Chi mi ha visto ?
Dicembre 7, 2008
CHI MI HA VISTO?

Ady Endre, Poesie, a cura di Umberto Albini, Quaderni della Fenice 31, Guanda 1978
Ungaricamente prima il cognome: Ady, e poi il nome: Endre. La letteratura ungherese non è certo tra i primi posti nei pensieri delle case editrici nostrane, lo è stata per un po’ – solo per un po’, ma era già qualcosa – nel passato, quando il mondo del libro era governato da altre logiche. Il volume in questione, pubblicato da Guanda trent’anni or sono, probabilmente è l’ultima edizione monografica italiana dedicata a Ady Endre. Trovarla e possederla è un’impresa da palombari nell’oceano di magazzini, cantine e soffitte di estimatori estinti, remainders, bancarelle polverose. Escludo intenzionalmente le biblioteche, che gelose non la cederanno mai, e le aste web perché cercare tesori è un’arte diversa dallo schiacciare un tasto ed attivare una carta di credito, ma chi volesse a tutti i costi questa rarità, come ultima spiaggia può provarci su Internet.
Qui pertanto si parlerà non di un libro in vetrina, ma di un libro che non c’è più, uno dei tanti(ssimi) usciti fuori dal catalogo, per morire chissà dove, banditi dal commercio librario, per vivere liberi nel limbo di mitologiche congetture che affascinano i dotati di immaginoso talento.
Perché in questo libro, con testo ungherese a fronte, si respirava tutto il fascino di un momento letterario epocale in un Paese che noi occidentali abbiamo sempre collocato nel fantastico esotico o guardato attraverso le lenti dell’esotismo, un’isola turanica nel cuore dell’Europa, praterie sconfinate e nitriti di cavalli, scorrerie e solitudine, come in questi versi di Sándor Petöfi tradotti da Quasimodo: Quando al tramonto posa stanca l’aria / pallide nebbie oscillano sul piano / e nascondono appena / l’ombra del brigante. / Sul cavallo sbuffante torna al rifugio notturno / con un lupo alle spalle e un corvo sulla testa.
Cosa accadde in Ungheria, anzi: in quella parte dell’Imperial Regio dominio smisurato e austroungarico, nel 1906? Accadde che la poesia e la letteratura magiare non furono più le stesse di prima, e l’innovatore dissacrante e dirompente responsabile di questo cataclisma si chiamava Ady Endre, degli Ady di Érmindszent, distretto di Szilágy (oggi in Romania), colà nato il 22 novembre 1877 in una famiglia di nobili, decaduti, calvinisti, e infine poveri, nato con sei dita per mano, segno tangibile di eccezionalità, come nelle migliori saghe sulla nascita di uomini straordinari o destinati a grandi imprese. L’ostetrica si affrettò a tagliare i due obbrobri (figurarsi cosa potevano evocare in una famiglia calvinista dell’800 quelle anormalità…), ma Ady ne fece un vanto e mostrò sempre fieramente le sue cicatrici magiche (notizia ripresa da Quel profeta ungherese “parente povero di Dio” di Nicola Crocetti, Il Giornale, 9 novembre 2008). Del resto Ady si dichiarava discendente di György Dózsa, il condottiero cinquecentesco della crociata dei servi della gleba indetta dall’arcivescovo di Strigonia contro i Turchi che avanzavano nei Balcani, il quale Dózsa divenne il capopopolo di una guerra sociale contro i possidenti magiari e fu sconfitto all’assedio di Temesvár nel luglio 1514, e quindi condannato al supplizio su un trono rovente. E non lo diceva per celia o per infatuazione romantica, Ady, bensì per evocare rivolte, per essere lui stesso rivolta vivente, da ribelle e anticonformista quale era e per di più afflitto da doloroso fatalismo tristemente magiaro:
Belva di spente età, mi bracca l’orrore,
sono arrivato da te
attraverso rovine di mondi,
e attendo, insieme a te, atterrito.
