Day: settembre 2, 2009

Franz Kafka e Felice Bauer- seconda parte: “Un innamorato misero ed estremamente scomodo”.

4. L’amore: i discorsi a distanza.

Le lettere di Kafka a Felice per certi versi assomigliano ad una partitura musicale.

Si parte con un adagio, costituito dalle prime lettere misurate e compunte, per arrivare al crescendo di quelle di poco successive.

Il corteggiamento da discreto si fa manifesto. Dalla cortesia e dal formalismo iniziale Kafka passa abbastanza presto ai toni quasi imperativi di chi, mettendosi in gioco ed esponendo i suoi sentimenti, si sente quasi autorizzato a pretendere di essere corrisposto.

Felice, in breve, da “Gentile signorina” ( 20 settembre1912) diventa la “Cara Signorina Felice” ( 1 novembre, ma già al 7 era diventata “Carissima”).

Prestissimo diventerà semplicemente “ cara” oppure “mia cara” o “carissima” con un crescendo che conduce alla lettera del 4 dicembre, che inizia con un “Oh, diletta, infinitamente amata”, per poi stabilizzarsi, nel semplice “cara”, ripetuto più volte nel corso della stessa lettera.

L’attrazione sentimentale di Kafka per Felice, nei primi tempi della loro relazione epistolare, appare come un fiume che sale giorno per giorno.

Il primo varco nel quale lo scrittore cerca di insinuarsi è quello del superamento del “lei”.
In una lettera dell’11 novembre troviamo la prima allusione
“Come è bello sentirsi dare del tu da Lei, sia pure soltanto in una citazione!” .

Nella lettera successiva, dello stesso giorno, il “lei” ed il “tu” si alternano.
Tre giorni dopo, quando, evidentemente l’avance è stata raccolta ed il tu ricambiato, il tema venne riproposto esplicitamente:

“ […] tanto più si riceve, tanto più bisogna temere su questa terra rotante. Dunque non può essere stato altro che il tu ad afferrarmi, quel tu per il quale ti ringrazio in ginocchio poiché la mia inquietitudine per te me lo aveva strappato e ora tu me lo ricambi tranquillamente […] Il “lei” scivola via come su pattini […] lo si deve inseguire di corsa con lettere e pensieri al mattino, la sera, di notte, mentre il tu regge, resta qui con la tua lettera che non si muove e si lascia baciare e ribaciare da me .”

Il passaggio ad una maggiore intimità diventa immediatamente motivo di nuove sofferenze per lo scrittore, ma anche l’abbrivio per nuove quasi ardite avance verbali

La sua lettera del 15 novembre esordisce così:

“Senti, il “tu” non è proprio d’aiuto come immaginavo. Oggi, dunque già al secondo giorno, non dà buona prova”.

Segue una lunga geremiade con le lettere di lei che non arrivano e lui che si dispera per l’ansia e gira agitato per i corridoi dell’Istituto per il quale lavora.

Ma la sera stessa, nel riprendere, questa volta da casa, la stessa lettera, scrive:

[…] “permetti, ma soltanto con l’immaginazione, e soltanto questa volta, che baci le tue dilette labbra”.

Rivelandosi decisissimo a fortificare ogni nuovo avamposto raggiunto, per poi passare a conquistare il successivo, pochi giorni dopo azzarda una nuova effusione:

“Posso dunque baciarti? Ma su questa misera carta? Sarebbe come spalancare la finestra e baciare l’aria notturna”.

Il giorno successivo si definisce “un innamorato misero ed estremamente scomodo”.

Frequentissime diventeranno da questo momento in avanti le frasi di compatimento per Felice sull’uomo che ha avuto la ventura di incontrare, evidenti tentativi di evocare da parte sua proteste o smentite ( che possiamo solo immaginare, essendo purtroppo andate perse tutte le lettere di lei).

In una lettera scritta il 23 dicembre arriva ad attribuirle la responsabilità di essere una “fidanzata modello” per sopperire alla sventura di avere “un innamorato così malconcio”.

