Franz Kafka e Felice Bauer- seconda parte: “Un innamorato misero ed estremamente scomodo”.

4. L’amore: i discorsi a distanza.

Le lettere di Kafka a Felice per certi versi assomigliano ad una partitura musicale.

Si parte con un adagio, costituito dalle prime lettere misurate e compunte, per arrivare al crescendo di quelle di poco successive.

Il corteggiamento da discreto si fa manifesto. Dalla cortesia e dal formalismo iniziale Kafka passa abbastanza presto ai toni quasi imperativi di chi, mettendosi in gioco ed esponendo i suoi sentimenti, si sente quasi autorizzato a pretendere di essere corrisposto.

Felice, in breve, da “Gentile signorina” ( 20 settembre1912) diventa la “Cara Signorina Felice” ( 1 novembre, ma già al 7 era diventata “Carissima”).

Prestissimo diventerà semplicemente “ cara” oppure “mia cara” o “carissima” con un crescendo che conduce alla lettera del 4 dicembre, che inizia con un “Oh, diletta, infinitamente amata”, per poi stabilizzarsi, nel semplice “cara”, ripetuto più volte nel corso della stessa lettera.

L’attrazione sentimentale di Kafka per Felice, nei primi tempi della loro relazione epistolare, appare come un fiume che sale giorno per giorno.

Il primo varco nel quale lo scrittore cerca di insinuarsi è quello del superamento del “lei”.
In una lettera dell’11 novembre troviamo la prima allusione
“Come è bello sentirsi dare del tu da Lei, sia pure soltanto in una citazione!” .

Nella lettera successiva, dello stesso giorno, il “lei” ed il “tu” si alternano.
Tre giorni dopo, quando, evidentemente l’avance è stata raccolta ed il tu ricambiato, il tema venne riproposto esplicitamente:

“ […] tanto più si riceve, tanto più bisogna temere su questa terra rotante. Dunque non può essere stato altro che il tu ad afferrarmi, quel tu per il quale ti ringrazio in ginocchio poiché la mia inquietitudine per te me lo aveva strappato e ora tu me lo ricambi tranquillamente […] Il “lei” scivola via come su pattini […] lo si deve inseguire di corsa con lettere e pensieri al mattino, la sera, di notte, mentre il tu regge, resta qui con la tua lettera che non si muove e si lascia baciare e ribaciare da me .”

Il passaggio ad una maggiore intimità diventa immediatamente motivo di nuove sofferenze per lo scrittore, ma anche l’abbrivio per nuove quasi ardite avance verbali

La sua lettera del 15 novembre esordisce così:

“Senti, il “tu” non è proprio d’aiuto come immaginavo. Oggi, dunque già al secondo giorno, non dà buona prova”.

Segue una lunga geremiade con le lettere di lei che non arrivano e lui che si dispera per l’ansia e gira agitato per i corridoi dell’Istituto per il quale lavora.

Ma la sera stessa, nel riprendere, questa volta da casa, la stessa lettera, scrive:

[…] “permetti, ma soltanto con l’immaginazione, e soltanto questa volta, che baci le tue dilette labbra”.

Rivelandosi decisissimo a fortificare ogni nuovo avamposto raggiunto, per poi passare a conquistare il successivo, pochi giorni dopo azzarda una nuova effusione:

“Posso dunque baciarti? Ma su questa misera carta? Sarebbe come spalancare la finestra e baciare l’aria notturna”.

Il giorno successivo si definisce “un innamorato misero ed estremamente scomodo”.

Frequentissime diventeranno da questo momento in avanti le frasi di compatimento per Felice sull’uomo che ha avuto la ventura di incontrare, evidenti tentativi di evocare da parte sua proteste o smentite ( che possiamo solo immaginare, essendo purtroppo andate perse tutte le lettere di lei).

In una lettera scritta il 23 dicembre arriva ad attribuirle la responsabilità di essere una “fidanzata modello” per sopperire alla sventura di avere “un innamorato così malconcio”.

“Se non hai le guance rosse, come vuoi che te le faccia diventar pallide, considerata che questa è la mia professione? Se non sei fresca, come dovrei renderti stanca, se non sei allegra come dovrò contristarti? Cara, mia cara, per amore, soltanto per amore, vorrei danzare con te, sento infatti che la danza, quest’occasione di abbracciarti e di girare insieme fa parte inscindibile dell’amore e ne è la vera e la pazza espressione”.

Si arriva prestissimo, come in tutte le storie d’amore ad uno scambio di ritratti.
Anche in questo caso è Kafka a fare il primo approccio:

“Allego un mio ritratto, potevo avere cinque anni, il broncio allora era uno scherzo, oggi lo considero segreta serietà”

Segue il preannuncio dell’invio di una sua foto più recente e, in chiusura della lettera, la richiesta di una foto dell’amata, anche solo in prestito.

