Confidenziale

CONFIDENZIALE

Graham Greene, Missione confidenziale, in Romanzi Volume I, Meridiani Mondadori, 2000

Radio, fine anni ’70, circa le 9.00 del mattino, sceneggiati radiofonici. Il che significa, se eri studente, che li potevi ascoltare solo durante le vacanze: Natale, Pasqua, Estate. E dev’essere stato durante le vacanze natalizie del ’78 o del ’79, chi se lo ricorda più, che la Rai mandò in onda Missione confidenziale di Graham Greene sulle note di El Ejercito del Ebro, rumba la rumba la rumbamba. Perché non erano semplici letture, ma sceneggiati veri e propri con attori professionisti, musica, rumori, scalpiccio di passi furtivi, fruscio di vestiti, pioggia battente, stridere di freni, porte che cigolano, sferragliare di tram e di treni, colpi di tosse, nasi che tirano su, polifonia di voci dal tenero al collerico, dal dolce sospiro di femmina all’agghiacciante rantolo del cattivo di turno, uno spettacolo di immaginazione per chi ascolta (magia della radio). Bei tempi. Chissà se li fanno ancora. Comunque, mi sono goduto una decina di puntate, e poi… e poi niente, non ho mai saputo come andava a finire, perché le vacanze intanto erano finite. Poi certe cose si dimenticano, sopraffatte da altre, però in qualche modo restano, latitano da qualche parte, in qualche oscuro anfratto del cuore o del cervello o di tutti e due insieme…

Anni 2000, amici e amiche, discorsi a zonzo, curiosità femminile zuccherata da splendido sorriso: Ma perché non ti tagli i baffi? Tu guarda alle volte… come devono tornare alla memoria certe cose: dalle nebbie di Londra è emerso uno straniero braccato dalla polizia per un delitto non commesso, il quale si rifugia in un appartamento disabitato causa ferie dell’inquilina, trova un piccolo rasoio da donna, et voilà, via i baffi. Diceva il protagonista di un romanzo di José Giovanni (poi anche nel film diretto da Robert Enrico): le cravatte sono magiche, tu cambi la cravatta e tutto cambia. Per il fuggiasco funzionava alla stessa maniera con i baffi: ti tagli i baffi e tutto cambia, non solo l’aspetto, ma anche qualcosa dentro di te, perché quello, il fuggiasco, da mite e rassegnato professore di filologia romanza, diventa un mastino duro a morire. Chissà se veramente funziona così…

Insomma, si è ridestato il ghiribizzo, non di tagliarmi i baffi ma di leggere il romanzo, anche per sapere alla fine come andava a finire la storia. Meglio tardi che mai. È come quando ti capita nel menu un piatto della tua infanzia che ti piaceva tanto e lo ordini pieno di speranza, assaporando già il viaggio nel tempo, le stesse emozioni, le stesse sensazioni. Poi non è mai così (nonostante Proust e le sue madeleines), chissà perché le pesche non sono quelle di una volta, quelle patate americane erano più buone, quel gelato era sublime, quei biscotti divini. Dev’essere l’abitudine, l’assuefazione, il palato anestetizzato dai tanti sapori, non tutti buoni, della vita. Le sigarette oggi si confondono tutte nell’urgenza del gesto, senza quel distintivo filo azzurro di chimera di vent’anni fa… Fumetti, non ne parliamo. Films di allora, idem. Dev’essere che le papille gustative dell’immaginazione si consumano con il tempo. Oppure si modificano per consentire nuove emozioni.

Volevo un romanzo affezionato alla mia gioventù, e ne ho trovati la bellezza di sette totalmente indifferenti ai miei ricordi. Sette. Già, perché ormai certi romanzi di Greene li trovi solo in collezione. Missione confidenziale, tanto per facilitarmi le cose, non lo stampano più. Ho cercato sulle bancarelle di libri usati, inutilmente. Pazienza, ci leggeremo tutta la raccolta, che male non fa: non ho mai letto niente di Greene. Ma prima di tutto, benché non sia il primo nell’ordine, Missione confidenziale.

Non che mi aspettassi la colonna sonora con Ay Carmela e tutto il resto, peraltro i ricordi erano nebulosi e vaghi, ma non ho trovato nemmeno la guerra di Spagna così come me la ricordavo nitidamente presente nello sceneggiato radiofonico. Lì tutto cominciava con il protagonista che incontra un amico in una sorta di mensa popolare mentre è in corso la battaglia dell’Ebro (estate 1938), e il sottofondo musicale della famosa canzone omonima dava il senso della collocazione temporale della vicenda. Forse il protagonista, nello sceneggiato, aveva anche un nome, che ora non ricordo. Il romanzo invece inizia in prossimità delle bianche scogliere di Dover, il professore di filologia romanza è già in missione, non ha un nome e non l’avrà per tutto il romanzo, una semplice lettera D. a identificarlo; non si parla mai della Spagna, né dell’Ebro, si dà per scontato senza nominarla mai che sia in corso la guerra civile spagnola, nessun appiglio di colore che possa evocare atmosfere iberiche.

