Una notte piena di pioggia un libraio…
Agosto 21, 2008

Stefan Zweig, Mendel dei libri, Adelphi Edizioni 2008
Chissà quali immagini, quali pensieri, saranno balenati nella mente di Stefan Zweig, gettando uno sguardo distratto nella trasparenza del bovindo della sua casa, se quella poteva definirsi la sua casa, sulla lussureggiante vegetazione tropicale che circondava il cottage di Petropolis, Stato di Rio de Janeiro, Brasile, un giorno d’estate australe, nel febbraio del 1942, il 22 febbraio. Quali pensieri, quali immagini, prima di compiere l’ultimo atto, non sulla carta, filtro sterilizzato per accogliere una realtà purificata dal male, ma sul proprio corpo e sulla propria anima, su se stesso e sulla moglie Lotte: non inchiostro da stillare su fogli candidi per cominciare una nuova traduzione del mondo, ma Veronal da iniettare nelle vene per farla finita con il mondo, insieme, a 878 metri d’altitudine sulla Serra da Estrela, centro di soggiorno estivo per i carioca ricchi che possono fuggire dalla canicola di Rio. C’è chi può permettersi il lusso di fuggire dal caldo soffocante, basta percorrere una sessantina di chilometri sulla ferrovia di Manà o sull’autostrada, e chi è obbligato invece a fuggire dal proprio universo per non soffocare, e non gli basteranno nemmeno gli stivali delle sette leghe. Parlano tedesco da quelle parti, ce ne sono tanti di emigrati, ma non è la stessa cosa che a Salisburgo e a Vienna, e poi Vienna e Salisburgo non sono più le stesse, niente è più lo stesso in Europa, nella Mitteleuropa, nelle contrade fiabesche di Cisleitania e Transleitania che non esistono più. Il mondo di ieri non è soltanto il libro di ricordi che Stefan sta scrivendo, è qualcosa che realmente è stato ed altrettanto inesorabilmente e crudelmente è sparito. Dev’essere la constatazione che la vita, la realtà, il mondo non sono carta, non sono soltanto carta… dev’essere che Lotte sta male, sempre più male… dev’essere il male che lui si porta dentro e che non ha nome, se non per algebrici specialisti che indagano l’anima… dev’essere che non c’è più speranza e quindi non vale la pena continuare a scrivere, quando è caduto anche l’ultimo conforto o alibi che “i libri si fanno solo per legarsi agli uomini al di là del nostro breve respiro e difendersi così dall’inesorabile avversario di ogni vita: la caducità e l’oblio“, perché se tutto è cambiato, se nulla sarà mai come prima, chi potrà capire, chi potrà ricordare, chi potrà commuoversi al cospetto delle nostre miserie…
E di tutte quelle biografie messe in scena con sorprendente originalità, che avevano fatto di lui il principe dei saggisti austriaci, quale sarà stata l’ultimo suo pensiero: Dostoevskij? Stendhal? Tolstoj? Ovvero il più umile e insignificante Jakob Mendel, rigattiere di libri usati, intangibile e fantasmatico anonimo, come tutti i personaggi della letteratura, che lui aveva creato per occupare lo spazio di una novella?
Una sera di qualche anno prima, parecchi anni prima, il senso del tempo è labile come quello della vita, diversi anni prima a Vienna, una sera viennese piena di pioggia e un caffè di periferia “pervaso dall’atmosfera familiare della vecchia Vienna“, dall’”indolente apatia che, invisibile, emana come un narcotico da ogni vero caffè viennese“, il ricordo sfuggente e riluttante di qualcosa, di qualcuno, “invisibile come il chiodo nel legno” rimasto dopo vent’anni nel locale fumoso, dove c’era la sala da gioco: biliardi “oziosi come silenti stagni verdi” e un tavolino riservato, e un uomo, Jakob Mendel che “leggeva come altri pregano” dondolando “il busto come una divinità orientale“.
Jakob Mendel era uno che dei libri aveva fatto il senso della propria vita, e quanto assomigliava in questo al suo inventore, che credeva nella letteratura come si crede in una religione. Solo che Mendel i libri non li leggeva, si limitava a catalogarli nel suo cervello: titolo, autore, prezzo, edizione. Tutti i libri del mondo. Una memoria prodigiosa e una concentrazione quasi magica, da monaco tibetano, che gli consentivano di sapere tutto dei libri, come oggetti, non come opere d’arte o tesori di sapienza. Lui leggeva per tutto il tempo, leggeva cataloghi. Mandava a memoria interi cataloghi.
