“Bebè piccino, mi è piaciuta tanto la tua lettera”

Un amore a Lisbona- Seconda parte.

31 maggio 1920
“Bebè piccino del Nininho-ninho,
Oh!
Ti scrivo questa letteina per dire al Bebè piccino che mi è piaciuta tanto la sua letteina.
Oh!
Ed ero tanto triste pecchè non avevo il mio Bebè vicino a dargli tanti cicini.
Oh! Questo Nininho è così piccininino! Oggi questo Nininho qui non viene a Belém pecchè non sa se funzionano i tram e deve essere qui alle sei. Domani, se tutto va bene, il tuo Nininho esce di qui alle cinque e mezzo (cioè alla calza delle cinque e mezzo) .
Domani il mio Bebè appetta il suo Nininho, sì? A Belém, sì, sì?
Cicini, cicini e cicini
Fernando”

Sembra quasi impossibile credere che questa lettera sia stata scritta dallo stesso autore dell’indimenticabile Il libro dell’inquietudine.

Eppure questa lettera condensa tutte le caratteristiche principali del linguaggio e dello stile con cui il poeta si rivolge all’amata.

Un linguaggio puerile che segna una sorta di regressione all’infanzia, un modo di esprimere tenerezza e sentimento in maniera evidentemente troppo banale per poter appartenere al Fernando Pessoa scrittore.

E infatti la funzione delle lettere è quella di ancorare a terra l’uomo plurale perennemente in conflitto con il mondo reale, renderlo persona normale, addirittura mediocre e triviale.

Ancora una volta, come dice Antonio Tabucchi, sembra che “Pessoa abbia delegato a un altro, che era lui stesso, il compito di vivere una storia d’amore e di scrivere lettere d’amore alla signorina Ophela Queiroz” .
Ancora una volta l’autore indossa una maschera, usando buffi vezzeggiativi: per la giovane Ophelia lui è il ‘suo Nininho’ o il ‘suo Ibis’ .

Bebé, Bebecito, Bebé-angelito, Bebé cattivo, birichino, piccolino.

Ninita o Ibis sono invece i nomignoli con cui si rivolge all’amata. Insomma, proprio come fanno tutti i teneri amanti, anche il grande poeta inventa un linguaggio intimo ed esclusivo, che giustificherà molti anni più tardi, nella sua più celebre poesia firmata Alvaro da Campos:

Tutte le lettere d’amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
ridicole.
Scrissi anch’io, ai miei tempi, lettere d’amore,
come le altre,
ridicole.
Le lettere d’amore, se c’è amore,
devono essere
ridicole.
Ma, dopotutto,
solo le persone che non hanno mai scritto
lettere d’amore
sono
ridicole.
(… )
(Tutte le parole stravaganti,
come i sentimenti stravaganti,
sono naturalmente ridicole).

4 – Gli ostacoli al matrimonio

(…) “Se mi dovessi sposare, non potrei sposarmi che con lei. Resta da sapere se il matrimonio o vita coniugale (o come lo si voglia chiamare) sia una forma di vita che possa andare d’accordo con la mia vita interiore. Ne dubito”. (…)

Solo nel 1929 il poeta ammette ciò che per tutto il periodo della relazione con Ophelia ha dimostrato più attraverso i fatti che con le parole.

Fernando Pessoa non ha mai avuto alcuna intenzione di sposarsi perché un impegno simile comporterebbe l’intrusione di un’altra persona nella sua vita; tra lui e la sua opera, tra lui e il suo universo immaginario.

Sposarsi, dedicare la vita in maniera completa e totalizzante a una donna, significherebbe deporre la maschera, diventare una persona comune, adattarsi alle responsabilità sociali proprie di un’esistenza borghese.

In un certo senso, poi, il poeta ha già sposato l’oggetto dei suoi desideri quando ha scoperto la vocazione letteraria.

La letteratura, o meglio, la sua letteratura, è il credo di Pessoa, e con essa lo scrittore ha già stipulato da tempo l’unico vero legame matrimoniale che per lui è possibile.

Ciò non significa che non abbia amato Ophelia, ma non al punto di porla al primo posto. Ophelia è l’amore terreno, e come tutte le cose terrene per Pessoa non è abbastanza, non è completo, non era in grado di appagarlo.

D’altra parte è naturale che la giovane, come ogni persona innamorata, riponga forti aspettative nella sua relazione con il poeta.

Ugualmente naturale che , come tutte le sue coetanee, aspiri ad una vita da moglie e da madre ( non erano questi forse gli unici ruoli significativi che le convenzioni sociali dell’epoca ritenevano veramente importanti e significativi per una donna?).

Tuttavia, proprio perché perdutamente innamorata, non trova la forza di troncare di netto la sua relazione con un uomo che durante tutto il periodo del namoro non manca di rappresentarle gli ostacoli e gli impedimenti di una eventuale vita comune.

Primo ostacolo ad una relazione stabile e duratura è la cagionevole salute del poeta.

Troppo malato, troppo preoccupato per le sue innumerevoli ricadute, Pessoa arriva a descrivere dettagliatamente sintomi e malesseri, riversando tutte le sue ansia sulla premurosa Ophelia:

(…) “Sono due notti che non dormo, poiché l’angina mi procura una costante salivazione, e mi succede stupidamente di dover sputare ogni due minuti , il che non rilascia riposare… Non mi è possibile scrivere di più, a causa della febbre e del mal di testa che ho.” (…)

Pessoa inoltre si dimostra dispiaciuto nel riconoscere quanto la sua malattia possa essere di peso per la giovane :

(…) “Io capisco perfettamente come, godendo di buona salute, tu abbia poca pazienza per quello che possono soffrire gli altri, anche quando codesti “altri” sono, ad esempio, io, che dici di amare”. (…)

A mio parere queste preoccupazioni non sono che un inconscio tentativo di allontanare Ophelia: come avrebbe potuto una giovane, bella e sana ragazza sposare un uomo vecchio e malato come lui? Non meritava forse di meglio?

