Disastri di Daniil Charms

disastri.jpgPAGINE CLANDESTINE

Introduzione a Daniil Charms, Disastri, Einaudi Stile Libero 2003

Immaginiamo una situazione paradossale.

Vi trovate nella Leningrado (già San Pietroburgo, già Pietrogrado, e oggi di nuovo San Pietroburgo) degli anni ’30, e chiedete in giro: Chi è Daniil Charms?

Vi sentirete rispondere: Ma chi? L’autore di filastrocche per bambini? No, è quello che li detesta, lui, i bambini, Chi, il prestigiatore?

Ah, sì, il matto che si veste da Sherlock Holmes, Ho capito: quel tipo strano con una faccia da paura, Sarà mica quello che legge cretinerie seduto sopra un armadio?

È quello che ha una bella moglie, che ci ha avrà trovato lei in un babau come quello poi!

Qualunque risposta sarà un briciolo di verità, o un’enorme apparenza che non è verità, ma non vi sentirete mai rispondere: Certo, Daniil Charms, lo scrittore, il poeta, come potrebbero dirvi di Majakovskij, della Achmatova, di Pasternak, tanto per citare qualche nome celebre.

Altra situazione paradossale, presa a prestito da Roman Jakobson. Problema: un uccellino deve raggiungere dalla sua gabbietta un bosco, il bosco dista x metri, la velocità dell’uccellino è di y metri/secondo. Quanto tempo impiegherà l’uccellino a raggiungere il bosco? Risposta: dipende dal colore della gabbietta.

La clandestinità e l’assurdo caratterizzano la vita e l’opera di Daniil Charms, pseudonimo, uno dei tanti, di Daniil Ivanovic Juvacev. Disastri, a cura di Paolo Nori (scrittore che ha già esplorato la vita del poeta cubofuturista Velimir Chlebnikov nel suo romanzo Pancetta), è un collage di brani tratti dai diari, dai taccuini, dai racconti, dai bozzetti teatrali, da tutto quel baule di scritti che, fortunatamente per noi, non sono andati perduti, ma conservati da un amico dello scrittore per tempi migliori. Già, perché Daniil Charms vive e scrive nel buio dell’URSS normalizzata da Stalin, quando la vivace stagione culturale pietroburghese e moscovita degli anni ’20 si sta spegnendo insieme a tutte le illusioni per scomparire definitivamente il 14 aprile 1930, con il colpo di pistola che pone fine alla vita di Majakovskij nello studio di vicolo Lubjanskij.

L’ultimo bagliore di avanguardia sovietica, l’ultimo sforzo di dire no all’appiattimento, allo squallido paesaggio di immanentismo totalitario, è rappresentato da un gruppo di scrittori pietroburghesi che la sera del 24 gennaio 1928 mettono in scena Tre ore di sinistra, serata futurista dove si alternano letture di poesie, rappresentazioni teatrali e proiezioni cinematografiche. L’autore cardine di questo gruppo, sia per l’apporto dei materiali utilizzati nella serata, sia per la coerenza e la continuità stilistica mantenuta, nonostante tutto, una volta tramontata l’effimera estate dell’avanguardia, non è il ben più famoso poeta Nikolaj Zabolockij, bensì lo sconosciuto (purtroppo per troppi anni) e perciò clandestino, Daniil Charms.

Il gruppo si definisce, parodiando le astruse sigle che imperversano nel mondo sovietico, OBERIU, acronimo fantasioso e irriverente delle parole russe che significano “Associazione dell’arte reale”. Anche perché di “reale” questa corrente ha poco, situandosi piuttosto in una metafisica della scrittura che deve molto ai cubofuturisti (Chlebnikov in particolare) e alla scuola formalista, dove l’oggetto, che è la parola, assume nuovi significati (ovvero il suo vero significato reale) attraverso la collisione con altre parole, secondo logiche non convenzionali. A tale proposito uno degli oberiuty scrive in un suo romanzo: “(…) prendi delle parole, le accosti in modo insolito e ci pensi per una notte, un’altra, un’altra ancora, pensi sempre alle parole che hai accostato. E ti accorgi: da sotto una parola ti porge la mano il suo significato e stringi la mano che appare da sotto un’altra parola e una terza parola ti dà la mano e ti inghiotte un mondo completamente nuovo che si schiude dietro le parole” (Konstantin Vaginov, Il canto del capro, in eSamizdat 2007 (V) 1-2, pp. 106-107, trad. Milly Berrone).