“Se non hai le guance rosse, come vuoi che te le faccia diventar pallide, considerata che questa è la mia professione? Se non sei fresca, come dovrei renderti stanca, se non sei allegra come dovrò contristarti? Cara, mia cara, per amore, soltanto per amore, vorrei danzare con te, sento infatti che la danza, quest’occasione di abbracciarti e di girare insieme fa parte inscindibile dell’amore e ne è la vera e la pazza espressione”.

Si arriva prestissimo, come in tutte le storie d’amore ad uno scambio di ritratti.
Anche in questo caso è Kafka a fare il primo approccio:

“Allego un mio ritratto, potevo avere cinque anni, il broncio allora era uno scherzo, oggi lo considero segreta serietà”

Segue il preannuncio dell’invio di una sua foto più recente e, in chiusura della lettera, la richiesta di una foto dell’amata, anche solo in prestito.

Viene accontentato con l’invio, in occasione del Natale di un piccolo portafogli con la foto di Felice.
La lettera, spedita il giorno di Santo Stefano, inizia così con una esplosione di riconoscenza e di gioia:

“Il piccolo portafogli che mi hai regalato è miracoloso. Mi fa diventare un altro, un uomo migliore, più tranquillo. La possibilità di guardare il ritrattino dovunque io sia o almeno di estrarre il portafogli […] è anch’essa una nuova felicità che devo a te.”

La lettera si chiude in maniera scherzosa:

“Quando passi dal tuo fotografo digli che nessuno dei suoi ritratti riceve tanti baci quanto questo” .
Il “miracolo” del ritratto continua anche nei giorni successivi. Per giorni e giorni Kafka continua a tenere quel ritratto a portata di mano, per tirarlo fuori in qualsiasi momento.

“Talvolta il desiderio di te mi prende alla gola. Apro subito il portafogli e tu appari immediatamente cara e gentile al mio sguardo insaziabile […] Ti propongo di scambiare questi ritrattini una volta la mese. Tu ti modifichi, la stagione avanza, porti altri abiti…no,no cara, pretendo troppo, mi smarrisco. Devo essere contento di possedere questo ritrattino, del quale ti dovrei ringraziare in tutte le mie lettere”.

Le fotografie che gli arrivano da Berlino portano quasi al parossismo il suo sentimento di attrazione nei confronti di Felice, ma sono, come le lettere, un modo per tenerla a distanza.

In fondo solo 8 ore di treno separano i due innamorati: se Kafka volesse , non gli mancherebbero certo i mezzi ed il tempo per raggiungerla.
Impossibile negare l’autenticità del trasporto di lui nei confronto di Felice, difficile dubitare delle sue smanie e delle sue ansie, che esplodono in continuazione come fuochi d’artificio in tutto l’epistolario, soprattutto nella sua parte iniziale.

E’ un rapporto d’amore in piena regola nel quale trovano posto anche, come in ogni storia d’amore vissuta intensamente anche i tormenti della gelosia.

(…) “Sono geloso di tutte le persone della tua lettera”’ scrive il 29 dicembre 1912-“nominate e non nominate, uomini e ragazze, gente d’affari e scrittori ( naturalmente in modo particolare di questi).Sono geloso del rappresentante di Varsavia(…) sono geloso di quelli che ti offrono posti migliori , sono geloso della signorina Lindner ( …) sono geloso di Werfel…(..) Con tutte [queste persone] vorrei attaccar lite, non per fra loro del male, ma per allontanarle da te, perché tu ne sua libera, per leggere soltanto lettere nelle quali parli unicamente di te, della tau famiglia, delle tue piccole [nipoti] e beninteso! e beninteso! di me”.

Ma è impossibile anche allontanare un sospetto. Il sospetto che questa sia una storia con Franz Kafka protagonista che Franz Kafka scrittore vuole narrare a se stesso.
Gli anni di questa relazione, quasi del tutto epistolare, sono gli anni della massima fertilità creativa.

Sono gli anni in cui scrive La condanna, La Metamorfosi, Il disperso, Il processo.

