Buonasera alle cose di quaggiù di Antonio Lobo Antunes

buonasera-alle-cose-di-quaggiu.jpgL’INFERNO DEI RICORDI

Introduzione a Antonio Lobo Antunes

Buonasera alle cose di quaggiù

Feltrinelli 2007

 

 

 

 

Motivazioni nella scelta istintiva di un libro (ovvero l’impulso indotto dallo sguardo che fa allungare la mano allo scaffale): indefinite, benché non infinite. Motivazioni nella scelta di questo libro: di quantità definita, ma sfumate di vaghezza estetica: la copertina di gusto tropicalista, presagio di scenari ritmati da cadenza portoghese, per chi ama le atmosfere lusitane; epitome in quarta di copertina, strappata dal delirio di migliaia di parole che s’inseguono per più di cinquecento pagine, “perché l’inferno consiste nel ricordare per tutta l’eternità / non è vero?”, domanda tremenda che spalanca la coscienza su immensità metafisiche il cui cruccio, per quanto ci è possibile documentare storicamente, risale almeno fino a Omero, e ancora più in là, se solo potessimo dimostrarlo; l’impianto grafico del testo, quanto a dislocazione delle frasi, indizio che Antonio Lobo Antunes scrive in modo insolito e probabilmente complesso, sicuramente non lineare, e per più di cinquecento pagine (precisazione necessariamente da ribadire in un’epoca di fretta e superficialità).

Quindi, per chi non ha in antipatia la cultura lusitana, per chi conserva ancora una qualche curiosità metafisica, per chi infine ama cimentarsi con una scrittura problematica e d’avanguardia, possiamo iniziare proprio dallo stile per tentare di capire il significato di un romanzo come Buonasera alle cose di quaggiù, anche perché lo stesso autore sceglie come incipit della sua Opera due citazioni, di cui la prima, tratta da Enrique Vila-Matas, Bartleby e compagnia, giustifica il titolo dell’Opera e anticipa lo stile che in essa il lettore troverà: “(…) confusione totale del linguaggio, carente di organizzazione sintattica, limitato a sostantivi o infiniti isolati, ridotto a un mutismo inquietante che un giorno (…)”, mentre la seconda citazione…

Al giorno d’oggi l’elemento artistico che più si dovrebbe apprezzare in uno scrittore, posto che i temi romanzeschi si riducono a un numero finito di schemi oramai tutti esplorati e risaputi, è la capacità di inventare nuove formule espressive, la creatività linguistica e sintattica, magari attuata anche solo attraverso una nuova disposizione grafica, che scioglie il pensiero e i concetti dall’abitudine e li mostra in una nuova luce. È già stato detto, ma è bene ripeterlo, che più un’immagine è resa in modo complesso o insolito, più essa attira la nostra attenzione svelando impensati risvolti del quotidiano. È curioso che l’apparato editoriale nostrano apprezzi questa qualità negli scrittori stranieri, ma non incoraggi gli italiani a fare altrettanto, almeno da quello che si vede in giro.

Nella seconda citazione…

Antonio Lobo Antunes possiede una sua peculiare cifra stilistica che consiste nell’uso fortemente eversivo della logica verbale: frasi troncate e sospese, frequentissimi e ingiustificati a capo, ricorso a costrutti tipici più del verso che della prosa, intersezioni di periodi con soggetti diversi o privi di concatenazione o decontestualizzati, ovvero senza preoccuparsi che il senso della frase trovi una ragion d’essere in periodi immediatamente antecedenti, tanto che non è facile seguirlo sulle prime, ma quando si è assimilato il suo ritmo si riesce a vivere – incredibilmente a vivere – il mondo di atmosfere e sensazioni filtrate dai ricordi dei protagonisti, si può arrivare a percepire quel sentimento così etereo e così tipicamente lusitano che si chiama saudade.