Sulle prime questa vaghezza mi ha un po’ disorientato, nel senso che mi aspettavo (desideravo) riferimenti costanti ad un contesto, ad un’atmosfera per me particolarmente affascinanti, ero curioso di vedere come Greene sapesse ricreare la conradiana sensazione-vita della Spagna anni ’30, se sapeva farlo meglio di Hemingway, tanto per capirci. E poi mi sono accorto, man mano che leggevo, che la bellezza (e la fortuna) di questo romanzo sta proprio nell’essere assolutamente atemporale, nel proporre una vicenda umana i cui parametri esistenziali sono metastorici, valgono sempre: la Spagna, la guerra, gli intrighi e le macchine infernali sono accidentali, scenari, paesaggi di contorno. Missione confidenziale potrebbe essere scritto oggi sullo sfondo di una qualsiasi delle guerre civili che appestano ancora il pianeta e non cambierebbe di significato.

La fabula del romanzo è apparentemente semplice: un agente del governo repubblicano spagnolo si reca in Inghilterra per trattare l’acquisto di una partita di carbone, indispensabile per alimentare lo sforzo bellico della repubblica contro i militari golpisti. Apparentemente semplice, perché in realtà non lo è: misteriosa la scelta di un professore per compiere la missione, un inetto dal punto di vista spionistico (perché proprio lui? forse perché conosce bene l’inglese?), intricata e contorta la strategia dei capi repubblicani che non si fidano di lui (ironico e ludico il titolo del romanzo, perché ciò che manca nella storia è proprio la con/fidenzialità, il fidarsi), strategia addirittura abulica in ordine alla riuscita o meno della missione, quasi rassegnata alla sconfitta. Ne deriva l’inutilità dell’agire, l’assurdo di una missione che, ipotizzata come un burocratico affare da concludersi nel giro di un weekend, si trasforma in un dedalo complicato e sanguinoso, dove ostacoli sempre più irti e inaspettati si affastellano uno sull’altro, uno dopo l’altro, a sfiancare la volontà, la dignità, lo spirito del protagonista, il quale diventa veramente il Protagonista, non solo della storia ma della Storia, perché ad un certo punto decide di fare di testa sua, fidandosi solo di se stesso, contando solo su se stesso. Guarda cosa capita a radersi i baffi…

Qui c’è tutta la poetica di Graham Greene, il Greeneland o “effetto Greene”, come ricorda Paolo Bertinetti nell’Introduzione, e che si può riassumere nel principio di slealtà: lo scrittore (e per riflesso le sue creature letterarie) non può essere devoto al potere (qualunque potere, non solo quello statale, economico o politico, ma anche quello ideologico, morale, sociale, perfino il perfido potere delle nostre comode opinioni), non può cioè subordinare o adattare la verità, e la ricerca di verità, a sistemi normativi immanenti, ma deve attuarla, se necessario, anche violando quei sistemi, deve quindi essere sleale. In un’altra parola: libero.

Il modello etico greeniano presuppone tuttavia una concezione metafisica dell’esistente: i personaggi di Greene, e D. ne è un ottimo rappresentante, sono personaggi religiosi, il cui sentimento religioso non consiste tanto nell’adesione ad una qualche religione, quanto nell’intuire che dietro questo mondo ce n’è un altro, intuiscono cioè la presenza di valori metafisici che giustificano (non nel senso di scusare, ma di legittimare) l’essere nel mondo, qualunque sia la loro forma valore: Dio, la verità, l’onore, l’amore, nel caso di D. la giustizia.

Ma alla fine, ne valeva la pena?. Sì, il romanzo mi è piaciuto, molto. Per quanto paradossale, conservo un bel ricordo (quasi mitico) dello spezzone di sceneggiato di trent’anni fa, e una bella sensazione di soddisfazione intellettuale del romanzo che ho letto ieri, benché le due storie non siano proprio la stessa cosa e non abbiano suscitato le stesse emozioni, senza contare ovviamente che io non sono più quello che ero allora. A volerlo cercare, un punto di convergenza c’è, è la simpatia per D., questo sconfitto dalla vita e dal destino, che ne ha passate di tutti i colori, che ha visto in faccia la morte, che gli hanno ucciso (per sbaglio!) la moglie (per sbaglio: sembra un insulto al dolore, come se te l’avessero ammazzata due volte), che non vuole fare a pugni, che non capisce l’agitarsi dell’umanità, ma che possiede una dignità, una pulizia interiore, una profondità che te lo rendono amico per sempre. Cito tre passaggi del D.-pensiero i quali, come tutti gli aforismi, sono semafori di meditazione, costringono a fermarti e a pensarci su:

1) “In una vita felice, la perdita definitiva delle illusioni sulla natura umana coincide con la morte. Oggi, ti rimane ancora tutta una vita da vivere con quella ferita…

2) “Era come se sul mondo intero incombesse l’ombra dell’abbandono. Forse il mondo si reggeva ancora soltanto grazie agli sforzi di dieci uomini giusti: che tristezza.

3) “Forse è per questo che i santi erano così inspiegabilmente felici: avevano visto il finale della commedia fin dal loro ingresso in scena e dunque non riuscivano a prendere sul serio il dolore.

E pensare che circa tre anni fa ho scritto un romanzo ambientato durante la guerra civile spagnola: anche lì uno sfigato, una missione da compiere, la sconfitta, l’onore, le utopie… Quando ho finito di leggere Missione confidenziale, ci sono rimasto di stucco, da tanto gli assomigliava il mio Tomás Pardo a D., nello spirito, intendo dire, e non nella forma contingente del ruolo rivestito nel romanzo (pianista, per la cronaca, e non professore; svelto di pistola e non mansueto; eversivo e non filologo; scapolo e non vedovo, ma abbandonato da tutti e inviso a tutti come D., e come D. profondamente solo e a suo modo religioso).

Eppure, mica me li ero tagliati i baffi…

Mauro Del Bianco

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