Month: febbraio 2009

Consigli per gli acquisti…

senza avere alcun tipo di competenza in fisica, matematica o altro, ho voluto iniziare la collana di Focus sulla Scienza.

Mi sono letto:

La Teoria della Relatività di Einstein, un libro della Montalcini sul cervello umano, un libro del fisico che teorizzò i buchi neri e la teoria delle stringhe (qui le traducono in corde), un libro carino di Andrea Frova su come la fisica faccia parte della nostra vita ed adesso sto leggendo un libro sul DNA.

Ora, io ho competenze di Economia e Finanza, gli argomenti di questi libri mi erano totalmente sconosciuti, ma proprio per questo ve li consiglio perchè solo Einstein l’ho dovuto leggere 2 volte per capirlo, gli altri sono relativamente semplici.

E mi rendo conto che leggere cose così lontane da me, astrofisica, meccanica quantistica, genetica, amplifichi la mente.

Quindi, mio consiglio per gli acquisti, investite 10 euro a settimana ad uscita e comperatevi questi libri, qualsiasi sia la vostra formazione culturale, ne uscirete arricchiti.

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Dopo la notte

Dopo la notte edito da Il filo (VT), è il primo, breve romanzo di Alessandra Boga.

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Alessandra, 28 anni, vive a Meda (MI) e conseguito il diploma al liceo classico, si è laureata in Scienze dell’Educazione all’Università Cattolica di Milano. Ma in fondo, il sogno che aveva fin da bambina e la passione di scrivere erano ancora lì e hanno prodotto quest’opera.

Alessandra, bel titolo quello che hai scelto per il tuo primo libro – ovviamente si spera primo di una lunga serie – .

– Grazie. L’ho intitolato Dopo la notte perché “notte” è il nome di una delle protagoniste. O meglio, è il nome con cui la chiamano gli amici e quasi tutti i suoi parenti: quello vero è Leila, che in arabo significa appunto “notte”.

Leila è araba?

– È un’adolescente di origine egiziana nata in Italia e che vive a Milano con la sua famiglia, rigidamente musulmana e che, come si sente a volte nella cronaca, le vuole imporre un matrimonio con un cugino che non conosce e che vive in Egitto.

Il tuo è un romanzo sulla condizione delle donne arabe e musulmane nel nostro Paese?

– Sì, condizione che paradossalmente può essere peggiore qui che nella terra d’origine, com’è illustrato nelle pagine che ho scritto. Ma la storia è ispirata a fatti realmente accaduti qualche anno fa in Israele: 8 donne arabo-israeliane sono vittime di delitto d’onore nella stessa famiglia. Piano, piano le altre prendono il coraggio a due mani e, sfidando i divieti dei loro uomini e denunciano tutto. Il filo conduttore è il diario di Leila, come nella vicenda “originale” una delle ragazze teneva un diario segreto. Ho ambientato la mia a Milano perché è una realtà che tutto sommato conosco meglio.

Hai anticipato che Leila – Notte non è l’unica protagonista.

– Esattamente. Ce ne sono altre 3: la cugina Reem, la sorella maggiore Rajàa e la tunisina Siham, che con Rajàa condivide il marito.

Hai detto “condivide il marito”?

– Proprio così. Purtroppo sono numerosi i casi di islamici poligami in Italia e molti di più quelli che sfuggono alle statistiche. Non solo tra gli immigrati.

Allarmante … . C’è qualcosa che accomuna la storia di queste 4 ragazze?

Sì ed è la disperazione, l’incomprensione che trovano da un parte nella loro famiglia troppo rigida – in particolare parlo di quella di Leila, Rajàa e Reem – e dall’altra di alcune amiche, che per buonismo, relativismo, cercano di convincerle ad accettare quella che è la “loro cultura”. Il che vorrebbe dire per esempio che Reem deve lasciare il suo ragazzo italiano e cattolico e Rajàa e Siham accettare di vivere con lo stesso marito sotto lo stesso tetto.

Ti sei ispirata anche a vicende di cronaca a noi vicine?

Beh, le storie di Leila e Reem messe assieme sono molto simili a quella di Hina, la ragazza pachistana della provincia di Brescia che due anni fa è stata sgozzata dal padre con la complicità dei cognati e dello zio di lei, perché voleva vivere libera dalle tradizioni familiari e amava un ragazzo italiano.

Alessandra, non ti pare che si parli già abbastanza di donne arabe e musulmane?