Jakob Mendel non viveva, “vivevano solo gli occhi dietro le lenti da vista e alimentavano senza posa, con parole titoli e nomi, quell’enigmatica sostanza che era il suo cervello (…) tutto il resto gli scorreva accanto come vuoto rumore.” L’unica concessione alla mondanità era un balenio di vanità nei suoi occhi al pensiero che nessun altro poteva fornire con assoluta certezza le informazioni che studenti, ricercatori, studiosi, collezionisti si affannavano a cercare. E quanto narcisismo c’è, di fatto, nello scrivere letteratura?
“(…) l’unicità diventa ogni giorno più preziosa in questo nostro mondo che irrimediabilmente va facendosi sempre più uniforme“.
E incombe questo mondo, continua ad avanzare e a divenire incessantemente, fagocitando tutto nel suo inevitabile rotolare uniforme: carta, belle parole, belle idee, vite intere. Anche la vita di Mendel, risucchiato nei meccanismi stritolanti di una realtà che si è permesso di ignorare, e che lo distrugge, nel cuore e nella carne, e gli porta via prima la libertà, poi gli occhiali, “magico telescopio per contemplare il mondo dello spirito“, poi il rispetto degli altri esseri umani, e quindi via via, in una caduta lenta ed inesorabile, la dignità, la memoria, la salute, fino a condurlo alla morte.
Mendel dei libri è la storia di una caduta, di un uomo punito dalla realtà per averla rifiutata, del cultore di un distacco che non incide sulla realtà in un confronto che ha per fine il dominio e quindi il superamento spirituale del divenire (compito di ogni autentico asceta), ma che si manifesta come un’incompetenza a vivere risolta nella fuga, uno pseudo-ascetismo che nel suo anacronistico apparire può destare ammirazione e meraviglia, ma che non può trovare posto in un mondo invadente e desacralizzato, talmente desacralizzato da non saper stimare nemmeno l’innocua erudizione enciclopedica di un rigattiere di libri.
E se questo è stato il destino di un misero libraio, quale speranza potrà avere chi si è spinto più in là, al sapere contenuto nei libri, e addirittura ha commesso il delitto di amarli e di scriverli? Ci sarà anche per lui una vecchia cara ignorante signora, custode della toilette, per conservare nel cuore l’affetto e la memoria, così ignorante da preservare, tra tutti i libri che le mani di Mendel avevano accarezzato, un volume di oscenità e pruderie? O resterà soltanto l’effimera immagine del proprio cadavere sbattuta oscenamente sulle prime pagine dei giornali, che il mondo guarderà e dimenticherà senza pudore?
Basta, deve aver pensato Stefan Zweig (come lo penseranno di lì a poco anche altri scrittori europei, benchè per motivi diversi, ma tutti sofferenti dello stesso disgusto dell’esistenza), basta con tutto ciò: lo squallore, l’insipienza, la brutalità, il mondo che incombe…
Un ultimo sguardo alla finestra, alla realtà in trasparenza, e poi il veleno.
Stefan e Lotte, abbandonati sul letto, lui supino e lei coricata su un fianco, vicini, amorevolmente vicini e tuttavia ormai lontani, da se stessi e dal mondo.
Mauro Del Bianco
Francisco Coloane ,”Naufragi”
Luglio 29, 2008
Di firmamenti e di abissi
Francisco Coloane, Naufragi, Tea 2007
A Sud del 40° S la costa del Cile tronca il suo compatto profilo andino per frastagliarsi in un labirinto di arcipelaghi canali fiordi e insenature, polvere di mare che convoglia alla Terra del Fuoco, la fine del mondo, dove uno scoglio solitario chiamato Capo Horn separa i due oceani. È il Capo delle Tempeste, la prigione del Diavolo ancorato in catene al fondo del mare, che si trascina agitando l’oceano “quando le acque e le ombre oscure dal cielo sembrano salire e scendere su quegli abissi“. Gli spagnoli del Cinquecento dicevano che i corsari inglesi avevano fatto un patto con il diavolo per riuscire a doppiare Capo Horn. E secoli dopo si continuava a crederlo, dato che uno dei pochi scampati al naufragio della Général Clarette aveva un tatuaggio nel quale Napoleone stringeva un patto con il diavolo.
