Month: gennaio 2008

L’officina di Vulcano, antiche ferriere dell’alta Versilia e della Garfagnana di Giovanni Nardini

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E’ nelle librerie l’ultima fatica del prof. Giovanni Nardini “L’officina di Vulcano, antiche ferriere dell’alta Versilia e della Garfagnana”. Continua così il lavoro di reportage e di ricerca dell’ormai affermato fotografo viareggino, e insegnante di lettere in una scuola media superiore della città.
Questa volta attraverso la lavorazione del ferro che rappresenta un’arte antica ancora presente sul territorio.
Attraverso evocative immagini in bianco e nero, “le ferriere sembrano ancora oggi luoghi del mito dove acqua e fuoco concorrono, sapientemente dosati dall’uomo, a produrre ferri da cavallo, chiodi, borchie, inferriate, cancelli, grate, vanghe e rastrelli” – come ha affermato il Presidente della Provincia Stefano Baccelli nella sua presentazione del volume.
Il percorso si snoda attraverso le ferriere di Candalla, Cardoso, Piè Lucese, Gombitelli, Pescaglia, Pomezzana, Fabbriche di Vallico, in una sorta di itinerario magico che può apparire lontano, un po’ fuori del tempo e invece ancora così attivo e vivace. L’autore documenta e interpreta, con toni intensamente lirici, una parte di storia della Lucchesia che sopravvive ancora con i suoi magli azionati dall’energia idrica, forni fumanti, incudini e martelli. Le foto rappresentano uomini che, in antichi casolari, forgiano accanto a nuovi attrezzi vanghe, rastrelli, arnesi legati alla civiltà contadina. Un mestiere quello del ferraio, passato dalla dimensione industriale a quella artigianale, attività oscura quanto preziosa. Le immagini sono un lavoro attento sulla luce, sui chiaro-scuri di questi ambienti che mettono incredibilmente in risalto le cose e gli uomini. I gesti che il fotografo cattura sono ripetuti nel tempo: è il valore della liberazione data dal lavoro.
Per questo il prof.Giovanni Nardini ha scelto il titolo “Officina di Vulcano” per rievocare l’ambiente mitologico dove il lavoro avvicina l’uomo al divino: in una grotta Vulcano forgiava le sue armi metalliche. L’opera incoraggiata dall’assessore Sauro Mattei della Comunità Montana Alta Versilia è pubblicata dalla casa editrice Franche Tirature con contributi di tutte le comunità montane di Versilia, Media valle e Garfagnana, Parco delle Apuane e provincia di Lucca.
Letizia Tassinari
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Omaggio a Charles Bukowski

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Pochi scrittori nel secolo scorso hanno rappresentato meglio di Charles Bukowski il ruolo dello scrittore e poeta maledetto.

Viveva a Los Angeles e quello che gli piaceva di più, nella vita, era starsene a casa in mutande vicino alla finestra ad ascoltare musica classica e bere birra. Gli piaceva anche scrivere e lo faceva di buona lena, veloce e senza quasi mai avere la necessità di correggere.

Mentre batto a macchina la gente passa / per lo più donne

e io siedo in calzoncini / ( a volte a torso nudo)

e passando loro / non possono essere sicure che io non sia completamente

nudo, così / mi becco queste facce

che fingono di non vedere / nulla

ma non ci credo: / mi vedono mentre

sudo sulla poesia come se battessi / a morte un maiale

mentre il sole comincia a scendere / su Sunset Boulevard

sopra l’insegna del motel / dove gente stanca dell’Arkansas e dello Iowa

paga troppo per dormire / sognando le stelle del cinema.


Non amava uscire, se non per andare a comprarsi la birra o alle corse dei cavalli.

Giocava fino alla penultima corsa ( andava sempre via durante l’ultima per evitare la ressa).

Se aveva vinto riteneva giusto festeggiare con una bella mangiata, se aveva perso si consolava allo stesso modo.

Gli piacevano i ristoranti economici, ordinava grosse bistecche con l’osso, ben cotte e con patate arrosto.

Era alto, aveva una faccia paonazza con un gran nasone, capelli ricci e arruffati, barba incolta e una pancia molliccia e debordante.

Era di carattere assai lunatico: a volte gentile, più spesso insofferente e attaccabrighe.

Il suo libro che mi ha più divertito , tra i molti che ha lasciato, è Donne.

Una volta l’ho consigliato ad una mia amica, che dopo averlo letto mi ha aggredito, dicendomi: come puoi avermi consigliato un libro così maschilista?

In realtà non è un libro maschilista, è il libro di un uomo che trova noiosi quasi tutti i suoi simili e cerca di starsene il più possibile per i fatti suoi.

Una sua frase che mi ha sempre divertito è questa:

Le persone per me sono come i sassolini bianchi; anzi, no: i sassolini bianchi non sono poi così male

Insomma si comportava “male” sia con gli uomini che con le donne e sempre per lo stesso motivo: non vuole farsene condizionare.

I suoi libri sono privi di finzione; gli avvenimenti descritti sono così vicini a quelli della sua vita che spesso le sue donne o gli amici si sono lamentati della sua indiscrezione trovando pezzi della loro esistenza riversati senza abbellimenti o modifiche nei suoi racconti.

E il linguaggio? a volte è scurrile, ma più spesso è poetico.

Ci sono dentro la passione per la scrittura, per l’altro sesso, per la libertà.

Gli ultimi anni della sua vita sono stati molto ricchi di soddisfazione dal punto di vista professionale ed economico.

A lungo, fin quasi ai sessant’anni, era stato uno scrittore fallito, costretto a muoversi con un maggiolino del ’70 di colore azzurro e a vivere in appartamenti cadenti e squallidi in compagnia di donne sempre meno leggiadre .

Improvvisamente, con la fama ed il successo, si potè permettere una bella casa con la piscina, una BMW nera (quando incontrò Norman Mailer e scoprì che ne aveva una eguale disse a se stesso che le Bmw nere erano, evidentemente, le auto dei duri) e una bellissima compagna con i capelli biondi ( una specie di Jane Fonda da giovane).

E quando, a qualsiasi ora della notte e del giorno, si presentavano da lui frotte di ragazzini adoranti con in mano le classiche confezioni di birra da sei lattine di birra per avere finalmente l’opportunità di conoscerlo, lui reagiva un po’ frastornato e indeciso ( tra l’accoglierli e confermare il proprio mito e mandarli a stendere e confermarlo …comunque).

