Il vicario di Wakefield di Oliver Goldsmith

img21_1.jpg“Ci si rende più utili a sposarsi e a metter su una bella famiglia che a restar giovanotti e chiacchierare di figliolanza: così almeno ho sempre pensato io. Perciò, scorso neanche un anno da che ero consacrato sacerdote, presi a petto questa faccenda del matrimonio; e scelsi la sposa come ella scelse poi la veste nuziale, cioè non badando all’eleganza ma alla qualità del tessuto

Non comprerei mai un libro il cui attacco mi risultasse poco stimolante o addirittura scarsamente comprensibile.

L’incipit de “Il vicario di Wakefield” (1766) dell’irlandese Oliver Goldsmith che riporto qui sopra è un solidissimo esempio di come possa essere accattivante e al tempo stesso ricca di informazioni la prima mezza pagina di un libro.

Capiamo che chi scrive è un prete, che difetta di romanticismo e trabocca di buon senso.

Attraverso pochissime righe, poi, veniamo catapultati in un “piccolo mondo antico” nel quale il matrimonio non è l’innesco di un esperimento ad alto rischio, ma il risultato certo di un’attenta combinazione di ingredienti,come in un’antica ricetta, di quelle che si tramandano di madre in figlia.

Basta rispettare le dosi e i tempi di cottura e, voilà, ecco il perfetto matrimonio.

Che dire poi dei passaggi successivi?

“Devo dire che era proprio una brava donna, bene educata.sapeva leggere qualunque libro senza quasi compitare; in cucina, e nell’arte di far conserve e salamoie, imbattibile.”

e delle conclusioni?

“Quando c’è l’affezione, basta; e con gli anni aumentò”

Impagabile.

Ma il romanzo, in tutto poco meno di 300 pagine, è meritevole di lettura dall’inizio alla fine.

La storia del vecchio canonico di campagna, la cui figlia è insidiata dal signorotto locale, è appassionante e divertente, scritta con ironia e leggerezza.
Goethe lo definì “uno dei più bei romanzi che sia mai stato scritto”.
Filippo Cusumano
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