Tutte opere di enorme valore scritte spesso in maniera febbrile, come se fosse posseduto da uno stato di trance e di grazia creativa che forse non ha uguali nella storia della letteratura.

Difficile pensare a queste lettere d’amore come ad un opera minore, al momento di riposo del guerriero.

Come dice Max Brod in una lettera a Felice, Kafka è “l’uomo che vuole l’assoluto, l’estremo di ogni cosa, l’uomo che non scende mai a compromessi….capace di stare mesi senza concepire una riga anziché accontentarsi di un mezzo termine o di uno scritto purchessia ( e magari buono)”.

E’ proprio in questa attrazione per l’assoluto che sta il motivo della distanza che Kafka con tutte le sue forze vuole mantenere fino alla fine tra sé e Felice.

Vive questa storia d’amore in maniera assolutamente coerente con la sua natura di romanziere, risoluto ad evitare non solo la fisicità del rapporto, ma anche la serialità di una comune vita borghese.

Fino a quando la tensione generata dalla distanza gli consente di alimentare, come farebbe con il più ambizioso dei suoi romanzi, la storia d’amore del Giovane Franz che si tormenta per le lettere che non arrivano, che soffre per un malinteso, che si esalta aprendo un portafogli e riempiendo di baci la fotografia dell’amata, la relazione prospera in un crescendo di successive esaltazioni.

Il giorno in cui si profilano una casa ed una vita comune la relazione perde il suo sapore di assoluto, si profila per lui l’incubo di una quotidianità claustrofobia come quella della sua vita con i genitori e all’Istituto delle Assicurazioni.

Ama con tutte le sue forze Felice ( o il Giovane Franz che sospira per lei) fintanto gli è possibile percepire quest’amore alla stregua della letteratura, cioè come una via di fuga.

Il giorno stesso in cui, con la sua ansia di appartenergli e diventare una parte della sua vita, Felice diventa la sua potenziale carceriera, la storia si chiude.

Si ha una prima anticipazione di quello che potrebbe essere l’epilogo della storia quando si avvicina, dopo mesi di lettere sempre più appassionate, la possibilità di un incontro fisico tra i due.

FILIPPO CUSUMANO

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Franz Kafka e Felice Bauer- Prima parte: “Gentile signorina, mi chiamo Franz Kafka..”

1. Il primo incontro

Franz Kafka incontra Felice Bauer a Praga in casa del suo amico Max Brod, la sera del 13 agosto del 1912.
Lei ha 25 anni, è una dinamica dirigente berlinese della Parlograph, una ditta che produceva dittafoni, e si trova a Praga per lavoro.
Kafka la osserva per tutta la serata.
Lei non è particolarmente bella: pella secca, dentatura irregolare ( molti i denti d’oro) capelli atoni, naso quasi rotto, mento robusto, viso ossuto e vuoto ( la descrizione non certo lusinghiera, quasi da entomologo, è dello stesso Kafka).

Neanche il suo abbigliamento ha qualcosa di attrattivo: non la trovasse seduta a tavola, il giovane Franz penserebbe, per via del vestiario trascurato e quasi casalingo di lei, di trovarsi di fronte ad una domestica.

Eppure c’è qualcosa in lei che lo colpisce.
Probabilmente il fatto che appaia una donna così energica, dinamica, potenzialmente protettiva. Forse anche il suo essere una donna indipendente.
Forse, e più di ogni altra cosa, quello che lo attira è il fatto che lei abiti a Berlino, a 800 chilometri di distanza.
Per una scelta precisa di Kafka, la relazione è soprattutto una relazione epistolare.

