La nostra frontiera

Giarabub

Angelo Del Boca, La nostra Africa, Neri Pozza Editore 2003

Per quella sorta di esterofilia che contraddistingue noi italiani, non si è mai capito bene fino a che punto indotta o innata, nell’immaginario letterario e cinematografico ci siamo persi tutta un’epopea della frontiera, un’intera mappa di qui stanno i leoni (nel vero senso della parola), di montagne selvagge, deserti spietati e praterie arse dal sole, che siamo invece andati a sognare e cercare di là dall’Oceano, nelle storie di altri, raccontate con un’altra lingua e accompagnate da tutt’altra musica. Ci siamo entusiasmati per le ombre rosse stagliate su uno sfondo di piatte alture nel Colorado, senza nemmeno sospettare analoghe balze piatte nel Corno d’Africa, in un paesaggio di ambe dove bene o male, bellicosamente o pacificamente, abbiamo segnato la storia e la vita delle genti africane per almeno una sessantina d’anni, tanti quanti, per dire, ne sono occorsi agli americani per fare il West.

Ci siamo estasiati di autostrade solitarie e selvagge tracciate nelle pianure, come la mitica Route 66, e di emigranti vagabondi allo sbaraglio, senza nemmeno sospettare identici nastri d’asfalto, spianati sull’altopiano etiopico o disseppelliti da un capo all’altro delle sabbie libiche, teatro di analoghi e forse più drammatici destini.

Solo Hugo Pratt, che in Africa Orientale era vissuto da ragazzo, ha tentato una via italiana all’esotismo avventuroso, talvolta anche ironicamente, mettendo per esempio in bocca ai guerrieri Papua improbabili cadenze veneziane: operazione di certo iperbolica, ma assolutamente spregiudicata e rivoluzionaria in un immaginario collettivo dominato dagli anglismi. Del resto la stessa nascita di Corto Maltese risponde all’esigenza di inventare un eroe che si distingua dal modello americano, un eroe più vicino al nostro modo di vedere e sentire le cose.Meharisti

Anche noi infatti abbiamo avuto come degni avversari grandi capi “indiani”, che non si chiamavano Geronimo o Nuvola Rossa, bensì ras Alula, ras Mangascià, Menelik, ras Immirù, Suleiman el-Baruni, Omar al-Mukhtàr il leone del deserto, avevamo anche noi i nostri “fortapash”, i fortini smarriti nelle sabbie alla Belgesto, con oasi, ghibli, dromedari e Sahara: Giarabub e Cufra, o arroccati su colline a voler dominare paesaggi atrocemente immensi e indomabili: Forte Galliano a Macallè, le nostre tragiche Little Big Horn e Isandhwana che si chiamano Dogali e Adua, le belle indigene (ah, le donne della Migiurtinia, sospira il nonno ostaggio dei ricordi giovani che ancora bivaccano in Abissinia insieme ai dubat somali), le nostre città vestite di calce e di Art Dèco che avevano nomi belli: Asmara, “la città dell’unione”, i nostri pionieri che hanno strappato al deserto campi da coltivare, che hanno inventato giardini dove c’era solo sabbia, che hanno spianato strade arrostendosi nella savana e arrampicandosi sull’acrocoro.Compagnia Aerea

Non abbiamo avuto la corsa al petrolio, è vero, ma ci mancava poco a tirar su la nostra Oklahoma tralicciosa: se solo avessimo adoperato le trivelle giuste… quelle che avevano gli americani, tanto per cambiare. A causa di una stupida trivella nelle sale cinematografiche abbiamo importato il West, e non abbiamo esportato il Fezzan, Beau Geste e Rio Bravo anziché Lo squadrone bianco e Sentinelle di bronzo, e Fosco Giachetti è rimasto un oscuro – nomen omen – divo del cinema di regime, anziché diventare il bel tenebroso adorato da mezzo mondo, uno che avrebbe potuto scalzare dal podio intere teorie di finti duri in Borsalino e Colt ascellare: Errol Flynn infatti cominciava già a preoccuparsi di un certo Amedeo Nazzari, e uno sguardo e un sorriso di Doris Duranti stavano per eclissare in un colpo solo Jane Russel, Yvonne De Carlo e tutte le altre procaci more di California. Guarda cos’è capace di combinarti una trivella…Doris Duranti

