INCHIOSTRO CHE SCOTTA

Divagazioni in forma epistolare su

Zoo o lettere non d’amore, di Viktor Borisovič Šklovskij, Sellerio editore, Palermo 2002

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Amata mia, ho passato quarantott’ore di treno sul Longitudinal Norte, che si arrampica come un’incrinatura sulla superficie di una folle geografia schiacciata tra la Cordillera e l’Oceano, lungo un paese lungo, sull’orlo del precipizio sudamericano, fin dove le rotaie incrociano il Tropico. Viaggio nel deserto come un salitrero, uno di quei cercatori di sodanitro che sconfinano dalle loro valli per trovare il caliche, carbonato di sodio allo stato brado. I salitreros bruciano la loro vita tra i sassi calcinati e la loro paga nel vino e nel sesso di una notte, e cantano vecchie canzoni che rimpiangono un nuovo presidente per un mondo differente, e hanno gli occhi stanchi, luccicanti di nostalgia indiana in facce grigie come il vulcano Licancabur nella Puna de Atacama.

Se non vuoi che ti parli d’amore, amata mia, ascolta allora queste storie, so che ti incuriosiscono. Ma non ti dirò cosa cerco nel deserto, parlerò piuttosto di due donne, due sorelle, russe. C’erano una volta due sorelle, Alja e Lilja, ed entrambe hanno fatto perdere la testa agli uomini. Lilja l’ha fatta perdere a Vladimir Majakovskij, Alja a Viktor Borisovič Šklovskij. Lascerò Lilja e Vladimir al loro destino, scriverò dunque di Alja e Viktor. Anzi, scriverò di Viktor che come me scriveva lettere d’amore senza risposta, o lettere non d’amore, perché anche Alja, proprio come te, gli proibiva di parlarle d’amore.

La vita è sistemata bene, come un nécessaire, ma non tutti riescono a trovarvi il proprio posto al suo interno. La vita tenta di adattarci gli uni agli altri e ride quando noi siamo attratti da chi non ci ama (Lettera 4).

Amata mia, la storia comincia così: un uomo, solo, cammina sul ghiaccio, avvolto nella nebbia, è Viktor che fugge dalla Pietrogrado bolscevica attraverso il Golfo di Finlandia e arriva a Berlino, si sistema vicino allo Zoo, s’innamora di Alja e comincia a scriverle moltissime lettere che parlano di cose diversissime, un libro innamorato dove ogni cosa è una metafora del suo amore per lei: le malinconie di Chlebnikov, la canzone odessita della malavita che dice solo il tempo mi appartiene (il tempo dell’attesa che tu non sia mai mia), le strade ferrate tedesche e il nodo ferroviario di Gleisdreieck (il cuore di ferro delle amate che non amano i loro amanti), il singhiozzo degli organetti nelle strade di Berlino (c’è sempre una musica triste a compatire le pene d’amore), la lunghezza del cofano del motore di una Hispano-Suiza (il lusso ama le donne, ma non l’amore), la nostalgia della Russia e degli amici scrittori. Oppure Viktor sta vivendo un grande esperimento letterario, un romanzo scritto con tecnica antiromanzesca, o un antiromanzo scritto con tecnica da romanzo epistolare: mentre ti scrivo queste lettere, scrivo anche un libro. E ciò che accade nel libro si è assolutamente confuso con ciò che accade nella vita (Lettera 18), attraverso il montaggio letterario di saggi di letteratura, fiabe, opere teatrali, aneddoti di vita russa e finte lettere d’amore.

È così abile Viktor nell’ingannare il lettore – tutta la letteratura è in fondo un dolce inganno, come lo è l’amore non corrisposto – che s’inventa perfino una lettera da non leggere e vi traccia sopra grandi croci rosse, che sulle prime ti chiedi chi sarà stato quel vandalo che ha deturpato così le pagine, e poi ti accorgi che le croci sono stampate, e perciò volute.

Amata mia, guardo il miraggio dell’oceano dalle pendici della Cordillera Domeyko, un nome che immaginavo giapponese e invece è polacco, il nome di uno scienziato esperto di minerali, di ossa di toxodon enormi e preistoriche, e di etnografia, fuggito dalla sua terra dopo il fallimento dell’ennesima rivolta contro lo Zar. Viktor invece ha partecipato con successo alla rivoluzione di febbraio contro lo Zar, ma è fuggito lo stesso perché quelli che poi hanno fatto la rivoluzione d’ottobre volevano imprigionarlo, o forse ucciderlo. Sai, lui era un formalista e i formalisti ai bolscevichi non sono mai piaciuti. Era così formalista Viktor che si è inventato il Punteggio di Amburgo: come i lottatori rassegnati alla routine bugiarda degli incontri combinati dai loro manager si chiudono una volta l’anno dentro una taverna di Amburgo, e se le danno senza sconti, senza trucchi e senza inganni, così gli scrittori dovrebbero mettersi alla prova su un ideale ring, oggi diremmo senza marketing, senza editing e senza pushing, per verificare il valore reale di ciascuno. Degli scrittori di quell’epoca c’era chi ad Amburgo non lo facevano nemmeno entrare, chi andava al tappeto subito, chi durava qualche ripresa e chi, come Chlebnikov, vinceva il titolo.

Mi piacerebbe farlo con gli scrittori contemporanei questo gioco e chiamarlo, che so, il Punteggio di Twickenham, che è il tempio inglese del rugby, uno sport dove non puoi barare, ma a te il rugby non è mai piaciuto, e poiché ne ho soltanto scritto l’intenzione mi hanno esiliato nel deserto di Atacama, dove mi sono messo alla ricerca di un fiore che vive così poco che lo chiameresti sogno, i botanici lo chiamano Alstroemeria chilensis o Lirio del Deserto, Luis Sepúlveda: rosa di Atacama, i dotti commentatori dell’inutile: delirio da insolazione e solitudine.

Amata mia, alla fine te l’ho detto cosa cercavo, dico una cosa e subito mi smentisco, sovverto i principi della cronologia e della logica, introduco un argomento e parlo d’altro, verosimilmente perché ho appena finito di leggere il libro, o forse perché questo è il migliore omaggio che si possa fare all’Autore.

Come questa lettera, che probabilmente non è una lettera d’amore a una donna che probabilmente non esiste, ma solo un gioco di divagazioni, una vaghezza di svaghi su Zoo o lettere non d’amore, di Viktor Borisovič Šklovskij.

Ma tu non smettere mai di farmi sognare, amata mia. Erano anni che il deserto non fioriva, e non si sa quando ripeterà il prodigio. Vorrei cronometrare nel diaframma fotografico la fragile eternità dello stupore, affinchè resti almeno l’immagine di ciò che è stato, che abbiamo amato e poi perduto.

A Valparaiso mi aspetta una nave che salperà verso occidente per gettare l’ancora nelle baie d’Oriente, donde ti giungerà il prossimo ritratto della fuggevole meraviglia che è quella cosa chiamata amore, che è quella cosa chiamata vita.

Mauro Del Bianco

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2 comments

  1. Derrida diceva più o meno che una cartolina postale non giunta al recapito, ma ancora in viaggio, trattiene l’indefinito potenziale del suo essere messaggio, attesa, aspettativa, tensione, comunicazione “differante” in quanto non ancora compiuta. Vagando senza destino la cartolina di Derrida tocca la vita delle persone che incrociano per caso il suo percorso, senza mai esaurirsi appunto in una destin/azione. Non pensavo a questo esito quando ho scritto Inchiostro che scotta, il tuo gentile pensiero me l’ha ricordato.

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