Amal: la storia e le speranze racchiuse nel nome di una donna araba

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Ogni mattina a Jenin è il romanzo d’esordio di Susan Abulhawa, scrittrice palestinese che ha consacrato la vita alla testimonianza del conflitto arabo-israeliano. Nata da una famiglia costretta ad abbandonare la propria terra in seguito alla Guerra dei Sei giorni, Susan trascorre l’infanzia in un orfanotrofio di Gerusalemme per poi fuggire negli Stati Uniti, dove riesce a studiare e a laurearsi in scienze biomediche. Nonostante la guerra le abbia sottratto qualsiasi tipo di contatto duraturo con la propria nazione d’origine, ella si mantiene un’energica testimone degli eventi che dal 1948 dilaniano un’ormai esausta Palestina, terra di olive,  poesia beduina e seducenti melodie arabe,  le quali fanno da sfondo alle vicende che animano questo romanzo, un brulichio di colori e di persone che proiettano da subito il lettore nell’immaginario dell’autrice. Così, fin dalle prime descrizioni e dai primi ritratti, si ha l’impressione di camminare tra le viuzze polverose di Gerusalemme, di danzare al ritmo delle antiche ballate arabe o di fumare tabacco al miele e mele al suono trascendente dell’ adhan.

Il romanzo ripercorre le fasi del conflitto attraverso la voce di Amal,  bambina araba nata nel campo profughi di Jenin: Amal con la seconda vocale lunga, in quanto con la vocale breve ha il significato di ‘speranza’, mentre la lunga indica ‘speranze, sogni in quantità’.  Il nome della giovane protagonista evoca la tragedia della deportazione e  racchiude  il miraggio del popolo palestinese, ideatore di sogni che gli Occidentali tingerebbero coi colori sbiaditi dell’ordinarietà,  come quello di riuscire a calpestare la terra dei propri avi o di poter anche soltanto scorgere  il mare, quel mare che gli Arabi, residenti in quelle terre da secoli, avevano chiamato ‘il figlio della Palestina’.  Al contrario i bombardamenti, gli eccidi e le torture, descritti con vivace efficacia dall’autrice, contribuiscono giorno dopo giorno a svuotare l’energia fonologica di quel nome, Amal, secondo un processo interiore che la porterà, durante il lungo soggiorno negli Stati Uniti, a tagliare ogni ponte col passato facendosi chiamare Amy, il nome senza la speranza.

Quando parlo dei libri non amo soffermarmi  molto sulla trama, quanto piuttosto sulle sensazioni che essa evoca, nonché sul sapore che ci si ritrova in bocca ogni volta che si chiude un libro e si resta per qualche secondo lì a guardarlo, un po’ con la stessa solenne consapevolezza che abbiamo quando si conclude una fase importante della nostra vita, che ci ha accresciuti e arricchiti interiormente. Ciò accade perché la trama di un libro è uno sterile argomento di discussione: essa rimane sempre la stessa, mentre l’interpretazione, le chiavi di lettura e gli spunti di crescita personale appartengono soltanto al lettore, che in questo processo diventa esso stesso poeta e romanziere, inoltre dipendono dal periodo e dalla predisposizione mentale  con cui egli si approccia all’opera stessa. Ciò che noi ci aspettiamo dalla lettura è infatti che ci schiuda le porte di un universo di interpretazioni, che ci dia quindi la criticità necessaria a sceglierne una e a lasciare che ci arricchisca.

Ecco, quando ho terminato Ogni mattina a Jenin e l’ho riposto sopra al comodino sono state due le sensazioni che ho percepito e che per sempre, ogni volta che saranno suscitate da un’altra circostanza, mi condurranno per associazione di idee a questo romanzo. La prima evoca i colori, i canti e le atmosfere del Medio Oriente e deriva probabilmente dal fascino che  da sempre subisco  dalla cultura araba. Lo avverto soprattutto durante l’occasionale ascolto dei canti religiosi, estenuanti grida di amore che pervadono anima, cuore e mente. Le allusioni continue al grido «Allahu Akbar» emesso dagli altoparlanti delle moschee mi ha ricordato l’esplosione di misticismo e la sospensione temporale che all’ora della preghiera invadono le vie dei borghi, inducendo anche gli occidentali a fare i conti con una spiritualità perduta da tempo.  Per questo cercavo un libro che raccontasse il Medio Oriente. L’occhio mi è caduto su Ogni mattina a Jenin, e nonostante trattasse un argomento più profondo e delicato di quello che avevo previsto di affrontare, ho accolto la sfida con piacere,  attratta anche dall’idea di gettare uno sguardo su questa realtà attraverso gli occhi di un’autrice araba donna.