La prima isola che si stacca dalla costa cilena, a sud del 40° S, è l’isola di Chiloé, “isola di miti, leggende e vascelli fantasma“. In quest’isola il 19 luglio 1910 è nato Francisco Coloane, figlio di un marinaio e destinato a diventare marinaio egli stesso, per narrare un giorno le storie vissute e respirate nel vento australe che spazza i fiordi e le tundre.
Due libri gli sono sempre stati particolarmente cari: un portolano dello Stretto di Magellano redatto da suo padre e una raccolta di naufragi avvenuti sulle coste del Cile pubblicata da Francisco Vidal Gormaz nel 1901. Prendendo spunto da quest’ultima opera Coloane portò a termine la sua conclusiva fatica letteraria dedicandola ai naufragi, cronaca di una quarantina di disastri del mare dal 1520 al 2000.
Se già qualunque collezione, atto innocentemente totalitario nella sua utopia di raccogliere il tutto per quanto circoscritto ad un dettaglio dell’esistente, pone interrogativi o fornisce indizi sull’attitudine umana all’Infinito (e sulla paura dell’Infinito) e sulle esili strategie per catturarlo, cosa spinge un uomo a compilare una collezione di naufragi? Forse una fondamentale visione pessimistica della vita? Oppure una sorta di esorcismo liberatorio ai confini della proverbiale superstizione marinara? Come dire: eccole là, tutte in fila, una dietro l’altra, le sconfitte dell’uomo sul mare, oltre queste non c’è più sconfitta, nessun naufragio possibile.
Nel caso di Francisco Coloane né l’una né l’altra. Luis Sepúlveda, che ne ha abbozzato un ritratto nelle sue Historias marginales, ricorda come Coloane avesse “molte sconfitte sulle spalle, ma dalla sua sacca di marinaio non è caduta neppure una speranza”.
Non siamo infatti in presenza del compiacimento estetico o del sentimentalismo romantico di un letterato seduto a tavolino che pensa all’orrido oceanico, perché Coloane non è stato propriamente un letterato e sicuramente non è stato un intellettuale, ma un marinaio che raccontava delle storie. E le sapeva raccontare bene.
Sempre Sepúlveda ci regala un gustoso quadretto sui rapporti tra l’accademia letteraria e il vecchio lupo di mare: “Ricordo una cena a Saint-Malo, proprio fra accademici, alla quale un commensale seduto accanto a lui ruppe una tazza da consommé. Don Pancho mise via il manico e più tardi, infilandoselo come un anello, mi disse: Questa è un’arma da marinaio, non si sa mai cosa può accadere in questi ambienti”.
Anche questo curioso aneddoto conferma, se già non bastassero la struttura e lo stile dei suoi racconti, che in Coloane piuttosto che l’intellettualismo prevale l’elemento epico, l’azione, l’esperienza, e il navigare per lui era un atto senza dubbio epico, odisseico: “(…) ignoto è per me una parola magica, perché, ogni volta che ripenso alla mia vita, è stata spesso questa parola a spingermi a sciogliere gli ormeggi.”
Il naufragio costituisce uno dei cardini della letteratura e dell’arte romantica, metafora della rovina della vita, della sconfitta dell’uomo da parte della Natura, assumendo la nave il ruolo di un microcosmo umano in balia delle forze elementari. Dai versi di Samuel Taylor Coleridge: Sott’acqua rimbombò, più forte e più sinistro: avviluppò la nave, crepò la baia; come piombo la nave sprofondò, a quelli di Heinrich Heine: È senza stelle e rigida la notte; e il mare fermenta; e sul mare giace, a ventre sdraiato, il vento deforme del Nord, dalla Zattera della Medusa di Théodore Géricault e dal Manoscritto trovato in una bottiglia di Edgar Allan Poe alle pagine salmastre di Melville e Conrad, fino ad arrivare al fantastico tenebroso di William Hope Hodgson e alle rivisitazioni moderne dei nostri Alessandro Baricco con Oceano mare e Vinicio Capossela con la Santissima dei Naufragati (E venne dall’acqua/venne dal sale/la penitenza/dall’amaro del mare), il filo conduttore più frequente della rappresentazione del naufragio è l’aspetto drammatico e sentimentale, che conduce comunque a delle realizzazioni poetiche di rara bellezza.