Socialista contro il potere borghese e sprezzante aristocratico contro la massificazione e la volgarità; antinazionalista contro militaristi e perbenisti, ma nazionalista contro l’antipatriottismo dei progressisti; vate eretico contro clero e baciapile, ma religioso e profetico contro una civiltà danarosa che si andava svuotando di ogni slancio mistico e spirituale; artefice e maestro di un nuovo corso poetico e letterario, ma insofferente dello stuolo di poeti e scrittori che a lui si richiamavano e che lo imitavano; polare e distante, ma che vorrebbe essere amato e appartenere a qualcuno; un uomo di luce e nato per la luce, ma nascosto nella nebbia, nella palude della tetra terra magiara, eppure consapevole di incarnare la meraviglia di questa palude, superbo e indomito nell’attendere il mattino che scioglie le ombre.
Tutte queste sue ambivalenze, le quali contribuivano a marcare il profilo immorale e decadente (molto debitore dei simbolisti francesi) che di lui tracciavano i benpensanti, oltre ad essere sintomo di una personalità libera, incoercibile ed irriducibile ad ogni rassicurante categoria, sono al tempo stesso espressione dell’inquietudine magiara di quegli anni, di quella sofferta mescolanza di tramonto e di futuro, come scrive Claudio Magris in Danubio: “Così la grande avanguardia culturale ungherese del primo Novecento è stata una mescolanza di tramonto e di futuro, i nuovi ordini della musica di Bartók e l’autolesivo triangolo di Endre Ady, Ödön Diósy e la loro Leda, femme fatale e vittima come molte donne fatali, con i suoi capelli tinti d’azzurro e le narici tinte di rosso come le valve d’una conchiglia, protagonista di una storia amorosa fin de siècle e rétro, ma di cui la poesia di Ady ha portato alla luce e cantato un nucleo di lancinante verità.”
Léda, al secolo Adél Brül, ricca e bella moglie di un facoltoso commerciante, è la Musa ispiratrice di Ady Endre, colei che se lo porta via fino a Parigi e gli fa conoscere i fermenti culturali che brulicano in Occidente. A Parigi Ady Endre ci resta per un anno intero, poi torna in Ungheria, lavora come redattore del Budapesti Napló, quindi nel 1906, l’anno fatidico di cui si diceva prima, pubblica, a distanza di dieci anni dalla sua prima poesia stampata su un giornale di provincia, il suo terzo volume di versi, Új versek (Poesie nuove). E il nuovo lo iniziano veramente. Ady sconvolge i placidi schemi letterari fino ad allora vigenti e pedissequamente replicati in Ungheria, attraverso versi arditi ed ardenti, sia che celebrino un futuro rosso e rivoluzionario con voce di bombe chiamando la distruzione, sia che parlino scandalosamente d’amore, amore fisico, sensuale, carnale, di labbra blu e calore di donne scirocco e mari di peccati, sia che intendano risvegliare una volontà di potenza, volontà stagnante, assetata di dighe, sia pure con parole miscredenti per credere in Dio, sia infine con grido di profeta lungimirante dei destini della patria e del popolo ungheresi.
Le influenze della cultura occidentale respirata a Parigi si amalgamano con i temi nazionali della magiarità tonificata da un geniale vigore espressivo che si avvale, tra l’altro, dell’antico linguaggio biblico ungherese e di audaci neologismi: tradizione e futuro, il glorioso passato del popolo magiaro e l’aurora modernista/futurista del domani.
L’attuazione culturale e politica di questo personalissimo slancio avanguardistico è la rivista di battaglia Nyugat (Occidente), di cui Ady Endre sarà ispiratore e redattore, insieme ad altre celebri firme della letteratura magiara: Gyula Juhász, Árpád Tóth, Mihály Babits, Béla Balázs.
Ady Endre, che non è solo poeta, ma anche saggista ed autore di novelle, attraversa imperterrito tutte le esperienze intellettuali, e molto meno imperterrito la sua esistenza tormentata, i suoi amori, gli abbandoni e le infatuazioni, passa in mezzo anche alla Grande Guerra e al dissolvimento della Grande Ungheria, senza tuttavia poter vedere quella rossa rivoluzione che aveva profetizzato e dalla quale, probabilmente, sarebbe stato deluso, da anarchico messia tristemente magiaro quale era, spegnendosi il 27 gennaio 1919.