Si era un po’ addolcito con gli anni e le comodità ( lui avrebbe detto rammollito o peggio ) e , potendo ormai permetterselo, preferiva il buon vino bianco alla pessima birra in lattine che aveva bevuto nei primi sessant’anni della sua vita.

Fosse vissuto nel secolo precedente, gli sarebbe capitato quello che capitava una volta a tutti gli artisti maledetti: fino alla fine dei suoi giorni una vita grama ed un enorme talento ignorato da tutti, per poi avere la gloria a cinquant’anni dalla morte.

A lui è capitato invece di godere di alcuni scampoli di gloria negli ultimissimi anni della sua vita. Ha continuato ad essere imprevedibile e irrequieto fino alla fine, ma se ne è andato, contento, continuando a rallegrarsi e a stupirsi del suo pur tardivo successo

e pensare che , dopo che me ne sarò andato,

ci saranno ancora giorni per altri, altri giorni,

altre notti,

cani che passeggiano, alberi che si agitano

nel vento.

non lascerò molto.

forse, qualcosa da leggere.

una cipolla selvatica nella strada

sventrata.

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Filippo Cusumano

LEGGERE IL TAPPETO

INSERITO NEL BLOG IL 15 OTTOBRE 2007

pubblicato nell’ultimo numero

RIVISTA CULTURALE “IL GRANDE VETRO”

LEGGERE IL TAPPETO
di Elisa Brilli

“Ci viene insegnato che nella lingua araba classica
una radice comune lega tappeto e farfalla
e certo non soltanto per la fascinazione dei colori.
Il tessere e l’annodare alludono di per sé
alle vicende ordite per gli uomini da invisibili mani”
Cristina Campo “Tappeti Volanti”

Il tappeto si rivela nella sua forma reale: una striscia di segni che pulsano a seconda della luce, una scrittura viva, un tabernacolo dove non sia più possibile vedere bene cosa c’è scritto sopra. Mi pare cioè che il tappeto sia smemorato, ovvero che non ci sia più traccia del luogo e del tempo in cui è stato creato.
Il fondo è colorato con pigmento di papavero, così varia dall’arancio ruggine al rosa scuro, attraverso passaggi di marroni. Sopra questo fluire di rosa si collocano su strisce orizzontali molte variazioni di figure romboidali e segmenti a x. L’architettura di segni ha una sua segreta armonia. I quattro lati del tappeto sono: una semplice striscia viola sul primo, una striscia su ciascuno dei lati lunghi con piccoli rombi l’uno sotto all’altro in colori alternati (il rosso, il blu, il celeste) e una striscia astratta e lievissima costruita sul motivo della rete, riprodotta 16 volte e aperta verso l’interno, sul lato a chiusura (dove cioè i fili sono stati lasciati aperti).
Le nove strisce orizzontali chiuse dentro questa intelaiatura sono come in rilievo: emergono, e non per la consistenza della fibra, ma per l’intensità del pigmento puro con cui sono stati colorati i fili delle decorazioni. Sono di sei colori, il blu indigo, il viola, il celeste, il rosso e in alcuni straordinari casi il giallo zafferano e il verde brillante. Secondo i momenti della giornata è il blu a prevalere in brillantezza oppure il rosso o il celeste e ciascuno ha il suo turno di parola. Il fondo rosa chiaro permette che le figure geometriche quasi galleggino. In alto a sinistra un marchio elaborato con fili più numerosi colore celeste risalta su tutto: è la firma della Donna che ha intessuto il tappeto, la Sacra Maestra che ne ha iscritto i segni. Del resto come la fiaba o la parabola il tappeto non tratta, ostinatamente, che del reale e soltanto in virtù del reale tocca le geometrie dello spirito, le matematiche contemplative (Cristina Campo, Tappeti Volanti).
I rombi, ovvero la figura chiave, sono crociati nel caso più semplice. Questa figura è a sua volta al centro di un rombo più grande di diverso colore. In numerosi casi il rombo grande contiene non uno ma quattro rombi più piccoli e separati. Ma questa non è che una delle molte soluzioni geometriche che l’autrice ha creato. Il tappeto è semplice ed ermetico. Il suo potere è favoloso, ovvero proprio della fiaba. Non solo parla di chi l’ha creato -della sua dolcezza e sensibilità artistica, della sua devozione familiare, della vicinanza ai misteri, della malinconia amorosa, della meditazione sull’eterno- ma costruisce un ponte arcano fra il passato e il futuro, poiché rappresenta in sé la semplicità del creato ovvero la creazione: i rombi sono il feto e la pancia materna insieme, gli uni dentro gli altri secondo genealogie infinite femminili.
Questo tappeto berbero è la donna e non solo quell’artigiana che ha raccolto in sé e usato il sapere della tessitura ma tutte le creature femminili umane e animali. Il femminile come l’arcana bambola russa, che contiene in sé il futuro non individuale ma universale, non ancora visibile ai nostro occhi ma già presente nel disegno interiore del mondo.

Mi ricordo il giorno in cui il tappeto fu trovato e questo avvenne nel 2005, in Marocco, a Meknès. Eravamo arrivati da Casablanca con il treno. Il giorno era caldissimo e polveroso, con molto caos nelle strade. Trovammo da dormire nella Medina, a qualche passo dalla Porta della città. La strada su cui stava questa casa-riad era stretta e alta. Mi ricordo l’odore, per quella stradina, che non ho mai saputo capire di che fosse. Era acido e penetrante, mi pareva che le mura ne fossero tutte impregnate. Delle volte si mischiava al profumo fortissimo della menta, venduta in fascine nell’ombra umida delle vie più strette e sotto le volte nere dei ponti fra le case. La mattina all’alba si mescolava invece con l’odore delle focacce cotte intrise di miele e dei biscotti dell’ebreo con la barba e del latte acido venduto per la strada in piccoli orci. Nel riad N. strinse amicizia con la ragazza che gestiva la casa. Questa gentile ospite, di un paio d’anni più grande di me, era una colta appassionata di artigianato e aveva arredato la sua casa con un gusto ed una sensibilità rare. Ci propose di andare a visitare un suo conoscente che vendeva i tappeti berberi usati, provenienti dalle tribù marocchine del deserto. Questa ragazza aveva da poco aiutato un fotografo nella scoperta di alcune parti della città nascoste, quasi segrete, coperte e avvolte, come è comune trovare nel mondo islamico -i gioielli rarissimi che qualcuno ha voluto sottrarre ad occhi incapaci di sopportarne la bellezza o indegni di tanto privilegio.