No, anche perché ho l’impressione che non se ne parli modo corretto. È una realtà che non conosciamo a sufficienza. Alcuni si limitano a sottolineare quanto queste siano sottomesse, non sapendo che alcune, come ho già detto, erano meno controllate dagli uomini nel paese d’origine, soprattutto in passato. Che in Stati islamici come Tunisia e Turchia la poligamia è vietata e sanzionata, mentre qui in Italia resta impunita anche se è chiaramente contro la legge. Altri sostengono, spesso per paura, ignoranza e odio nei confronti dell’Occidente, che le donne arabe e musulmane sono “contente così”, nella loro condizione di discriminazione e violenza subita perchè “quella è la loro cultura”, “quella è la loro religione”, come le amiche delle protagoniste di Dopo la notte. Come se fosse meglio un velo in genere imposto, piuttosto che una ragazza che può decidere di sgambettare in Tv o meno! Perché chi afferma il contrario è politicamente scorretto e può essere tacciato di razzismo.

Andrea B. Nardi

La letteratura in pericolo.

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Tzvetan Todorov , 68 anni, bulgaro di nascita, francese di nazionalità, filosofo del linguaggio – è stato l’allievo prediletto di Roland Barthes–  e teorico della libertà, torna a dire la sua con un libro “eversivo” e intrigante , “La Letteratura in pericolo”

Il libro, per dichiarazione espressa dell’autore, muove guerra ad una certa idea della letteratura, che ormai da tempo immemorabile domina  nelle scuole,  nei giornali e nei circoli letterari.

Si comincia dalla scuola dell’obbligo, osserva Todorov, dove  i ragazzi  non imparano quel che la letteratura produce e dice ma quel che  la critica dice sulle opere letterarie .

Come meravigliarsi poi se questo approccio finisce per allontanare i giovani dalla letteratura?  Inevitabilmente saranno portati a pensare  che sia un fatto distante ed estraneo dalla  loro esperienza comune, una nozione da apprendere e dimenticare alla svelta.

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Mentre la letteratura potrebbe avere , secondo Todorov, una funzione vitale e salvifica. Potrebbe fornire modelli di vita, dare il senso della bellezza, inculcare valori, in una parola: essere maestra di vita.

“La letteratura è pensiero e conoscenza del mondo psichico e sociale in cui viviamo.

La realtà che la letteratura vuole conoscere è semplicemente (ma al tempo stesso, non vi è nulla di più complesso) l’esperienza umana.”

Grosse colpe hanno anche quelli che scrivono di letteratura sui giornali ,  portati, secondo Todorov, a valorizzare e a segnalare all’attenzione dei lettori soprattutto le opere letterarie afflitte da una visione nichilistica e individualistica della realtà.

Spesso lo scrittore che i critici letterari tendono a valorizzare è un individuo disponibile a sintonizzarsi unicamente con se stesso e con la sua coscienza. Attingendo a piene mani dalle proprie esperienze autobiografiche,  questi letterati che vanno per la maggiore  considerano  le proprie  rappresentazioni  “ombelicali” della realtà come metafore di una condizione umana desolante, di un mondo in corsa verso il disfacimento dei valori piuttosto che teso a recuperarli.

Incoraggiando opere di questo tipo la critica letteraria  di fatto promuove l’isolamento della letteratura dal mondo, la incentivano ad essere uno spazio autoreferenziale, ma claustrofobico, sempre meno in grado di comunicare con l’esterno,  impotente a descrivere la realtà che avrebbe l’ambizione di rappresentare.

Occorre pertanto, secondo Todorov, spezzare questo cerchio chiuso e ristabilire una circolarità virtuosa tra letteratura/critica/didattica letteraria da un lato e la realtà umana nella sua complessità e varietà dall’altro:

Gli insegnanti di letteratura  nelle scuole  e i critici , conclude Todorov, non  cerchino quindi di formare dei critici, ma dei lettori attenti,  ricettivi e sensibili, capaci di assimilare attraverso la lettura consapevolezze sulla realtà che li circonda e imprinting valoriali.

«Essendo oggetto della letteratura la stessa condizione umana, chi la legge e la comprende non diventerà un esperto di analisi letteraria, ma un conoscitore dell’essere umano»

Risultato,  non troppo sorprendente a questo punto, della posizione di Todorov è la rivalutazione dei libri cosiddetti popolari, tipo I tre Moschettieri o i romanzi della saga di Harry Potter

Libri che permettono di costruirsi una prima immagine coerente del mondo che, possiamo esserne certi, le letture successive renderanno poco per volta più elaborata.

