Chi è il mio prossimo? di Adriano Sofri

clip_image0021.jpg “Chi è il mio prossimo?”- chiede a Gesù un giorno, secondo il Vangelo di San Luca un dottore della legge.

Gesù risponde raccontando la storia dell’uomo che, assalito dai briganti, viene lasciato a terra nudo e mezzo morto per le percosse. Passano un sacerdote ed un levita e tirano dritto. Passa un Samaritano, che lo soccorre e si prende cura di lui.

“Chi dei tre che sono passati per quella strada ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?” chiede Gesù al dottore della Legge.

Parte dalla parabola del buon Samaritano“Chi è il mio prossimo”(ed. Sellerio) la riflessione di Adriano Sofri su come va il mondo e su chi siamo noi e i nostri simili

Come fa notare Sofri, all’inizio del libro, la prospettiva corretta, quella, che sorprendendo il suo interlocutore, propone Gesù, è quella della persona che soffre, che subisce un danno o un’ingiustizia e che si trova in difficoltà.

E’ per la vittima che si pone con particolare urgenza e necessità il problema della ricerca del prossimo.

E vittima di volta in volta siamo tutti.

Anche il condannato che si è macchiato delle colpe più gravi, che è stato aggressore, una volta rinchiuso nel braccio della morte, veste i panni della vittima e si guarda in giro cercando il suo prossimo tra coloro che possono compenetrarsi nella sua sofferenza e in qualche modo alleviarla.

“Non è di me che parla questo libro- scrive Sofri- ma di tutti noi e della terra che, più o meno vicini, più o meno lontani, abitiamo insieme”

Un capitolo del libro parla della “eterogenesi dei fini” e di come influenzi il modo di pensare e di agire di chi fa politica il rendersi conto che i risultati delle azioni umane spesso non corrispondono agli scopi per i quali ci si era attivati.

Perché, si chiede Sofri, nonostante le migliori intenzioni, poi “va tutto storto”?

Perché per alcuni il bicchiere è mezzo pieno, per altri è mezzo vuoto?

Perchè siamo sostanzialmente indifferenti agli eventi tragici che si svolgono lontano da noi? E’ancora vero quello che sosteneva Adam Smith duecento anni fa? Che un terremoto in Cina, anche quando risultasse fatale per migliaia di persone non ci toglierebbe il sonno, mentre un evento infinitamente meno importante, ma a noi vicino, ci turberebbe infinitamente di più?

Certo che è vero, sostiene Sofri. Con una terribile aggravante: quando Smith faceva quell’esempio, era padrone di attribuire la nostra freddezza al verificarsi di tragici eventi remoti all’impossibilità di vederli con i nostri occhi, mentre oggi, che possiamo dire di assistere a questi eventi quasi in tempo reale, non abbiamo più alcun alibi dietro al quale ripararci

Queste alcune delle questioni affrontate dal libro.

Un libro che è un caleidoscopio di fatti piccoli e grandi pescati fra i libri di storia, le pagine della cronaca, la personale biografia dell’autore.

“Domande così grandi vanno ben oltre le mie conoscenze” scrive Sofri per giustificare il bisogno che prova, qua e là, di ricorrere anche agli esempi che gli derivano dai fatti della sua vita personale .

Ma le conoscenze di Sofri non sono poi così anguste : il suo libro è un piccolo strepitoso Zibaldone per palati fini, in cui ci imbattiamo continuamente in personaggi come Rousseau, Voltaire, Vico, Macchiavelli, Marx,. Lacan.