A leggere la seconda citazione…

Anche l’organizzazione del materiale letterario è singolare. A tale proposito, per anni, da quando Šklovskij e i formalisti l’hanno precisato, ci si è attenuti ad un punto fermo nella costruzione del romanzo: c’è una fabula e c’è un intreccio. Dove per fabula s’intende la storia che si vuole narrare, la descrizione cronologica dell’evento o della serie di eventi che hanno un inizio e una fine di senso compiuto. Mentre l’intreccio è costituito da tutti quegli artifizi letterari che l’autore escogita per fare della fabula (che chiunque potrebbe raccontare) un’opera d’arte: rallentamenti, divagazioni, analessi, prolessi, vicende di personaggi non essenziali all’economia del testo, parallelismi, skaz polifonico, eccetera. Ebbene, Buonasera alle cose di quaggiù ha sicuramente un formidabile intreccio, manca sostanzialmente di una fabula propriamente detta. Quando capita una cosa del genere i formalisti dicono che la parvenza di fabula (o l’assenza di fabula) diventa allora motivazione dello stile, pretesto per lo sviluppo del materiale letterario.

Perché nella seconda citazione…

Infatti, se si dovesse riassumere la vicenda narrata da Lobo Antunes, l’unica cosa che si potrebbe affermare con certezza è che nell’Angola evacuata dai portoghesi nel 1975 e sconvolta dalla guerra civile fra movimenti indipendentisti con l’intervento di cubani, sudafricani e altri interessati stranieri, c’è una non meglio identificata questione di diamanti. Fine. Ciò che assume valore dominante nella narrazione è piuttosto l’incessante flusso e delirio di pensieri e ricordi dei personaggi e in particolare degli agenti portoghesi inviati in tempi successivi in Angola, uomini falliti e condannati al fallimento, incatenati in una staticità fissata dall’ossessione del loro passato e da un presente africano che assume le sembianze e la nausea di un limbo vischioso: “(…) fuga verso dove, se non si fugge dall’Angola, solo troppo tardi ho capito che non si fugge dall’Angola (…)”.

Proprio la seconda citazione…

E a questo punto non è fuori luogo il confronto con l’omerico prato asfodelio: “Superarono le correnti di Oceano e la Candida Rupe, superarono le porte del Sole e il paese dei Sogni, e subito giunsero al prato asfodelio: dimorano in esso le anime, parvenze dei morti” (Odissea, 24, 11-14). Il prato dell’oltretomba dove vagano le anime è seminato di una pianta gigliacea, l’asfodelo. Qui le ombre si alimentano dei ricordi della loro vita terrena, continuamente ripensando e rimestando ciò che non sono più, nel dolore esasperato dall’eternità, dall’impossibile ritorno e dalla bruma dovuta alla semioscurità caliginosa che tutto confonde gonfiando i dubbi e le pene dell’anima. I non-eroi di Lobo Antunes sono analogamente poveri infelici che non meritano l’Eliso, perché non sono probi, e non meritano nemmeno il Tartaro, perché non sono malvagi. Come direbbe Seferis: “ivi avvertiamo soltanto la grande negazione della vita, per viltà”.

Se solo leggessimo la seconda citazione…

E che di tutto ciò Lobo Antunes sia in qualche modo consapevole, abbia cioè percepito il significato metafisico di simili destini, con o senza letture e reminescenze greche di Omero e di Seferis, che ne esprimono soltanto una delle possibili drammatizzazioni, è suggerito da

la seconda citazione,

finalmente,

l’accorata epigrafe virgiliana che riassume il senso profondo dell’Opera:

Ci sono lacrime nella natura delle cose e la certezza dell’effimero ci tocca il cuore.

Mauro Del Bianco

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3 comments

  1. Lobo Antunes è sicuramente un autore che merita attenzione, a mio modesto parere credo sia uno dei pochi, fra i tanti autori in circolazione, che lasceranno un segno in questa letteratura che è già postletteratura. Curiosamente, di questi pochi, almeno due sono di lingua portoghese: lui e Saramago.

  2. recensione impeccabile.
    Un autore che lascia segni profondi in chi lo scopre. Non si può prendere una posizione neutra nei suoi confronti.
    O si odia. O si venera.

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