L’arte della fuga (Muriel Barbery, L’eleganza del riccio)

Muriel Barbery, L’eleganza del riccio, Edizioni e/o 2007

Se si dovessero collocare i libri in un ideale scaffale tematico, operazione che presuppone una sintesi assoluta benché ipotetica delle migliaia di parole e di significati contenuti nel testo, il bel libro di Muriel Barbery potrebbe essere associato al tema della fuga nelle sue accezioni esistenziale e strutturale: come stile di vita e come stile di composizione dell’opera.

La prima immagine che di solito è evocata dalla parola fuga corrisponde all’atto di scappare di fronte a qualcosa o a qualcuno, mentre il suo significato elementare ed originario, ricostruibile attraverso l’etimologia, esprime piuttosto l’idea di una deviazione da un percorso lineare compreso tra due punti, un allontanarsi da. Infatti il latino fugio e il greco pheýgō esprimono il significato di “evitare”, “scansare”, “schivare”, da una comune radice indoeuropea BHUJ- (FUG- nella traslitterazione latina) il cui senso è “andare avanti con slancio”, radice che è presente nel sanscrito bhujati, corrispondente al greco pheýgō e al latino fugio, che vuol dire appunto “piegare”, “curvare”. È interessante notare che la radice BHUJ- contiene una polivalenza di significati connessi all’idea di vitalità e di movimento vitale, tanto che bhuj in sanscrito significa anche “godere”, “gioire” (cfr. Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee).

Può esserci dunque un piacere nella fuga, un impulso di gioia solitario direbbe Yeats, traducibile anche nella vocazione alla fuga del prigioniero di contro alla vocazione del carceriere, direbbe Tolkien, soddisfazione clandestina che ci fa simpatizzare con i vari Papillon dell’immaginario letterario e che ritroviamo nelle vicende delle due femmine in fuga celebrate nel romanzo della Barbery: Renée di cinquantaquattro anni e Paloma di dodici, una sapientissima e ignorata portinaia ed una intelligentissima e sottovalutata bambina, le quali, ciascuna separatamente e all’insaputa dell’altra, attuano un’originale modalità di fuga dal proprio ruolo e dal proprio essere nel mondo, una fuga dall’esistenza per riscoprire l’essenza di sé e del mondo.

Fuggire per loro è un intimo e segreto allontanarsi dal sistema di relazioni obbligate la cui normativa è fondata sull’apparenza del vivere, quindi sulle convenzioni sociali e mentali e sulle inevitabili implicazioni di ipocrisia e di perbenismo, per ri/fugiarsi in una dimensione di pensiero che svela l’autentica natura delle cose. Questo negare se stesse per essere se stesse rasenta pericolosamente la morte, e non è casuale che il romanzo si apra con i propositi suicidi di Paloma (potenza) e si chiuda con la morte di Renée (atto). L’esistenza, quale determinazione dinamica della nostra essenza, è l’attualizzarsi dell’essenza stessa, è l’insieme coerente di atti finiti che manifestano un infinito: voler cogliere questo infinito al di là (allontanarsi da) del percorso lineare tra due punti (l’esistenza), al di là dunque dei suoi atti finiti, significa morire a se stessi.

Troppa filosofia? Può darsi, ma Muriel Barbery lo sa, è docente di filosofia, lei. Ciò non significa che per scrivere occorra essere filosofi (però aiuta), ci fa invece capire cos’è il mestiere di scrivere e anche quello di leggere: un romanzo non è l’indovinata combinazione di improvvisazioni e slanci emotivi, non è il fluire di scrittura discontinua dettata da un’ispirazione capricciosa (lo è sempre, capricciosa, l’ispirazione), non è mettere insieme cose che passano per la testa, non è nemmeno scrivere bene (concetto etico/estetico quanto mai relativo in letteratura).