Filippo Cusumano

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3 comments

  1. Stavo scrivendo quasi le stesse problematiche trattate nel libro “Chi è il mio Prossimo”, che poi volevo pubblicare a paragrafi sul mio sito. Questo è quanto scritto:Invece di analizzare il fatto della settimana come fatto prima, causa un incontro con un vecchio amico, ho deciso ed “è questo il bello della libertà” di raccontare sempre con gli occhiali della sociologia il “ Carcere in Italia ed il comportamento umano che si adotta, in modo diverso per sopravvivere all’interno di questa istituzione, oltre che alle differenze che esistono tra un Istituti”.
    E’ sottinteso che deve esistere la certezza della pena, che ad un’azione criminogena corrisponde da parte dello Stato l’applicazione del codice penale.
    Detto questo e credo sia sufficiente ad evitare un facile equivoco posso iniziare :
    Sono sicurissimo che il mio amico Salvatore (nome scelto di fantasia) mi racconta la verità sul suo trascorso, “da cosa è determinata questa mia sicurezza? ”Non mi è possibile rivelarla, per motivi di svariata natura.
    Ho deciso di svolgere il tutto a fasi, oltre che per comodità di tempo, anche per offrire al lettore maggiore disponibilità di riflessione tra una fase ed un’altra.
    E’ quasi impossibile che una persona da ragazzo pensa che può entrare in quello spazio, tanto è lontano da noi la prospettiva di essere un giorno rinchiuso, tranne che non si appartiene a famiglie che hanno fatto propri modelli di vita in cui il carcere è una prospettiva da tener presente.
    La prima volta che vieni fermato dalle forze dell’ordine e portato in caserma oppure in un commissariato e dopo varie pratiche burocratiche, oltre che ad essere sottoposto a perquisizione integrale,”cioè spogliato di tutti i tuoi indumenti”, rilevamento delle tue impronte digitali, fotografie in posizione frontale e laterale, ti trasferiscono in carcere, credi quasi che è un sogno e che prima o poi ti sveglierai. Arrivi e ti lasciano, la paura ti assale e ogni cosa che ti dicono di fare ti sembra di non farla bene.
    Gli agenti penitenziari si comportano in modo quasi che conoscessero il tuo stato d’animo, e causa del reato per il quale sei stato tratto in arresto così si comportano.
    Tu dipendi per qualsiasi cosa da loro, anche se devi andare in bagno, possono dirti di sì come anche di no.
    Il risveglio totale avviene quando ti prendono le impronte digitali e ti fanno la foto di riconoscimento, incominciano a formare il tuo fascicolo con tanto di nome, fotografia e impronte.
    Quando la paura sembra passarti ed hai quasi incominciato a socializzare con gli agenti, ti portano al magazzino per prendere gli oggetti personali, composti da due lenzuoli, un copri cuscino e un pezzo di spugna,che è il cuscino, un cucchiaio, una forchetta, una ciotola di plastica, due piatti di ferro o di plastica, un rotolo di carta igienica,uno spazzolino da denti con dentifricio e due bustine di sciampo per la doccia più una lametta.
    Ti è dovuto per legge avere un opuscolo dove è scritto quali sono i tuoi diritti e doveri insieme al regolamento penitenziario e questo quasi mai ti viene dato, non avendolo sei privo di informazioni utili al tuo agire all’interno dell’Istituto.
    Con tutto questo materiale in mano un agente penitenziario ti indica di seguirlo, e di nuovo la paura ti assale perché non sai dove ti porta e con chi starai.
    Finalmente aprono una porta di ferro e ti dicono di entrare, quella è la tua stanza, misura approssimata quattro per quattro con all’interno già cinque o sei persone, i letti sono disposti a due uno sopra l’altro, formati di tutto ferro, il materasso è di spugna come anche il cuscino, il bagno è due metri per quattro e all’interno del quale parecchi lo usano anche per cucinare con i fornelli a gas e pentole, comprate all’interno ed il cui costo è sempre maggiore rapportato all’esterno, c’è una o due finestre sempre di ferro ed invece del vetro viene sostituito con materiale di plastica oltre alle sbarre formate in modo ristretto a volte una rete metallica nella quale non entra nemmeno un dito è posta dopo le sbarre. Un tavolo di legno, dei sgabelli il cui numero è uguale alle persone, armadietti che servono per metterci i panni e comodini personali insieme alla tv costituiscono l’arredamento. La doccia è possibile farla due o tre volte a settimana ed è in comune, misura un tre metri per quattro ed esistono divisori tra una e l’altra all’altezza del torace, altri aspettano che uno finisce per poi iniziare, una volta finito con indosso l’accappatoio vai verso la tua stanza insieme ad un agente penitenziario che ti deve aprire la porta.
    Immaginarsi le dinamiche sociali che per la maggiore sono determinate dallo spazio ridotto in cui una persona vive supera ogni fantasia, ed invece sono reali.

