Carlo Lucarelli, Carta bianca

SONO UN POLIZIOTTO

Carlo Lucarelli,

Carta bianca,

Sellerio editore Palermo,

2003 XVI edizione

È frequente la delusione derivante dalle trasposizioni cinematografiche dei romanzi: se si è letto prima il testo difficilmente la pellicola potrà eguagliare l’emozione provata durante la lettura, e viceversa, una volta visto il film, si sarà disorientati dalla caratterizzazione dei personaggi e dall’atmosfera precostituite dal regista, non coincidenti con quelle dello scrittore o semplicemente con la voce narrante e con l’immaginazione del lettore. Niente di riprovevole in tutto ciò: regista e scrittore sono due artisti diversi che operano su due piani diversi di arte narrativa, sicché è normale che questo accada, malgrado le nostre delusioni, altrettanto naturali.

È invece criticabile, soprattutto negli ultimi tempi, la rappresentazione approssimativa del contesto storico in cui è calata la narrazione, lasciata spesso all’improvvisazione e ai luoghi comuni di sbrigativi cineasti poco attenti al rispetto dei dettagli, se non addirittura ignoranti in materia. In una rievocazione storica il ricreare il contesto di riferimento esattamente, o comunque con una diligenza che si avvicini il più possibile all’esattezza, non è mero esercizio di stile, ma fondamentale presupposto di credibilità della pellicola e della storia che si sta raccontando.

Una volta tanto pellicola e testo narrativo ispirano felicemente la medesima emozione e l’ambientazione storica appare senza difetti. Mi riferisco all’ottima trasposizione televisiva delle vicende del commissario De Luca, recentemente andata in onda su RAI 1, quattro soggetti tratti dagli omonimi romanzi di Carlo Lucarelli: Indagine non autorizzata, Carta bianca, L’estate torbida, Via delle Oche. In questo caso la difficoltà era duplice: non si trattava soltanto di rendere una qualunque atmosfera storica, ma di rappresentare (in tre storie su quattro) un periodo scomodo ed ispiratore di emozioni negative come quello del fascismo e della guerra civile, con tutti i rischi didascalici annessi e relative cadute di stile.

Problematicità che ancor prima del regista è stata dello scrittore Lucarelli nel fissare sulla carta e portare all’attenzione dei lettori, con meritato successo alla fine, la fisionomia di un uomo che in quei giorni drammatici, fascista o non fascista, colpevole o innocente, coinvolto o no, comunque è stato dall’altra parte della barricata, il commissario Achille De Luca appunto. In Carta bianca, che è il primo romanzo della serie, pubblicato nel 1990, De Luca è “il più brillante investigatore della Questura Repubblicana” (vale a dire della Polizia fascista della Repubblica Sociale) che negli ultimi giorni dell’aprile 1945 si trova incastrato in una storia torbida di sesso e stupefacenti. Incastrato è il termine tecnico corretto, nel senso che un misterioso omicidio diventa strumento della lotta di potere tra due fazioni del fascismo repubblicano, tra due importanti esponenti della RSI in realtà doppiogiochisti, preoccupati di salvare pelle e polli nell’imminenza del crollo, trafficando con inglesi e partigiani. De Luca, blandito dal Questore e dal Federale, viene incoraggiato a perseguire senza remore e con carta bianca una certa pista prestabilita, favorevole ad una delle due fazioni in lotta. Il commissario non tarderà a rendersi conto della trappola e proseguirà le indagini per scoprire a qualunque costo la verità.

Lo stile impersonale di De Luca è infatti il suo tratto caratteristico, la fermezza nel subordinare tutto alla totale aderenza al suo ruolo di poliziotto, al compito affidatogli di tutore della legge e della giustizia, qualunque sia il prezzo da pagare. Non è un uomo privo di sentimenti e di emozioni: è capace di ironia, di collera, di sofferenza, è capace perfino di innamorarsi, ma di fronte alla restaurazione dell’ordine delle cose secondo verità anche l’amore retrocede di un passo: “Non si chiedono scelte politiche ad un poliziotto, gli si chiede solo di fare bene il suo mestiere” (p. 88), dice De Luca, così come ama spesso ripetere “Sono un poliziotto”.