L’opera narrativa è architettura di parole, progetto di immagini, partitura di voci. Il romanzo è costruito per definizione, altrimenti non è. La sua natura impone una scelta di temi e di stili, di forme e di contenuti; provoca meditazioni, ricerche, tentativi, enigmi da risolvere: il romanzo è un atto esclusivo che produce un mondo esclusivo (e qui si rivelano la presunzione e la vanità di qualunque scrittore), un mondo che teoricamente potrebbe esistere e che quindi deve poter reggersi da solo. Il resto è ispirazione, divertimento, intuizione, gioco. Dopo. Prima, c’è il disegno creativo.

Céline, per citare una scrittura che appare ingannevolmente facile e sciatta, ci perdeva giorni e fogli e inchiostro (scriveva e ricopiava a mano, lui) prima di trovare il ritmo giusto, quello che doveva far suonare le parole, quello che solo poteva produrre la piccola musica che a chi legge potrà anche apparire semplice, volgare, banale: scrive come un sempliciotto in dialetto e scrive porcherie, dirà l’inesperto, ma quanto lavoro per creare quel gergo, quella ritmica porcheria, quella scandalosa semplicità inimitabile.

Ogni volta che s’incontra un’opera di valore e che sia fatta di una bellezza semplice, non bisogna lasciarsi fregare dalla tentazione di poter fare disinvoltamente altrettanto: dietro quella disarmante facilità c’è un universo di meccanismi perfetti e fragili, basta un niente per precipitare tutto nell’ignobile, ci vuole tanto talento per farlo funzionare.

Quindi che L’eleganza del riccio si apra con i propositi suicidi di Paloma e si chiuda con la morte di Renée non è casuale. Non lo è dal punto di vista dell’intima filosofia del romanzo, non lo è nemmeno dal punto di vista strutturale: Renée e Paloma sono l’una il riflesso dell’altra, sono due forme di uno stesso modo d’essere dislocato nel tempo, la bambina e la donna matura, sono astrattamente i termini estremi della vita di una sola donna. Perciò Renée e Paloma agiscono e si esprimono secondo lo schema del contrappunto, e il romanzo può essere letto anche come trasposizione letteraria della fuga quale forma musicale.

La fuga infatti è una forma contrappuntistica, così chiamata perché le parti o voci del discorso musicale sembrano fuggirsi reciprocamente. Per contrappunto si intende la sovrapposizione di linee melodiche nota contro nota, un primo canto e un secondo canto che di solito si sviluppa per imitazione: un disegno musicale (risposta o conseguente) richiama o imita quello intonato in precedenza (proposta o antecedente).

È eloquente in tal senso la scelta della prima persona come voce narrante del romanzo e la sua alternanza sistematica nelle due voci di Renée e Paloma, dove Renée può essere considerata proposta o antecedente e Paloma risposta o conseguente: le riflessioni della bambina si sviluppano per imitazione sulla stessa linea melodica di Renée però ad un intervallo diverso (intervallo: differenza di altezza tra due suoni) e tale differenza è resa narrativamente dalla diversa età e dai diversi contesti di vita delle due voci.

Come il romanzo la fuga non si improvvisa, ma si costruisce, secondo un’architettura rigorosa. Fondandosi sulla contrapposizione tra un tema principale (soggetto) e un tema secondario (controsoggetto), che ha una funzione dialettica rispetto al primo, la fuga si compone di tre parti: esposizione (inizio della fuga dove è proposto il tema principale), svolgimento (elaborazione attraverso il divertimento di frammenti del tema) e stretto (finale sintetico delle risposte delle voci al soggetto).

Qual è il tema principale de L’eleganza del riccio? Non è la clandestinità, non è lo scorcio di vita di un palazzo parigino, non è la rivolta all’ipocrisia, non è l’amore e non è il dolore. Questi, e tutti gli altri temi apparenti del romanzo, sono piuttosto divertimenti della fuga, sviluppi del tema principale o elementi in cui si articola il tema secondario.