    Ormai è realtà sei un detenuto e quella stanza diventerà il posto dove trascorrerai più di venti ore al giorno. Iniziano le presentazioni con gli altri coinquilini e dopo un po’ inizia il vivere il carcere.
    Ti aiutano a fare il letto, a sistemarti la roba e qualcuno inizia a spiegarti come devi comportarti rispetto agli agenti penitenziari ad altri detenuti e rispetto a te stesso, ti pongono domante del perché sei stato arrestato, il tipo di reato che hai commesso, se conosci a questo o a quello, ti spiegano come sono organizzati per le pulizie della stanza, per il cucinare, di quali prodotti vengono considerati personali e di quelli che sono di uso comune alla stanza.
    La spesa viene fatta una o due volte alla settimana e si possono comprare prodotti che sono scritti su una lista con a fianco anche i prezzi, maggiormente viene compilata da una persona che è da più tempo e cerca di rendere il costo uguale per tutti.
    Può sembrare assurdo ma la maggior parte del tempo è impiegato con argomenti e comportamenti che riguardano, la spesa, il fare le pulizie, la doccia, la televisione, l’aver detto questo o quello al passeggio, il cucinare, la pulizia personale, ecc, ecc.
    Per avere una conoscenza approfondita in materia giuridica inerente alle leggi che regolano il rapporto tra cittadino e sistema penitenziario è utile consultare il sito del Ministero di Grazia e Giustizia dove si trova un link chiamato “ Pianeta carcere”.
    E’ possibile osservare tutta la normativa del 26 Luglio 1975 dove è regolato giuridicamente il comportamento di una persona che per molteplici eventi è ubicato in quel luogo chiamato carcere.
    Il mio intento non è una critica al sistema carcerario, ma riflettere sull’esperienza vissuta dal mio amico, raccontatami ,e coglierne gli aspetti umani che vengono a costruirsi in determinate condizioni imposte, avendo come finalità la sopravvivenza e la speranza di ricostruirsi un futuro, traendone esperienza dal vivere nella illegalità, e orientare la propria vita verso la legalità.
    L’esperienza del mio amico è limitata al vissuto in istituti quali: Poggioreale (NA), Bellizzi Irpino (AV), Lauro (AV), Reggio Emilia (RE).
    La prima osservazione che ho tratto dall’ascolto è che lo stesso comportamento assumeva valore diverso rispetto all’istituto in cui si verificava.
    Per fare un esempio, se un prodotto utilizzato per mangiare veniva portato da una stanza all’altra, questo a Poggioreale era vietato mentre in altri istituti veniva consentito.
    Le conseguenze di tale comportamento incidono sul beneficio della liberazione anticipata, che viene concessa semestralmente dal Magistrato di Sorveglianza, in base alla relazione comportamentale redatta dal consiglio d’istituto, e sono 45 giorni per ogni sei mesi che vengono sottratti dalla condanna ricevuta o da ricevere una volta che il procedimento penale arriva alla definizione e la condanna è definitiva.
    Ritornando agli aspetti umani del vivere il carcere.
    Cosa ne pensi?
    Aspetto una risposta, e anticipatamente ringrazio

    Rainone Angelo

  2. Angelo , scusami se ti rispondo solo adesso, ma ho letto solo stamattina il tuo commento.
    La questione carceraria è sicuramente una questione spinosissima, anche se è forse quella che, per definizione, richiede sempre di essere affrontata con un numero molto alto di punti di vista.
    Quello della vittima di un reato ( che in genere si rammarica quando è attraversato dal solo sospetto che il reo possa uscire troppo presto o non faccia un carcere abbastanza duro). Quello del reo, che , qualunque reato abbai commesso, dopo un po’ si cala, anche se era il più brutale assassino, nei panni della vittima del sistema carcerario.
    Quello dell’innocente che è vittima doppia.
    Quello del colpevole di un reato lieve che grazie al carcere, invece di essere educato ad una nuova vita, viene instradato verso scelte estreme. Quello dello stato che continua a parlare di carceri affollate, ma non ne costruisce di nuove e più moderne.
    Fossimo un paese normale, in cui c’è certezza della pena, ci preoccuperemmo forse di più della questione carceraria. Siccome la sensazione prevalente è che moltissimi delinquenti non vadano, come dovrebbero, in galera o non ci stiano abbastanza, come dimostra l’alto numero di reati commesso da gente appena uscita di galera, la questione carceraria rimane sempre sullo sfondo, soffocata dalla questione legalità o sicurezza.
    Sembrerà paradossale quindi, ma io ritengo che solo dopo che avremo affrontato in modo giusto il problema sicurezza, si potrà affrontare nel modo giusto e con le sensibilità corrette, il problema carcerario.
    Purtroppo siamo il paese dei soprassalti emotivi e non della programmazione degli eventi.

  3. …e poi se sei immigrato, o extracomunitario come dite in italia anche se non lo si e’, ti ritirano i documenti e quando esci non hai che un foglio di espulsione, che non si capisce a che serva se non si hanno i documenti per poter viaggiare e si diventa automaticamente clandestini….

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