte date dall’umanità – prevalentemente, ma non solo, dall’umanità cosiddetta “occidentale”, ovvero “greco-mesopotamico-ebraico-cristiana” – a una domanda non da poco: se una divinità esiste, e se questa divinità pare pensabile solo come potentissima, magari onnipotente, e fondamentalmente orientata al bene, com’è che il mondo è pieno di male? Nardi non scheda tutte le soluzioni – ci vorrebbe un’intera biblioteca – ma certamente le più significative per noi e per il nostro tempo; e il testo ha il pregio della semplicità, sia d’esposizione sia di lessico, della precisione, e soprattutto della passione. Perché si sente bene, si vede bene, che per Nardi la questione è una questione vitale. Si sente bene, si vede bene, che Nardi non fa qui collezionismo teologico, ma cerca di capire con quali carte ci si gioca la vita: tutta la vita, anche eventualmente quella eterna.

Dalla risposta a questa domanda enorme, infatti, dipende la risposta a un’altra domanduccia: se la creatura sia libera o no (dico “la creatura” e non “l’uomo”, perché la domanda può essere posta non solo sull’uomo, ma anche sul mondo intero, o sulle altre creature quali gli angeli, i demoni, gli animali, i vegetali, i virus eccetera). Infatti, stringi stringi, pare che secondo buona parte delle tradizioni il male sia stato generato da un atto di libertà. Lucifero poteva starsene lì a lodare il dio in eterno: usò la libertà, e cercò fortuna in altro modo. Eva poteva astenersi dal frutto dell’albero proibito: usò la libertà, e convinse anche Adamo a usarla, con le conseguenze che sappiamo. È legittima quindi un’altra domanda: che relazione c’è tra la libertà e il male?

E qui si arriva, dopo le 143 pagine d’introduzione, alla sostanza del libro. A quelle tre paginette pudicamente confinate in “Appendice”, nelle quali Nardi scrive un’ipotesi di risposta alle tre domande di cui. Un’ipotesi appuntata, scrive Nardi, per un eventuale “futuro studio”. E l’ipotesi è, semplicemente: si è liberi solo se non si può scegliere.

Questo libro riporta, nelle prime pagine, una breve storia. Tre condannati, due adulti e un bambino, vengono impiccati. I due adulti muoiono in fretta, il bambino agonizza mezz’ora. Tra le persone costrette ad assistere allo spettacolo, una dice: “Dov’è dunque dio?”. E un’altra risponde: “È lì, appeso a quella forca”. Si può leggere questa storia nichilisticamente: il dio è morto, l’hanno impiccato, e buonanotte al secchio. Si può leggerla cristianamente, ricordando che Gesù disse: “Qualunque cosa avrete fatto a questi piccoli, l’avrete fatta a me”, e immaginando il dio tutto impegnato ad allestire per quelle povere persone il più confortante dei Paradisi.

Si può leggerla anche, e forse è il modo più misterioso, pensando che solo l’agonizzante, al quale più nessuna scelta può essere offerta, gode di una libertà paragonabile a quella che attribuiamo al dio.

Giobbe, privato di tutto e reso quasi agonizzante, fece cattivo uso della sua ultima residua possibilità di scelta: poteva interrogare, e scelse di interrogare. E fu così insistente e petulante da meritarsi uno dei più impressionanti cazziatoni di tutta la storia dell’umanità: il dio spostò una nube di qua e una nube di là, si affacciò dall’alto dei cieli, e disse: “Io sono il dio, e pertanto faccio quello che voglio. Chi sei tu per chiedermi conto?”. Mentiva, naturalmente, il buon dio, mentiva per bontà, per non terrorizzare Giobbe: egli, infatti, il dio, poiché è libero, non può scegliere, non ha nessuna scelta, e quindi nemmeno vuole, letteralmente, nulla. Onnipotente, ottuso e impavido abita nel cielo – e, per un amore incomprensibile, non abbandona gli umani.