Prima di visitare il mercante la nostra guida discreta ci condusse in un labirinto di stradine nere e sporche. Si fermò vicino ad un portone altissimo e chiamò il padrone della casa. Il signore senza degnarci di un saluto dette una chiave alla ragazza e sparì di nuovo. Proprio accanto, in un vicolo stretto, sotto un porticato dove il sole io credo non sia mai arrivato, con l’odore forte della muffa e della terra nera e umida, c’era un’altra grande porta di legno, altissima. La ragazza aprì una porticina ritagliata su quell’altra grande ed entrammo. La casa dentro era abbandonata e piena di piccioni: un riad del XV secolo, tipico, con la fontana al centro del cortile e due piani di stanze affacciate su questo nucleo. La rovina l’aveva reso ancora più bello: nessuno a parte noi lo poteva vedere ed eravamo allora come i fortunati viaggiatori che si affacciano per un attimo su un mondo proibito, di struggente bellezza. Le mura erano tutte intarsiate riccamente ed era tutto pinnacoli e fioriture, un girotondo conturbante di decorazioni chiare, dal panna al bianco, a seconda della profondità dell’intarsio. Le molte finestrine smerigliate come chiacchiericci agli angoli di una strada, gli antri sontuosi delle stanze, i soffitti in legno decorato d’oro e di rosso, tutto avvolto da uno sfacelo antico e secco, con larghe ragnatele antiche che pendevano come festoni e incrostazioni e polvere altissima e come una nebbiolina bianca che sostava nell’aria e che si vedeva dove un raggio della luce forte del deserto entrava da qualche buco. Poteva essere davvero come la casa di una storia delle mille e una notte che nessuno narrava più da infiniti giorni e che ora si schiudeva e si svegliava come la principessa dopo i cento anni.

 

Poco dopo questa incredibile visita la ragazza ci portò dal mercante. La casa era tutta buia e un signore pieno di silenzio ci condusse in una grande sala, con soffitti altissimi come di un tempio e anche quelli riccamente decorati col legno in oro e rosso. In un angolo, disteso per terra, sopra un tappeto, c’era il mercante che dormiva. Fu svegliato, si alzò, ci salutò ancora preso dal sonno, scambiò alcune fredde parole con la nostra amica.
Tutto intorno vedevo appoggiati alle mura centinaia di tappeti arrotolati di tutte le misure e colori. il mercante ci dette un occhio e misurando le nostre possibilità economiche senza chiedercelo scelse egli stesso una pila di tappeti fra le molte torri che c’erano in quella stanza.
Alla fine della trattativa, che fu lunghissima, i tappeti ricoprivano interamente tutto il pavimento di questa enorme sala in penombra. La luce veniva solo da alcune lampade che pendevano dall’alto. Non c’erano finestre o per lo meno non se ne vedevano nel buio delle volte altissime. La trattativa si svolse fra uomini, con il tè tradizionale affogato in un un mazzo di menta fresca e molto zuccherino. La scelta e poi la discussione dei prezzi fu lenta e progressiva, avanzava lentamente ma come se entrambi sapessero -o forse solo uno- dove poteva arrivare. Alla fine divenne concitata, accesa, con minacce di abbandonare la trattative e nuove proposte sempre più vicine al punto, a quel punto che mentalmente era stato deciso, fin dall’inizio. Per facilitare la scelta della merce il mercante toglieva dalla distesa dei tappeti via via quelli che non piacevano, sottraendo, fino ad una selezione finale di quattro o cinque pezzi. Fra i molto tappeti trovammo il tappeto rosa. La ragazza in solitudine, seduta sulle ginocchia in fondo al tappeto, con un dito seguiva i simboli e li leggeva piano piano, come se fosse stata la pagina di diario di una donna sconosciuta, ritrovata per caso fra i libri: “qui aveva molto dolore, questo era un giorno sereno, questi sono i suoi sogni….”. Mi avvicinai. Emozionata e commossa guardavo il Tappeto per la prima volta.

La comunicazione pubblica.Teorie, casi, profili normativi di Roberto Grandi

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La comunicazione pubblica.

Teorie, casi, profili normativi

Roberto Grandi, Carocci, Roma 2003

 

 

Roberto Grandi , docente di Teoria e tecniche delle comunicazioni di massa presso l’università di Bologna, ha pubblicato nel 2001 il Manuale che oggi è alla quarta ristampa ( 2004 ).Massimo Franceschetti, Maria Pia Pozzato, Fiorella Ferrario, Daniele Tarozzi e Stefania Tamburrini hanno curato la stesura di alcuni paragrafi e dell’appendice della pubblicazione.L’introduzione , partendo dall’esame di uno spot televisivo ( andato in onda nell’autunno del 2000 con il volto noto di Lino Banfi nei panni di “Nonno Libero” e promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri ) che propagandava la legge sui congedi parentali ed altri benefici a favore della famiglia e dalle polemiche seguite pro e contro lo spot , inizia ad affrontare i temi del rapporto tra cittadino e Stato, dallo sviluppo della società civile al concetto di opinione pubblica.

L’esempio utilizzato non è assolutamente casuale : lo spot fu accusato di veicolare non solamente una informazione “pubblica” ma un vero e proprio messaggio elettorale a favore del governo allora in carica. Di qui la necessità di distinguere tra comunicazione “politica” e comunicazione dell’istituzione pubblica come vero e proprio servizio al cittadino.Servizio che è ben rappresentato dall’art.21 della nostra Costituzione, il diritto di informare, di informarsi e di essere informati quale condizione necessaria dei diritti di cittadinanza , come scrive lo stesso Grandi ” … intesi quale partecipazione consapevole e informata al processo decisionale pubblico… ” .

Nell’ ampio escursus storico della prima parte del libro – “Storia,concetti e leggi ” – l’autore passa in rassegna i momenti salienti dell’evoluzione della comunicazione pubblica.