Da qualche parte lasciò scritto che voleva essere ignorato, come una domanda dimenticata e senza risposta, e rimanere segreto a tutti. Pare che il mondo editoriale italiano l’abbia preso in parola, visto che sono sparite le traduzioni delle sue opere e nessuno si dà briga di rieditarlo, se non annegato in un mare di poesia altrui, con ciò facendogli più dispetto che onore.
Da parte mia, invaghito delle steppe congiunte al cielo e degli orizzonti illimitati, stregato da una lingua misteriosa ed asiatica, di cui balbetto appena la pronuncia dell’alfabeto, attratto dagli artisti ignorati dalla moda attuale, ho voluto ricordarlo.
Del resto, caro Endre, proprio come te, sono certo che
Verranno giorni migliori
Beato chi li vedrà.
Mauro Del Bianco
Le carte dell’inglese
Maggio 9, 2008
ITINERA PICTA: ANGOLA
La mappa del tesoro di Ruy Duarte de Carvalho, Le carte dell’inglese,
La Nuova Frontiera, Roma 2007
Angola, terra africana che evoca alla memoria corta lutti e massacri dovuti ad una crudele guerra coloniale e ad una efferatissima guerra civile, ma che la memoria lunga conosce invece come terra di mistero e di avventura, quando il dominio effettivo dei portoghesi era limitato alla costa e da São Paulo de Luanda e da Cassengue partivano incontro al ruggito dell’ignoto le spedizioni di esploratori e pombeiros diretti al mitico regno del Kazembe e agli avamposti mozambicani di Tete e di Sena, quando il Mozambico si chiamava ancora Rios de Sena, tagliando in due l’Africa Australe lungo sentieri aperti nella savana a colpi di catana, piste che chiamare strade era allora usuale, per quanto oggi appaia di un’inadeguatezza commovente, prima che Cecil Rhodes e gli inglesi si impadronissero dei regni africani dell’interno protetti dallo spazio incalcolabile e fondassero la Rhodesia.
Angola, terra di tesori, di ineffabili rovine archeologiche, di regine orgogliose, come la leggendaria Ginga Bandi, di genti bellicose, Jagas e Bailundos, che procacciavano schiavi ai portoghesi per le piantagioni del Brasile, di savane foreste e deserti, di fauna africana al gran completo, patrimoni d’avorio e di pelli maculate che attirarono cacciatori e bracconieri, di miniere di diamanti e oro che sedussero sognatori e furfanti.
Alla confluenza del Cuando e del suo affluente Lomba, presso la frontiera rhodesiana (oggi confine con lo Zambia), un triangolo di terra chiamato dagli inglesi criminal corner, poiché là si rifugiavano tipi poco raccomandabili, e dal capitano Galvão la fine del mondo, è lo scenario di solitudine dove si conclude, negli anni ‘20 del XX secolo, l’amara e sanguinosa esistenza di un inglese le cui carte passate di mano in mano, mani bianche e mani nere, spingono alla ricerca un antropologo autore di una storia in forma epistolare, destinata ad una misteriosa destinataria:
“e se (…) invece di propormi di scrivere per qualcuno, per molti qualcuno, mi limitassi, semplicemente e con grande umiltà, a scrivere a qualcuno? Cosa è necessario in fondo per scrivere, se non credere che ne vale la pena perché c’è un destinatario?” (p. 24).
