Archeologia di frontiera, recensione a “Roma il primo giorno”

ARCHEOLOGIA DI FRONTIERA

Andrea Carandini,

Roma il primo giorno,

Editori Laterza 2007

Quanto riportano cronache fantastiche (che talvolta lo sono solo in apparenza o solo in parte) è spesso il trampolino di lancio dell’archeologo di frontiera, di colui che ritiene più degne di fede per la propria ricerca le testimonianze tramandate dai classici, benché in forma narrativa e talvolta impropria, che le conclusioni spesso presuntuose della scienza positivista.

Quante volte infatti si sente dire, a cominciare dai banchi di scuola, che le testimonianze annalistiche e letterarie degli antichi romani non sono del tutto attendibili, nel migliore dei casi, ammettendo cioè un margine di dubbio, o che sono tutte favole, nel peggiore dei casi, con una prosopopea a dir poco risibile.

Favola la vicenda di Romolo, favola la fondazione dell’Urbe, favola la data di fondazione, favola tutto ciò che non è riconducibile ad un metodo di verifica che avrebbe bisogno in realtà di essere verificato, perché troppe volte ormai ha mostrato la corda (in quanto sillogisticamente fondato su ipotesi illegittimamente tramutatesi in dogmi di verità).

Andrea Carandini, archeologo che da più di vent’anni scava nel centro primordiale di Roma (Palatino e dintorni), ha le idee chiare in proposito, con una saggezza che gli deriva dall’essere non solo uno studioso ma anche un faber, un uomo che fa, che agisce, che cerca, che scava appunto:

“Non sono certo un portatore di verità assolute – sempre irraggiungibili – ma pongo problemi e avanzo soluzioni, cioè ipotesi più o meno probabili, i cui risultati sono provvisori, esito dello sforzo di sintesi che oggi sono in grado di fare” (p. 7).

Questo per il metodo d’indagine. E per quanto riguarda l’atteggiamento culturale e mentale Carandini offre una solida garanzia di intelligente competenza:

“(…) i primi Romani credevano fermamente nei loro dèi e nei rituali con cui li veneravano. Il diritto, la politica e lo Stato – in quel tempo alla loro prima apparizione – erano avvolti ancora in una placenta sacrale; religione, morale e politica non erano ancora campi separati della vita e della cultura, ma realtà mentali interconnesse. Lo storico saggio, oltre che laico, non laicizza un passato impregnato di sacralità (…)” (p. 8).

Non passi inosservata quest’ultima affermazione, che è bene ripetere e perfino stampare in grassetto: lo storico saggio non laicizza un passato impregnato di sacralità.

La storiografia moderna infatti si è impegnata accanitamente a contraddire questo principio, che dovrebbe essere invece normale e addirittura ovvio, applicando valutazioni e opinioni contemporanee, cioè completamente desacralizzate, a uomini di un lontano passato che tali visioni non avevano e non potevano avere.

Rispetto alla corposa bibliografia di Carandini (ricordiamo Remo e Romolo; La nascita di Roma; Archeologia del mito; Palatino, Velia e Sacra via; Cercando Quirino) questo libro ne rappresenta una sorta di introduzione per chi voglia addentrarsi nel mistero delle origini di Roma e contemporaneamente una sintesi dei risultati finora ottenuti. È un libretto molto ben fatto in cui l’esposizione si esemplifica con planimetrie, illustrazioni, disegni ricostruttivi di come poteva essere l’Urbe primordiale, fonti letterarie romane e greche.

Nella ricostruzione di Carandini, avvalorata dalle sue scoperte archeologiche, Roma sorge per volontà di un rex augur (Romolo) in luoghi già abitati e già organizzati in comunità politico-sacrale, il Septimontium della tradizione varroniana, il giorno della festa dei Parilia (21 aprile) e in un’epoca che non si discosta da quella della tradizione annalistica (753 a.C.).

