LEGGERE IL TAPPETO

INSERITO NEL BLOG IL 15 OTTOBRE 2007

pubblicato nell’ultimo numero

RIVISTA CULTURALE “IL GRANDE VETRO”

LEGGERE IL TAPPETO
di Elisa Brilli

“Ci viene insegnato che nella lingua araba classica
una radice comune lega tappeto e farfalla
e certo non soltanto per la fascinazione dei colori.
Il tessere e l’annodare alludono di per sé
alle vicende ordite per gli uomini da invisibili mani”
Cristina Campo “Tappeti Volanti”

Il tappeto si rivela nella sua forma reale: una striscia di segni che pulsano a seconda della luce, una scrittura viva, un tabernacolo dove non sia più possibile vedere bene cosa c’è scritto sopra. Mi pare cioè che il tappeto sia smemorato, ovvero che non ci sia più traccia del luogo e del tempo in cui è stato creato.
Il fondo è colorato con pigmento di papavero, così varia dall’arancio ruggine al rosa scuro, attraverso passaggi di marroni. Sopra questo fluire di rosa si collocano su strisce orizzontali molte variazioni di figure romboidali e segmenti a x. L’architettura di segni ha una sua segreta armonia. I quattro lati del tappeto sono: una semplice striscia viola sul primo, una striscia su ciascuno dei lati lunghi con piccoli rombi l’uno sotto all’altro in colori alternati (il rosso, il blu, il celeste) e una striscia astratta e lievissima costruita sul motivo della rete, riprodotta 16 volte e aperta verso l’interno, sul lato a chiusura (dove cioè i fili sono stati lasciati aperti).
Le nove strisce orizzontali chiuse dentro questa intelaiatura sono come in rilievo: emergono, e non per la consistenza della fibra, ma per l’intensità del pigmento puro con cui sono stati colorati i fili delle decorazioni. Sono di sei colori, il blu indigo, il viola, il celeste, il rosso e in alcuni straordinari casi il giallo zafferano e il verde brillante. Secondo i momenti della giornata è il blu a prevalere in brillantezza oppure il rosso o il celeste e ciascuno ha il suo turno di parola. Il fondo rosa chiaro permette che le figure geometriche quasi galleggino. In alto a sinistra un marchio elaborato con fili più numerosi colore celeste risalta su tutto: è la firma della Donna che ha intessuto il tappeto, la Sacra Maestra che ne ha iscritto i segni. Del resto come la fiaba o la parabola il tappeto non tratta, ostinatamente, che del reale e soltanto in virtù del reale tocca le geometrie dello spirito, le matematiche contemplative (Cristina Campo, Tappeti Volanti).
I rombi, ovvero la figura chiave, sono crociati nel caso più semplice. Questa figura è a sua volta al centro di un rombo più grande di diverso colore. In numerosi casi il rombo grande contiene non uno ma quattro rombi più piccoli e separati. Ma questa non è che una delle molte soluzioni geometriche che l’autrice ha creato. Il tappeto è semplice ed ermetico. Il suo potere è favoloso, ovvero proprio della fiaba. Non solo parla di chi l’ha creato -della sua dolcezza e sensibilità artistica, della sua devozione familiare, della vicinanza ai misteri, della malinconia amorosa, della meditazione sull’eterno- ma costruisce un ponte arcano fra il passato e il futuro, poiché rappresenta in sé la semplicità del creato ovvero la creazione: i rombi sono il feto e la pancia materna insieme, gli uni dentro gli altri secondo genealogie infinite femminili.
Questo tappeto berbero è la donna e non solo quell’artigiana che ha raccolto in sé e usato il sapere della tessitura ma tutte le creature femminili umane e animali. Il femminile come l’arcana bambola russa, che contiene in sé il futuro non individuale ma universale, non ancora visibile ai nostro occhi ma già presente nel disegno interiore del mondo.

Mi ricordo il giorno in cui il tappeto fu trovato e questo avvenne nel 2005, in Marocco, a Meknès. Eravamo arrivati da Casablanca con il treno. Il giorno era caldissimo e polveroso, con molto caos nelle strade. Trovammo da dormire nella Medina, a qualche passo dalla Porta della città. La strada su cui stava questa casa-riad era stretta e alta. Mi ricordo l’odore, per quella stradina, che non ho mai saputo capire di che fosse. Era acido e penetrante, mi pareva che le mura ne fossero tutte impregnate. Delle volte si mischiava al profumo fortissimo della menta, venduta in fascine nell’ombra umida delle vie più strette e sotto le volte nere dei ponti fra le case. La mattina all’alba si mescolava invece con l’odore delle focacce cotte intrise di miele e dei biscotti dell’ebreo con la barba e del latte acido venduto per la strada in piccoli orci. Nel riad N. strinse amicizia con la ragazza che gestiva la casa. Questa gentile ospite, di un paio d’anni più grande di me, era una colta appassionata di artigianato e aveva arredato la sua casa con un gusto ed una sensibilità rare. Ci propose di andare a visitare un suo conoscente che vendeva i tappeti berberi usati, provenienti dalle tribù marocchine del deserto. Questa ragazza aveva da poco aiutato un fotografo nella scoperta di alcune parti della città nascoste, quasi segrete, coperte e avvolte, come è comune trovare nel mondo islamico -i gioielli rarissimi che qualcuno ha voluto sottrarre ad occhi incapaci di sopportarne la bellezza o indegni di tanto privilegio.