Il tema principale è, incredibilmente, la camelia, intesa come simbolo di un talento spirituale, di una sensibilità per la bellezza delle piccole cose che “sanno incastonare nell’attimo una gemma di infinito“, malinconico e nipponico mono no aware per l’effimero, ricerca dell’eterno e dell’infinito nello spettacolo lieve di un fiore che si raccoglie nella luce della sera, della pioggia d’estate che filtra attraverso i raggi del sole, del sapere sapore di una tazza di tè: “il bello è ciò che cogliamo mentre sta passando. È l’effimera configurazione delle cose nel momento in cui ne vedi insieme la bellezza e la morte (…) Forse essere vivi è proprio questo: andare alla ricerca degli istanti che muoiono“. Molto giapponese. Del resto, che sia stato scelto un fiore originario del Giappone, che si citino i film di Ozu e la poesia haiku, che il protagonista maschile – elemento di sintesi e grimaldello per aprire allo stretto – sia giapponese e si chiami Ozu come il regista, sono tutte congiunture non contingenti del congegno dell’Opera.

Il tema secondario o controsoggetto – quello che nella fuga è intonato dopo il tema principale dalla stessa voce che lo ha esposto (Renée) mentre la seconda voce (Paloma) riprende l’esposizione del tema principale – sarà allora il contrario della camelia: è la petrosa materialità del palazzo di rue de Grenelle n° 7, “un bel palazzo privato con cortile e giardino interni, suddiviso in otto appartamenti di gran lusso, tutti abitati, tutti enormi“. È il contro-simbolo, l’arroganza di un ordine razionale, di un lusso, di una totalità (non ci sono spazi vuoti, né spazi ignoti, non c’è mistero, tutto è colmato e razionale, non c’è tensione che possa far baluginare la consapevolezza di una privazione e quindi della labilità del sapere e della vita) che diventano epitome perfetta di un’enorme enormità: la presunzione di possedere la verità da parte dei suoi abitanti. Le loro solide convinzioni (in realtà illusioni condizionate da convenzioni), non diversamente dal loro scetticismo chic (altrettanto totalitario e protervo), edificano la pesante cappa che impedisce di comprendere la bellezza e la verità della vita.

Il parallelo tra L’eleganza del riccio e una fuga musicale risalta anche dalla suddivisione in sezioni e capitoli voluta dall’Autrice e dalla scelta dei titoli a tutta prima incongrui:

L’ELEGANZA DEL RICCIO

FUGA MUSICALE

MARX (PREAMBOLO)

CAMELIE

ESPOSIZIONE

SULLA GRAMMATICA

PIOGGIA D’ESTATE

PALOMA (capitoli 1-22)

SVOLGIMENTO

PALOMA (cap. 23 Le mie camelie)

Ultimo pensiero profondo

STRETTO

ma che acquistano limpida evidenza una volta compreso il disegno strutturale del romanzo.

Bene, si potrebbe obiettare, ma dov’è allora la spontaneità, la sincerità, la poesia della scrittore, se la stessa idea di partenza viene strutturata con precisione matematica, se lo sviluppo della storia è inchiodato all’intelaiatura, ai binari, alla fatalità di un codice, se l’espressione è vincolata dalla scelta di uno stile? È dunque tutto falso, lezioso e manieristico?

Per chi conosce (sa fare) l’arte, una simile obiezione è priva di senso, in quanto soltanto la determinazione ordinata del possibile consente la sua realizzazione, la sua attualizzazione, per quanto imperfetta essa sia: l’alternativa è il foglio bianco, la tela candida, lo spartito deserto, poiché anche l’arte caotica ha le sue regole, indipendentemente dal fatto che l’autore ne sia consapevole:

“Il classico che scrive la sua tragedia osservando un certo numero di regole che conosce è più libero del poeta che scrive quel che gli passa per la testa ed è schiavo di altre regole che ignora” (Raymond Queneau).

Ed è attraverso una fuga, un “piegare”, un “curvare” rispetto alle regole che si genera la tensione da cui scaturiscono la gioia creativa e la poesia. È un mistero, un miracolo, ma succede, quando succede, quando “il perseguimento d’un progetto strutturale e l’imponderabile della poesia diventano una cosa sola” (Italo Calvino).

Potrà non piacere. Ma un bel romanzo si scrive così.

