“Se la stessa vita, che è tutto, passa, perché non dovrebbe passare l’amore?!”

Un amore a Lisbona- terza e ultima parte.
5 La rottura

“Fernando, sono già quattro giorni che non si fa vivo e neppure si degna di scrivermi. Sempre lo stesso modo di comportarsi. (…) Dato che Fernando non ha motivo di chiudere, si comporta così. Bene, in questo modo non sono disposta a continuare. Non sono il suo ideale, lo comprendo chiaramente, ciò di cui unicamente mi lamento è che il Signore lo abbia capito solo quasi dopo un anno.”(…)

Inizia così la lettera con cui Ophelia cerca di mettere alle strette Pessoa.

Dopo un silenzio durato alcuni giorni, il poeta risponde :

“Ophelinha, la ringrazio per la lettera. Essa mi ha portato dolore e sollievo allo stesso tempo. Dolore perché queste cose addolorano sempre; sollievo perché, in verità, l’unica soluzione è questa: non prolungare oltre una situazione che ormai non trova più una giustificazione nell’amore,né da una parte né dall’altra.”

Proprio come suggerisce l’intera produzione poetica e letteraria, Pessoa ha spesso difficoltà ad affrontare le situazioni della vita in maniera coraggiosa: tutte le cose terrene, compresi i sentimenti, sono qualcosa di superfluo, non sufficientemente importanti; e tuttavia, allo stesso tempo, troppo complicate da gestire.

Per Pessoa la vita vera è la letteratura:

” Tutta la letteratura consiste nello sforzo di rendere reale la vita. Come tutti sanno, anche quando agiscono senza saperlo, la vita è assolutamente irreale. Le impressioni sono tutte intrasmissibili se non le rendiamo letterarie.” .

Vivere di letteratura e di sogno, allontanandosi dalla vita e dalla realtà: questo è il suo credo:

”Vivere questa vita lontano dalle emozioni e dai pensieri; viverla solo nel pensiero delle emozioni e nell’emozione dei pensieri. Mantenere, nell’ombra, quella nobile fierezza dell’individualità che consiste nel non insistere per nulla con la vita.”

Per il poeta che dedica l’intera esistenza all’evasione nella dimensione onirica e fittizia della sua letteratura, anche porre fine all’unico rapporto amoroso della sua vita rappresenta un impegno troppo difficile da realizzare.

Per questo, proprio come per l’ufficializzazione del fidanzamento, affida prima al silenzio, poi a una lettera, il compito di formalizzare la fine dell’amore.

Per la prima volta, in quest’ultima lettera datata 29 novembre 1920, Pessoa si libera, dà voce alla sua anima, e lo fa attraverso la letteratura, deponendo finalmente la maschera.

Se le epistole scambiate fino ad allora portavano ben poche tracce della sua grandezza artistica, se fino ad ora il linguaggio familiare, talvolta puerile, lo ha reso simile ad un Uomo comune e mortale, ora per la prima volta Pessoa è davvero se stesso, è Poeta immortale.

Ill registro cambia e trapela la cifra stilistica dell’uomo di grande cultura e profondità fino ad allora rimasto in disparte.

“Il Tempo, che invecchia i volti e i capelli, invecchia anche, ma ancor più rapidamente, gli affetti violenti.

La maggior parte della gente, per la sua stupidità, riesce a non accorgersene, e crede di continuare ad amare perché ha contratto l’abitudine di sentire se stessa che ama .

Le creature superiori, tuttavia, sono private della possibilità di codesta illusione, perché non possono credere che l’amore sia duraturo, né quando sentono che esso è finito, si sbagliano interpretando come amore la stima, o la gratitudine, che esso ha lasciato.

Se la stessa vita, che è tutto, passa, perché non dovrebbero passare l’amore, il dolore e tutte le altre cose che sono parti della vita?.”

Per Pessoa l’amore per Ophelia è dunque una passione violenta, mascherata dalle apparenze di un fidanzamento convenzionale, ma anche passione effimera, incapace di dare felicità duratura.

Così descrive se stesso ne Il libro dell’Inquietudine:

(…) ”Ed io sono così, futile e sensibile, capace di impulsi violenti e coinvolgenti; buoni e cattivi; nobili e vili; ma mai di un sentimento che perduri, mai di una emozione che continui e penetri nella sostanza dell’anima. (…) Tutto mi interessa e nulla mi prende.” (…)

Pessoa parla a Ophelia, ma finalmente parla soprattutto per se stesso.

Pessoa, fino ad ora manifestatosi come persona mite, umile e modesta, improvvisamente si eleva a “creatura superiore”, capace di non illudersi e squarciare il famoso velo di Maya, di vedere al dilà delle cose, prima della “maggior parte della gente”.

L’amore finisce, come tutte le cose; la sua produzione poetica invece, si tramanderà, lo renderà immortale, ed è per questo che vale la pena investire su di essa. “È meglio scrivere piuttosto che osare vivere” ammetterà ne Il libro dell’Inquietudine.

