“Chi ama davvero non scrive lettere che sembrano requisitorie avvocatesche”

Un amore a Lisbona- Parte prima.

1- Le vite altrui

Fernando Pessoa vive tra il 1888 e il 1935, e passa la sua vita tra Lisbona e il Sudafrica.
Solo dopo la morte diventa il portavoce della letteratura portoghese del primo Novecento, e viene proclamato emblema di una poetica intrisa di inquietudine, sogno, sublimazione.

E’ anche il poeta simbolo di una città, Lisbona, come Kafka con Praga o Joyce con Dublino.

Personaggio complesso, impenetrabile, portatore di identità plurime e contrastanti, poeta dalla coscienza talmente frammentata da richiedere la creazione di entità distinte, eteronimi dotati di una propria storia, un proprio vissuto, una propria coscienza letteraria.

L’impiegato commerciale Fernando Pessoa è anche e soprattutto il vecchio maestro naturalista Alberto Caeiro, l’ingegnere omosessuale Alvaro de Campos, il medico materialista Ricardo Reis.

E’ anche e soprattutto l’aiuto contabile Bernardo Soares, un semieteronimo, l’alter ego più manifesto la cui biografia si sovrappone quasi perfettamente a quella del suo creatore.

“Mi sento multiplo. Sono come una stanza dagli innumerevoli specchi fantastici che distorcono in riflessi falsi un ‘unica anteriore realtà che non è in nessuno ed è in tutti” , scrive l’eteronimo Soares in uno dei numerosi frammenti tratti dal Libro dell’Inquietudine.

Come a dire che una vita sola non basta, come a cercare di superare l’unicità dell’essere e la finitezza dell’uomo.

Gli eteronimi non sono sdoppiamenti di una personalità, ma frammenti inscindibili della stessa.

La vita di Pessoa è plurale, non solo per l’intensità con cui vivono i suoi eteronimi, ma anche perché il poeta vive nello stesso tempo la vita ideale e immaginifica dello scrittore ortonimo – il creatore degli eteronimi- , e quella abitudinaria e modesta dell’ uomo d’affari, intelligente benché fallimentare per mancanza di mezzi materiali.

Tuttavia, come dice bene Antonio Tabucchi, è un “personaggio che visse una vita da impiegato di concetto come se fosse un impiegato di concetto, trattò se stesso come se fosse un altro, scrisse poesie sue come se fossero altrui” .

Pessoa si ripara dietro sembianze altrui , vive altrui vite – seppur immaginarie- proprio perché incapace di accettare la sua.

E anche, e soprattutto, di questa plurima e controversa natura si nutre il rapporto tra il poeta e l’unica donna della sua vita: Ophelia Quéiroz.

2- Il Namoro

Si conoscono nell’ufficio commerciale dell’impresa Félix dove Pessoa lavora insieme a tre soci.

Fornito di un’ottima padronanza dell’inglese e del francese, il poeta si occupa dei rapporti con gli esteri, mentre l’appena diciannovenne Ophelia è assunta come dattilografa.

Nonostante i dodici anni di differenza, l’intesa tra i due scatta immediatamente.

Intesa che lo schivo e riservato Pessoa si guarda bene dal far trapelare in presenza dei soci, ma che si manifesta non appena i due restano soli attraverso gentilezze e attenzioni continue.

Presto tra i due si innesca un seduttivo gioco di sguardi e fugaci bigliettini lasciati sulla scrivania.

E’ il periodo del cosiddetto “namoro”, delle prime confidenze, di una scoperta affinità, delle schermaglie amorose e delle prime tenerezze, della banalità dei cioccolatini e dei piccoli doni.

Proprio come accade a tutte le persone che si attraggono, si cercano e si desiderano.

Poi un giorno, improvvisamente, lui le dichiara il suo amore, declamando l’atto secondo dell’Amleto:

“Oh diletta Ofelia, io son maldestro nel maneggiare versi: e non posseggo arte alcuna a contare sillabe e accenti dei miei gemiti. Ma che io ti amo più di ogni altra cosa, oh suprema tra tutte le altre cose, fino all’ultimo estremo, credilo!” .

Il fatto che la dichiarazione sia affidata a un personaggio letterario, una sorta di ulteriore alter-ego preso in prestito dalla tradizione, dimostra l’incapacità del poeta di far suo un concetto troppo gravoso e menzognero; l’elevazione di Ophelia a “suprema fra tutte le cose”, quando in realtà per lui la “suprema tra tutte le cose” è e rimarrà sempre la letteratura.

La vera e propria corrispondenza epistolare comincia solo dopo il primo bacio.

E’ lei a scrivere per prima, turbata per l’ apparente indifferenza dimostrata da Pessoa nei giorni successivi al “misfatto”.

(…)“Avrò da lei la ricompensa che desidero? Temo che non l’avrò, visto che lei non ne ha mai parlato, e se io avessi la piena certezza che non l’otterrò mai, le giuro, Fernandinho mio, che preferirei allontanarmi da lei per sempre, sebbene con grande sacrificio, anziché pensare che non sarò mai sua e continuare come adesso.
Fernandinho, se non ha mai pensato a metter su famiglia e se nemmeno ci pensa, le chiedo in nome di tutto e in nome della gioia di sua sorella, di dirmelo per iscritto, di comunicarmi le sue intenzioni su di me. (…) Vivere nella completa incertezza mortifica enormemente e io preferirei la delusione al vivere come un’illusa”. (…)

E’ datata Primo Marzo 1920 la prima lettere del poeta:

(…) “Chi ama davvero non scrive lettere che sembrano requisitorie avvocatesche. L’amore non studia così tanto le cose, né tratta gli altri come rei da ‘incastrare’” . (…)

La lettera si chiude con una sorta di dichiarazione d’impegno verso la giovane donna:

(…) “Le mando il ‘documento scritto ’ che mi chiede. La mia firma è autenticata dal notaio Eugenio Silva” .

Se Fernando Pessoa fosse una persona comune, questa lettera rappresenterebbe l’inizio di un fidanzamento ufficiale.

Ma Pessoa non è una persona comune; è un uomo dotato di grande sensibilità ma anche di forte egoismo, abitato da inquietudini e paranoie, inadeguato alla vita reale, abituato a rintanarsi in un mondo ideale e onirico.

Incapace di vivere profondi rapporti con il prossimo, di dedicarsi e aprirsi completamente, individua il vero amore nella sua opera, mai disposto a sostituirla con la completa dedizione per una donna, con un rapporto vissuto in maniera totalizzante.

E così la relazione tra Pessoa e Ophelia manterrà le caratteristiche proprie del namoro.

Un namoro eterno e involuto, determinato dall’incapacità del poeta di prendere una decisione definitiva, di concretizzare una passione rimasta ai limiti del platonico,

“una storia d’amore segretissima e casta, così ottimisticamente puerile e insieme così senza speranza, che potrebbe sembrare ridicola se non partecipasse, proprio come i veri grandi amori, del ridicolo e del sublime.”

Una fitta corrispondenza epistolare accompagna i nove mesi della loro frequentazione, e, a nove anni di distanza, un altro breve periodo in cui i due si ritrovano.

Le lettere generalmente sono recapitate quotidianamente da Osorio, il fattorino dell’ufficio, soprattutto dopo l’uscita di Ophelia dalla ditta.

Sono state pubblicate dalla donna solo quarantatrè anni dopo la morte del poeta, insieme ad alcune dichiarazioni.

FILIPPO CUSUMANO

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