Filippo Cusumano

FUTURISMO, MITOLOGIA E AVANGUARDIA LETTERARIA RUSSA

Nel futurismo letterario russo convivono l’estremismo sperimentale delle forme e delle sintassi, con esiti analoghi a quelli teorizzati dai capisaldi rivoluzionari marinettiani Manifesto tecnico della letteratura futurista (11 maggio 1912), Supplemento al Manifesto tecnico della letteratura futurista (11 agosto 1912), Distruzione della sintassi. Immaginazione senza fili. Parole in libertà (11 maggio 1913) e, paradossalmente, un’utopia che vagheggia un’Età dell’Oro collocata in un indefinito passato.

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I futuristi russi, affamati di nuovi linguaggi al punto di apprezzare perfino l’errore di stampa quale inconsapevole innovazione stilistica, e i loro epigoni delle avanguardie sovietiche degli Anni ’20, hanno tentato in letteratura percorsi di costruzione e decostruzione che i futuristi italiani si sono limitati a sperimentare prevalentemente nella poesia e nel teatro.

L’ansia logopoietica che caratterizza i russi rispetto agli italiani non è tanto l’espressione di talenti diversamente e prevalentemente orientati, quanto il derivato di una differenza sostanziale nell’impostazione ideologica: l’esaltazione del primordiale, motore del Futurismo, è intesa dagli italiani come espressione vitale (l’istinto, la forza, la brutalità, il disumano = il sovrumano) del superamento permanente, dello stile di velocità animale-sentimentale-intellettuale dell’uomo-macchina, mentre per i russi il primordiale assume il valore di un ritorno alla comunità e alla vita preistoriche, il futuro come superamento dello spazio e del tempo non in un infinito dinamismo, ma nella ricostituzione di un mondo leggendario e mitico che ha lasciato traccia di sé nella pietra delle steppe e nel patrimonio epico delle genti d’Asia.

In parole povere i futuristi italiani corrono per correre, perché il paradiso è correre (la velocità come annullamento dello spazio e del tempo), i futuristi russi corrono per raggiungere l’Arcadia slava o turanica, perché stare in quell’Arcadia è il paradiso (superando il divenire in uno spazio oltre la terza dimensione che racchiude, facendoli coincidere, il passato, il presente e il futuro). Di conseguenza il problema di un ordinamento futurista è più urgente per i russi che per gli italiani, questi ultimi in fondo esaltanti non tanto un futuro fantascientifico quanto le novità tecnologiche del presente, dato che per i futuristi italiani non esistono propriamente un passato e un futuro se non come termini di opposizione, esiste invece un eterno presente continuamente modificantesi, magmatico e proteiforme con il quale dover stare al passo, protesi nel suo superamento, come azzurre locomotive lanciate sull’orizzonte infinito. Il futurista italiano brucia nella sua corsa le sue creazioni, il futurista russo elabora l’utopia del mondo di domani e quindi anche un nuovo linguaggio e una nuova letteratura.

In apparenza primitivismo e utopia sono opzioni contrarie. Ma negli scritti di Chlébnikov l’avvenire e il passato coincidono. Ecco perché quasi sempre egli esprime all’imperfetto le diavolerie del futuro, come realtà di un periodo preterito, ormai dietro le spalle. Assumendo una dimensione aoristica, il futuro diventa esperienza anteriore. Quel che sarà è già stato (…)” dice Angelo Maria Ripellino nel ricco saggio introduttivo a Velimir Chlébnikov, Poesie, Einaudi 1989, libro preziosissimo che oggi è introvabile o quasi (buona fortuna…).poesie

Non è infatti un caso che i futuristi russi raccolti intorno ai fratelli Burljuk abbiano denominato il gruppo Gilèja, l’antica Ylaiē, la “contrada selvaggia” a oriente del Boristene (Dnepr) citata da Erodoto, la regione ucraina identificata con la leggendaria terra degli Sciti, che abbonda di reperti archeologici quali kurgàny (tumuli preistorici di popolazioni indoeuropee o scitiche) e kàmennye baby (le befane di pietra, statue peceneghe e cumane poste a guardia delle tombe lasciate nella steppa da queste popolazioni turaniche). E i Gilejani adotteranno poi, senza sofferta contraddizione e su ispirazione di Chlébnikov, anche l’appellativo di budetljane, “coloro che saranno”, i “saristi” (storicamente costoro vengono identificati come cubo-futuristi per distinguerli dagli ego-futuristi, altro gruppo dal segno meno incisivo e più vicino al simbolismo decadente e ad uno stile ricalcato sull’esteriorità chiassosa del futurismo italiano).

