…E LO CHIAMANO PLAGIO

Excursus su Scarpa, Wells, Camilleri, Calvino e Borges: scrupoli letterari e copie (involontarie)

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Da ultimo – ma proprio l’altro giorno – è capitato al vincitore 2009 dello Strega, Tiziano Scarpa. Nel senso che qualcuno ha insinuato il sospetto di una più che vaga somiglianza del romanzo vincitore con una storia altrui scritta negli anni ’50. Il volgo, al solito, ha tradotto in soldoni ed è iniziato il passaparola devastante di chi ha ascoltato da altri che hanno letto o sentito dire che quello diceva che l’altro aveva scritto che… infilando così il loop diabolico che ti porta dritto al Piazzale Loreto della reputazione.

Scarpa dice: io non ho mai letto quella storia. Faranno fatica a credergli. Io invece gli credo o almeno gli accordo il beneficio del dubbio. Perché sono un ingenuo idealista? In parte. Perché anch’io uso carta e penna e quindi un po’ sono pratico? In parte. Perché sono bastian contrario? Più che in parte.

Cominciamo con l’interrogarci su come funziona l’ispirazione artistica in generale e quella letteraria in particolare. L’idea folgorante che sprona l’autore a realizzarla su carta su tela su pietra su pellicola, da dove arriva? C’è un mondo delle idee artistiche dove ciascuno va ad attingere la propria?

Sembrerebbe di sì. Niente di sicuro, ovviamente, ma si vocifera che un certo tipo di dimensione metafisica dove riposano le idee dell’arte ci sia, o almeno esista qualcosa del genere. È un po’ come l’esistenza di Dio, si raccolgono indizi qua e là della sua presenza senza poterli oggettivare, parola difficile che significa de-finire, de-limitare, ridurre a categoria mentale in modo da trarne castelli di conclusioni campate per aria. Gli indizi metafisici fuggono sfuggono si sfilano, così veloci e inafferrabili da lasciarti più ignorante di prima. L’importante è saperlo, diceva qualcuno che se ne intendeva.

Comun que, come in tutti i mondi metafisici, anche in quello dell’arte le cose funzionano così, gli indizi sfilano fuggono sfuggono su carta su tela su pietra su pellicola, dove cacchio vanno, buon Dio, ma soprattutto: da dove arrivano… Sunt qui dicunt, cominciavano così certi discorsi i Romani, quando non volevano sbilanciarsi – il che significa che erano proprio presi male, dato che erano famosi per essere di solito pragmatici e decisionisti: iacta alea est insegna – c’è chi sostiene che le trame letterarie siano circa una cinquantina (credo di essermi accodato anch’io alla moltitudine di tali pensatori in qualche mio scritto) e che le varianti siano costituite da esercizi di stile. Può essere: qualunque storia si può ridurre alla sua cruda linearità cronologica fino a farla coincidere con una sorta di archetipo narrativo, una matrice dalla quale si possono sfornare storie a sporte. I formalisti l’hanno dimostrato. E questo è un indizio.

L’altro indizio, ben più inquietante, è quando capita di scrivere qualcosa già scritto da un altro, in un’altra regione della terra e in tutt’altra epoca del mondo. Vale a dire che i due autori, separati dal tempo o dallo spazio o da tutte e due le dimensioni insieme, hanno avuto o attinto la stessa idea e l’hanno sviluppata allo stesso modo, senza sapere niente l’uno dell’altro. A volerla fare semplice, giacché Platone ha fatto la fatica per noi, si potrebbe dire che essendo l’arte di per sé mimetica, in quanto copia qualcosa che è già copia, è naturale che si producano più copie, e a diversi livelli di dignità, della stessa Idea, secondo il rapporto platonico: Idee -> Realtà = copia delle Idee -> Arte = copia della Realtà, quindi copia di copia.

Non so se sia così semplice, ma so che accade. Accade che tu scrivi una storia bellissima (tutte le storie quando le scrivi ti sembrano bellissime, specie se sono le tue prime storie, specie se è la prima storia in assoluto), credi di essere stato un campione di originalità, e poi un giorno, così, a tradimento, ti bisbigliano (un articolo di giornale, un riferimento bibliografico, una notizia enciclopedica, una chiacchiera, più raramente la lettura della fonte sosia, per fortuna, perché quando ti capita di leggere direttamente l’altro ti prende un colpo) ti bisbigliano che qualcuno quella bellissima storia e quell’originalissimo soggetto li ha già scritti. Ed essendo tu arrivato per secondo, è normale che la gente pensi male: hai visto da chi ha copiato l’infingardo? Cioè: ti fa male essere stato fregato, più che altro dal destino impietoso perché il primo autore non ha nessuna colpa, ma quello che più ti logora è il venticello della calunnia: vaglielo a spiegare che il caso ha voluto che la stessa Idea circolasse in due cervelli contemporaneamente o, ancora peggio, a distanza di giorni, mesi, anni, secoli – più aumenta il lasso temporale meno credibile è la dichiarazione di innocenza – senza che uno abbia mai letto una riga scritta dall’altro, a costo di apparire di un’ignoranza abissale: “ho scritto un romanzo che parla di due promessi sposi ostacolati nei loro propositi da un paio di fetentoni, ma giuro che non ho mai letto Manzoni, non so neanche se era un pittore o uno scrittore, giuro, mi confondo sempre”. Meglio ignoranti che plagiari.

