“Caro Proust, perdonatemi se Vi ho stroncato” Firmato Gide.
Maggio 25, 2008
Nel 1912 Marcel Proust scrive all’editore Gaston Gallimard proponendogli la pubblicazione di una parte della Recherche, che a quel tempo non aveva ancora terminato.
Il manoscritto viene affidato ad Andrè Gide. condirettore della prestigiosa rivista che era il fiore all’occhiello della casa editrice, la “Nouvelle Revue Francaise”.
Gide aveva conosciuto Proust circa vent’anni prima, a casa di Gabriel Trarieux, poeta simbolista.
Lo aveva classificato subito come uno snob. Negli anni successivi, leggendo i suoi articoli su “Le Figaro”, aveva continuato a pensare a lui come ad un mondano dilettante, come ad un letterato di piccolo cabotaggio, di quelli che lo stesso Proust anni dopo avrebbe collocato nel salotto della sua Madame Verdurin.
E’ partendo da questo radicato pregiudizio che Andrè Gide affronta il compito di valutare il manoscritto di Proust.
Che respinge.
Con il risultato di costringere l’autore della Recherche a rivolgersi all’editore Bernard Grasset che accetta di pubblicare “Dalla parte di Swann” nel novembre del 1913.
Due mesi dopo la pubblicazione dl volume arriva a Proust una lettera di scuse di Gide che incomincia così:
Mio caro Proust
Da qualche giorno non lascio più il vostro libro; me ne sazio con diletto, mi ci sprofondo. Ahimè! Perchè deve essermi così doloroso amarlo tanto?..Aver rifiutato questo libro rimarrà il più grave errore della Nouvelle Revue Francaise e ( poichè ho la vergogna di esserne in gran parte responsabile) uno dei rimpianti, dei rimorsi più cocenti della mia vita.
Segue una aperta e quasi incredibile confessione delle modalità con le quali ha esaminato il manoscritto decidendo di scartarlo:
“Non avevo a disposizione che uno solo dei quaderni del vostro libro, che aprii con mano distratta, e la sfortuna volle che la mia attenzione cadesse subito nella tazza di camomilla di pag. 62, poi inciampasse a pag.64 nella frase ( la sola del libro che non so spiegarmi) in cui si parla di una fronte da cui traspaiono le vertebre”
La lettera si chiude con una supplica:
“Non me lo perdonerò mai- ed è soltanto per alleviare un poco il dolore che mi confesso a voi questa mattina- supplicandovi di essere più indulgente con me di quanto sia io stesso”
E’ noto poi come andarono le cose: la Nouvelle Revue Francaise, per il tramite di Gide, offrì a Proust di riscattare il primo volume da Grasset e di pubblicare i volumi successivi.
Da quel momento fino alla morte di Proust, avvenuta nel 1922, tra i due scrittori si intreccia un carteggio di grande intensità, pieno di riflessioni sulla vita e sulla scrittura.
Se ne può prendere visione leggendo il volume “Marcel Proust- Lettere a Andrè Gide” ( casa editrice SE- tascabili classici).
La cosa più interessante del volume è l’appendice che contiene un articolo di Gide apparso nel 1921 sulla Nouvelle Revue.
Ormai definitivamente conquistato dalla Recherche, Gide si lancia in un commento molto impegnativo: nessuno scrittore come lui, dice, ci ha arricchito.
Segue un’immagine che ci descrive meglio di ogni altra la grandezza di Proust.
Leggere Proust, ci spiega Gide, è come, quando si ha la vista debole e si ricevono finalmente in dono degli occhiali.
“Cominciamo a percepire improvvisamente il particolare dove fino a quel momento ci appariva soltanto una massa [....]. Proust è uno il cui sguardo è infinitamente più sottile e più attento del nostro, è uno che ci presta questo sguardo per tutto il tempo che lo leggiamo. [...] Grazie a lui noi immaginiamo di avere sperimentato noi stessi quel particolare, lo riconosciamo, lo adottiamo ed è il nostro personale passato che una simile abbondanza viene ad arricchire.
