TRISTE, MODERNO E NIHON

quadrato-nihon.jpgTRISTE, MODERNO E NIHON

Pensieri in margine a Kawabata Yasunari,

La Banda di Asaku

Einaudi, Torino 2007

Nacque lo stile

del mondo effimero,

ukiyo-zōshi

che narra piaceri,

nelle strade di Edo

quando autori come Ihara Saikaku (1642-1693), considerato un precursore della narrativa moderna giapponese, iniziarono ad occuparsi del mondo della strada e dei quartieri di piacere delle grandi città, raccontando fatti di cronaca, gli amori delle prostitute, le vicende dei mercanti e della malavita.

Comincia con un richiamo allo stile dell’epoca Edo il romanzo di Kawabata Yasunari, pubblicato a puntate nell’edizione serale del quotidiano Tōkyō Asahi Shinbun e poi nelle riviste Shinchō e Kaizō tra il dicembre 1929 e il settembre 1930. Il giovane Kawabata, che si è già affermato nel 1926 con un racconto di intenso lirismo: Izu no odoriko (La ballerina di Izu), da diversi anni coltiva l’idea di scrivere uno strano romanzo ambientato nel parco dei divertimenti di Asakusa, affascinato dal quartiere e dalla sua popolazione di geisha, attori, prostitute, vagabondi, mendicanti, acrobati e giocolieri, che nell’epoca Edo costituivano la classe dei semmin o fuoricasta.

Ma dai tempi feudali dei Tokugawa lo separa il sei-yō-fū, il vento dell’oceano d’occidente che ha cominciato a soffiare da quel fatale giorno di luglio del 1853 in cui le nere navi del commodoro Perry gettarono l’ancora nella rada di Uraga e il Giappone fu trascinato suo malgrado nella modernità.

C’è di mezzo il fascino estetico di una miniatura urbanistica fatta di pagode legno e carta che si confonde nelle strutture edilizie pretenziose importate dagli architetti europei seguaci della Secessione viennese e dell’eclettismo, come il Ryōunkaku, il padiglione tra le nuvole, una torre di dodici piani di mattoni rossi, il primo grattacielo di Tōkyō con il primo ascensore del Giappone, e poi ristoranti, caffè, grandi magazzini, teatri, spettacoli di rivista, jazz, automobili, elettricità, insegne luminose, cinematografi.

Il fischietto del vigile urbano, la campanella dello strillone, il clangore delle catene delle gru, il motore dei battelli a vapore, i geta che pestano l’asfalto, l’eco delle automobili e dei tram, l’armonica di questa ragazza, la campana del tram, il suono della porta dell’ascensore, clacson di automobili, rumori di sottofondo in lontananza…

“La città è un motore. Il suo cuore è una dinamo elettrica” sono le prime parole del Nihon Miraiha sengen undō, il Manifesto del movimento futurista giapponese distribuito da Hirato Renkichi nel 1921. Sono gli anni di un caotico fermento culturale stimolato dallo sperimentalismo europeo, eccitato dall’abbaglio del modernismo occidentale, in cui s’intrecciano, si fondono, si separano e s’incrociano nuovamente tendenze e movimenti artistici, come il Miraiha Bijutsu Kyōkai di impronta futurista o il gruppo Mavo di carattere dadaista, nel cui ambito si affermano gli artisti d’avanguardia Yorozu Tetsugoro, Yanase Masamu, Murayama Tomoyoshi, Kanbara Tai. Sono anche gli anni in cui appare la Puroretaria bungaku, la letteratura proletaria nata attorno alla rivista Tanemaku hito (Il seminatore) fondata da Komaki Ōmi, che si allinea all’interpretazione marxista dell’arte come espressione delle lotte sociali.

Spira dal mare

il vento del tramonto,

si dissipano

i fiori del ciliegio,

gli ultimi petali.

Kawabata, che ha mosso i suoi primi passi letterari nel gruppo d’avanguardia del neopercezionismo, traspone nel suo romanzo la frenetica realtà sociale e culturale degli anni ’20 attraverso uno stile moderno, deliberatamente negligente e dinamico nell’accumulo delle sequenze che alternano prolessi e analessi del racconto, in un continuo gioco di anticipo e ritorno, muovendosi liberamente di situazione in sensazione senza una traccia riconoscibile, che non sia la camaleontica ubiquità della vendicativa Yumiko o il colore rosso della Banda che dà il titolo all’opera, inserendo altresì richiami all’antico mondo feudale e allo spirito del Giappone tradizionale che generano un effetto straniante, come nell’episodio dello spettacolo durante il quale le attrici che interpretano le eleganti dame di corte dei tempi di Genji lo Splendente e di Narihira vengono sorprese dal salto improvviso di mille anni di una ballerina di charleston che irrompe sul palcoscenico.

Ma non credo che il nobile Narihira apprezzerebbe il fascino del cemento. Pare che agli studi Kamata della Shōchiku abbiano fatto un musical tremendo: “È l’ultimo grido!” Ora potrebbe uscire anche il musical “È cemento armato!” Chi ne ride non può capire il fascino dell’asfalto e del cemento.

L’altro lato, il lato oscuro di questa gioiosa concitazione futurista e pirotecnica, di questa pellicola della vecchia Tōkyō dipinta a mano, diorama di cartoline da paese dei balocchi, è la stessa squallida decadenza delle capitali occidentali con storie di prostituzione, di degrado, di sfruttamento dei minori, di miseria morale e materiale, in anticipo sul Viaggio al termine della notte di Céline e sul Tropico del Cancro di Henry Miller, benché senza condividerne l’urlata o compiaciuta tragicità, conservando quel composto e aristocratico distacco così tipico dell’autentico spirito nipponico che talvolta si concede la fredda ironia dell’haiku.

Oggi l’incubo

che ieri era sogno.

Come spiegarmi?

La perdita del centro, l’odierna vacuità centrifuga del divenire che ruota vorticosamente intorno al nulla equadrato-pagoda.jpg collassa in una sorta di buco nero dell’anima, allora, nell’era Taishō, era solo un puntino, una macchia appena percettibile nello splendido entusiasmo del nuovo, senza il sospetto di quanto quel neo avrebbe potuto combinare perfino nell’austero e aristocratico Giappone, nonostante un Natsume Sōseki l’avesse già presentito, solitario epigono della verità esiliato nella sua solitudine.

Di fronte all’abiezione e disgustato dall’abiezione, Kawabata con il gelo nel cuore, si allontana. E questo accorato accomiatarsi dalla realtà, la stessa che per altri versi ha sedotto l’immaginazione dell’autore, ispira un sentimento di gentile tristezza, il mono no aware o “commozione delle cose” per la caducità dell’esistente, per un mondo perduto, per sentimenti oramai incomprensibili, sepolti dal sarcasmo e dall’indifferenza di un’epoca troppo impegnata a correre sulla superficie delle cose per coglierne il cuore.

Palpito d’ali,

un grido di rondine.

Come di sera

nel cielo della vita,

le nuvole esili.

Mauro Del Bianco

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