La rivoluzione commerciale dei media, la fine del Monopolio della RAI , l’aumento vertiginoso delle emittenti private, la singolare funzione di supplenza del potere politico della Corte Costituzionale in tutta la vicenda. A distanza di pochi anni con tre sentenze diverse, sancisce prima la fase di “monopolio” (1960 ) decretandone poi l’illegittimità nel 1974 e la fine nel 1976 .Ed ancora , vengono esaminati : la legge 241/1990 , che segna una svolta importante nel rapporto cittadino /Stato, l’introduzione degli URP nel 1993, le quattro leggi Bassanini, la semplificazione amministrativa , fino alla legge 150 del 2000 Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni” le cui direttive ancora oggi stentano ad essere applicate.
L’Amministrazione pubblica, dal 2000 ad oggi ha comunque compiuto notevoli sforzi normativi per regolare il settore comunicativo.Numerose direttive hanno regolamentato l’organizzazione dei servizi , sia interni ( gestionali dell’amministrazione ) che esterni ( rapporti con il pubblico , inteso come cittadini, altri uffici, enti , associazioni ecc. ) .Una notevole attenzione è stata data anche ai criteri di visibilità e accessibilità delle strutture informatiche e dei siti WEB (è del luglio 2005 la Direttiva “Stanca”, dal nome del Ministro proponente ).

L’autore non può che aver trovato conferme a quanto auspicato in alcuni passi del proprio manuale, anche se, a parere di chi scrive, questa rivoluzione epocale che ha investito la Pubblica Amministrazione trova spesso delle resistenze proprio da parte dei propri addetti .

A volte gli operatori , abituati ad avere un ruolo “importante” che derivava dall’essere i detentori del “SAPERE”, hanno vissuto, e vivono ancora, come esautorante l’ondata innovativa che li ha portati ad essere al servizio del cittadino, anche e , soprattutto con una maggiore trasparenza .

Nel paragrafo 6.1.7. , parlando dell’esperienza di costruzione degli URP , viene ben espresso questo disagio ” …la pubblica amministrazine soffre di gravi pregiudizi, spesso presenti anche all’interno dell’amministrazione stessa che minano la possibilità di una percezione quanto più vicina ai fatti .”.

Grandi , sempre nella prima parte della pubblicazione , fornisce una serie di classificazioni dell comunicazione pubblica,di solidarietà sociale e politica. Inoltre concetti di marketing, marketing sociale .La seconda parte della pubblicazione dedica ampi spazi all’esame di due esperienze di costituzione di URP( Università di Bologna e Regione Lombardia ) .Un accenno alle nuove professioni legate alla comunicazione pubblica e alle normative in materia. I paragrafi interessati, alla data odierna , potrebbero essere integrati con interessanti e significative esperienze degli ultimi cinque anni.

L’ultima parte del libro ” Per una comunicazione pubblica efficace” è un vero e proprio manuale d’uso che dovrebbe essere letto da operatori, amministratori e funzionari .Di rara efficacia espositiva e concettuale illustra , anche con esempi pratici, come “non dovrebbe” essere la comunicazione pubblica e come invece “potrebbe” essere.Un passaggio tra i tanti “….. Italo Calvino coniò il termine di antilingua per quel modo di parlare e di scrivere caratterizzato da terrore semantico. Parole e frasi di uso comune vengono aborriti e sostituiti da vocaboli che non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente…. “Efficissima immagine di come la cura , o la non cura , dedicata all’uso delle parole nel momento comunicativo sia molto di più che un aspetto formale : è invece una delle espressioni del voler essere, o non voler essere, una società realmente democratica, una società basata sui diritti .

L’appendice ” I siti della Comunicazione pubblica “ è inevitabilmente datata.

L’elenco dei siti web istituzionali è da aggiornare : in questi anni si sono moltiplicate le iniziative della Pubblica amministrazione nel campo della comunicazione.

A questo proposito si segnala anche lo sforzo dell’Amministrazione di utilizzare anche un canale privilegiato : TELE P.A. , la web TV della Pubblica Amministrazione
(consultabile anche sul canale digitale satellitare 873 e sul box del digitale terrestre) promossa da Funzione Pubblica in collaborazione con Formez, Euform, Enel e bis.media. Recentissimo anche un notiziario radio fruibile sempre con un collegamento internet e con programma multimediale per l’ascolto.

Franca Corradini

Buonasera alle cose di quaggiù di Antonio Lobo Antunes

buonasera-alle-cose-di-quaggiu.jpgL’INFERNO DEI RICORDI

Introduzione a Antonio Lobo Antunes

Buonasera alle cose di quaggiù

Feltrinelli 2007

 

 

 

 

Motivazioni nella scelta istintiva di un libro (ovvero l’impulso indotto dallo sguardo che fa allungare la mano allo scaffale): indefinite, benché non infinite. Motivazioni nella scelta di questo libro: di quantità definita, ma sfumate di vaghezza estetica: la copertina di gusto tropicalista, presagio di scenari ritmati da cadenza portoghese, per chi ama le atmosfere lusitane; epitome in quarta di copertina, strappata dal delirio di migliaia di parole che s’inseguono per più di cinquecento pagine, “perché l’inferno consiste nel ricordare per tutta l’eternità / non è vero?”, domanda tremenda che spalanca la coscienza su immensità metafisiche il cui cruccio, per quanto ci è possibile documentare storicamente, risale almeno fino a Omero, e ancora più in là, se solo potessimo dimostrarlo; l’impianto grafico del testo, quanto a dislocazione delle frasi, indizio che Antonio Lobo Antunes scrive in modo insolito e probabilmente complesso, sicuramente non lineare, e per più di cinquecento pagine (precisazione necessariamente da ribadire in un’epoca di fretta e superficialità).

