Una notte piena di pioggia un libraio…

Stefan Zweig, Mendel dei libri, Adelphi Edizioni 2008

Chissà quali immagini, quali pensieri, saranno balenati nella mente di Stefan Zweig, gettando uno sguardo distratto nella trasparenza del bovindo della sua casa, se quella poteva definirsi la sua casa, sulla lussureggiante vegetazione tropicale che circondava il cottage di Petropolis, Stato di Rio de Janeiro, Brasile, un giorno d’estate australe, nel febbraio del 1942, il 22 febbraio. Quali pensieri, quali immagini, prima di compiere l’ultimo atto, non sulla carta, filtro sterilizzato per accogliere una realtà purificata dal male, ma sul proprio corpo e sulla propria anima, su se stesso e sulla moglie Lotte: non inchiostro da stillare su fogli candidi per cominciare una nuova traduzione del mondo, ma Veronal da iniettare nelle vene per farla finita con il mondo, insieme, a 878 metri d’altitudine sulla Serra da Estrela, centro di soggiorno estivo per i carioca ricchi che possono fuggire dalla canicola di Rio. C’è chi può permettersi il lusso di fuggire dal caldo soffocante, basta percorrere una sessantina di chilometri sulla ferrovia di Manà o sull’autostrada, e chi è obbligato invece a fuggire dal proprio universo per non soffocare, e non gli basteranno nemmeno gli stivali delle sette leghe. Parlano tedesco da quelle parti, ce ne sono tanti di emigrati, ma non è la stessa cosa che a Salisburgo e a Vienna, e poi Vienna e Salisburgo non sono più le stesse, niente è più lo stesso in Europa, nella Mitteleuropa, nelle contrade fiabesche di Cisleitania e Transleitania che non esistono più. Il mondo di ieri non è soltanto il libro di ricordi che Stefan sta scrivendo, è qualcosa che realmente è stato ed altrettanto inesorabilmente e crudelmente è sparito. Dev’essere la constatazione che la vita, la realtà, il mondo non sono carta, non sono soltanto carta… dev’essere che Lotte sta male, sempre più male… dev’essere il male che lui si porta dentro e che non ha nome, se non per algebrici specialisti che indagano l’anima… dev’essere che non c’è più speranza e quindi non vale la pena continuare a scrivere, quando è caduto anche l’ultimo conforto o alibi che “i libri si fanno solo per legarsi agli uomini al di là del nostro breve respiro e difendersi così dall’inesorabile avversario di ogni vita: la caducità e l’oblio“, perché se tutto è cambiato, se nulla sarà mai come prima, chi potrà capire, chi potrà ricordare, chi potrà commuoversi al cospetto delle nostre miserie…

E di tutte quelle biografie messe in scena con sorprendente originalità, che avevano fatto di lui il principe dei saggisti austriaci, quale sarà stata l’ultimo suo pensiero: Dostoevskij? Stendhal? Tolstoj? Ovvero il più umile e insignificante Jakob Mendel, rigattiere di libri usati, intangibile e fantasmatico anonimo, come tutti i personaggi della letteratura, che lui aveva creato per occupare lo spazio di una novella?

Una sera di qualche anno prima, parecchi anni prima, il senso del tempo è labile come quello della vita, diversi anni prima a Vienna, una sera viennese piena di pioggia e un caffè di periferia “pervaso dall’atmosfera familiare della vecchia Vienna, dall'”indolente apatia che, invisibile, emana come un narcotico da ogni vero caffè viennese“, il ricordo sfuggente e riluttante di qualcosa, di qualcuno, “invisibile come il chiodo nel legno” rimasto dopo vent’anni nel locale fumoso, dove c’era la sala da gioco: biliardi “oziosi come silenti stagni verdi” e un tavolino riservato, e un uomo, Jakob Mendel che “leggeva come altri pregano” dondolando “il busto come una divinità orientale“.

Jakob Mendel era uno che dei libri aveva fatto il senso della propria vita, e quanto assomigliava in questo al suo inventore, che credeva nella letteratura come si crede in una religione. Solo che Mendel i libri non li leggeva, si limitava a catalogarli nel suo cervello: titolo, autore, prezzo, edizione. Tutti i libri del mondo. Una memoria prodigiosa e una concentrazione quasi magica, da monaco tibetano, che gli consentivano di sapere tutto dei libri, come oggetti, non come opere d’arte o tesori di sapienza. Lui leggeva per tutto il tempo, leggeva cataloghi. Mandava a memoria interi cataloghi.

Jakob Mendel non viveva, “vivevano solo gli occhi dietro le lenti da vista e alimentavano senza posa, con parole titoli e nomi, quell’enigmatica sostanza che era il suo cervello (…) tutto il resto gli scorreva accanto come vuoto rumore.” L’unica concessione alla mondanità era un balenio di vanità nei suoi occhi al pensiero che nessun altro poteva fornire con assoluta certezza le informazioni che studenti, ricercatori, studiosi, collezionisti si affannavano a cercare. E quanto narcisismo c’è, di fatto, nello scrivere letteratura?

“(…) l’unicità diventa ogni giorno più preziosa in questo nostro mondo che irrimediabilmente va facendosi sempre più uniforme“.

E incombe questo mondo, continua ad avanzare e a divenire incessantemente, fagocitando tutto nel suo inevitabile rotolare uniforme: carta, belle parole, belle idee, vite intere. Anche la vita di Mendel, risucchiato nei meccanismi stritolanti di una realtà che si è permesso di ignorare, e che lo distrugge, nel cuore e nella carne, e gli porta via prima la libertà, poi gli occhiali, “magico telescopio per contemplare il mondo dello spirito“, poi il rispetto degli altri esseri umani, e quindi via via, in una caduta lenta ed inesorabile, la dignità, la memoria, la salute, fino a condurlo alla morte.

Mendel dei libri è la storia di una caduta, di un uomo punito dalla realtà per averla rifiutata, del cultore di un distacco che non incide sulla realtà in un confronto che ha per fine il dominio e quindi il superamento spirituale del divenire (compito di ogni autentico asceta), ma che si manifesta come un’incompetenza a vivere risolta nella fuga, uno pseudo-ascetismo che nel suo anacronistico apparire può destare ammirazione e meraviglia, ma che non può trovare posto in un mondo invadente e desacralizzato, talmente desacralizzato da non saper stimare nemmeno l’innocua erudizione enciclopedica di un rigattiere di libri.

E se questo è stato il destino di un misero libraio, quale speranza potrà avere chi si è spinto più in là, al sapere contenuto nei libri, e addirittura ha commesso il delitto di amarli e di scriverli? Ci sarà anche per lui una vecchia cara ignorante signora, custode della toilette, per conservare nel cuore l’affetto e la memoria, così ignorante da preservare, tra tutti i libri che le mani di Mendel avevano accarezzato, un volume di oscenità e pruderie? O resterà soltanto l’effimera immagine del proprio cadavere sbattuta oscenamente sulle prime pagine dei giornali, che il mondo guarderà e dimenticherà senza pudore?

Basta, deve aver pensato Stefan Zweig (come lo penseranno di lì a poco anche altri scrittori europei, benchè per motivi diversi, ma tutti sofferenti dello stesso disgusto dell’esistenza), basta con tutto ciò: lo squallore, l’insipienza, la brutalità, il mondo che incombe…

Un ultimo sguardo alla finestra, alla realtà in trasparenza, e poi il veleno.

Stefan e Lotte, abbandonati sul letto, lui supino e lei coricata su un fianco, vicini, amorevolmente vicini e tuttavia ormai lontani, da se stessi e dal mondo.

Mauro Del Bianco

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