L’autore, Ruy Duarte de Carvalho, è un angolano bianco. Nel 1975, dopo tre lustri di guerra coloniale, il nuovo governo portoghese insediato a Lisbona dalla Rivoluzione dei Garofani negoziò con i movimenti di guerriglia l’indipendenza dell’Angola e del Mozambico e il ritiro delle truppe. Quasi tutti i portoghesi e gli altri bianchi residenti abbandonarono l’Africa, non senza traumi e ribellioni al trattato che venne percepito come un tradimento da parte della madrepatria. In Angola, contrariamente all’esodo massiccio dei coloni provocato dal timore di ritorsioni e della perdita dei beni (dei tre movimenti indipendentisti: MPLA, FNLA, UNITA, aveva vinto quello di ideologia marxista, l’MPLA di Agostinho Neto, sostenuto da sovietici e cubani), qualcuno decise di rimanere per credere nella speranza di una nuova patria comune o nell’utopia di una democrazia popolare, o per quel mal d’Africa che ormai gli era entrato nel sangue e nell’anima. Così fu per Ruy Duarte de Carvalho, benchè fosse nato in Portogallo nel 1941 e si fosse trasferito con la famiglia in Angola quando era bambino. Oggi Ruy Duarte de Carvalho, che da allevatore e agronomo è diventato antropologo, poeta e regista cinematografico, è uno dei maggiori scrittori di lingua portoghese.
Os Papéis do Inglés è stato pubblicato nel 2000 ed è una delle poche opere di narrativa dell’Autore, che ha all’attivo piuttosto una notevole produzione poetica e saggistica. Lo stile è particolare, poroso come lo definisce Livia Apa, nel senso che fonda un’osmosi di linguaggi: poetico, narrativo, saggistico, cinematografico, e un’osmosi di contesti, temi e diegesi, in una:
“(…) volenterosa intenzione di esplorare contiguità che mi sembravano interessanti ed evidenti, tra questa storia – e il modo in cui era trattato il protagonista – e la mia stessa ricerca delle carte dell’Inglese e di mio padre. Un intreccio unico, cioè, che si sviluppava attraverso vari leit-motifs, compreso quello dei tesori” (p. 126).
Il fascino avventuroso di questo romanzo, che non scivola nel pur facile esotismo e manierismo, è infatti la confluenza di personaggi, accadimenti e tempi diversi che non hanno un legame diretto con la storia principale, ma contribuiscono a formarla, non per sottrazione, come di solito avviene in letteratura, ma per addizione, secondo un percorso che sembra tracciato dal destino:
“(…) tutti questi materiali mi sono venuti incontro, non sono stato io a cercarli” (p. 145).
S’innestano così la storia del capitano Henrique Galvão, che nel gennaio del 1961 compie un clamoroso e piratesco gesto di protesta nei confronti della dittatura salazarista assaltando in alto mare il transatlantico Santa Maria della Compagnia Coloniale di Navigazione; la storia del falsario Artur Virgilio Alves (dos) Reis, che nel 1924 ottenne con l’inganno la stampa di migliaia di autentiche banconote da 500 escudos, personaggio la cui stoffa per il falso e la finzione impressionò perfino Fernando Pessoa e fa dire all’Autore: “Mi sembra solo strano che Hollywood non abbia mai, che io sappia, preso spunto da questa storia favolosa” (p. 59), (forse Hollywood no, ma la RAI sì, qualcuno ricorderà infatti Accadde a Lisbona, sceneggiato in tre puntate girato nel 1974 da Daniele D’Anza su una sceneggiatura di Luigi Linari, con un gigantesco Paolo Stoppa nei panni di Reis); resoconti, più o meno fantasiosi, di viaggi di marinai inglesi del XVII secolo; leggende di tesori di re egiziani, di cercatori d’oro brasiliani sull’altopiano di Huambo, del re zulu matebele Lobengula; le rovine di città perdute; perfino una casa in Baker Street, non lontana da quella di Sherlock Holmes; le citazioni letterarie e l’Africa di Conrad, Céline, Hemingway; le tradizioni sociali e magiche delle etnie africane; le riflessioni sull’Angola contemporanea, sui retornados, sugli errori del passato e le viltà del presente, sulle illusioni, su ciò che è importante nella vita, che la rende degna di essere vissuta: la ricerca di un tesoro, del tesoro che nascondiamo nel cuore.
La sollecitudine di Ruy Duarte de Carvalho per l’Africa e per l’Angola è un affetto vero, è tentativo di capire, cercare, sapere e non di spiegare, che in fin dei conti vuol dire determinare, cioè limitare. L’Autore si considera infatti proveniente de um tempo circular liberto de estações, “da un tempo circolare libero da recinzioni” (Venho de um sul, da A decisão da idade, 1976, trad. Adelina Aletti), che è la dimensione temporale della ricerca, dove tutto si ripresenta ogni volta soffuso di nuova luce, per fondare nuovi viaggi, nuove promesse, nuove scoperte.