Prima di visitare il mercante la nostra guida discreta ci condusse in un labirinto di stradine nere e sporche. Si fermò vicino ad un portone altissimo e chiamò il padrone della casa. Il signore senza degnarci di un saluto dette una chiave alla ragazza e sparì di nuovo. Proprio accanto, in un vicolo stretto, sotto un porticato dove il sole io credo non sia mai arrivato, con l’odore forte della muffa e della terra nera e umida, c’era un’altra grande porta di legno, altissima. La ragazza aprì una porticina ritagliata su quell’altra grande ed entrammo. La casa dentro era abbandonata e piena di piccioni: un riad del XV secolo, tipico, con la fontana al centro del cortile e due piani di stanze affacciate su questo nucleo. La rovina l’aveva reso ancora più bello: nessuno a parte noi lo poteva vedere ed eravamo allora come i fortunati viaggiatori che si affacciano per un attimo su un mondo proibito, di struggente bellezza. Le mura erano tutte intarsiate riccamente ed era tutto pinnacoli e fioriture, un girotondo conturbante di decorazioni chiare, dal panna al bianco, a seconda della profondità dell’intarsio. Le molte finestrine smerigliate come chiacchiericci agli angoli di una strada, gli antri sontuosi delle stanze, i soffitti in legno decorato d’oro e di rosso, tutto avvolto da uno sfacelo antico e secco, con larghe ragnatele antiche che pendevano come festoni e incrostazioni e polvere altissima e come una nebbiolina bianca che sostava nell’aria e che si vedeva dove un raggio della luce forte del deserto entrava da qualche buco. Poteva essere davvero come la casa di una storia delle mille e una notte che nessuno narrava più da infiniti giorni e che ora si schiudeva e si svegliava come la principessa dopo i cento anni.

 

Poco dopo questa incredibile visita la ragazza ci portò dal mercante. La casa era tutta buia e un signore pieno di silenzio ci condusse in una grande sala, con soffitti altissimi come di un tempio e anche quelli riccamente decorati col legno in oro e rosso. In un angolo, disteso per terra, sopra un tappeto, c’era il mercante che dormiva. Fu svegliato, si alzò, ci salutò ancora preso dal sonno, scambiò alcune fredde parole con la nostra amica.
Tutto intorno vedevo appoggiati alle mura centinaia di tappeti arrotolati di tutte le misure e colori. il mercante ci dette un occhio e misurando le nostre possibilità economiche senza chiedercelo scelse egli stesso una pila di tappeti fra le molte torri che c’erano in quella stanza.
Alla fine della trattativa, che fu lunghissima, i tappeti ricoprivano interamente tutto il pavimento di questa enorme sala in penombra. La luce veniva solo da alcune lampade che pendevano dall’alto. Non c’erano finestre o per lo meno non se ne vedevano nel buio delle volte altissime. La trattativa si svolse fra uomini, con il tè tradizionale affogato in un un mazzo di menta fresca e molto zuccherino. La scelta e poi la discussione dei prezzi fu lenta e progressiva, avanzava lentamente ma come se entrambi sapessero -o forse solo uno- dove poteva arrivare. Alla fine divenne concitata, accesa, con minacce di abbandonare la trattative e nuove proposte sempre più vicine al punto, a quel punto che mentalmente era stato deciso, fin dall’inizio. Per facilitare la scelta della merce il mercante toglieva dalla distesa dei tappeti via via quelli che non piacevano, sottraendo, fino ad una selezione finale di quattro o cinque pezzi. Fra i molto tappeti trovammo il tappeto rosa. La ragazza in solitudine, seduta sulle ginocchia in fondo al tappeto, con un dito seguiva i simboli e li leggeva piano piano, come se fosse stata la pagina di diario di una donna sconosciuta, ritrovata per caso fra i libri: “qui aveva molto dolore, questo era un giorno sereno, questi sono i suoi sogni….”. Mi avvicinai. Emozionata e commossa guardavo il Tappeto per la prima volta.

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3 comments

  1. ciao! ELISA, OTTIMO RACCONTO MI HAI FATTO RIVIVERE UN BELLISSIMO VIAGGIO CHE HO FATTO IN MAROCCO, TERRA INCANTEVOLE E PERSONE SPLENDIDE CON OGNUNO LA SUA STORIA!

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