A me è capitato con il mio primo racconto propriamente detto – vale a dire quello che poteva essere licenziato senza troppa vergogna come racconto – che fu addirittura acquistato dalla RAI quasi vent’anni fa e poi non se ne fece più nulla, sicché mi ritrovo il mio bel contratto in busta azzurra senza sapere se poi lo sceneggiato radiofonico l’hanno fatto o se si sono sbellicati dalle risate ancora prima di cominciare. Per la cronaca: era un racconto dell’orrore.

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Molto tempo dopo averlo scritto mi capitò di leggere l’introduzione di Sam Moskowitz ad una collezione di racconti di fantascienza (Il futuro era già cominciato, Oscar Mondadori 1990) e di scoprire che nel numero di novembre 1898 della rivista “Pearson’s Magazine” Herbert George Wells aveva pubblicato il racconto The Stolen Body, storia di un tale che lascia il corpo e si proietta mentalmente in altre dimensioni, salvo poi tornare e trovare nel proprio corpo un’altra entità abusiva. Mi sono dato un pizzicotto per crederci: l’idea era la stessa sviluppata da me senza aver mai letto una riga di Wells, nemmeno La guerra dei mondi. Potevo ritenerlo anche uno scherzo del destino, che talvolta va giù pesante, oppure un incidente che fatalmente capita agli scrittori clandestini (categoria particolare di scrittori – alla quale fino a qualche tempo fa mi pregiavo di appartenere, poi mi hanno sgamato ed eccomi qua – categoria che non coincide necessariamente con quella dei dilettanti né con quella dei geni incompresi). Son cose che succedono, ti dicono. Antipatiche coincidenze. Ma che il protagonista del mio racconto si chiamasse Herbert (beffarda fatalità: proprio come Wells), era anche questa un’antipatica coincidenza?

Dottore, ho un problema: scrivo cose già scritte da altri, senza infamia da parte mia, ma sicuramente senza lode. Si può fare qualcosa? Pensi perfino che sia un tuo problema, e dannatamente serio, visto che i cosiddetti colleghi, meno clandestini ma comunque abbottonatissimi, nulla dicono e muti stanno (‘sti pesci in barile…)

Poi finalmente apri l’inserto culturale di Repubblica, vedi un bell’articolo con fotografia di Camilleri dal titolo Quando scrivevo come Amado, e pensi di trovarvi il racconto di quando Camilleri scriveva storie nello stile di Amado. E invece no: scopri, horribile dictu, che Camilleri era stato colpito dalla spietata sindrome copiativa del replicante ignaro, consistente nello scrivere le stesse storie che aveva già scritto Jorge Amado. E tiri un sospiro di sollievo. È capitato anche a Camilleri, infatti, con il racconto Capitan Caci sostanzialmente simile alla trama contenuta nelle Due storie del porto di Bahia del brasiliano: “Sono due racconti. Comincio a leggere il primo e mi sento davvero male. perché due episodi, e di difficile invenzione, erano lì (…) E pensa che con Amado mi è successo ben tre volte, ma una di queste tre me ne sono fottuto, ho detto: lo pubblico lo stesso, chi se ne frega e buonasera!

Poi vai avanti nella lettura dell’articolo e scopri che è successo anche a Italo Calvino con un racconto di Beniamino Joppolo, e si badi: non solo la trama, ma addirittura le stesse battute, e qui metaforicamente stappi e festeggi, la gente che ti sta intorno non capisce, pensa che tu sia esaurito, ma poco importa, va bene così, non sanno che sollievo, che salutare sintonia artistica si espande nel cuore e nelle vene, mica appartengono alla categoria, loro.

Italo Calvino pensava ad una dimensione di archetipi letterari, di idee a disposizione dell’ispirazione, il che dovrebbe spiegare perché capita che due o più persone scelgano la stessa.

Questo deposito metafisico è l’universo esagonale delle storie, esagonale perché questa, scrive Borges, è la “forma necessaria dello spazio assoluto“, dove vai e catturi l’immagine dell’Idea, la copia, il ricordo, perché l’Idea resta lì a disposizione di un altro che un giorno arriverà, la guarderà, gli piacerà e se ne porterà via un altro simulacro. In questa Biblioteca di Babele degli Scrittori, come in quella di Borges, c’è infatti uno specchio “che fedelmente duplica le apparenze” affinchè lo scrivere, come il parlare, diventi un “incorrere in tautologie“.

Rimane il problema della frequenza discreta dei doppi, perché esaurito l’impulso solidale degli scrittori replicanti, resta da capire e da spiegare come mai capita a qualcuno e non a tutti, quando capita. Quali meccanismi scattano nel cervello di uno scrittore che va a pescare nell’universo delle storie proprio quell’Idea e non un’altra? A volerla fare più complicata: è lo scrittore che sceglie l’Idea o è piuttosto l’Idea che si sceglie lo/gli scrittori?

Comincia già a friggervi il cervello? Allora è bene fermarsi qui, perché non ci sono soluzioni all’enigma, ci sono soltanto indizi, che fuggono, sfuggono, scivolano via, slittano, deragliano, e senza nemmeno un goccio di Strega, pensa te…

Mauro Del Bianco

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2 comments

  1. Mauro: Ho linkato questo articolo molto intrigante e ben scritto nel mio “profilo” Facebook, annotandovi che e´stato scritto da un mio amico che e´ “un cervello rubato alla letteratura”.
    Tutto bene? Spero tu sia in vacanza o in procinto di andarci. Io ti scrivo dalla postazione internet di un albergo di Copenhagen. Domani saremo a Malmoe e successivamente a Stoccolma.
    Hai letto i miei tre post su Sylvia Plath e Ted Hughes?
    A presto, Filippo.

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