Il male oscuro .

Ottobre 22, 2008

Può un romanzo descrivere un abisso ed essere al tempo stesso la cura attraverso la quale il suo autore torna a “riveder le stelle”?

E’ quello che, nel 1964, è accaduto con Il male oscuro, il formidabile romanzo attraverso il quale, dopo anni di difficoltà e di nevrosi, Giuseppe Berto, che nell’immediato dopoguerra era stato uno dei protagonisti della scena letteraria con il suo romanzo d’esordio “Il cielo è rosso”, tradotto in molti paesi del mondo, tornò al successo, dopo anni di nevrosi e di difficoltà di ogni genere.

La trama del romanzo riprende da vicino la vita dello scrittore ( mai romanzo è stato forse più autobiografico di questo): un intellettuale di provincia lavora nella Roma della “Dolce Vita”, come sceneggiatore cinematografico, in attesa di riuscire a creare il capolavoro letterario grazie al quale il suo nome passerà alla storia.

La morte del padre scatena in lui tutta una serie di sensi colpa che lo fanno piombare nella depressione e nella nevrosi.

In oltre quattrocento pagine, con uno stile personalissimo (praticamente senza punteggiatura, un vero e proprio stream of consciousness) Berto si racconta con  un tono amaro e disincantato, ma ricco di autoironia ed umorismo.

Dominano il romanzo la lotta contro la malattia, la storia d’amore con una giovane donna ( che per tutto il libro è definita “la ragazzetta”), la nascita della figlia, le aspirazioni artistiche, la sofferenza per l’ostracismo al quale lo condannano le conventicole letterarie per il suo atteggiamento anticonformistico.

La salvezza arriva con la psicoanalisi, che gli consentirà di afferrare il recondito significato della sua “guerra con il padre” e di riconciliarsi alla fine con se stesso. Il tono del libro è continuamente ironico e autoironico, Berto ride e ci fa ridere di se’ e delle proprie disgrazie, ma insieme all’ironia c’è l’amarezza.

Cinquant’anni dopo Svevo e il suo “La coscienza di Zeno”, ritroviamo il protagonista di un grande romanzo alle prese con i propri complessi di colpa e le proprie insufficienze e incertezze.

“Il male oscuro” e’ il primo vero e proprio romanzo psicoanalitico italiano, e anche se investe della sua ironia la disciplina freudiana,  ha anche il merito di farla conoscere in un’epoca in cui nessuno ne parlava.

Il male oscuro” e’ probabilmente il piu’ attuale dei romanzi di Giuseppe Berto.

Mentre per il protagonista del romanzo la salvezza è fisicamente rappresentata dall’acquisto di una casa in Calabria, a Capo Vaticano, che diventa il luogo della serenità, della solitudine e del completo distacco dal mondo, nella vita di Giuseppe Berto la resurrezione e la salvezza arrivarono proprio attraverso lo straordinario successo di questo romanzo , vincitore nel corso della stessa estate del premio Viareggio e del premio Campiello, dopo essersi installato saldamente e per un lunghissimo periodo in testa alle classifiche di vendita.

Andando a ritirare il premio Viareggio con la moglie e la figlia ( la notizia lo aveva raggiunto proprio nella casa di Capo Vaticano), non poteva fare a meno di pensare che della giuria di quel premio facevano parte due eminenti letterati che in passato erano stati critici e addirittura ostili nei suoi confronti, Eugenio Montale e Natalino Sapegno. Entrambi avevano dovuto riconoscere la grandezza del libro.

P.S.

Ricordo con piacere questo libro perchè l’ho letto quando ancora frequentavo le medie e portavo, letteralmente, i calzoni corti.

Un giovane magistrato che frequentava la nostra casa, incuriosito dal successo del libro, lo aveva acquistato, arrendendosi dopo le prime due pagine. Mi fu facile quindi averlo da lui in prestito.

Lo divorai in pochi giorni e, appena lo ebbi finito, ricominciai a leggerlo, tra gli ondeggiamenti di testa di mio padre che, avendone letto alcune frasi qua e là, continuava a disapprovare dicendo: “Non è un libro per la tua età”

L’ingegnere in blu

Maggio 18, 2008

“Immancabilmente in abito completo blu ben stirato, camicia bianca e cravatte deplorevoli acquistate ( forse da lui solo) in un sonnolento magazzino giù per via della Mercede, e un fazzolettino candido ad angolo retto nel taschino. Scarpe ovviamente nere e lucidatissime”

Così ci viene descritto Carlo Emilio Gadda nel bellissimo libro che Alberto Arbasino gli ha dedicato, “L’ingegnere in blu”

Sono gli anni ‘50, Roma è ancora la città più bella del mondo e Gadda ha finalmente trovato lì il suo habitat naturale.

Assunto dalla Rai per i servizi di cultura del Terzo programma radiofonico, entra in contatto con tutti i personaggi dell’ambiente letterario della capitale.

Non ha ancora pubblicato Quer Pasticciaccio brutto de via Merulana, il libro formidabile con il quale, lui così compassato e timido, irromperà nella letteratura della seconda metà del Novecento diventandone assoluto protagonista.

Nei circoli letterari gli preferiscono Moravia, Landolfi, Brancati, Commisso e Soldati. Il Corriere della Sera non pubblica i suoi elzeviri.

Consapevole del suo valore, Gadda non può che dispiacersi di questa evidente sottovalutazione del suo talento.