Secondo impedimento al matrimonio è la situazione economica del poeta. Un impiegato, non ricco, non povero, su cui pesa però il sostentamento della madre e dei fratelli trasferitisi dal Transvaal a Lisbona all’inizio del 1920.

Pessoa affitta un appartamento all’Estrela per vivere con loro, lasciando le sue stanze del quartiere periferico di Benfica.

Il poeta sa che in una situazione simile non avrebbe i mezzi per poter far vivere agiatamente una moglie.

Dopo la chiusura dell’Impresa Felix, Valladas e Freitas, il poeta ha trovato impiego presso un’altra ditta nel Cais do Sodré , e progetta di mettere in piedi una nuova impresa commerciale con scopi più ambiziosi di quella fallita alcuni anni prima .

Ma, come racconta lui stesso in una lettera amareggiata, le cose non procedono, si trascinano, anche a causa del debole sostegno dei futuri soci:

“Vorrebbero che io facessi tutto, che mi occupassi, oltre che di avere le idee e di indicare l’organizzazione della cosa, anche di trovare i capitali per realizzare concretamente il progetto.” (…)

La possibilità di un lavoro ben retribuito d’altra parte non è mai il vero obiettivo del poeta poiché la prospettiva di vincolarsi ad un impiego con un orario fisso comprometterebbe la sua libertà di scrittore.

Per questo rifiuta anche la cattedra di Lingua e letteratura inglese alla facoltà di lettere di Coimbra, più volte offertagli dall’allora direttore Coelho de Carvalho.

A causa di questo atteggiamento indipendente, Pessoa si trova talvolta in difficoltà economiche, e questo stato di cose è uno dei principali impedimenti al matrimonio.

Terzo ostacolo al coronamento ufficiale dell’amore è la famiglia della giovane. Ciò che non piace a Fernando è il suo crescente, anche se lontano, intervento nel fidanzamento:

(…)” Arrivo fino a credere – le scrive il poeta – che l’influenza costante, insistente, abile di queste persone, che non bisticciano con te, non si oppongono in modo evidente, ma ti lavorano lentamente l’animo, riuscirà a far sì che non mi ami. Ti sento già diversa; non sei più la stessa che eri nell’ufficio (…) Guarda, bambina, non vedo affatto chiaro nel futuro. Voglio dire: non vedo cosa accadrà o che sarà di noi, dato il tuo modo di cedere sempre di più all’influenza della tua famiglia e di essere in tutto di un’opinione contraria alla mia. In ufficio eri più dolce, più affettuosa, più amorosa”. (…) .

E ancora:

(…) “Quando mi dici che desideri che io ti sposi, è un peccato che tu non aggiunga che contemporaneamente dovrei sposarmi con tua sorella, tuo cognato, tuo nipote e non so quanti clienti di tua sorella.” (…)

In realtà quello delle famiglia non è una vera intromissione, ma semplicemente la naturale apprensione per la sorte di una figlia appena diciannovenne.

Pessoa infatti non solo è di dodici anni più vecchio, non solo non è un uomo particolarmente facoltoso, ma, come racconta lei stessa in una testimonianza raccolta e trascritta dalla nipote Maria da Graça Queiroz dopo la morte del poeta, non accetta mai presentarsi alla famiglia di lei:

“Il nostro fu un namoro semplice, e in certa misura uguale a quello di tutti, sebbene Fernando non avesse mai voluto presentarsi a casa mia, come sarebbe stato normale per un innamorato. Mi diceva: “Sai, devi capire che è una cosa da persone comuni, e io non sono una persona comune”. Io lo capivo e lo accettavo così com’era. Spesso mi diceva anche: “non dire a nessuno che noi ‘amoreggiamo’. È ridicolo. Noi ci amiamo” .

Pessoa è un solitario, non ha amici cui affidare turbamenti e malumori, non ama il pettegolezzo e preferisce tenere le cose che lo riguardano per sé.

Pessoa non ammette l’intromissione di terzi nella relazione, vorrebbe tenerne segreta persino l’esistenza.

Per questo il poeta non ama usare il telefono per comunicare:

(…)”Non ti ho telefonato (…) perché non dispongo di un telefono dal quale parlare senza farmi sentire da altri, e non mi piace farmi sentire da altri. I tre telefoni dai quali a volte ti chiamo sono: uno nel caffè Arcada , e lì significa praticamente parlare in pubblico; un altro nella cartoleria Vieira, dove le condizioni sono identiche; il terzo in un ufficio che frequento, e qui l’apparecchio è nello stanzone principale, in mezzo agli impiegati.”(…)

Questa riservatezza, quest’ incapacità di accettare la presenza di altri nella loro relazione, deriva dalla sua naturale tensione all’isolamento.

Pessoa ama Ophelia, ma più di ogni altra cosa ama l’idea del suo rapporto con lei. Ama la routine del passeggiare insieme, dello scambiarsi tenere lettere, ama la sua gracilità, la sua freschezza.

Ma non è diponibile ad accettare tutte le logiche sociali e relazionali che un matrimonio comporta.

FILIPPO CUSUMANO

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