2. Le prime lettere.

Kafka invia la prima lettera a Felice il 20 settembre del 1912, un mese e mezzo dopo il loro primo incontro.
Le scrive, come poi farà infinite altre volte, utilizzando la carta intestata dell’Assicurazione contro gli Infortuni dei Lavoratori, l’istituto presso il quale lavora dal 1908.
Il tono è formale, anche se è evidente, fin dalle prime battute il desiderio di avviare un corteggiamento:
“Gentile Signorina
Per il caso facilmente possibile che Lei possa non ricordarsi minimamente di me, mi presento un’altra volta: mi chiamo Franz Kafka e sono quello che per la prima volta La salutò a Praga quella sera in casa del Direttore Brod, poi le porse da un lato all’altro della tavola fotografie di un viaggio da Talia, l’una dopo l’altra, e infine con questa mano che ora batte i tasti, tenne la Sua con la quale Lei confermò la promessa di fare con lui l’anno venturo un viaggio in Palestina”.

La firma è ancora formale:

“Suo cordialmente devoto dott. Franz Kafka”.

Pochi giorni dopo, il 28 settembre, ricevuta una risposta probabilmente di cortesia, Kafka, riparte alla carica, questa volta scrivendo a mano. E’ appena la seconda lettera che scrive ad una giovane che ha visto una sola volta in vita sua, eppure non esita a mettere in campo una gentile invadenza, destinata a lasciare sconcertata l’interlocutrice.
L’avidità con la quale chiede di avere dettagli sulla vita di lei è quasi pirotecnica:

“Deve dunque riferire quando va in ufficio, che cosa ha mangiato per colazione, che cosa si vede dalla finestra del suo ufficio, che lavoro vi si svolge, come si chiamano i suoi amici e le amiche, perché Le si fanno i regali, chi intende rovinare la Sua salute regalandole dolci, e le mille cose delle quali non so l’esistenza né la possibilità” .

Segue a questa lettera un silenzio di due settimane. Turbato dalla mancanza di un cenno di riscontro, Kafka riprende l’iniziativa, sollecitando esplicitamente una risposta in una lettera del 13 ottobre

“Ma perché non mi ha scritto?” si lamenta , dopo alcune congetture sul possibile smarrimento della sua lettera .

Sempre più ansioso di ricevere una risposta da Felice, Kafka si rivolge addirittura ad una parente di lei, Sophie Friedmann, con due lettere del 14 e del 18 ottobre.
Franz prega la signora di investigare sui motivi del silenzio della giovane, facendole capire che gradirebbe una sua intercessione .

“Lei deve ammettere, gentile e cara Signora, che avevo ragione di scriverle e che la questione ha veramente bisogno di un angelo cortese”

Ricevuta l’agognata risposta, si precipita a scrivere di nuovo. La prova della sua ansia di rimettersi in contatto con Felice la fornisce il curioso esordio della lettera del 23 ottobre

“Gentile signorina anche se intorno alla mia scrivania stessero tutti e tre i miei direttori a guardare ciò che scrivo, Le devo rispondere subito, perché la Sua lettera scende come dalle nuvole alle quali si è alzato invano lo sguardo per tre settimane”.

3. L’abitudine di scriversi

La posta funzionava benissimo, nell’efficiente impero austroungarico: una lettera impostata a Praga alle sei di sera era già sul tavolo della destinataria alle dieci del mattino del giorno dopo.

I due si scrivono tutti i giorni e indirizzano la corrispondenza ai rispettivi uffici.

Così, ogni giorno, Kafka passa le sue mattinate in ufficio nella trepida attesa di una lettera della sua fidanzata e non appena riesce a trovare un momento libero dalle noiose incombenze del suo ruolo, si precipitava a scriverle.

A volte in alcune delle sue lettere affiora la preoccupazione di essere percepito come troppo invadente.

“Non deve credere che con una lettera interminabile come quella di ieri l’altro [..] io voglia portarle via oltre al tempo di leggerla anche il tempo di riposare e obbligarla a lunghe e puntuali risposte; dovrei infatti vergognarmi se in aggiunta ai Suoi faticosi giorni di lavoro io dovessi essere il tormento della sue sere” .
Ma non appena le lettere di lei tardano, lo scrittore entra in ambasce.