Ma all’improvviso, senza che egli abbia in alcun modo cercato o fors’anche pensato di “autopromuoversi” ( come si direbbe oggi e certo non si usava dire allora) un gruppo di giovani letterati prende a considerarlo come un maestro.

Così scrive Arbasino:

“Carlo Emilio Gadda aveva più di sessant’anni, scriveva da più di trenta, e non aveva ancora pubblicato in volume il Pasticciaccio[...] quando i ventenni degli anni Cinquanta scoprirono la sua posizione ‘centrale’ nella nostra letteratura contemporanea.

E sull’entusiasmo per la stupenda Adalgisa, per le mirabili Novelle del Ducato in fiamme, lo dichiararono massimo autore italiano del mezzo secolo, con immenso dispetto di tutti gli altri”.

Gadda non lo dà a vedere, ma è felice di questa considerazione.

Per moltissimi anni è stato considerato semplicemente un outsider, un eccentrico arrivato tardi alla letteratura.

A questa fama di dilettante ha contribuito non tanto la sporadicità delle sue pubblicazioni, quanto il suo titolo di ingegnere : laurea presa non per vocazione , ma per necessità di sostentamento della famiglia d’origine (media borghesia travolta dalla crisi economica del primo dopoguerra) ed esercitata solo per pochi anni.

Arbasino commenta: “Come se il caso Svevo non insegnasse mai nulla”.

E in effetti è singolare, ma i due narratori più dotati del nostro Novecento, Svevo e Gadda, sono due outsider: il primo fa l’industriale ( e ancora oggi se entrate da un feramenta trovate le vernici “Veneziani” prodotte dalla fabbrica del suocero di cui Svevo era uno dei dirigenti) il secondo è ingegnere.

Il libro di Arbasino ci porta in un mondo favoloso che non esiste più, anche se resistono i suoi templi: il mondo dei circoli letterari romani degli anni Cinquanta, quello che gravitava intorno al Caffè Rosati e al ristorante il Bolognese di Piazza del Popolo, che frequentava i tè domenicali di Emilio Cecchi e di sua moglie Leonetta Pieraccini, che si attavolava in Trastevere nelle sere d’estate.

Un mondo di cui fanno parte una serie di personaggi mitici come Alberto Moravia, Elsa Morante ( che l’ingegnere chiama ‘ Elsina’), Attilio Bertolucci, Guttuso, Piovene, Bassani ( “il primo paltò di cammello della letteratura del dopoguerra”) Pasolini ( “che doveva scappare prima del dolce perchè sennò i ragazzini non lo aspettavano”), Parise.

Un mondo in cui ai letterati famosi si affiancano presto i cinematografari (Antognoni, Fellini, Visconti) ed uno dei principi della scrittura cinematografica, quell’Ennio Flaiano implacabile nell’appioppare soprannomi a destra e a manca: l’ Incantatore di Sergenti, Pancia Competente, l’Antico Tastamento, il Dandy Cariato, il Latrin Lover, il Giardino dei Finti- Pompini.

Ma più che nella rievocazione dei piccoli aneddoti e delle folgoranti battute, il libro è godibile nel riferire i giudizi precisi e a volte taglienti di Gadda sui colleghi, soprattutto sui grandi della letteratura italiana.

Tra i più ammirati dall’Ingegnere Don Lisander ( come era solito chiamare Alessandro Manzoni), ma quello de “I promessi sposi”, non quello enfatico del 5 maggio o degli Inni sacri.

“Se un Dio estetico mi domandasse in quale personaggio de I promesssi sposi vorrei identificarmi, risponderei subito: Don Abbondio!… per la sua povertà disarmata, la sua paura fisica, la sua ragione stessa d’aver paura, per la confessione che fa a se stesso della sua reale condizione umana. E’ quello che vede più chiara la sua posizione…vera mancanza di spirito esibitivo, narcisistico, gratuito, il più vicino alla mia mancanza di teatralità, di messa in scena”.

Ugo Foscolo?Uno dei personaggi meno accattivanti della Letteratura Italiana” Gadda si diverte a chiamarlo il Basetta, a dargi dello scimpanzè, del roditore, gli attribuisce scaltrezza, teatralità, opportunismo, ne deride l’enfasi, ne bolla gli errori marchiani, lo definisce, insieme con il Carducci, “il più grande strafalcionista del lirismo italiano ottocentesco”

Giovanni Pascoli? Apprezzabile dal punto di vista estetico il suo sforzo per rinnovare il linguaggio della poesia, encomiabile, sul piano etico il suo avvicinarsi alle sofferenze degli umili. Ma quanto infantilismo c’è in questo vecchio signore che passa la vita tra cupi giochi bambineschi con le ormai avvizzite sorelle, tra ridicoli vezzeggiativi e assurde gelosie! Quanta infantile scioccaggine nel suo tentativo di tradurre in poetiche onomatopee il verso degli uccelli!

D’Annunzio? Esibizionista, narciso, retorico e falso quando evoca il suo Abruzzo. Dubbi anche sul suo profilo eroico. Scherno sulla sua fama di iettatore ” I soldati non lo nominavano mai nelle loro canzoni e al sentirlo nominare si toccavano le stellette. Del resto amava circondarsi di decori funebri, di sarcofaghi, di lampade votive…”

Un libro imperdibile.

Filippo Cusumano