“Preferirei di no”

Ho appena finito di rileggere, dopo circa quarant’anni dalla prima lettura, uno dei racconti più famosi e più belli di tutta la letteratura, “Bartleby, lo scrivano” di Herman Melville

E’ la storia, narrata in prima persona, di un avvocato di New York che, all’ampliarsi della sua attività, decide di assumere un terzo scrivano nel suo ufficio di Wall Street

Risponde all’annuncio Bartleby.

Il narratore lo descrive come persona “pallidamente linda, penosamente decorosa, irrimediabilmente squallida!”.

In principio Bartleby esegue diligentemente il lavoro di copista, ma si rifiuta di svolgere altri compiti, sconcertando il suo principale con la risposta “Preferirei di no” ( in originale “I would prefer not to”).

Più avanti smette di lavorare del tutto.

Alle sollecitazioni, alle suppliche, alle rampogne del suo datore di lavoro si limita a dare come unica spiegazione la medesima frase.

Una domenica, trovandosi a passare dalle parti del proprio ufficio, il narratore, con sua grandissima sorpresa, scopre che Bartleby ha preso lì la sua dimora.

Inserendo la chiave nella serratura, mi accorsi che non girava, a causa di qualcosa inserito dall’altra parte. 

Piuttosto sorpreso, provai a chiamare, e con mia grande costernazione, sentii un’altra chiave girare dall’interno: spingendo verso di me il viso smunto dalla porta socchiusa, mi apparve la visione di Bartleby in maniche di camicia, e per il restto con indosso nient’altro  che una veste da camera incredibilmente sbrindellata.

[…] L’apparizione del tutto inattesa di Bartleby che occupava i locali del mio studio la domenica mattina con la sua nonchalance cadaverica e signorile, ma altrettanto ferma e controllata, produsse in me un effetto talmente strano che non esitai a sgattaiolarmene via.”

Non descrivo gli sviluppi della vicenda per lasciare a quanti non avessero letto questo straordinario racconto il piacere di scoprirli dalle parole di Melville.

La cosa su cui riflettevo stamattina, finendo di leggere il racconto, è la meravigliosa sintesi della frase con la quale Bartleby accompagna ogni suo rifiuto : “Preferirei di no”.

Bartleby non dà mai in escandescenze, non reagisce con atteggiamenti polemici, come farebbe un lavoratore di fronte a pretese lesive della sua dignità e dei suoi diritti.

Bartleby, semplicemente, quasi buddisticamente, si limita a dire che “prefeirebbe di no”.

E questa sua dichiarazione tranquilla e disarmata è invalicabile, blocca del tutto,  per lunghissimo tempo, il suo datore di lavoro ( uomo ammodo e di buon cuore) .

Che dire ? Un personaggio fantastico, incredibile.

Secondo alcuni il precursore della letteratura esistenzialista, secondo altri un tentativo di narrazione alla Dickens ( autore al quale si dice che Melville guardasse con invidia per il suo successo) per altri ancora il resoconto romanzato di un fatto di cronaca, il racconto si legge – tutto d’un fiato – in poco meno di un’ora e mezzo.

E per un po’ ti rimane dentro quella specie di mantra.

Che, a pensarci bene, si adatterebbe splendidamente a molte delle sollecitazioni che ci arrivano tutti i giorni da infinite fonti:

Vuoi un caffè? 

Preferirei di no

Vuoi guardare la tv?

Preferirei di no.

C’è Salvini.

Preferirei di no.

C’è Renzi

Preferirei di no

C’è Vendola

Preferirei di no.

C’è Grillo.

Preferirei di no.

Vuoi un cannolo?

Preferirei di no

Un piatto di bucatini?

Preferirei di no

Vuoi fare una passeggiata?

Preferirei di no

Leggere una nota di Cusumano su facebook?

Preferirei di no!”

Filippo Cusumano

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