Ecco dunque che nella letteratura di Velimir Chlébnikov (l’archimandrita, come lo definisce Ripellino, dei futuristi russi, il costante punto di riferimento di tutte le avanguardie letterarie russe dei primi trent’anni del ‘900, il maestro di Majakovskij e degli Oberiuti) convivono senza conflitto tre aspetti tematici che rimandano ad altrettante cifre stilistiche:

– l’Asia turanica / il linguaggio primordiale e lo zaúm / la poesia stellare

– la Russia pagana e paleoslava / mitologia, incantesimi, esorcismi / la poesia zagovorica

– la visione profetica / pronostici, neologismi, invenzioni / la poesia algebrica.

Il linguaggio zaúm o transmentale è costituito da una serie di fonemi e di sillabe non riconducibili a significati convenzionali, un linguaggio arbitrario di sonorità ritenute evocatrici di oggetti, colori, sentimenti, idee, la cui più famosa e citata serie è quella realizzata da Aleksèj Kručënych, il quale come Adamo voleva rinominare tutte le cose, ristabilendo la primordiale purezza del linguaggio:

dyr bul ščyl

ubeščur

skum

vy so bu

r l ez

Esempio di zaúm (benché parziale) chlébnikoviano:

Bobeòbi si cantavano le labbra

veeòmi si cantavano gli sguardi

pieeo si cantavano le ciglia

lieeej si cantava il sembiante

gzi-gzi-gzeo si cantava la catena:

così sulla tela di alcune corrispondenze

fuori della dimensione viveva il Volto.

(trad. di A. M. Ripellino)

dove le serie alfabetiche, stando ai taccuini del poeta, dovrebbero avere queste corrispondenze evocative (cfr. Ripellino op. cit. p. 180):

b = rosso = labbra

m = turchino = sguardi

p = nero = ciglia

l = bianco = il sembiante

g = giallo

z = oro.

Lo zaúm fece scuola nei primi vent’anni del ‘900 russo, anche Boris Pil’njak lo utilizza nel suo romanzo sperimentale L’anno nudo del 1920 (pubblicato nel 1922 e riedito in italiano da UTET nel 2008, con prefazione di Cesare G. De Michelis e postfazione di Aleksandr Solženicyn), servendosi abilmente di sigle sovietiche per comporre la canzone nella tormenta, la tormenta uralica che diventa tormenta rivoluzionaria:

Gviiuu, gaauu, gviiiuuu,

gviiiiuuuu, gaaauu!

Gla-vbumm!

Gla-vbumm!!

Gu-vus! Guu-vuuzl…

evocando così anch’egli le orde asiatiche, le scorrerie, il ritorno del primordiale, la disumanità della steppa, l’incantesimo slavo di rusalche, silfidi e principi vareghi, le stregonerie finniche e turaniche, in un romanzo che sperimenta un intreccio asintattico di sequenze autononome, gratuite, non teleologiche, di polifonica anarchia letteraria orchestrata da stilemi fiabeschi, una sorta di vertoviano uomo con la macchina da presa realizzato su carta, e ben prima di Dziga Vertov (sicchè si potrebbe dire che L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov, 1929, è un pil’njakiano anno nudo applicato alla celluloide).

chlebnikov1Tornando a Chlébnikov, appare ben più interessante e significativo il linguaggio stellare ideato da questo poeta randagio e indigente, profeta algebricamente ispirato che i persiani chiamarono Gul mullā, il Sacerdote dei fiori, un linguaggio basato su un lettrismo che attribuisce alle consonanti un valore semantico e alla prima consonante della parola un valore dominante delle lettere successive e del significato complessivo della parola stessa. Da Uno sgraffio sul cielo:

Dov’è di verdi CHA per due uno sciame,

e nella corsa un’ELLE di vestiti,

un GO di nubi sopra i giuochi umani,

un VE di folle attorno a fuochi aviti,

ČA di ragazzo, DO di vesti lievi,

ZO dell’azzurra camicia d’un giovane,

PE blusa porporina d’una vergine,

KA di sangue e di cieli (…)

(trad. di A. M. Ripellino)

