storia alternativa di un’infatuazione: tre letture di Cicerone, Livio e Polibio

Versioni_tradotte_di_CiceroneAvevo all’incirca dieci anni quando cominciai a confrontarmi con la lingua latina. Ricordo che non si trattò di un piacevole incontro, al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare da una futura dottoressa in lettere antiche. Detestavo lo studio di una sintassi così lontana da quella delle lingue vive, una grammatica tediosa e monotona che sembrava risolversi solo nell’apprendimento mnemonico e nella recita deprimente e funerea delle declinazioni. Al liceo la situazione non migliorò molto: allo studio della lingua si aggiunse quello della letteratura, ma nonostante ne constatassi la bellezza non riuscivo a spiegarmi l’utilità di tanta dedizione. Per questo quando oggi mi interrogano sui motivi della mia scelta universitaria rispondo che fu un po’ per sfida, un po’ per esclusione – ebbene si, proprio per questo! – e che presto mi resi conto di aver errato nei miei giudizi. Mai un errore fu, per usare un ossimoro, così appagante. Ancora oggi mi rattrista la visione che non solo gli estranei, ma anche gli stessi studenti di lettere classiche hanno nei confronti di quello che troppe volte viene definito un universo alienante ed antiquato: siamo cresciuti con questa idea, ma al contempo ci hanno insegnato che studiare le lingue morte avrebbe forgiato in noi una maggiore criticità, che avrebbe facilitato la nostra carriera universitaria o semplicemente che ci avrebbe fatto dono di una più ampia cultura, schiudendoci le porte del mondo inesplorato dal quale proveniamo . Ed è tutto vero, ma non basta. Non basta perché si tratta in primo luogo di un’elencazione riduttiva, ma soprattutto perché non è sufficiente ad indurre i giovani allo studio dei classici, a suscitare un interesse. Perché si sa, la passione non nasce dall’utilità che ha, ma dal fatto che è in primo luogo fine a se stessa, e che proprio in virtù di questo contribuisce ogni giorno a fare di te la persona che vorresti essere.

Quando poi tornai al liceo come tirocinante mi resi conto che nulla era cambiato. Alcuni procedevano con un lavoro meticoloso, ma tra le righe emergeva quel disinteresse di fondo che avrebbe reso la loro fatica sterile: al pari di un musicista improvvisato strimpellavano nozioni più per dovere che per un reale trasporto. Altri erano sinceramente coinvolti, ma pensavo che lo sarebbero stati ancora di più se fossi riuscita a trasmettergli qualcosa di mio, un frammento del mio sentire filtrato attraverso la parola e le gesta degli antichi. Solo così avrei potuto scuoterli. La lezione che avrei dovuto svolgere riguardava la letteratura latina ed era incentrata sulle Res gestae di Augusto, ma mi resi conto che non riuscivo a preparare una scaletta adeguata senza integrare il commento a quel pur magnifico testo con riferimenti coinvolgenti ed entusiasti alla storia romana. Fu allora che colsi ciò che aveva fatto la differenza: per mancanza di tempo e a causa di un programma già troppo vasto la letteratura latina non viene riferita ad un adeguato contesto storico, e ciò che rimane è qualche frase fatta qua e là. Pensai fra me e me alla nascita della mia vocazione e mi resi conto che tutte le motivazioni mi erano state presentate, compresa l’utilità di una lingua morta, erano errate o quantomeno inutili. Non mi ero avvicinata ai classici latini per l’incanto da essi suscitato, nemmeno perché mi avevano detto che il latino è realmente utile: non lo è, o almeno non quanto altri studi, e almeno nell’accezione che si ha comunemente di utilità. Lo penso io, che sono una dottoressa in lettere antiche, e proprio in virtù dell’ammirazione e del rispetto che nutro nei confronti di ciò che ho studiato: non sviliamo gli antichi con inutili indottrinamenti, ma cerchiamo di coglierne l’unicità al di là di tediose nozioni tramandate passivamente. Inoltre: non studiamo la lingua e la letteratura latina per il diletto che procurano: Eneide, Odi, Epistulae e Carmina sono di una bellezza travolgente, ma molte altre opere straordinarie sono venute alla luce nel corso della storia, e in molte altre lingue. Quando ci approcciamo al latino e con gli occhi abbracciamo le emozioni lasciate in eredità sulla carta, quando ci immedesimiamo in una mente antica duemila anni o quando semplicemente ci troviamo di fronte un libro di grammatica, dobbiamo pensare che lo stiamo facendo perché il popolo di Roma ebbe una storia e una cultura uniche, che lo differenziano da tutte le altre civiltà antiche.