Quindi, per chi non ha in antipatia la cultura lusitana, per chi conserva ancora una qualche curiosità metafisica, per chi infine ama cimentarsi con una scrittura problematica e d’avanguardia, possiamo iniziare proprio dallo stile per tentare di capire il significato di un romanzo come Buonasera alle cose di quaggiù, anche perché lo stesso autore sceglie come incipit della sua Opera due citazioni, di cui la prima, tratta da Enrique Vila-Matas, Bartleby e compagnia, giustifica il titolo dell’Opera e anticipa lo stile che in essa il lettore troverà: “(…) confusione totale del linguaggio, carente di organizzazione sintattica, limitato a sostantivi o infiniti isolati, ridotto a un mutismo inquietante che un giorno (…)”, mentre la seconda citazione…

Al giorno d’oggi l’elemento artistico che più si dovrebbe apprezzare in uno scrittore, posto che i temi romanzeschi si riducono a un numero finito di schemi oramai tutti esplorati e risaputi, è la capacità di inventare nuove formule espressive, la creatività linguistica e sintattica, magari attuata anche solo attraverso una nuova disposizione grafica, che scioglie il pensiero e i concetti dall’abitudine e li mostra in una nuova luce. È già stato detto, ma è bene ripeterlo, che più un’immagine è resa in modo complesso o insolito, più essa attira la nostra attenzione svelando impensati risvolti del quotidiano. È curioso che l’apparato editoriale nostrano apprezzi questa qualità negli scrittori stranieri, ma non incoraggi gli italiani a fare altrettanto, almeno da quello che si vede in giro.

Nella seconda citazione…

Antonio Lobo Antunes possiede una sua peculiare cifra stilistica che consiste nell’uso fortemente eversivo della logica verbale: frasi troncate e sospese, frequentissimi e ingiustificati a capo, ricorso a costrutti tipici più del verso che della prosa, intersezioni di periodi con soggetti diversi o privi di concatenazione o decontestualizzati, ovvero senza preoccuparsi che il senso della frase trovi una ragion d’essere in periodi immediatamente antecedenti, tanto che non è facile seguirlo sulle prime, ma quando si è assimilato il suo ritmo si riesce a vivere – incredibilmente a vivere – il mondo di atmosfere e sensazioni filtrate dai ricordi dei protagonisti, si può arrivare a percepire quel sentimento così etereo e così tipicamente lusitano che si chiama saudade.

A leggere la seconda citazione…

Anche l’organizzazione del materiale letterario è singolare. A tale proposito, per anni, da quando Šklovskij e i formalisti l’hanno precisato, ci si è attenuti ad un punto fermo nella costruzione del romanzo: c’è una fabula e c’è un intreccio. Dove per fabula s’intende la storia che si vuole narrare, la descrizione cronologica dell’evento o della serie di eventi che hanno un inizio e una fine di senso compiuto. Mentre l’intreccio è costituito da tutti quegli artifizi letterari che l’autore escogita per fare della fabula (che chiunque potrebbe raccontare) un’opera d’arte: rallentamenti, divagazioni, analessi, prolessi, vicende di personaggi non essenziali all’economia del testo, parallelismi, skaz polifonico, eccetera. Ebbene, Buonasera alle cose di quaggiù ha sicuramente un formidabile intreccio, manca sostanzialmente di una fabula propriamente detta. Quando capita una cosa del genere i formalisti dicono che la parvenza di fabula (o l’assenza di fabula) diventa allora motivazione dello stile, pretesto per lo sviluppo del materiale letterario.

Perché nella seconda citazione…

Infatti, se si dovesse riassumere la vicenda narrata da Lobo Antunes, l’unica cosa che si potrebbe affermare con certezza è che nell’Angola evacuata dai portoghesi nel 1975 e sconvolta dalla guerra civile fra movimenti indipendentisti con l’intervento di cubani, sudafricani e altri interessati stranieri, c’è una non meglio identificata questione di diamanti. Fine. Ciò che assume valore dominante nella narrazione è piuttosto l’incessante flusso e delirio di pensieri e ricordi dei personaggi e in particolare degli agenti portoghesi inviati in tempi successivi in Angola, uomini falliti e condannati al fallimento, incatenati in una staticità fissata dall’ossessione del loro passato e da un presente africano che assume le sembianze e la nausea di un limbo vischioso: “(…) fuga verso dove, se non si fugge dall’Angola, solo troppo tardi ho capito che non si fugge dall’Angola (…)”.

Proprio la seconda citazione…

E a questo punto non è fuori luogo il confronto con l’omerico prato asfodelio: “Superarono le correnti di Oceano e la Candida Rupe, superarono le porte del Sole e il paese dei Sogni, e subito giunsero al prato asfodelio: dimorano in esso le anime, parvenze dei morti” (Odissea, 24, 11-14). Il prato dell’oltretomba dove vagano le anime è seminato di una pianta gigliacea, l’asfodelo. Qui le ombre si alimentano dei ricordi della loro vita terrena, continuamente ripensando e rimestando ciò che non sono più, nel dolore esasperato dall’eternità, dall’impossibile ritorno e dalla bruma dovuta alla semioscurità caliginosa che tutto confonde gonfiando i dubbi e le pene dell’anima. I non-eroi di Lobo Antunes sono analogamente poveri infelici che non meritano l’Eliso, perché non sono probi, e non meritano nemmeno il Tartaro, perché non sono malvagi. Come direbbe Seferis: “ivi avvertiamo soltanto la grande negazione della vita, per viltà”.

Se solo leggessimo la seconda citazione…

E che di tutto ciò Lobo Antunes sia in qualche modo consapevole, abbia cioè percepito il significato metafisico di simili destini, con o senza letture e reminescenze greche di Omero e di Seferis, che ne esprimono soltanto una delle possibili drammatizzazioni, è suggerito da

la seconda citazione,

finalmente,

l’accorata epigrafe virgiliana che riassume il senso profondo dell’Opera:

Ci sono lacrime nella natura delle cose e la certezza dell’effimero ci tocca il cuore.

Mauro Del Bianco

Segreti di Stato di Massimiliano Passamonti

segreti.jpgSegreti di Stato

di Massimiliano Passamonti

(Editing Edizioni di Treviso)

 

 

 

 

Il racconto inizia a Roma, dove un giovane incursore della Marina Militare, Antonio Mela, sta collaborando con i servizi segreti allo scopo di infiltrarsi e raccogliere informazioni su un gruppo chiamato brigata no-global, responsabile di attentati dinamitardi contro le istituzioni. Mela, dopo svariati tentativi riesce a stabilire un contatto con Fabrizio Conti, presunto affiliato alla brigata.

Il ministro dell’interno, Francesco Nero, non fidandosi dei servizi segreti, chiede all’ammiraglio comandante del reparto speciale della Marina Militare, Oscar Scanio, di essere messo in condizioni di ricevere informazioni direttamente da Mela, senza far insospettire il coordinatore dei servizi segreti.

