Day: novembre 2, 2007

MEIN KAMPF

Il Mein Kampf è un libro difficilissimo da trovare, in quanto tutto ciò che è di Sinistra è reperibile, un libro scritto dal mostro creatore del Nazismo è nascosto, perchè ancora oggi nel 2007 cercano di farci avere paura delle idee.

Le idee non fanno paura, le si possono condividere o meno ma vanno ascoltate per confutarle.

 

images.jpgIl Mein Kampf di cosa parla?
Essenzialmente di Storia, di Rivalsa, di Odio Razziale, di Marketing, di Comunicazione e di Politica.

Hitler, in una prosa che passa dal pedante alla chiarezza cristallina, parla della fine della prima guerra mondiale, della sconfitta della Germania e del trattato di Versailes.
La lettura è difficoltosa perchè noiosa, lenta e Hitler continua ad insistere su come sia stato vessato il popolo tedesco e su come debba vendicarsi dei torti subiti.

Sorprende per il marketing. Nei primi anni del ‘900, quindi quasi 100 anni fa, Hitler scrive che è inutile scrivere sui quotidiani di partito perchè i membri del partito sono già convinti e quindi insiste perchè si usino i volantini, la radio ed il cinema per ampliare la base di elettori, con immagini e concetti semplici ed efficaci.

Sul Razzismo, Hitler è sorprendentemente ignorante. Lui è innanzitutto anticomunista, e definisce i bolscevichi il male assoluto. Allora compie una associazione mentale sorprendente, che è questa: Marx ha inventato il Comunismo, Marx era ebreo, quindi io odio gli Ebrei perchè sono responsabili del Comunismo e con il Comunismo cercano di conquistare il mondo.

La cazzata della lobby mondiale ebraica che vuole dominare il mondo, a cui qualche idiota ancora crede, nasce da questo assurdo collegamento logico di Hitler nel Mein Kampf.

Poi Hitler disprezza Negri, Zingari e sostanzialmente chiunque non tanto per la razza ma perchè vengono a togliere lavoro ai tedeschi, vengono a cambiare le tradizioni e quindi se ne stiano a casa loro.

La Soluzione Finale, di cui non c’è traccia nel libro, è la conseguenza pratica di questa idea nella quale un’orda di esseri umani parassiti si avventa sul popolo tedesco.

Hitler poi parla di politica, e la sua visione è molto semplice. I politici sono tutti uguali e tutti rubano, quindi bisogna sterminarli ed avere una guida forte per fare ripulisti della corruzione.

Il libro è corto ma pesante da leggere. A volte Hitler è involontariamente comico ma non se ne rende conto, quello che emerge è una persona con tanta voglia di vendetta verso chi ritiene abbia oppresso la sua nazione (Francia ed Inghilterra) e verso chi ritiene rubi le risorse (politici e non tedeschi). Hitler aveva una straordinaria intelligenza, dal libro è evidente, ed è evidente che se gli statisti dell’epoca si fossero letti il avrebbero capito che, con tutto l’odio che provava la guerra era inevitabile.

Hitler è stato il secondo omicida di massa del ‘900 non perchè fosse pazzo, ma perchè era un fanatico, paragonabile ai fondamentalisti islamici che fanno gli attentati suicidi, non era possibile negoziare con lui, la guerra era inevitabile come i forni e tutte le atrocità, perchè la cosa che colpisce dal libro è che Hitler si sente nel giusto, e probabilmente è morto con la coscienza a posto perchè si riteneva nel giusto, e questo lo rese ancora più pericoloso perchè non lo si poteva fermare se non con una guerra.

Marco Panattoni

Pubblicità

FAR SOFFRIRE UN CANE E’ ARTE ?

cane.jpg

Il sedicente artista alla Biennale Centroamericana espone un cane vivo, affamato e malato, legato a una catena mentre tenta vanamente di raggiungere il cibo disposto a debita distanza. Questa performance artistica, al di là dell’orrore che suscita, rappresenta una palestra ideale per almeno due considerazioni: una estetica e una etica.

Esteticamente, l’installazione del cane vivo e sofferente è innegabile che raggiunga uno dei principali obiettivi dell’arte, ossia emozionare lo spettatore. Metafora di impotenza esistenziale e dolore infinito, di teodicea e di catarsi. Allora si tratta di arte, quindi? No. Non è arte, per nulla.

L’atto scivola, pertanto, nella consueta, antichissima domanda: che cos’è l’arte? Ebbene, individuo la risposta nella seguente affermazione draconiana. L’arte è finzione. L’arte si differenzia dalla vita, dalla realtà esclusivamente perché non è né viva né reale. Può essere imitazione perfetta della realtà, ma sempre recitata, rappresentata: finta.

Nel momento stesso in cui l’arte inciampa nel concreto, scende dal palcoscenico e si aggira fra le file degli spettatori, allora non è più dramma, ma assurge a vita vera. Diventa psicodramma, buono per curare le nevrosi; diventa oggetto comune, non più scultura; diventa patimento genuino invece che teatro. Proviamo piacere a guardare un attore che finge di combattere in guerra; proviamo ribrezzo assistendo alla morte di un uomo dal vivo.

La rappresentazione falsa ma tecnicamente efficace di un cane morente può essere suggestiva e di conseguenza sfiorare in differente misura l’atto artistico. La creazione di una situazione di dolore reale su un cane reale non è un atto artistico, bensì solo una crudeltà folle, perversa, e soprattutto inutile, come tutte le crudeltà di questo mondo.

Eticamente, invece, la notizia getta altre luci sull’umanità moderna.

Non solo questo artefice di supplizio ha voluto installare la sua perversione in un museo, ma ha trovato decine di persone che lo hanno autorizzato a farlo e magari gli si sono anche complimentate. Non basta. A quanto risulta nessuno degli spettatori ha accennato a una reazione di ribellione, limitandosi a personali e contenute critiche.

Che significa tutto ciò? Significa solo che l’uomo moderno ha paura.

Di fronte alla scena straziante non c’è stato nessuno che abbia slegato il cane e se lo sia portato via, nessuno che abbia dato uno schiaffo all’artefice dell’opera, nessuno che abbia afferrato per il bavero il direttore del museo e preso a calci nel sedere i custodi della sala. Nessuno. Abbiamo paura di reagire.

Imbambolati in questa società dove i vestiti contano più del carattere, il denaro più della personalità, gli uomini hanno il terrore di fare una brutta figura, di prendersi una querela, di ricevere una sberla. Abbiamo smesso di combattere. Ci nascondiamo, guardiamo altrove.

Perduti nei nostri telefonini, negli hobby, nei giochini, nella carriera, dimentichi della dimensione tragica della vita, abbiamo smarrito l’eroismo, la morale alta, e quindi la weltanshauung cavalleresca dell’esistenza.

Infine, saremo sconfitti facilmente in queste ore in cui nuovi barbari da est non temono nulla perché nulla hanno da perdere, assetati di violenza e ignari di civiltà. Guerrieri pronti a dominarci con principî semplici, ci troveranno mansueti come quegli spettatori troppo corrotti dalle buone maniere. Ci troveranno come quel cane, già pronti a metterci noi stessi il guinzaglio e abbassare la testa.

Ecco perché nessuno ha liberato quel cane. Perché siamo tutti come lui.

 

Andrea B. Nardi

giornalista, scrittore, esperto d’arte, il suo ultimo libro è il romanzo storico Ecce Deus (Robin Edizioni)