I libri di Proust, conclude Gide, agiscono come le sostanze che si versano su “quelle lastre fotografiche semivelate che sono i nostri ricordi”,facendone emergere poco alla volta volti, sorrisi, ricordi che “il tempo aveva trascinato con sè nell’oblio”.
La lettura di quest’articolo, con il suo tono di autorevole e definitiva consacrazione, arriva a Proust come “un bellissimo regalo di Natale fatto ad un bambino ( “sia pure molto vecchio”) o come “un miracoloso uovo di pasqua”.
Ogni frase -scrive Proust a Gide-è stata per me un incanto[...]. Ad ogni riga, mi dicevo: “Non è possibile che mi sia riservato qualcosa di stupendo”. Ma alla riga successiva il mago mi riportava un nuovo dono, e in quale forma! la più bella, la più sapiente, la più naturale che io conosca“.
Proust in love
Febbraio 8, 2008
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William C. Carter Proust in love, trad. S. Marchegiani, p.295, Castelvecchi, Collana I timoni
“Appena entrata in camera mia, Albertine saltava sul mio letto, e, qualche volta, si metteva a definire il mio tipo di intelligenza, giurava in un impeto sincero che avrebbe preferito morire piuttosto che lasciarmi. Erano i giorni in cui, prima di farla entrare, mi ero rasato”
( Marcel Proust- La prigioniera)
Proust ci dice, sommessamente, che Albertine prova tanto trasporto per il suo ragazzo perchè lui quella mattina si è appena rasato e lei adora la pelle liscia.
Dunque l’ intelligenza dell’amato conta poco nel suo entusiasmo.
Se lui decidesse di non radersi mai più, lei potrebbe lasciarlo domani.
Spesso l’amore scaturisce da qualcosa che noi stessi non siamo in grado di discernere e sparisce all’improvviso per motivi che ci sfuggono.
Pochi scrittori hanno approfondito questo tema con la sensibilità e l’intelligenza di Proust.
Pochi autori come lui hanno abbondantemente attinto dalla propria vita amorosa per farne materia di racconto.
Opinione che si rafforza una volta di più leggendo “Proust in Love” una biografia saggio di William Carter che analizza la vita erotica e sentimentale di Proust.
Impossibile non collegare i personaggi del romanzo con le persone che ebbero un ruolo nella vita dello scrittore .
Interessante, ad esempio, a proposito di amore e disamore, quanto ci racconta Carter a proposito di un segretario arruolato da Proust negli ultimi anni della sua vita, un certo Rochat, nel quale sono riconoscibili alcuni dei tratti di Albertine ( anche se, come è noto, il modello principale di Albertine è Alfred Agostinelli, morto qualche anno prima in un incidente di volo, anche lui al servizio di Proust, come autista segretario).
Proust prende in casa Rochat per utilizzarlo come dattilografo.
Gli chiede di leggergli ad alta voce le bozze della Recherche per poi dettargli correzioni o integrazioni del testo.
Ma lui legge così male, che alla fine Proust preferisce far da sè.
Non se la sente di licenziare il suo pupillo, che rimane nell’appartamento occupandone una stanza e impiegando il suo tempo nella produzione di mediocri dipinti.
Proust che all’inizio, preso dal giovane, ne apprezza anche il candore e l’ignoranza e perfino una certa rozzezza di modi, quando l’infatuazione passa, non sopporta più nemmeno la sua vista, fino al punto di brigare con un amico per procurargli un posto in banca niente meno che a Buenos Aires.
In una lettera ad un amico, ci dice Carter, Proust esprime tutta la sua meraviglia per essere riuscito a trovare un’occupazione soddisfacente per Rochat in un posto lontano.
“Una vera impresa da parte mia, visto e considerato il tipo che è” scrive Proust:passata l’infatuazione, ha preso sopravvento il sarcasmo.
Filippo Cusumano