Molti associano in effetti la politica romana alla tirannia e al dispotismo: se interrogati sulla forma politica vigente a Roma quasi tutti risponderanno che si trattò di una monarchia, dove la libertà veniva sacrificata in nome dei più sciocchi capricci dell’imperatore. E fu così, ma in epoca di decadenza. Quasi nessuno conosce i quasi cinquecento anni di storia repubblicana che precedettero l’avvento dell’era imperiale, e durante i quali Roma perfezionò una costituzione basata sull’equità, sulla giustizia e sulla parola espressa dal popolo. Non una semplice democrazia, ma una repubblica caratterizzata da un sistema misto contenente secondo Polibio monarchia, oligarchia e democrazia, rappresentate rispettivamente dai consoli, dal senato e dai comizi tributi. Tralasciando gli specifici compiti di ogni organo mi basterà ricordare che i comizi erano composti dall’intera cittadinanza romana, sia da patrizi che da plebei, e che avevano funzioni amministrative ed elettorali. Venivano rappresentati in senato – a sua volta formato da tutti gli altri magistrati, compresi i consoli – attraverso i tribuni della plebe, i quali godevano dell’inviolabilità e della sacralità: per difendere il popolo dai soprusi dei patrizi lo stato romano prevedeva la possibilità della pena capitale nei confronti di chiunque commettesse un atto di ingiustizia ai danni dei tribuni della plebe. Caratteristiche comuni a tutte le cariche erano inoltre la gratuità, l’elettività e la collegialità. Non era prevista alcuna retribuzione in quanto la dedizione alla politica costituiva la prima ragion d’essere dell’appartenenza alla cittadinanza: dedicarsi ad essa e operare rettamente per la comunità erano avvertiti come un dovere foriero di prestigio. Ogni cittadino che ricoprisse una carica veniva inoltre regolarmente eletto, e nell’esercitarla era affiancato da altri, in modo che i magistrati limitassero i propri poteri vicendevolmente e che nessuno potesse emergere rispetto ai colleghi. Non solo: a Roma nessun cittadino, neanche il più spregevole traditore, poteva essere condannato a morte senza aver avuto prima la possibilità di appellarsi al popolo, il quale poteva decidere con una votazione democratica se salvarlo o meno.

A regolare la vita di Roma esistevano delle leggi scritte, ma ancora più forte restava la valenza delle leggi non scritte, raccolte sotto la denominazione comune di mos maiorum, il costume degli antichi. Con questa espressione si intendono le consuetudini tramandate di generazione in generazione, le quali trovano la propria ragion d’essere principalmente nella virtù, nel valore, nella giustizia, nell’amore per la patria e nel rispetto delle leggi umane e divine. Da quanto finora ricordato emerge l’immagine di una costituzione unica per l’epoca nella quale venne concepita, un’epoca in cui la forma politica più diffusa perché più facilmente concepita era quella monarchica, dove il cenno di un’unica persona era sufficiente a permettere il funzionamento dello stato. Un universo complesso ed esclusivo, soprattutto se integrato da quanto emerse durante la mia prima lezione di storia romana, che ancora ricordo con grande piacere. Ma cosa – fu la domanda che il professore ci rivolse – distingue ancora di più l’impero di Roma da tutti gli altri imperi della storia? Che cosa – continuò – lo rende unico rispetto a quello che so, di Alessandro Magno, di Ciro il grande, di Gengis Khan piuttosto che di Napoleone? Non la vastità, non la funzionalità, non il glorioso passato.. ma ancora una volta la forma politica. Quello romano fu l’unico impero fondato non sulla monarchia, ma sulla repubblica, e concepito quindi non come possesso del singolo, ma della comunità.