Nelle cronache naufragiche di Coloane c’è forse poca poesia letteraria, ma molta epica dell’eroe del mare che sfida e vince gli elementari marini, e talvolta in quest’impresa soccombe. Spesso soccombe sulle coste del Cile australe (ecco perché tanti naufragi e perché un libro di naufragi) dove le particolari condizioni climatiche, la configurazione delle coste e l’imprevedibilità delle correnti marine creano situazioni assai più proibitive di qualsiasi altro specchio di mare e uno sgomento ai limiti del paranormale: navi che giacciono in una pigra bonaccia che non permette di navigare mentre a pochi nodi di distanza un altro vascello è squassato dai venti e dai marosi, raffiche improvvise di un vento infernale sorto dal nulla, correnti impetuose che trascinano senza pietà verso gli scogli, tempeste abominevoli che si radunano in un batter d’occhio, luoghi i cui nomi suonano come tetro o beffardo avvertimento: la costa della Desolación, la costa deserta di Huenchullami che significa “uomo/forte perduto/caduto, “(…) la Via Lattea, uno stretto passaggio ingombro di scogli dove il mare è sempre bianco di spuma (…) a circa sei miglia dall’estremità meridionale della baia Buen Suceso, sulla costa sudorientale della Terra del Fuoco, ci sono alcuni isolotti che hanno la forma di un veliero in navigazione tra due acque. Gli indios degli arcipelaghi (…) ammiravano da almeno due millenni quel fenomeno geologico marittimo, considerandolo, per le continue apparizioni e successive sparizioni, un eterno vascello fantasma”.
Là muoiono gli eroi del mare, come il biscaglino don Manuel de Buenechea, uno dei migliori navigatori del Pacifico, che perì nel disastro dell’Oriflama naufragato il 25 luglio del 1770 non lontano dalla foce del Rio Maule. Così affondano le navi guidate da marinai negletti, come capitò al Cazador naufragato sulle scogliere di Carranza nel 1856, “tutto accadde per un cambio di rotta“, o ingannate da approssimativi cartografi che non rilevano la presenza di scogli o di banchi di sabbia. Ma il disastro è anche storia dei sopravvissuti, anch’essi eroi del mare, che riescono a sconfiggere le insidie di una terra inospitale, fredda e deserta e a raggiungere i caldi lidi della vita.
La cronaca dei naufragi è inoltre pretesto per allargare la prospettiva alla storia dell’America del Sud e a quella del Cile in particolare, alle imprese di pirati e conquistadores, alla resistenza degli indios, alle leggende indiane e a quelle create dalle nuove genti: la Città dei Cesari (equivalente australe dell’Eldorado tropicale), la leggenda della pietra d’oro di Curamilla, l’ultimo pirata dello Stretto: Miguel José Cambiaso (1822-1852), tenente della guarnigione di Magallanes, autonominatosi governatore e catturato dopo aver depredato il relitto della Garonne; i pirati indiani dello Stretto di Chacao: Nahuelhuen e Ñancupel, attivi fino agli Anni ‘80 del XIX secolo.
E nonostante l’epica anche quest’opera, forse come tutte le opere letterarie, nasconde un desiderio d’Infinito, un abbraccio largo come il libero e grande respiro del largo a stringere con affetto il tutto del Cile, della Patagonia e della Terra del Fuoco, come l’ultimo saluto di un vecchio lupo di mare ai comandi della sua nave/vita.
E il naufragar m’è dolce in questo mare, direbbe quel Tale che di Infinito se ne intendeva.
Mauro Del Bianco
ECCE DEUS
Settembre 21, 2007
Ecce Deus
di Andrea B. Nardi
Robin Edizioni Biblioteca del Vascello
Collana La Biblioteca del Tempo
325 d.C. Tre delitti rituali sconvolgono la quiete di Nicea, Cyzico e Nicomedia, tre importanti centri dell’Asia Minore. Uomini ricchi e in vista vengono trovati con braccia e gambe amputate e disposte a croce, e le voci di eventi soprannaturali diventano incontrollabili. Il questore Ilario, il governatore Sacernor e il vicario Marciano non sanno che pesci prendere, e decidono di far calare il silenzio sugli assassinii e di affidare le indagini a Celso Valerio Afro, ex ufficiale dell’esercito romano, un tempo brillante militare, ora uomo tormentato dai fantasmi del passato e chiuso in una tetra malinconia. Celso inizia a raccogliere i primi indizi con discrezione, mentre l’imperatore Costantino affronta l’ennesima congiura di corte e si appresta a dirigere il Concilio di Nicea, che vede opposte varie fazioni di cristiani in una lotta che non è solo teologica.