La storia narrata da Ruy Duarte de Carvalho sarebbe piaciuta molto a Hugo Pratt. Chissà quali magnifiche tavole avrebbe disegnato.
Mauro Del Bianco
“Lettera al Padre” di Franz Kafka
Dicembre 18, 2007
“Lettera al Padre” di Franz Kafka
Edizioni SE- Collana Piccola Enciclopedia
E’ impossibile capire Kafka senza scandagliare il suo rapporto con il padre.
Questo doloroso e tormentatissimo rapporto è all’origine del sentire di Kafka nei confronti delle cose della vita ed è la sorgente dalla quale scaturiscono, direttamente o indirettamente, tutti i temi della sua opera letteraria.
Il sentimento che domina lo scrittore quando pensa al padre è la paura.
“Caro papà, recentemente ti è capitato di chiedermi perché affermo che avrei paura di te. Come al solito non ho saputo risponderti, in parte appunto per la paura che mi incuti, in parte perché motivare questa paura richiederebbe troppi particolari, più di quanti riuscirei a riunire in qualche modo in un discorso”
Così inizia una lunghissima lettera di oltre sessanta pagine che nel 1919 Franz Kafka scrive al padre, senza poi trovare il coraggio di consegnarla al destinatario.
La lettera ripercorre la storia di un rapporto assolutamente squilibrato tra un padre troppo forte ed un figlio troppo debole.
E’ una lotta impari. Da una parte c’è “un vero Kafka in quanto a voce, in quanto a forza, salute, appetito, potenza di voce, capacità oratoria, autosufficienza, senso di superiorità, tenacia, presenza di spirito, conoscenza degli uomini, e per una certa generosità, naturalmente con tutti i difetti e le debolezze tipici di questi pregi, verso i quali ti spingono il tuo carattere e, a volta, la tua irascibilità.”
Dall’altra c’è un bambino “pauroso” e “testardo” anche se “non indocile”, più che un Kafka un Lowy ( cognome della madre): “non mosso dall’impulso vitale, affaristico, combattivo dei Kafka, bensì da un pungolo lowyano, che agisce più nascosto e timoroso, quando non manca del tutto” .
Un bambino che desidera con tutto se stesso l’affetto del padre, ma che non ha il cuore di conquistarselo: “non tutti i bambini hanno la resistenza ed il coraggio di cercare a lungo l’affetto fino a trovarlo”.
Non mancano gli eventi traumatici. Una notte il piccolo Franz piagnucola per avere dell’acqua. Il padre, infastidito dalle sue lagne, irrompe come una furia nella sua stanza, lo afferra e lo porta sul ballatoio lasciandolo lì per un certo tempo in camicia da notte, in piedi vicino alla porta chiusa.
“Ancora dopo anni mi impauriva la tormentosa fantasia che l’uomo gigantesco, mio padre, l’ultima istanza, potesse arrivare nella notte senza motivo e portarmi dal letto sul ballatoio, e che dunque io ero per lui una totale nullità” .
Il dialogo risulta impossibile tra i due. Non appena il figlio si azzarda a coltivare un pensiero non collimante con quello del padre, è subito investito dalla pesantezza dei suoi giudizi negativi.
Ogni volta che Franz è entusiasta di un’esperienza e cerca di condividerla, la reazione è sempre la stessa: sufficienza ( “ho visto di meglio”), sarcasmo (” se i tuoi pensieri son tutti qui”) fastidio (“ho altro per la testa io!). E’ sufficiente che Franz esprima simpatia, ammirazione o anche semplice interesse per qualcuno ed ecco che il padre è già pronto a caricare quella persona di insulti, calunnie e denigrazioni senza alcun rispetto per il giudizio del figlio.