A proposito di lettrismo stellare la lezione chlébnikoviana è ripresa da Majakovskij in Ordinanza all’armata delle arti in cui dice “Vi sono ancora delle buone lettere: Er, Ša, Šča” (R, Š, ŠČ), contenuta nel libro raro (1.000 esemplari numerati): Vladimir Majakovskij, El Lisitskij, Per la voce, Ignazio Maria Gallino Editore, 2002 Milano, 13 poesie di Vladimir Majakovskij in un libro costruito da El Lisitskij, costruito nel vero senso della parola, utilizzando per la forma un’agenda telefonica a pagine scalari e per la grafica soltanto i caratteri tipografici: un capolavoro dell’estetica futurista/costruttivista, storicamente emblematico come il libromacchina bullonato Depero futurista (1927) e le successive litolatte di Marinetti e D’Albisola.poster-lengiz-1924

Anche Andrej Belyi, altro grande sperimentatore della narrativa russa, tra i primi in Europa a disintegrare il linguaggio e la struttura del romanzo, ricorrendo ad uno stile ritmico e musicale fatto di neologismi con nuove accezioni, nella sua opera Glossalolija (1917) indaga il significato nascosto delle lettere dell’alfabeto, attribuendo a ciascuna lettera il valore simbolo di un concetto.

Inoltre Chlébnikov inventa un intero poema fatto di palindromi (Razin, 1920), ricorre alla poesia zagovorica (da zàgovor: sortilegio, esorcismo) nel famoso Esorcismo col riso:

Oh, mettetevi a ridere, ridoni!

Oh, sorridete, ridoni!

Che ridono di risa, che ridacchiano ridevoli,

oh, sorridete ridellescamente! (….)

(trad. A. M. Ripellino)

Spesso sulla base di radici esistenti inventa nuove parole che non hanno un significato preciso, transmentali, come smechač, ridone, che sarebbe poi diventata di uso comune e sarebbe anche stato il titolo di una rivista umoristica” (Paolo Nori, Pancetta, Feltrinelli 2004, p. 29).

concepisce nuove parole, come:

nebo (cielo) + lèbed’ (cigno) = nèbed’ (celigno, uccello celeste)

dvorjàne (aristocrati) + tvorít’ (creare, inventare) = tvorjàne (inventocrati, creatori di vita)

son (sogno) + čertòg (palazzo) = sonòg (palazzo dei sogni)

predice il futuro attraverso calcoli matematici applicati al tempo, e indovina, incredibilmente indovina (nel suo Saggio sul significato delle cifre e sui modi di prevedere il futuro del 1911, prevede la caduta dello Zar nel 1917; nel 1919 calcola che qualcosa accadrà a Char’kov, va a verificare e la città viene conquistata dai Bianchi):

BATYJ E PI

Monumento a un perpetrato errore (317π = 995,8872)

Primo bottino

E – ruscello di numeri, due e fumo di numeri

E = 2,718

π = rapporto fra il circolo e il grande asse

317 anni = un’onda della corda dell’umanità, vibrazioni di scorrerie.

(….) 317 x e anni più tardi, ossia nell’861,

dopo l’uragano di quei popoli

diluviarono di nuovo i Tartari,

pestando la Russia con travi di guerre,

arsero Kiev, banchettarono sui vinti (….)

(trad. di A. M. Ripellino)

profeta metropoli di vetro e ferrovie circumhimalayane.

Le scienze matematiche applicate alla letteratura trovano un originalissimo esito in un’opera inedita, ma scritta per un concorso, del giovane Venjamin Kaverin, appartenente al gruppo formalista dei “Fratelli di Serapione” e geniale ideatore di trama letteraria ed estetica libraria: L’undicesimo assioma (vale a dire: due rette parallele s’incontrano all’infinito) dove Kaverin scrive sulle due metà della stessa pagina due storie diverse che si svolgono in tempi diversi, e che ad un certo punto s’intersecano violando l’unità logica e cronologica dei rispettivi racconti con un salto nel passato (cfr. Venjamin Kaverin ovvero il gioco della scrittura in eSamizdat).

Poiché anche in questo caso di sperimentalismo geometrico il passato agisce da calamita, attraendo ed assorbendo nella sua dimensione il presente, una certa frase di Evgenij Zamjatin, che letta così sembrava una frase ad effetto e un po’ retorica, acquista invece una dimensione emblematica di un’intera epoca letteraria: “Il futuro della letteratura russa è nel suo passato“.

Mauro Del Bianco