“Se esisteva prima di Roma un centro proto-urbano grande quasi quanto l’abitato cittadino della prima Roma, cosa avrebbe fatto di originale Romolo nel fondare la città? (…) Romolo voleva invece fondare una città sul Palatino, proprio nel cuore del centro proto-urbano, scelta innovatrice, dal momento che implicava la conquista e la trasformazione sacrale e giuridica del centro simbolico del Septimontium comprendente due montes: il Palatium e il Cermalus” (p. 24 e p. 40).

La fondazione non si esaurisce nell’atto materiale della posa delle fondamenta del nuovo centro urbano, ma lo stesso rito di fondazione del pomerium, condotto secondo la disciplina etrusca, è simultaneamente atto sacro all’origine di una nuova comunità sociale, dove Latini, Sabini, Etruschi e le altre etnie italiche colà rappresentate, cessano di essere tali per divenire Romani, uniti e rinnovati nell’azione formatrice di una realtà con ben tre nomi a definirne il destino: politico (Roma), sacro (Flora), segreto (Amor).

Il viaggio a ritroso nel tempo condotto da Carandini ci riporta ad una primordialità magica latente in un paesaggio montuoso di boschi, di ombrosi lecci e di faggi, tra acque di palude e anse dove invece il fiume riposa in calmi meandri, dove i giunchi sono accarezzati da un vento lieve che non increspa l’acqua limpida, specchio tranquillo di salici e tamarici, fra sentieri di massi affioranti dalle acque e levigati da migliaia di flutti, guadi intitolati a divinità che là si sono manifestate, luoghi che a vederli diresti subito insieme a Ovidio: qui c’è un nume, ne senti il profumo nell’aria, profumo di Camene che giacciono discinte e nascoste tra la vegetazione, querce secolari e templi non ancora eretti in muratura, ma rustiche capanne inaugurate dal volo degli uccelli o dal bagliore dei fulmini, immagini aniconiche e non antropomorfe degli dèi: un’asta per Marte, l’ascia di pietra focaia, forse meteorica, per Giove Feretrio, il menhir per Terminus, il fuoco per Vesta.

È in un contesto di tal fatta che la comunità fondata da Romolo muove i suoi primi passi, nel primo giorno di Roma rievocato da Andrea Carandini.

Gli archeologi di frontiera talvolta sbagliano clamorosamente, ma talvolta intuiscono verità laddove nessuno scommetterebbe un fico, basti pensare a Schliemann e alla scoperta di Troia condotta con l’unico ausilio della poesia omerica. Nel recente passato italiano il veneziano Giacomo Boni, contro ogni saccente teorema della storiografia a lui contemporanea, scoprì il Lapis Niger nel Foro e il presunto mundus della Roma Quadrata sul Palatino, e cercò senza successo di individuare anche il luogo dove era nascosto il Palladio, uno dei pignora imperii di Roma, uno dei sette oggetti sacri cui si riteneva legato il destino di Roma (sacra fatalia).

Che fine hanno fatto i pignora? Mi sono sempre chiesto dove e quando siano spariti per esempio gli ancilia, i sacri scudi a forma di otto custoditi dai Salii: trafugati durante le scorrerie delle invasioni barbariche? fusi da inconsapevoli artigiani medievali per altre prosaiche necessità con altro materiale di bronzo? sepolti da qualche parte sul Palatino dove sorgeva la Curia Saliorum o nel Foro, in prossimità della Regia dove c’era il sacrario di Marte? Sembra una faccenda alla Indiana Jones e potrebbe diventare un accattivante spunto narrativo.

Soltanto sei mesi fa gli scavi condotti all’interno del Palatino hanno rivelato un ninfeo di epoca augustea probabilmente edificato proprio là dove si apriva l’originario Lupercal (la grotta della Lupa che allattò Romolo e Remo) e in tal senso la stampa ha riportato entusiasticamente la notizia della scoperta epocale, benché la coincidenza logistica sia ancora allo stato di verifica.

C’è infatti ancora molto da scavare e da riscoprire. C’è ancora molto da ricordare. Ci vorrebbero più archeologi e più storici coraggiosi come Carandini. Chissà che un giorno non saltino fuori anche gli ancilia e gli altri sacra fatalia, finalmente non più leggendari talismani ma a tutti gli effetti RE ROMANIS RESTITVTA.

Mauro Del Bianco

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