Non corre buon sangue tra Francesco Nero e alcuni elementi dei servizi segreti, scontenti della riforma che il ministro dell’interno prepara per loro.

Mela, frequentando Conti, si rende conto di aver centrato l’obbiettivo: la brigata no-global è pronta a colpire ancora, cosa che poi accade in una serie di successivi colpi di scena.

Senza svelare qui gli sviluppi della vicenda, si sottolinea che il romanzo di Passamonti ricostruisce con una eccezionale puntualità di dati e una straordinaria intensità di atmosfere gli anni della strategia della tensione in Italia, offrendone un quadro narrativo che non è affatto privo di riscontri storici nonostante l’invenzione dei fatti e di persone.

Ma quello che conta soprattutto è la capacità di indagine psicologica con cui l’autore ritrae i suoi personaggi, trattandosi in primo luogo di una vicenda di uomini e della dinamica delle loro azioni e reazioni frutto insieme della logica e della contraddizione, così come conta la grande suspance dentro la quale lo scrittore avvolge i lettori coinvolgendoli nella trama della sua storia.

Massimiliano Passamonti

Compagno segreto

E’ on line il numero doppio (12 & 13) del compagno segreto.

Titolo: Spettro delle mie brame.

E’ dedicato agli Amleti, dalle saghe islandesi a oggi: un labirinto di oltre 400 pagine. Personaggi e interpreti principali: William Shakespeare, Jules Laforgue, Carmelo Bene, James Joyce, Giorgio Manganelli, ma anche Sigmund Freud, Totò, Friedrich Nietzsche, Emanuele Severino, Ernst Lubitsch, Martin Heidegger, Oscar Wilde , Jacques Lacan …  unico non solo nel panorama del web italiano.

Il compagno segreto nasce nel 2002.

Da allora ha  pubblicato tredici  numeri monografici su opere di Conrad, Stendhal, Kafka, Da Ponte librettista di Mozart, Manganelli, John Donne, Brodskij, Leopardi, Valéry, su quattro scrittori medici (Benn, Céline, Cecov e Bulgakov), sugli scrittori di Marlene Dietrich e  infine questo  numero doppio sugli scrittori di Amleto.  I numeri sono tutti in linea.

compagnosegreto

Don Giovanni in Sicilia di Vitaliano Brancati

Don Giovanni in Sicilia di Vitaliano Brancati

Edizioni Mondadori- 2007-

Collana Classici moderni

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Il più bel romanzo breve della letteratura italiana del ‘900? Mi vengono in mente due titoli:

Agostino” di Moravia e “Don Giovanni in Sicilia” di Brancati.

Il secondo è però di gran lunga il più divertente

Vitaliano Brancati scrive il “Don Giovanni ” nel 1940.

Protagonista del romanzo è Giovanni Percolla, un uomo cresciuto nella bambagia, coccolato da tre sorelle.

Timidissimo, è giunto all’età di trentasei anni senza “aver mai baciato una signorina per bene”.
Frequenta, in compenso, le case di tolleranza della città e nei caffè all’aperto, insieme con gli amici di sempre, non fa altro che parlare della Donna .

Le più belle pagine del romanzo sono proprio quelle che descrivono questi discorsi “tra maschi”.

C’è sempre una bella donna che passa, catalizzando su di sè gli sguardi cupi di desiderio degli sfaccendati, e c’è sempre qualcuno che, ad un certo punto, incomincia a dire: “Adesso io vi dico con quella cosa ci farei”, con gli altri che prontamente si accodano a lui in un crescendo di gemiti e ululati, di risate, di scurrilità e di sconcezze.

L’esistenza di Giovanni scorre pigra e senza stimoli fino al giorno in cui incontra Ninetta, giovane donna continentale di bell’aspetto che, con suo grandissimo stupore, inizia a guardarlo con ammirazione.

Giovanni è letteralmente trafitto da quegli sguardi.

“La storia più importante di Catania non è quella dei costumi, del commercio, degli edifici e delle rivolte, ma la storia degli sguardi.

La vita della città è piena di avvenimenti, amori, insulti, solo negli sguardi che corrono fra uomini e donne; nel resto, è povera e noiosa“.

Completamente ammaliato, Giovanni non può più vivere senza pensare a quel vivo “lampo dei suoi occhi”.

Per la prima volta si innamora.

Le sue consuetudini vengono sconvolte da questa passione.

Le tre sorelle lo osservano sgomente: Giovanni ora chiede di farsi il bagno ogni domenica, canta proprio nell’ora in cui era solito far la siesta, respinge tutto ciò che loro amorosamente gli offrono.

Alla fine, nonostante una sempre dichiarata contrarietà all’istituto del matrimonio, che aveva quasi eretto a filosofia di vita, sposa Ninetta.

Accetta quindi un posto di lavoro a Milano.

Lontano da Catania e dalla sua vischiosa routine, diventa un altro uomo, risoluto e dinamico. Si abitua a fare docce fredde ogni mattina, dedica mezz’ora al giorno alla ginnastica. Cambia anche fisicamente: stomaco piatto, mascelle volitive, andatura energica. Conosce molte belle donne, che conquista senza eccessivo sforzo, pur continuando ad amare la moglie.

Quando Ninetta resta incinta, ritorna a Catania.

Tornato nella casa delle sorelle con la moglie, dopo un lauto pranzo, chiede, quasi più per un soprassalto di curiosità che per nostalgia delle antiche consuetudini, di poter schiacciare un sonnellino nella sua vecchia camera da scapolo.

Sdraiatosi con l’intenzione di dormire una mezz’oretta, si risveglia verso le sette di sera.

E’ la metafora di ciò che il libro non descrive, ma lascia largamente intuire: Giovanni, dopo aver violentato se stesso per amore di una donna, fino a diventare un altro uomo, è pronto a ritornare alle antiche pigrizie e alle dolci abitudini di un tempo.

Gustosissimo e ironico, il romanzo condensa in poco più di un centinaio di pagine la storia dell’eterno dilemma che ci affligge: lasciarsi vivere o dare un senso alla propria vita, realizzandosi attraverso l’amore e il lavoro? Ansioso di essere, oltre che amato, anche ammirato dalla moglie, Giovanni si sforza a lungo di diventare un altro, ma alla fine cede alla sua natura indolente.