Dopo questa breve introduzione, tutt’altro che esaustiva, vorrei quindi riportare tre brani che considero significativi alla luce di quanto finora esposto. Il primo è un brano tratto dal De republica di Cicerone, uomo che peraltro dette la vita per difendere l’ordinamento repubblicano contro le pretese dei singoli, durante l’epoca di transito dalla fase repubblicana a quella imperiale. Il secondo riporta le parole di Tito Livio in Ab urbe condita e si riferisce al metodo di combattimento impiegato dagli antichi Romani, basato sul rispetto dell’avversario e sull’onestà, valori costitutivi del mos maiorum. Argomento del terzo ed ultimo brano sono infine i funerali dei Romani, ai quali è dedicata un’ampia trattazione nel VI libro delle Storie di Polibio, scrittore greco che prese in considerazione proprio le modalità secondo le quali questi venivano svolti per mettere in evidenza come ogni occasione, anche quella della morte di un celebre personaggio, venisse sfruttata per trasmettere ai giovani cittadini l’amore per la virtù.

«(Catone) era solito dire che la nostra città superava nella costituzione tutte le altre per questo, perché in quelle erano stati generalmente dei singoli individui che avevano ordinato ciascuno il proprio Stato con proprie leggi ed istituzioni, […] mentre per contro il nostro Stato non fu ordinato dalla genialità di uno solo, ma di molti, e non nello spazio di una sola vita umana, ma di alquanti secoli e generazioni».

Cic., De Republ., II, 1-3.

«Solevano dichiarare la guerra prima di combatterla, talvolta persino preannunziare il combattimento e precisare la località in cui si sarebbero battuti. […] Questo era il comportamento religioso romano, tutt’altra cosa dalla doppiezza cartaginese e dalla furbizia greca, per le quali fu motivo di maggior vanto trarre in inganno il nemico piuttosto che superarlo con la forza delle armi. Certo a volte, lì per lì, maggior profitto si poteva ottenere adoperando l’inganno che facendo mostra di valore; ma alla fine vinto per sempre era soltanto l’animo di colui cui potesse estorcersi il riconoscimento d’essere stato superato non con astuzia o per caso, ma nei combattimenti corpo a corpo in campo aperto».

Liv., 42.47.

«Quando fra loro muore un uomo in vista, durante la celebrazione delle esequie egli viene trasportato, con tutti gli onori, presso i cosiddetti rostri, nel foro. […] Mentre tutto il popolo gli sta attorno, un figlio, se il morto ne ha lasciato uno in età adulta e se questi si trova presente, o altrimenti, se c’è, un altro membro della famiglia, sale sui rostri e parla delle virtù del morto e dei successi da lui conseguiti in vita. La conseguenza di ciò è che la folla, ricordando e richiamando alla mente l’accaduto, sia tanto commossa che non sembra trattarsi più di una disgrazia privata, limitata alle persone in lutto, ma riguardante tutta la comunità. […] Non è facile per un giovane amante della gloria e della virtù vedere uno spettacolo più bello. […] Inoltre, colui che commemora l’uomo che sta per essere seppellito, dopo aver pronunciato un discorso su di lui, comincia dal più antico degli altri presenti e cita i successi e le imprese di ciascuno. Di conseguenza, venendo sempre rinnovata la fama di virtù degli uomini di valore, la gloria di coloro che hanno compiuto qualche bella azione si fa immortale, e la celebrità di coloro che hanno reso benefici alla patria diviene nota ai più ed è trasmessa ai posteri. Ma la cosa più importante è che i giovani sono incoraggiati a sopportare qualunque cosa per il bene della comunità, per conseguire la gloria che accompagna gli uomini di valore».

Pol., VI, 53-54.

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3 comments

  1. Indubbiamente conoscere bene la storia passata ci aiuta a comprendere il presente e il futuro.. ma quello che mi è piaciuto molto è il tuo attraversare il tempo,e lo spazio,con una leggiadria disnvolta… quasi accattivante,,,

    … un piacere leggerti di nuovo..

    Auguri …futura dottoressa in lettere antiche……

  2. Appassionante, perché scritto con passione autentica.. Coinvolgente, perché rivela la strada che dobbiamo ritrovare per uscire da questo medioevo e fondare un nuovo rinascimento
    Giudice Silvano Anania

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