Giulio Mozzi

FAR SOFFRIRE UN CANE E’ ARTE ?

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Il sedicente artista alla Biennale Centroamericana espone un cane vivo, affamato e malato, legato a una catena mentre tenta vanamente di raggiungere il cibo disposto a debita distanza. Questa performance artistica, al di là dell’orrore che suscita, rappresenta una palestra ideale per almeno due considerazioni: una estetica e una etica.

Esteticamente, l’installazione del cane vivo e sofferente è innegabile che raggiunga uno dei principali obiettivi dell’arte, ossia emozionare lo spettatore. Metafora di impotenza esistenziale e dolore infinito, di teodicea e di catarsi. Allora si tratta di arte, quindi? No. Non è arte, per nulla.

L’atto scivola, pertanto, nella consueta, antichissima domanda: che cos’è l’arte? Ebbene, individuo la risposta nella seguente affermazione draconiana. L’arte è finzione. L’arte si differenzia dalla vita, dalla realtà esclusivamente perché non è né viva né reale. Può essere imitazione perfetta della realtà, ma sempre recitata, rappresentata: finta.

Nel momento stesso in cui l’arte inciampa nel concreto, scende dal palcoscenico e si aggira fra le file degli spettatori, allora non è più dramma, ma assurge a vita vera. Diventa psicodramma, buono per curare le nevrosi; diventa oggetto comune, non più scultura; diventa patimento genuino invece che teatro. Proviamo piacere a guardare un attore che finge di combattere in guerra; proviamo ribrezzo assistendo alla morte di un uomo dal vivo.

La rappresentazione falsa ma tecnicamente efficace di un cane morente può essere suggestiva e di conseguenza sfiorare in differente misura l’atto artistico. La creazione di una situazione di dolore reale su un cane reale non è un atto artistico, bensì solo una crudeltà folle, perversa, e soprattutto inutile, come tutte le crudeltà di questo mondo.

Eticamente, invece, la notizia getta altre luci sull’umanità moderna.

Non solo questo artefice di supplizio ha voluto installare la sua perversione in un museo, ma ha trovato decine di persone che lo hanno autorizzato a farlo e magari gli si sono anche complimentate. Non basta. A quanto risulta nessuno degli spettatori ha accennato a una reazione di ribellione, limitandosi a personali e contenute critiche.

Che significa tutto ciò? Significa solo che l’uomo moderno ha paura.

Di fronte alla scena straziante non c’è stato nessuno che abbia slegato il cane e se lo sia portato via, nessuno che abbia dato uno schiaffo all’artefice dell’opera, nessuno che abbia afferrato per il bavero il direttore del museo e preso a calci nel sedere i custodi della sala. Nessuno. Abbiamo paura di reagire.

Imbambolati in questa società dove i vestiti contano più del carattere, il denaro più della personalità, gli uomini hanno il terrore di fare una brutta figura, di prendersi una querela, di ricevere una sberla. Abbiamo smesso di combattere. Ci nascondiamo, guardiamo altrove.

Perduti nei nostri telefonini, negli hobby, nei giochini, nella carriera, dimentichi della dimensione tragica della vita, abbiamo smarrito l’eroismo, la morale alta, e quindi la weltanshauung cavalleresca dell’esistenza.

Infine, saremo sconfitti facilmente in queste ore in cui nuovi barbari da est non temono nulla perché nulla hanno da perdere, assetati di violenza e ignari di civiltà. Guerrieri pronti a dominarci con principî semplici, ci troveranno mansueti come quegli spettatori troppo corrotti dalle buone maniere. Ci troveranno come quel cane, già pronti a metterci noi stessi il guinzaglio e abbassare la testa.

Ecco perché nessuno ha liberato quel cane. Perché siamo tutti come lui.

 

Andrea B. Nardi

giornalista, scrittore, esperto d’arte, il suo ultimo libro è il romanzo storico Ecce Deus (Robin Edizioni)