Ma il romanzo è anche un piccolo feroce ritratto della sicilianità.

Inevitabile, leggendolo, pensare alle considerazioni che Tomasi di Lampedusa una quindicina d’anni dopo metterà in bocca al protagonista del “Gattopardo“, il principe di Salina, nel fargli teorizzare l’impossibilità dei Siciliani a redimersi dalla loro “terrificante insularità d’animo”:

“Non nego che alcuni Siciliani trasportati fuori dall’isola possano riuscire a svagarsi: bisogna però farli partire quando sono molto, molto giovani: a vent’anni è già tardi, la crosta è già fatta”

Filippo Cusumano

Chi è il mio prossimo? di Adriano Sofri

clip_image0021.jpg “Chi è il mio prossimo?”- chiede a Gesù un giorno, secondo il Vangelo di San Luca un dottore della legge.

Gesù risponde raccontando la storia dell’uomo che, assalito dai briganti, viene lasciato a terra nudo e mezzo morto per le percosse. Passano un sacerdote ed un levita e tirano dritto. Passa un Samaritano, che lo soccorre e si prende cura di lui.

“Chi dei tre che sono passati per quella strada ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?” chiede Gesù al dottore della Legge.

Parte dalla parabola del buon Samaritano“Chi è il mio prossimo”(ed. Sellerio) la riflessione di Adriano Sofri su come va il mondo e su chi siamo noi e i nostri simili

Come fa notare Sofri, all’inizio del libro, la prospettiva corretta, quella, che sorprendendo il suo interlocutore, propone Gesù, è quella della persona che soffre, che subisce un danno o un’ingiustizia e che si trova in difficoltà.

E’ per la vittima che si pone con particolare urgenza e necessità il problema della ricerca del prossimo.

E vittima di volta in volta siamo tutti.

Anche il condannato che si è macchiato delle colpe più gravi, che è stato aggressore, una volta rinchiuso nel braccio della morte, veste i panni della vittima e si guarda in giro cercando il suo prossimo tra coloro che possono compenetrarsi nella sua sofferenza e in qualche modo alleviarla.

“Non è di me che parla questo libro- scrive Sofri- ma di tutti noi e della terra che, più o meno vicini, più o meno lontani, abitiamo insieme”

Un capitolo del libro parla della “eterogenesi dei fini” e di come influenzi il modo di pensare e di agire di chi fa politica il rendersi conto che i risultati delle azioni umane spesso non corrispondono agli scopi per i quali ci si era attivati.

Perché, si chiede Sofri, nonostante le migliori intenzioni, poi “va tutto storto”?

Perché per alcuni il bicchiere è mezzo pieno, per altri è mezzo vuoto?

Perchè siamo sostanzialmente indifferenti agli eventi tragici che si svolgono lontano da noi? E’ancora vero quello che sosteneva Adam Smith duecento anni fa? Che un terremoto in Cina, anche quando risultasse fatale per migliaia di persone non ci toglierebbe il sonno, mentre un evento infinitamente meno importante, ma a noi vicino, ci turberebbe infinitamente di più?

Certo che è vero, sostiene Sofri. Con una terribile aggravante: quando Smith faceva quell’esempio, era padrone di attribuire la nostra freddezza al verificarsi di tragici eventi remoti all’impossibilità di vederli con i nostri occhi, mentre oggi, che possiamo dire di assistere a questi eventi quasi in tempo reale, non abbiamo più alcun alibi dietro al quale ripararci

Queste alcune delle questioni affrontate dal libro.

Un libro che è un caleidoscopio di fatti piccoli e grandi pescati fra i libri di storia, le pagine della cronaca, la personale biografia dell’autore.

“Domande così grandi vanno ben oltre le mie conoscenze” scrive Sofri per giustificare il bisogno che prova, qua e là, di ricorrere anche agli esempi che gli derivano dai fatti della sua vita personale .

Ma le conoscenze di Sofri non sono poi così anguste : il suo libro è un piccolo strepitoso Zibaldone per palati fini, in cui ci imbattiamo continuamente in personaggi come Rousseau, Voltaire, Vico, Macchiavelli, Marx,. Lacan.

Filippo Cusumano

Disastri di Daniil Charms

disastri.jpgPAGINE CLANDESTINE

Introduzione a Daniil Charms, Disastri, Einaudi Stile Libero 2003

Immaginiamo una situazione paradossale.

Vi trovate nella Leningrado (già San Pietroburgo, già Pietrogrado, e oggi di nuovo San Pietroburgo) degli anni ’30, e chiedete in giro: Chi è Daniil Charms?

Vi sentirete rispondere: Ma chi? L’autore di filastrocche per bambini? No, è quello che li detesta, lui, i bambini, Chi, il prestigiatore?

Ah, sì, il matto che si veste da Sherlock Holmes, Ho capito: quel tipo strano con una faccia da paura, Sarà mica quello che legge cretinerie seduto sopra un armadio?

È quello che ha una bella moglie, che ci ha avrà trovato lei in un babau come quello poi!

Qualunque risposta sarà un briciolo di verità, o un’enorme apparenza che non è verità, ma non vi sentirete mai rispondere: Certo, Daniil Charms, lo scrittore, il poeta, come potrebbero dirvi di Majakovskij, della Achmatova, di Pasternak, tanto per citare qualche nome celebre.

Altra situazione paradossale, presa a prestito da Roman Jakobson. Problema: un uccellino deve raggiungere dalla sua gabbietta un bosco, il bosco dista x metri, la velocità dell’uccellino è di y metri/secondo. Quanto tempo impiegherà l’uccellino a raggiungere il bosco? Risposta: dipende dal colore della gabbietta.

La clandestinità e l’assurdo caratterizzano la vita e l’opera di Daniil Charms, pseudonimo, uno dei tanti, di Daniil Ivanovic Juvacev. Disastri, a cura di Paolo Nori (scrittore che ha già esplorato la vita del poeta cubofuturista Velimir Chlebnikov nel suo romanzo Pancetta), è un collage di brani tratti dai diari, dai taccuini, dai racconti, dai bozzetti teatrali, da tutto quel baule di scritti che, fortunatamente per noi, non sono andati perduti, ma conservati da un amico dello scrittore per tempi migliori. Già, perché Daniil Charms vive e scrive nel buio dell’URSS normalizzata da Stalin, quando la vivace stagione culturale pietroburghese e moscovita degli anni ’20 si sta spegnendo insieme a tutte le illusioni per scomparire definitivamente il 14 aprile 1930, con il colpo di pistola che pone fine alla vita di Majakovskij nello studio di vicolo Lubjanskij.