Nella prosa di Daniil Charms il rifiuto della logica quotidiana, la reiterazione tautologica del nulla articolato per un intero racconto, la crudeltà e la violenza paradossali delle situazioni, che riflettono la ben più reale e scientifica violenza del regime sovietico diventata atroce normalità, e perciò indifferenza, l’incomunicabilità, la perdita dell’identità e della memoria (cfr. Il falegname Kušakov), lo scardinamento della logica numerica (enunciata una serie di postulati idioti, dopo il postulato n° 6 si passa al n° 17 che recita: “Fate attenzione al fatto che dopo il sei viene il diciassette”) anticipano il teatro dell’assurdo di Beckett e Ionesco, in quadretti stranianti come quello di Sinfonia n° 2: “Anton Michajlovic sputò, disse – Eh, – sputò ancora, disse ancora – Eh, – e se ne andò. E Dio sia con lui. Racconterò piuttosto di Il’ja Pavlovic” e così via di personaggio in personaggio completamente inutile all’economia della narrazione, fino a concludere con: “Marina Petrovna a causa mia divenne completamente calva, come il palmo di una mano. Successe così: una volta arrivai da Marina Petrovna e lei, trac!, divenne calva. Ecco tutto.”

Charms viene arrestato una prima volta il 10 dicembre 1931, condannato a tre anni di lavori forzati, commutati dopo sei mesi in esilio a Kursk. Vive pubblicando letteratura per l’infanzia, fino a quando nel 1937 anche questa forma di creatività minima gli viene preclusa. Seguono anni di fame e di stenti, di disperazione e prostrazione esistenziale che ci vengono trasmesse dai versi della poesia Guardavo a lungo gli alberi verdi: “Ma in me è il vuoto, monotonia e noia/In nessun luogo batte la vita intensa/Tutto è appassito e sopito come paglia umida/Ecco io ho viaggiato dentro di me/E adesso sono davanti a voi/Voi aspettate che io racconti il mio viaggio/Ma io taccio, perché io non ho visto nulla” (2 agosto 1937, trad. Laura Piccolo, in eSamizdat 2007 (V) 1-2, p. 147).

Charms, che per sopravvivere ha adottato un’infinità di pseudonimi, si è atteggiato con pose sempre diverse (“Creati una posa e abbi la forza di carattere di mantenerla (…) una volta posavo da indiano (…) e adesso a irascibile nevrastenico”) viene arrestato nuovamente il 23 agosto 1941, durante l’assedio di Leningrado, e internato in un ospedale psichiatrico detentivo, dove muore il 2 febbraio 1942. Per molto tempo non si saprà nulla del luogo e della data della morte di Daniil Charms, soltanto negli anni ’80 furono confermate le circostanze della fine del poeta. I suoi amici, conclusa la guerra, speravano di vederlo tornare, di parlare ancora con lui, di ascoltare ancora i suoi versi, cullati dall’illusione misericordiosa che lui fosse svanito come nella sua poesia Un uomo è uscito di casa, dove un uomo parte solo come un cane, entra in un folto bosco e:

E da quel momento si è dissolto.

Ma se per un qualche caso strano

Vi succedesse di vederlo

Allora presto ditelo

Allora presto ditelo

Abbiam bisogno di saperlo.

Daniil Charms: un altro nome da aggiungere alla lista di quella che Roman Jakobson ha definito una generazione che ha dissipato i suoi poeti.

E questo, charmsianamente, è tutto.

                                                                                                                      Mauro Del Bianco

P.S. Per chi volesse approfondire la poetica di Charms e degli oberiuty, nel sito Internet di eSamizdat si può reperire una pregevole monografia, compilata da slavisti e studiosi del settore, e dedicata a Oberiu, che comprende anche traduzioni di materiale oggi introvabile in libreria: cito ad esempio la raccolta integrale Stolbcy (Colonne) di Nikolaj Zabolockij, tradotta dall’edizione originale del 1929.

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