Nella lettera di rottura, cui cerca di dare toni pacati e affettuosi, il poeta fa riferimento all’inutilità dell’amore:

”La prego, siamo l’uno con l’altro come due persone che si conoscono dall’infanzia (…) che conservano sempre, in una piega dell’animo, il ricordo profondo del loro amore antico e inutile.”

1.6 Il riavvicinamento

Nove anni dopo Ophelia torna a credere nelle parole e nell’affetto di Pessoa.

Il riavvicinamento avviene nel 1929 quando il poeta comincia a frequentare il nipote di Ophelia, Carlos Queiroz.

Ophelia vede una foto dell’ex fidanzato regalata a Carlos e ne chiede una copia.

Pessoa risponde alla lettera della donna che lo ringrazia della foto:

“Nel mio esilio, che sono io stesso, la sua lettera è arrivata come un’ allegria familiare”.

Con una frase efficacissima e di grande effetto, il poeta definisceì la situazione di solitudine in cui vive: isolato, a tu per tu con se stesso, come in fondo aveva sempre desiderato.

Senza Ophelia, l’unico amore in carne ed ossa della sua vita e l’unica capace in una certa misura di occupare i suoi pensieri, in quei nove anni il poeta si è completamente ritirato nella sua letteratura.

Troviamo la sua concezione dei rapporti sociali e dell’insofferenza con cui li viveva ancora una volta ne Il libro dell’inquietudine:

“Del resto, mi pesa solo l’idea di essere costretto a stare in contatto con qualcun altro. Un semplice invito a cena con un amico mi provoca un’angoscia difficile da definire.
L’idea di un qualsiasi obbligo sociale – andare a un funerale, trattare insieme a qualcuno una questione di ufficio, andare alla stazione ad attendere una persona qualsiasi, conosciuta o sconosciuta – solo l’idea mi sconvolge i pensieri per un’intera giornata, e a volte comincio a preoccuparmi il giorno prima, e dormo male. Le mie abitudini sono attinenti alla solitudine e non agli uomini”

Riprende così lo scambio epistolare e con esso il namoro.

La donna non lavora più e vive con la sorella, ma Pessoa comincia a frequentare la casa in qualità di amico di Carlos.

Qualcosa è cambiato però, non è più l’uomo di cui Ophelia si era innamorata nove anni prima. Dirà, diversi anni più tardi:

“Fernando era diverso. Non soltanto fisicamente (era abbastanza più grasso), ma principalmente nel modo di essere. Era sempre nervoso, viveva ossessionato dalla sua opera. Spesso mi diceva di avere paura di non potermi fare felice, a causa del tempo che dedicava alla sua opera” .

E in effetti in questa seconda fase Ophelia riceve molte meno attenzioni dal poeta, i due si incontrano molto meno e anche la corrispondenza epistolare è meno fitta e affettuosa.

Pessoa ha negli anni sviluppato una vera e propria ossessione per la sua opera, che è diventato l’unico motivo in grado di dare valore a quella che lui ritiene un’esistenza inutile.

E il poeta non manca di chiarirlo alla donna:

“Sono arrivato a quell’età in cui si ha il pieno dominio delle proprie qualità e l’intelligenza raggiunge la sua massima forza e capacità. È dunque il momento di realizzare la mia opera letteraria(…). Per realizzare quest’opera ho bisogno di tranquillità e di isolamento.”

Pessoa non vuole illudere Ophelia, nè prometterle un matrimonio o un legame solenne e duraturo.

”Tutta la mia vita futura dipende dal fatto che io riesca o meno a fare quanto detto: e in breve tempo. Del resto la mia vita gira attorno alla mia opera letteraria. Tutto il resto della vita ha per me un interesse secondario.”

Il troppo tempo dedicato alla letteratura ha poi acutizzato le preoccupazioni economiche del poeta, poiché il tempo dedicato al lavoro è notevolmente diminuito.

Affannato dal conflitto tra ciò che “deve” fare – la sua opera – e ciò che dovrebbe fare per sopravvivere – lavorare – il poeta ha trovato sollievo nell’alcol.

Se nel 1920 insomma, Ophelia avrebbe potuto sperare nella coronazione del suo sogno d’amore, nove anni più tardi è palese fin da subito che non ci sono speranze.

Smettono presto di vedersi.
Il poeta muore 6 anni dopo, nel 1935, per problemi epatici, a soli 47 anni.

Chiude la sua vita in perfetta solitudine, come aveva desiderato, senza mai rinunciare al conforto della scrittura :

“Pieno di tristezza scrivo nella mia tranquilla stanza, solo come sono sempre stato, solo come sempre sarò. E penso se la mia voce, apparentemente così incolore, non possa incarnare la sostanza di migliaia di voci, la fame di raccontarsi di migliaia di vite, la pazienza di milioni di anime sottomesse come la mia, nel destino quotidiano, al sogno inutile, alla speranza senza memoria” (Il libro dell’inquietitudine”)

FILIPPO CUSUMANO

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