L’ultimo bagliore di avanguardia sovietica, l’ultimo sforzo di dire no all’appiattimento, allo squallido paesaggio di immanentismo totalitario, è rappresentato da un gruppo di scrittori pietroburghesi che la sera del 24 gennaio 1928 mettono in scena Tre ore di sinistra, serata futurista dove si alternano letture di poesie, rappresentazioni teatrali e proiezioni cinematografiche. L’autore cardine di questo gruppo, sia per l’apporto dei materiali utilizzati nella serata, sia per la coerenza e la continuità stilistica mantenuta, nonostante tutto, una volta tramontata l’effimera estate dell’avanguardia, non è il ben più famoso poeta Nikolaj Zabolockij, bensì lo sconosciuto (purtroppo per troppi anni) e perciò clandestino, Daniil Charms.

Il gruppo si definisce, parodiando le astruse sigle che imperversano nel mondo sovietico, OBERIU, acronimo fantasioso e irriverente delle parole russe che significano “Associazione dell’arte reale”. Anche perché di “reale” questa corrente ha poco, situandosi piuttosto in una metafisica della scrittura che deve molto ai cubofuturisti (Chlebnikov in particolare) e alla scuola formalista, dove l’oggetto, che è la parola, assume nuovi significati (ovvero il suo vero significato reale) attraverso la collisione con altre parole, secondo logiche non convenzionali. A tale proposito uno degli oberiuty scrive in un suo romanzo: “(…) prendi delle parole, le accosti in modo insolito e ci pensi per una notte, un’altra, un’altra ancora, pensi sempre alle parole che hai accostato. E ti accorgi: da sotto una parola ti porge la mano il suo significato e stringi la mano che appare da sotto un’altra parola e una terza parola ti dà la mano e ti inghiotte un mondo completamente nuovo che si schiude dietro le parole” (Konstantin Vaginov, Il canto del capro, in eSamizdat 2007 (V) 1-2, pp. 106-107, trad. Milly Berrone).

Nella prosa di Daniil Charms il rifiuto della logica quotidiana, la reiterazione tautologica del nulla articolato per un intero racconto, la crudeltà e la violenza paradossali delle situazioni, che riflettono la ben più reale e scientifica violenza del regime sovietico diventata atroce normalità, e perciò indifferenza, l’incomunicabilità, la perdita dell’identità e della memoria (cfr. Il falegname Kušakov), lo scardinamento della logica numerica (enunciata una serie di postulati idioti, dopo il postulato n° 6 si passa al n° 17 che recita: “Fate attenzione al fatto che dopo il sei viene il diciassette”) anticipano il teatro dell’assurdo di Beckett e Ionesco, in quadretti stranianti come quello di Sinfonia n° 2: “Anton Michajlovic sputò, disse – Eh, – sputò ancora, disse ancora – Eh, – e se ne andò. E Dio sia con lui. Racconterò piuttosto di Il’ja Pavlovic” e così via di personaggio in personaggio completamente inutile all’economia della narrazione, fino a concludere con: “Marina Petrovna a causa mia divenne completamente calva, come il palmo di una mano. Successe così: una volta arrivai da Marina Petrovna e lei, trac!, divenne calva. Ecco tutto.”

Charms viene arrestato una prima volta il 10 dicembre 1931, condannato a tre anni di lavori forzati, commutati dopo sei mesi in esilio a Kursk. Vive pubblicando letteratura per l’infanzia, fino a quando nel 1937 anche questa forma di creatività minima gli viene preclusa. Seguono anni di fame e di stenti, di disperazione e prostrazione esistenziale che ci vengono trasmesse dai versi della poesia Guardavo a lungo gli alberi verdi: “Ma in me è il vuoto, monotonia e noia/In nessun luogo batte la vita intensa/Tutto è appassito e sopito come paglia umida/Ecco io ho viaggiato dentro di me/E adesso sono davanti a voi/Voi aspettate che io racconti il mio viaggio/Ma io taccio, perché io non ho visto nulla” (2 agosto 1937, trad. Laura Piccolo, in eSamizdat 2007 (V) 1-2, p. 147).

Charms, che per sopravvivere ha adottato un’infinità di pseudonimi, si è atteggiato con pose sempre diverse (“Creati una posa e abbi la forza di carattere di mantenerla (…) una volta posavo da indiano (…) e adesso a irascibile nevrastenico”) viene arrestato nuovamente il 23 agosto 1941, durante l’assedio di Leningrado, e internato in un ospedale psichiatrico detentivo, dove muore il 2 febbraio 1942. Per molto tempo non si saprà nulla del luogo e della data della morte di Daniil Charms, soltanto negli anni ’80 furono confermate le circostanze della fine del poeta. I suoi amici, conclusa la guerra, speravano di vederlo tornare, di parlare ancora con lui, di ascoltare ancora i suoi versi, cullati dall’illusione misericordiosa che lui fosse svanito come nella sua poesia Un uomo è uscito di casa, dove un uomo parte solo come un cane, entra in un folto bosco e:

E da quel momento si è dissolto.

Ma se per un qualche caso strano

Vi succedesse di vederlo

Allora presto ditelo

Allora presto ditelo

Abbiam bisogno di saperlo.

Daniil Charms: un altro nome da aggiungere alla lista di quella che Roman Jakobson ha definito una generazione che ha dissipato i suoi poeti.

E questo, charmsianamente, è tutto.

                                                                                                                      Mauro Del Bianco

P.S. Per chi volesse approfondire la poetica di Charms e degli oberiuty, nel sito Internet di eSamizdat si può reperire una pregevole monografia, compilata da slavisti e studiosi del settore, e dedicata a Oberiu, che comprende anche traduzioni di materiale oggi introvabile in libreria: cito ad esempio la raccolta integrale Stolbcy (Colonne) di Nikolaj Zabolockij, tradotta dall’edizione originale del 1929.