Questo atteggiamento estremamente professionale può avere e di fatto ha nel romanzo due chiavi di lettura, che coesistono lungo il crinale del dubbio e del non detto, senza prevaricarsi a vicenda: da una parte l’impersonalità attiva e l’integrità morale di cui si è detto, e dall’altra una sorta di alibi psicologico per giustificare ed assolvere l’essere presente e schierato in un contesto di violenze e di soverchierie.

La donna di cui si innamora, Valeria in arte Sibilla, chiromante e medium del Circolo degli Spiritisti, dove si incontrano gli esponenti fascisti che De Luca dovrebbe indagare, coglie soltanto uno dei due aspetti:

“Io lo so che tipo sei (…) sei uno che si nasconde (…) che pensa sempre al suo lavoro e se lo sogna anche di notte (…) In mezzo a tutta questa confusione pochi sanno veramente chi sono e cosa fanno ed è per questo che ti tieni così attaccato al tuo ruolo, tu che ce l’hai, da dirlo ogni volta che puoi, sono un poliziotto, sono un poliziotto. Così non devi pensare (…) So leggere negli occhi, io. Ho letto nei tuoi e so che hai paura (…) che ti ammazzino.” (pp. 57-58).

Il nome di De Luca è infatti presente in una lista di condannati a morte da parte del Comitato di Liberazione Nazionale, fatto che lo turberà aumentando l’insonnia di cui soffre, ma che non gli impedirà di andare fino in fondo alla sua indagine. Dal che si deduce che in De Luca la fedeltà alla propria missione è tale da vincere anche la paura.

In quei giorni convulsi quando tutto un mondo sta per crollare rovinosamente, quando ciascuno pensa per sé e la paura e la disperazione spingono alle azioni più ignobili, dove ci si annega nel nirvana del sesso e delle droghe, o si cerca consolazione nei tavolini spiritici e nelle pratiche occulte, o si dà sfogo alla violenza gratuita e alla brutalità, Achille De Luca appare di una statura morale gigantesca, un uomo che riesce a mantenere la sua dignità nonostante tutto intorno a lui stia franando (significativo e metaforico l’inizio del romanzo con i calcinacci che gli piovono addosso dopo lo scoppio di una bomba) e che conferma tuttavia la sua umanità fatta anche di malinconie, esitazioni ed insicurezze, non certo un ammazzasette di tanta paccottiglia poliziottesca.

A quest’ultimo proposito il rischio era grosso, rischio in termini stilistici: facile scadere nell’apoteosi o nella totale ignominia del personaggio, facile lasciarsi catturare dallo stampo giallistico, attento al plot e alle dinamiche investigative, ma spesso carente di spessore letterario. La letteratura di genere è quella infatti dove abbondano opere di scarso valore estetico, benché interessanti sotto altri profili, e pochi autori possono vantare veri e propri capolavori degni di rimanere nella storia delle lettere. Sembrano infatti tutti preoccupati dall’intreccio e scrivono un po’ come capita, come parlano o sentono parlare intorno a loro, senza cioè quella necessaria opera di cesellatura della lingua letteraria che ci si aspetta da uno scrittore propriamente detto.

Non è questo il caso di Lucarelli: in Carta bianca troviamo competenza storica (se non ricordo male Lucarelli si è laureato con una tesi sulla Polizia nella Repubblica Sociale Italiana), stile sobrio ma dotato di personalità, abile costruzione, di cui modello è il capitolo 8°, soltanto due pagine, ma soddisfacenti per intersecare sei telefonate, tre di servizio e tre alla sua donna, che rendono la dinamica della vicenda in modo efficace ed immediato, e che tradiscono della psicologia del protagonista assai di più di quanto possano tante righe esplicative e spesso stonate, con quel ricorrente “Pronto, Valeria?” senza risposta che s’insinua fra le prosaiche telefonate d’indagine quasi come una richiesta di aiuto.

Mauro Del Bianco

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One comment

  1. scusate forse ho sbagliato indirizzo ,non importa, il mio scopo e quello di mio figlio gabriele, consiste nel fare sapere a carlo lucarelli cosa realmente succede in madagascar, visto che mio figlio vive in quell’isola da qualche hanno. lui, da poco e’ ritornato per un breve periodo, con foto e filmati ,mai visto visto che io seguo quasi tutto. desideriamo che tramite carlo liucarelli il mondo passa vedere e sapere. questo e’ il nostro solo interesse. se volete contattarci. saluti aldo e gabriele pecoraro

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