Il mestiere di leggere incontra Andrea B. Nardi
Perchè scrivere un libro?
Perché non so dipingere e non posso fare il regista cinematografico. I miei romanzi sono film prigionieri della narrativa. Diverso discorso per i saggi: lì subentrano motivazioni sia tecniche sia morali.
Come nasce l’idea?
Da un dettaglio minimo ma circostanziato che mi ossessiona, un punto focale che potrebbe racchiudersi in mezza pagina. Tutte le altre 250 pagine sono solo mestiere e ricerca artistica: hanno solo – se ce l’hanno – un valore estetico, letterario, ma per l’autore potrebbero anche sparire.
Perchè questo libro?
Ecce Deus ha una trama articolata fra intrighi di potere e politica, questioni teologiche, spionaggio, mutamenti storici, e perfino amore, ma paradossalmente è nato solo dalla voglia di raccontare la storia di un soldato vecchio e stanco, dal passato terribile. È la storia di alcuni uomini in grado di cavalcare gli eventi di un mondo che cambia e di altri destinati invece a soccombere.
Quale è il punto focale di Ecce Deus?
Lo scandalo del sacro. Qui voglio denunciare come il sacro non esista nelle religioni, nei testi scritti, nei dogmi. Il sacro può esistere solo nella nostra coscienza, in ciò che Kant chiamava la Legge Morale racchiusa in noi. Il concilio di Nicea ha creato un dogma sacro con una banale votazione a tavolino di opposti partiti politici: se quel giorno avesse vinto un’altra fazione, milioni di persone nei secoli avrebbero pregato e creduto in un Dio completamente diverso. Il caso gioca sulle preghiere delle generazioni, e si beffa di chi pretende di trovare la verità di fede sui libri degli uomini. Per quanto mi riguarda, io individuo il sacro nella concreta sofferenza del vivente: davanti a ciò mi fermo, indipendentemente da qualsiasi tesi filosofica o teologica.
Nell’intervista rilasciata al sito La poesia e lo spirito si dichiara sorpreso per la definizione di noir teologico.
Lei definisce Ecce Deus un romanzo storico. In realtà chi legge avverte molto la componente noir, anche se non è quella prevalente. Sembra che l’autore voglia mantenere viva l’attenzione del lettore sui delitti, soprattutto sulle modalità con cui sono stati compiuti. Può non essere voluto, ma sicuramente non è casuale.
Ecce Deus parla di delitti perché così è richiesto dalla trama, dal periodo storico, e dai personaggi. Se la mia scrittura indugia sulle emozioni, anche su quelle delle vittime, è perché credo che in narrativa si debba dipingere l’atmosfera nel modo più coinvolgente possibile. Detesto chi fa narrativa, cioè arte, descrivendo invece che esprimendo: quelli non sono scrittori, ma solo scrivani.
Per quanto riguarda il concetto di noir, beh, ne sono onorato. È un modello letterario formidabile, denso di arie suggestive, incomplete, tormentate: sicuramente mi si addice.
Ecce Deus ambientato nel terzo millennio. Quale possibile scenografia?
Il romanzo è stato pensato prima dell’11/9/2001, eppure mi sembra purtroppo attualissimo. L’Occidente ci ha messo secoli per capire che uccidere è cosa atroce, e uccidere in nome della religione è perverso, oltre che idiota. Oggi interi popoli ancora non lo capiscono, soggiogati dalla barbarie e dalla perfidia di chi li usa per i propri fini. In Europa abbiamo partorito due fondamentali principi morali, che si bilanciano reciprocamente: la carità cristiana e la ragione illuminista. Fino a che esisteranno popoli in cui invece sono mischiati fede e Stato, intolleranza e ignoranza, tirannia e sopruso, allora continueremo a vedere crociate, jihad, e kamikaze. Occorre insegnare che dove si odia non può esserci nulla di sacro.
Rassegna stampa sul sito di Andrea B.Nardi .
Ecce Deus è distribuito da Messaggerie Libri.
Si trova da Feltrinelli e nelle migliori librerie nazionali, oppure on-line .
Franca Corradini