Può darsi che ci sia dell’ottone in tutto ciò, qualche surrogato, come il karkadè al posto del tè o il lineare profilo della sfinge sul pacchetto delle sigarette Giuba invece del dromedario delle Camel, autarchia totalitaria che si concede all’esotico battezzando Tigrina il pacchetto delle Kentucky e Macallè i sigari Trabucos, ma l’Affrica (con due effe, come si scriveva allora), sia libica che etiopica, è stata indiscutibilmente il nostro Far West, terra d’evasione e di illusione per avventurieri, esploratori, missionari, soldati, pionieri, emigranti, che ci hanno lasciato le loro memorie e le loro nostalgie, parte delle quali sono state raccolte in questo libro, un’Africa nostra e nostrana narrata nel racconto di cinquanta italiani che l’hanno percorsa, esplorata e amata lungo un secolo, cinquanta storie sparse tra Eritrea, Somalia, Libia e infine Etiopia, l’ultima frontiera.

È un filone aurifero, per restare in tema di Far-qualcosa, mai sfruttato abbastanza dagli strumenti narrativi, se non ai tempi del Ventennio e per fini propagandistici, con pellicole quali Luciano Serra pilota, Sotto la Croce del Sud, Il grande appello, Abuna Messias. Oggi che sono cambiate le cose, il tempo è trascorso guarendo le ferite e la distanza aiuta a guardare a quel periodo con più serenità, resta un filone mitopoietico dal quale potrebbero scaturire ancora trame originali e avvincenti, da ricercare nelle vite taciute della gente qualsiasi, dei pionieri trapiantati nei villaggi libici, dei manovali che srotolavano strade su strade, l’epopea della litoranea Balbia che andava dalla Tunisia all’Egitto e della Mille miglia libica che la percorreva, l’inno alla solitudine monumentale quale si presentava l’Arco dei Fileni, quasi un arcano portale preistorico o alieno nel vuoto desertico, l’odore di notti coloniali sotto una luna africana, storie odisseiche all’inseguimento di sogni, io ti saluto, vado in Abissinia, cara Virginia, ma tornerò…Arco dei Fileni

Il libro in questione ci offre diversi episodi che affascinano l’immaginazione come cartigli esotici su mappe dipinte, accenni di piste che conducono ad ulteriori mappe della fantasia: Tesfai, il vecchio custode del cimitero di Asmara, che di tutti i suoi morti conosceva la storia e i parenti / l’uomo che per primo, affondando la vanga nella pozza d’acqua sporca, sentì gorgogliare qualcosa di bituminoso e acre che altri chiameranno oro nero / colui che spolverando la roccia dalla sabbia scoprì le iscrizioni incise in tifinagh, l’antichissima scrittura berbera che solo le donne dei tuareg conoscono / Gadàmes “turchese pallida incastonata al centro di un bacino di rame“, città di frontiera, l’ultimo avamposto a occidente sulla strada dei forti della Legione Straniera, la città della nostalgia carovaniera chiamata “Qui sostammo ieri” / il treno più lento del mondo (che bel titolo, alla Soriano) sulla linea Gibuti-Dire Daua / Ugorò, la città sorta dal nulla / il galla Gurmù Nurghì, guerrigliero sciftà che non abbandonò la sua donna ferita, si lasciò catturare dalla bandera italiana ed ebbe salva la vita / l’esploratore prigioniero della ghennè cuore di tenebra / l’ex camionista fuggito dal perimetro tranquillo di una bottega per tornare a correre libero sulle strade e sulle piste africane / il diplomatico invaghito di Addis Abeba, eccetera, temi talvolta minimalisti, ma di alto potenziale epico nelle penne giuste.Africa

Perché poi la vera epica è questa, quella che ti fa esplodere dentro l’emozione è questa, non tanto il decantato e strombazzato eroe (si fa per dire) buono per tutti i regimi e tutti i rotocalchi, basta cambiargli la camicia, quanto l’eroe nascosto nella quotidianità dei gesti semplici e misurati che si trasfigurano in gesta, fossero anche soltanto finalizzati ad una striscia infinita d’asfalto che si perde lontano e si scioglie nell’azzurro incastonato fra le ambe abissine.

Mauro Del Bianco

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