Schiacciato dalla personalità del padre, Kafka finisce per diventare insicuro:
“Lo ripeto per la centesima volta: probabilmente sarei diventato un un uomo poco socievole e ansioso, ma da questo al punto in cui sono arrivato il percorso è ben più lungo e oscuro [....] avevo perso la fiducia in me stesso sostituendola con un immenso senso di colpa” .
Il matrimonio diventa per Kafka lo strumento con i quale tentare di chiudere la partita.
Il matrimonio diventa nell’immaginazione dello scrittore “una garanzia di liberazione assoluta, di indipendenza” il simbolo della parità raggiunta con il padre: “Io avrei una famiglia, vale a dire la meta più alta che a mio avviso si possa raggiungere, una meta che tu hai raggiunto, e quindi saremmo alla pari”.
Sembra possibile superare attraverso il matrimonio anche il senso di colpa: “Diventerei un figlio libero, riconoscente, incolpevole, sincero e tu diventeresti un padre rasserenato, non dispotico, comprensivo, soddisfatto” .
Ad attrarre verso il matrimonio Kafka, oltre al desiderio di “saldare i conti” con il padre c’è anche il timore della solitudine, il desiderio di essere circondato da premure, assistito ed accudito.
Illuminanti a tale riguardo sono le parole di un brano del 1911 “L’infelicità dello scapolo”:
“Pare così duro, restar scapolo, e da vecchio, con grave diminuzione della propria dignità, chieder ospitalità, quando si vuol passare una sera in compagnia, esser malato e dall’angolo del proprio letto per settimane intere contemplare la propria stanza vuota, congedarsi dalla gente sempre davanti al portone di casa, non spingersi mai su per le scale colla propria moglie, aver nella camera solo porte laterali che conducono in quartieri altrui, portare la cena a casa in una mano, guardare ammirato i figlioli degli altri…[....] sull’esempio di uno o due scapoli come appaiono nei ricordi d’infanzia”
Ma la strada del matrimonio che sembra così doverosa oltre che naturale e addirittura necessitata si rivela impercorribile.
A sbarrargli la strada verso questo obiettivo c’è in primo luogo un sentimento di forte inadeguatezza. Nell’unione del padre con la madre non può non riconoscere “un modello valido sotto molti aspetti, esemplare per fedeltà, aiuto reciproco, numero dei figli” .
Kafka sente di essere privo delle doti del padre che sono state il punto di forza della buona riuscita di quel matrimonio, che non può fare a meno di ammirare. Doti come “forza, disprezzo del prossimo, buona salute e una certa smodatezza, talento oratorio e inadeguatezza, fiducia di sé e insoddisfazione verso gli altri, senso del dominio e tirannia, conoscenza degli uomini e diffidenza nei confronti della maggior parte di essi e infine anche qualità prive di difetti come solerzia, tenacia, presenza di spirito, imperturbabilità”
Ma non è solo il senso di inadeguatezza quello che porta Kafka a fuggire dal matrimonio.
Il desiderio di fuga dal padre lo ha portato a costruirsi nel tempo un rifugio che all’inizio era la lettura, successivamente è diventato la scrittura.
Lo scrivere , per Kafka, è quindi uno strumento attraverso il quale conquistarsi autonomia.
Un tentativo che Kafka teme condannato all’insuccesso , ma che egli sente di dover tenere alla larga da ogni possibile pericolo.
Preferisce “il passero in mano alla colomba sul tetto” ( secondo un vecchio tedesco che equivale al nostro “meglio un uovo oggi che una gallina domani”). Anche se si rende conto, vista la difficoltà di affermarsi come scrittore di non avere in mano nulla.
“In mano non stringo nulla, sul tetto c’è tutto, eppure- così hanno deciso le condizioni della lotta e le necessità della vita – io sono costretto a scegliere il nulla”.
Insomma desidera fuggire dal carcere, ma il matrimonio gli sembra portare con sé il rischio di un altro carcere, mentre letteratura sembra almeno potergli offrire, come dice Pietro Citati nel suo bellissimo “Kafka”, “una fuga grandiosa verso l’infinito”.
Filippo Cusumano
Alessandro Baricco, Castelli di rabbia, Rizzoli 1991