Viene accontentato con l’invio, in occasione del Natale di un piccolo portafogli con la foto di Felice.
La lettera, spedita il giorno di Santo Stefano, inizia così con una esplosione di riconoscenza e di gioia:

“Il piccolo portafogli che mi hai regalato è miracoloso. Mi fa diventare un altro, un uomo migliore, più tranquillo. La possibilità di guardare il ritrattino dovunque io sia o almeno di estrarre il portafogli […] è anch’essa una nuova felicità che devo a te.”

La lettera si chiude in maniera scherzosa:

“Quando passi dal tuo fotografo digli che nessuno dei suoi ritratti riceve tanti baci quanto questo” .
Il “miracolo” del ritratto continua anche nei giorni successivi. Per giorni e giorni Kafka continua a tenere quel ritratto a portata di mano, per tirarlo fuori in qualsiasi momento.

“Talvolta il desiderio di te mi prende alla gola. Apro subito il portafogli e tu appari immediatamente cara e gentile al mio sguardo insaziabile […] Ti propongo di scambiare questi ritrattini una volta la mese. Tu ti modifichi, la stagione avanza, porti altri abiti…no,no cara, pretendo troppo, mi smarrisco. Devo essere contento di possedere questo ritrattino, del quale ti dovrei ringraziare in tutte le mie lettere”.

Le fotografie che gli arrivano da Berlino portano quasi al parossismo il suo sentimento di attrazione nei confronti di Felice, ma sono, come le lettere, un modo per tenerla a distanza.

In fondo solo 8 ore di treno separano i due innamorati: se Kafka volesse , non gli mancherebbero certo i mezzi ed il tempo per raggiungerla.
Impossibile negare l’autenticità del trasporto di lui nei confronto di Felice, difficile dubitare delle sue smanie e delle sue ansie, che esplodono in continuazione come fuochi d’artificio in tutto l’epistolario, soprattutto nella sua parte iniziale.

E’ un rapporto d’amore in piena regola nel quale trovano posto anche, come in ogni storia d’amore vissuta intensamente anche i tormenti della gelosia.

(…) “Sono geloso di tutte le persone della tua lettera”’ scrive il 29 dicembre 1912-“nominate e non nominate, uomini e ragazze, gente d’affari e scrittori ( naturalmente in modo particolare di questi).Sono geloso del rappresentante di Varsavia(…) sono geloso di quelli che ti offrono posti migliori , sono geloso della signorina Lindner ( …) sono geloso di Werfel…(..) Con tutte [queste persone] vorrei attaccar lite, non per fra loro del male, ma per allontanarle da te, perché tu ne sua libera, per leggere soltanto lettere nelle quali parli unicamente di te, della tau famiglia, delle tue piccole [nipoti] e beninteso! e beninteso! di me”.

Ma è impossibile anche allontanare un sospetto. Il sospetto che questa sia una storia con Franz Kafka protagonista che Franz Kafka scrittore vuole narrare a se stesso.
Gli anni di questa relazione, quasi del tutto epistolare, sono gli anni della massima fertilità creativa.

Sono gli anni in cui scrive La condanna, La Metamorfosi, Il disperso, Il processo.

Tutte opere di enorme valore scritte spesso in maniera febbrile, come se fosse posseduto da uno stato di trance e di grazia creativa che forse non ha uguali nella storia della letteratura.

Difficile pensare a queste lettere d’amore come ad un opera minore, al momento di riposo del guerriero.

Come dice Max Brod in una lettera a Felice, Kafka è “l’uomo che vuole l’assoluto, l’estremo di ogni cosa, l’uomo che non scende mai a compromessi….capace di stare mesi senza concepire una riga anziché accontentarsi di un mezzo termine o di uno scritto purchessia ( e magari buono)”.

E’ proprio in questa attrazione per l’assoluto che sta il motivo della distanza che Kafka con tutte le sue forze vuole mantenere fino alla fine tra sé e Felice.

Vive questa storia d’amore in maniera assolutamente coerente con la sua natura di romanziere, risoluto ad evitare non solo la fisicità del rapporto, ma anche la serialità di una comune vita borghese.

Fino a quando la tensione generata dalla distanza gli consente di alimentare, come farebbe con il più ambizioso dei suoi romanzi, la storia d’amore del Giovane Franz che si tormenta per le lettere che non arrivano, che soffre per un malinteso, che si esalta aprendo un portafogli e riempiendo di baci la fotografia dell’amata, la relazione prospera in un crescendo di successive esaltazioni.

Il giorno in cui si profilano una casa ed una vita comune la relazione perde il suo sapore di assoluto, si profila per lui l’incubo di una quotidianità claustrofobia come quella della sua vita con i genitori e all’Istituto delle Assicurazioni.

Ama con tutte le sue forze Felice ( o il Giovane Franz che sospira per lei) fintanto gli è possibile percepire quest’amore alla stregua della letteratura, cioè come una via di fuga.

Il giorno stesso in cui, con la sua ansia di appartenergli e diventare una parte della sua vita, Felice diventa la sua potenziale carceriera, la storia si chiude.

Si ha una prima anticipazione di quello che potrebbe essere l’epilogo della storia quando si avvicina, dopo mesi di lettere sempre più appassionate, la possibilità di un incontro fisico tra i due.

FILIPPO CUSUMANO

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