Franz Kafka, l’avventura di scrivere raccontata alla fidanzata.

Nel 1912 Franz Kafka inizia una corrispondenza con una giovane Berlinese, Felice Bauer, con la quale si fidanzerà dopo qualche tempo.

Il rapporto tra i due che che si incontrarono raramente (in tutto una manciata di giorni in cinque anni!) fu molto tormentato, soprattutto per il timore di Kafka che il matrimonio potesse sottrarre spazio alla sua attività di scrittura.

In molte lettere è proprio la sua attività di scrittore che viene “raccontata” alla fidanzata.

Sin dalle prime lettere affiora il conflitto tra il Kafka che vorrebbe dedicare tutto il suo tempo a comunicare con la fidanzata e quello per il quale l’ispirazione letteraria è uno stato di grazia.

In una lettera dell’11 novembre del 1912, c’è un primo accenno al “dovere” di scrivere, che rischia di entrare in conflitto con il piacere della corrispondenza amorosa:

“E da ora in poi le scriverò soltanto lettere brevi […] anche perché devo impegnarmi fino all’ultimo respiro per il mio romanzo “.

La costruzione del romanzo sta procedendo con felicità e facilità di slancio creativo inusitate nella vita dello scrittore.

Il manoscritto de Il disperso gli sembra, dopo anni di tentativi andati a vuoto, come il primo solido punto d’approdo della sua arte.

” E’ questo il primo lavoro di una certa mole nel quale, dopo un tormento di 15 anni, sconfortato salvo qualche momento, mi sento al sicuro da un mese e mezzo in qua.

In una lettera di pochi giorni dopo ( 23 novembre) troviamo un riferimento a “La metamorfosi”, il lungo racconto iniziato da Kafka, mettendo temporaneamente da parte “Il disperso”

All’inizio della lettera si chiede se sia il caso di darlo da leggere a Felice:

“Dartelo da leggere? come faccio? anche se l’avessi già terminato. Scritto così è quasi illeggibile. […] Sarebbe bello mandarti questo racconto ed essere intanto costretto a tenerti la mano, perché la storia è un po’ paurosa. E’ intitolato Metamorfosi, ti incuterebbe molta paura e forse ne faresti a meno perché paura ti devo fare purtroppo ogni giorno con le mie lettere”.

Kafka scrive La metamorfosi in pochissime notti. L’eccitazione creativa che gli consente di concludere in un tempo brevissimo quello che forse è il più bel racconto del Novecento ed uno dei più belli della letteratura di tutti i tempi, è palpabile nella lettera successiva del 24 novembre.

“Ora è già arrivato un pezzo oltre la metà e io, in complesso non ne sono insoddisfatto, ma è nauseante oltre ogni limite, e queste cose, vedi, vengono dal medesimo cuore nel quale stai tu, quello in cui tolleri di soggiornare. Non esserne rattristata perché, si sa, quanto più vivo e quanto più mi libero, tanto più divento forse puro e degno di te, ma certo ci sono in me ancora molte cose da eliminare e le notti non possono essere lunghe abbastanza per questo lavoro che d’altronde è estremamente voluttuoso”

Quanti messaggi più o meno espliciti contiene il passo di questa lettera!

Primo : questo io sono, l’uomo che ti ama è lo stesso che produce” queste cose”, il cuore che soffre per te è lo stesso dal quale partono le storie che scrivo.

Secondo: più mi libero delle storie che ho dentro più sono degno di te.

Terzo: Molte sono le storie che albergano dentro di me e che devo tirar fuori ed il tempo che posso dedicare a questo è insufficiente

Quarto: portare alla luce questa parte di me è un piacere estremo.

Si delinea, per la prima volta, il potenziale conflitto tra il sentimento verso Felice e il divorante amore per la scrittura.

Kafka vede nel suo talento l’unica attrattiva ragionevolmente esibibile. Non c’è un passo delle sue lettere in cui esalti di se alcuna caratteristica fisica o morale. I toni nel parlare di sé sono sempre quelli dell’autoironia, quando non della più feroce autodenigrazione.

Ma quando arriva a parlare delle sue opere il tono cambia. Quando dice che di un racconto come La Metamorfosi, del cui valore è impossibile non sia stato pienamente consapevole, “non ne sono insoddisfatto”, il tono è un altro: quello di chi sa di essere un artista e pretende di essere considerato, quanto meno se non soprattutto, dalla sua amata come tale.

Ignoriamo il contenuto delle lettere di Felice, ma appare evidente da quelle che scrive Kafka che il suo interessamento per l’opera letteraria dell’amato è sempre assolutamente inferiore alle attese.

Illuminante una lettera del 30 dicembre del 1912. Kafka ha inviato a Felice La meditazione, una raccolta dei suoi scritti appena pubblicata.

Il libro è stato pubblicato forzando le resistenze dello scrittore, che non considera gli scritti contenuti in quella raccolta come le sue cose migliori.

Ma l’indifferenza di Felice lo ferisce crudelmente:

La delusione però non deriva dal giudizio negativo, che intuisce, ma dal fatto che nella lettera di Felice non v’è un cenno all’opera

“(..)Un tuo giudizio incerto mi sarebbe sembrato ovvio. Tu invece non hai detto niente, hai solo annunciato che avresti detto qualcosa, ma non lo hai fatto”.

Anche in questa lettera c’è un messaggio chiarissimo: se non ti piace il mio aspetto fisico, (v. il riferimento alla foto), non me ne importa nulla, perché non è sul mio aspetto che faccio affidamento per essere amato. Ma se non mi prendi in considerazione seriamente come scrittore, fino al punto che ritieni superfluo dirmi se un mio scritto ti piace o no, dai prova di insensibilità e mi costringi a mettere in dubbio il tuo amore per me.

Altre lettere sono interessanti per capire come il procedere nella stesura delle sue opere sia per Kafka un percorso assolutamente accidentato, con continui passaggi dall’estasi degli stati di grazia alla disperazione dei momenti di stanca.

In una lettera scritta nella notte dell’Epifania del 1913, paragona l’ispirazione ad un carro in grado di trasportare con leggerezza e velocità il peso del romanzo.

“Povera , povera cara, vorrei che tu non ti sentissi obbligata a leggere il misero romanzo che sto mettendo insieme tristemente. E’ terribile vedere come sappia modificare il suo aspetto; quando il peso ( con quale slancio sto scrivendo! Come volano le macchie d’inchiostro!) sta sopra il carro, mi sento bene, mi entusiasmo allo schiocco della frusta e sono un gran signore! Ma se mi cade giù dal carro(…) il peso sembra troppo greve per le mie povere spalle e allora preferirei piantare ogni cosa e scavarmi la fossa lì sul posto.”

G. Cusumano

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