“Ora sono le 10 e mezzo di lunedì.- scrive il 4 novembre- Dalle 10 e mezzo di sabato aspetto una lettera e non è arrivato nulla. Io ho scritto ogni giorno ( non è affatto un rimprovero perché ciò mi ha reso felice) ma davvero non merito una parola?”

Kafka si dispera ogni volta che si rende conto che una lettera dell’amata è andata persa. Gli sembra di aver perso per sempre qualche cosa di lei, la supplica di riassumere il contenuto della lettera smarrita in dieci righe.

Dà in smanie alla semplice idea che non arrivino a destinazione anche le sue lettere:

“Le dà fastidio ricevere raccomandate? – scrive il 6 novembre- Le mando non solo per nervosismo, benché anche questa sia la ragione, ma per l’impressione che queste lettere arrivino più direttamente nelle sue mani […] Mi par di vedere la mano tesa di un energico portalettere berlinese che all’occorrenza La costringerebbe a prendere la lettera anche se non volesse” .

Nella sua ansia di comunicare con l’amata, una volta Kafka sogna di avere una postazione telegrafica in camera da letto, dalla quale vede apparire in tempo reale le frasi che lei compone per lui a 800 km. di distanza, esattamente come noi oggi riusciamo agevolmente a fare chattando con qualcuno.

Scrivere a Felice, in quei primi tempi del loro rapporto epistolare è quasi una precondizione di vita.

In una lettera del 5 novembre 1912 scrive:

“Se ora non le scrivessi non potrei addormentarmi dal malcontento”
Nella stessa lettera, poche righe più avanti, aggiunge una considerazione che ci fa capire anche quanto sia irrinunciabile per lui, insieme con lo scrivere, anche la qualità della scrittura stessa.
“Il mio cuore è relativamente sano, ma per un cuore umano non è facile reggere alla malinconia di scrivere male e alla felicità di scrivere”
La corrispondenza con Felice diventa in breve così convolgente che ad un mese e mezzo dall’inizio di questa corrispondenza fittissima e incalzante, è lo stesso Kafka, forse anche preoccupato per lo spazio che questa relazione epistolare rischia di sottrarre alla sua attività di scrittore, a proporre una tregua:

“Mi scriva una sola volta la settimana e precisamente in modo che la lettera mi arrivi di domenica. Infatti non sopporto le sue lettere quotidiane , non sono in grado di sopportarle”, scrive l’l’11 novembre del 1912.

Ma è un proposito di scarsa tenuta, se solo cinque giorni dopo parte alla volta di Berlino una lettera che comincia così:

“Carissima, non tormentarmi così! Non tormentarmi così! Anche oggi, sabato, mi lasci senza lettera, proprio oggi, mentre pensavo che dovesse arrivare con la certezza con la quale fa giorno dopo la notte”.

Ancora recriminazioni sull’irregolarità delle risposte di Felice contengono le lettere dei giorni successivi.
Lo scrittore ammette che andrebbe trovata un’intesa per regolare il flusso della corrispondenza, diradandolo, ma supplica Felice di discutere la questione con lui o di essere quanto meno preavvertito : “altrimenti- scrive il 19 novembre- c’è da impazzire”.

Al minimo accenno di stanca nel flusso della posta che gli arriva da Berlino, Kafka si abbandona a congetture angosciate sul venir meno dell’interesse di Felice nei suoi confronti:

“Come mi fai soffrire!- la rimprovera il 20- Mentre una tua parola scritta mi potrebbe fare felice! Ne hai abbastanza di me, non c’è altra spiegazione, infine non c’è da stupirsi..”

Quando, dopo tanta insistenza, Felice comincia a scrivergli spesso quanto vorrebbe, si lamenta della irregolarità delle consegne.

“Non che io abbia motivo di lamentarmi – scrive il 16 dicembre- ho avuto due lettere tanto ieri quanto ier l’altro [….] ma è proprio la regolarità quella che fa bene al cuore, quando la lettera arrivasse ogni giorno sempre alla stessa ora, quella stessa ora che reca il senso di pace, di verità, di ordine, dell’impossibilità di brutte sorprese”

FILIPPO CUSUMANO