Mauro Del Bianco

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11 comments

  1. Che bella sorpresa trovare quì questa meraviglia di un libro! L’ho prestato a diversi amici ed ho ricevuto pareri contrastanti: un amore travolgente oppure una freddezza glaciale.
    Il mio innamoramento per il libro forse è dovuto anche ad un pizzico di immedesimazione nella storia. Il “volare basso” la trovo un’arte. Chi ti riesce a riconoscere in mezzo al “mucchio” può avere piacevoli sorprese… Complimenti per come ai saputo “cogliere” il riccio!

  2. Grazie, Giusy, per il tuo commento. In margine voglio solo aggiungere due spunti di riflessione su L’eleganza del riccio:
    – ognuno legge in un testo letterario quello che il suo cuore gli dice, e qualcuno può anche non leggervi alcunchè: fa parte della differenza delle esistenze;
    – volare basso, in certi casi, può celare in realtà un volare altissimo.
    Cordialmente, Mauro

  3. …estremamente interessante la tua recensione Mauro,
    nonostante i detrattori del libro, e non solo, che non possono evidentemente argomentare nè in maniera filosofica nè tantomeno spicciola, come tentano di fare ahimè, sui contentuti intrinseci del libro della Barbery…che per loro rimane una porta chiusa…
    fred

  4. Or ora sono nel bel mezzo del racconto, e non vedo l’ora di finire il libro per poter esprimere un mio giudizio. Sono rimasto un pò meravigliato dopo aver letto la recensione perchè ho scoperto che Renée muore….. .
    Perchè vi ostinate a dare anticipazioni durante le recensioni e non solo i vostri commenti?
    Saluti.

  5. I giapponesi lo chiamano mono no aware, è la commozione per le cose. Loro sono (erano?) capaci di commuoversi anche guardando un ciliegio in fiore o l’effimera esistenza di una piantina di convolvolo. È una commozione di serena compostezza, niente di esasperato o di drammatico. Possedere questa sensibilità è bello, è un talento da coltivare, senza esagerare: una storia resta una storia, un’architettura di parole, non è la vita, benché talvolta essa possa evocare la gioia o il dolore della vita.

  6. Ho terminato il libro ieri. Fino all’ultimo capitolo, se mi avessero chiesto di dare un punteggio da uno a dieci avrei dato dodici… ma ora… è crollato tutto all’improvviso! Che necessità c’era di far morire Renée? In questo modo, l’autrice ha confermato la condanna che pesa sulla testa di chi appartiene ad una classe sociale bassa, impedendo loro, seppur romanticamente, di spiccare il volo. L’ho trovato molto poco giapponese e ancor meno taoista e/o democratico. Insomma ho deciso che sconsiglierò vivamente la lettura del romanzo, a tutti coloro che mi chiederanno un parere. Intanto, a distanza di ventiquattr’ore, ancora non mi sono liberata dal senso di depressione e sconforto che il finale mi ha lasciato!

    1. già… come antonella anche io adesso sono presa da un senso di sconforto e questo libro che ho assaporato come fosse un buon gelato alla fragola adesso mi lascia la bocca amara. Mi struggo per Renèe. Le emozioni che mi ha regalato questo romanzo sono vere provo lo stesso senso di vuoto che ho provato la settimana scorsa quando mia sorella al secondo mese di gravidanza mi ha annunciato di avere perso i gemelli… un bel libro è come la vita.

  7. Renè muore serenamente. La sua morte, anche se incidentale, appare come un lasciarsi trasportare, un cedere consapevolmente alla volgarità e soprattutto all’assurdità di una vita che lei è riuscita a rendere intensa. C’è molto “Camus” nel libro (il vivere al presente, il gustare le cose, il sapere che tutto è relativo, la “rivolta” all’ingiustizia della vita attraverso l’arte), specie nel finale (la morte, avvenuta in modo assurdo); e molto “Proust” (l’infinito dell’attimo, la concezione dell’arte e del bello, il mondo reale delle sensazioni fisiche), pilastri della cultura francese.
    La camelia del libro è quasi l’equivalente della madeleine nella “Recherche” di Proust: Davvero un bel libro.
    Meravigliosa la frase finale: il “sempre nel mai”.

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