Il perfetto “paesaggio arido” dell’amore
Marzo 6, 2008
1. Giardino di rocce
2. Anniversario di matrimonio
3. La morte, l’amore, le onde.

Chiave di lettura romantica:
1. L’amore sofferto, amaro, con esito straziante.
2. L’amore nostalgico ed elegiaco, con esito commovente.
3. L’amore puro e intenso, con esito confidente.
Chiave di lettura dialettica:
1. L’amore che non è mai esistito, il non-amore.
2. L’amore che arriva troppo tardi, il quasi-amore.
3. L’amore che nasce prima che sia troppo tardi, il vero amore.
Frasi semaforiche:
1. “Ti odio! (…) Ma nella sorpresa per avere proferito quelle parole terribilmente crudeli, insolite per lui, debole com’era, si mescolava una certa soddisfazione.”
2. “Per la defunta Kanako aveva provato qualcosa di simile all’amore.”
3. “Nami!, provò a gridare, chiamandola per la prima volta semplicemente per nome.
L’interpretazione romantica può essere allineata a quella dialettica, ma accontentarsi di questo accostamento è da ebisu, barbari d’occidente.
Concetti estetici zen: wabi e sabi.
Wabi inteso come ciò che è naturale, puro, essenziale, originario.
Sabi inteso come il passato nelle cose, l’aspetto vissuto dovuto allo scorrere del tempo.
Elementi wabi:
1. Il giardino del Ryōanji: la spietata semplicità.
2. La montagna, il bosco di criptomerie, la strada cosparsa di pietre: la solitudine.
3. La penisola di Kii, la grande scogliera dove s’infrangono le onde: lo sgomento.
La purità della natura come rivelatrice di verità:
1. La visione del kare-sansui fa emergere l’autenticità dei sentimenti umani: Uomi ferisce l’amico Totsuka, Totsuka picchia l’amico Uomi, Uomi rifiuta l’amata Rumi, Mitsuko rifiuta l’amato Uomi.
Cosa sono i kare-sansui: paesaggi aridi annessi ai templi zen del periodo Muromachi, così chiamato dal quartiere di Kyōto dove gli Ashikaga fissarono la loro sede shōgunale (1338-1573). Si tratta di composizioni di rocce e sassi che emergono da un letto di sabbia bianca rastrellata, astratta rappresentazione dell’oceano e del mondo.
2. L’episodio di Shunkichi e Kanako che si perdono vagando sui sentieri ai piedi della montagna senza potersi incontrare, rivela l’autentico sentimento d’amore che lega i due coniugi, comicamente spilorci e gretti nel tentativo di vivere la vita, e tuttavia commoventi nella loro inadeguatezza a vivere la vita.
3. Di fronte allo spettacolo maestoso e terribile del mare e dell’enorme scogliera, Sugi e Nami scoprono di non poter morire, ma di amarsi. Bello il finale suggellato da una domanda che nella sua disarmante semplicità vanifica l’opinione che la morte possa essere rimedio al dolore dell’essere e che bisognerebbe porsi più spesso: e se tentassi di vivere? Se tentassimo finalmente di vivere nella pienezza della nostra vita che è il nostro destino, e di non essere più marionette in balia di fisime mentali, di sensazioni bugiarde e del gusto corrente?
Elementi sabi:
1. I giardini e i templi di Kyōto, i ricordi di gioventù di Uomi, il passato che non passa, nemesi.
2. La vita quotidiana patinata, usata e riciclata (per avarizia) di Shunkichi e Kanako.
3. Il libro di Willem van Ruysbroeck, Viaggio in Oriente, cronaca del XIII secolo della vita nell’impero dei Mongoli, orologio le cui pagine/lancette scandiscono il tempo che manca all’attuazione dei propositi suicidi di Sugi.
La poetica di Inoue Yasushi: la sensibilità per stati d’animo intensi, ma da accennare appena con raffinata poesia:
1. L’infelice solitudine dell’egoismo affettivo. Ricordare anche il dilemma vuoi amare/vuoi essere amata che si trova nella terza lettera de Il fucile da caccia: l’ansia insostenibile di chi non ha sopportato la sofferenza di amare e ha cercato la felicità di essere amato.
3. Il pudore di un amore che si schiude a poco a poco come un fiore, in un conflitto di emozioni e seduzioni scandite dalle note barbare di un tango argentino, di “un pensiero triste che si balla” (Enrique Santos Discépolo, poeta autore di tanghi).
Compito: riuscire a pensare e a realizzare, come in un solo istante, un’unica organica visione che contempli senza fratture la struttura ternaria, la dialettica, il romanticismo, la filosofia zen, wabi e sabi, la raffinata poesia, la sensibilità, la commozione, la comicità, la nostalgia, la speranza, la bellezza, la delicatezza, la tristezza di un tango, e quanto l’armonia estetica magnificamente lascia nell’ombra del non-detto, e per di più con un’invidiabile semplicità narrativa.
Se tutto ciò rimane ancora una luce all’orizzonte, da inseguire sempre, ma ancora lontana, mentre si sperimenta questa scarna geometria letteraria, questo misero kare-sansui della letteratura, Inoue Yasushi invece l’ha quasi toccata quella luce, essendo giunto ad un passo, soltanto un passo, dalla perfezione.
Mauro Del Bianco
Lo zen e l’arte di disporre i fiori
Novembre 6, 2007
Lo zen e l’arte di disporre i fiori di Gusty Herrigel
prefazione di Daisetz T.Suzuki- traduzione di Lucia Corradini
E’ il percorso di avvicinamento di un’occidentale ad un’arte, quella di disporre i fiori detta hikebana, che ad una prima impressione può apparire come un semplice esercizio estetico con canoni, regole e prassi oggettive .
In realtà il percorso di conoscenza a questa arte introduce la scrittrice attraverso la comprensione della cultura orientale stessa. Il Maestro trasmette i propri insegnamenti con umiltà, silenzi, cerimonie religiose vere e proprie.
Per l’orientale l’arte crea un “rapporto tra ciò che è alto e ciò che è basso” , cioè tra la spiritualità e la vita terrena . Un grande insegnamento dell’arte dei fiori , attraverso i Maestri, è quello di “Portare il nulla nel cuore e portare il Tutto ovvero portare lo spirito autentico che sostenta la vita”.
La preparazione delle composizioni rispecchia il principio della TRIADE : Cielo, Uomo, Terra.
Il significato simbolico dei tre elementi il Cielo è la verità e l’uomo sta tra la Terra ed il Cielo .Nelle rappresentazioni è il ramo di mezzo che sta a significare questa concezione .
Le composizioni enfatizzano la dualità vuoto/pieno.
Laddove c’è spazio c’è l’ineffabile, l’informale, il silenzio senza voce .
Il vuoto per essere vicini al tutto.
La forma esteriore deve condurre alla “forma interiore” cioè all’essenza delle cose. E per raggiungere questo occorre praticare “l’astinenza mentale “.
L’artista raggiunge la perfezione della propria arte quando compone opere che sembrano realizzate dalla natura stessa , attraverso un senso di comunione intima con i fiori, le foglie, le rocce,i sassi, la sabbia ed ogni altro “essere” utilizzato nelle composizioni.
Franca Corradini