La seconda sensazione riguarda direttamente le reazioni dei protagonisti alla tragedia della guerra. Non mi permetto di darne un’interpretazione soddisfacente, né sarebbe adeguato cercare di rintracciare un colpevole in questa sede,  posso solo limitarmi a constatare ciò che mi ha colpito. Mi riferisco in particolare alla disarmante corazza d’indifferenza che l’autrice cita per descrivere lo stato d’animo delle vittime in seguito ad anni di oppressione. Ciò che sconvolge è infatti il constatare l’esistenza di un limite, oltrepassato il quale la reazione normale ad una tragedia non è più un urlo straziante, né tantomeno un grido di dolore, quanto piuttosto una totale incapacità di provare delle sensazioni forti, siano esse di gioia o di disperazione. Questo non è sinonimo di resa, si tratta al contrario di un tenace istinto di sopravvivenza che porta inconsciamente la protagonista a rendersi del tutto immune ai sentimenti, al fine di  allontanare ogni ulteriore ed eventuale sofferenza. Paradossalmente, in questo processo all’apparenza innocuo, si racchiude un’altra piccola, grande tragedia.

A questo punto, prima di trascrivere un passo del libro, vorrei riportare un’informazione appresa non molto tempo fa a Firenze, durante il Festival del cinema mediorientale: in arabo il verbo viaggiare ha la stessa etimologia di un altro che significa letteralmente togliere il velo. Non si tratta di una coincidenza ma dell’invito, insito nella lingua fin dalle origini, a rimuovere il velo dei pregiudizi ogni volta che ci si avvicina ad un’altra cultura, sia che questo processo avvenga tramite un viaggio fisico, sia che accada attraverso un libro o un film.

«Ho sempre trovato difficile non commuovermi alla vista di Gerusalemme, anche quando la odiavo – e Dio sa quanto l’ho odiata, per il suo immenso costo di vite umane. Ma la sua visione, da lontano o da dietro il labirinto delle mura, mi trasmette sempre un senso di dolcezza. Ogni centimetro di questa città racchiude i segreti di civiltà antiche, le cui morti e tradizioni sono impresse nelle sue viscere e nelle macerie che la circondano. I glorificati e i condannati hanno lasciato le loro impronte sulla sabbia. E’ stata conquistata, distrutta e ricostruita così tante volte che le pietre sembrano possedere una vita donata loro dagli eterni bilanci di preghiere e sangue. Eppure, in qualche modo, Gerusalemme trasmette umiltà. In me suscita un innato senso di familiarità – l’indubbia,irrefutabile sicurezza palestinese di appartenere a questa terra. Mi possiede, indipendentemente da chi la conquista, perché il suo suolo è il custode delle mie radici, delle ossa dei miei antenati. Perché conosce i desideri segreti che hanno infiammato i letti delle mie progenitrici. Perché io sono il frutto naturale del suo passato ardente e burrascoso. Sono figlia di questa terra, e Gerusalemme mi rassicura di questo titolo inalienabile molto più degli atti di proprietà ingialliti, dei registri catastali ottomani, delle chiavi di ferro delle nostre case rubate, di tutte le risoluzioni o i decreti che potranno emanare l’Onu o le superpotenze.».

Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin.

 

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Specchio delle mie trame ( uno straordinario libro di interviste a 10 scrittori italiani)

C’è un tema assai dibattuto in letteratura: in che misura è giustificato l’interesse per la vita di uno scrittore?
Conoscere traumi dell’infanzia, vicissitudini amorose, rovesci economici,disturbi digestivi e difficoltà respiratorie di un poeta o di un romanziere ci mette in condizione di capire ed interpretare meglio al sua opera?

C’è chi dice di si’ , chi dice di no.

Una cosa pero’ è certa: che ricevere informazioni sulla vita degli scrittori – al di la’ delle chiavi di lettura che queste possono offrire o meno sulla loro opera – puo’ essere istruttivo e divertente.

E infatti molto istruttivo e divertente è il libro di Bruna Durante “Specchio delle mie trame“, pubblicato da Mimesi.

Il libro contiene dieci interviste a dieci scrittori italiani : Eraldo Baldini, Gianni Biondillo, Giancarlo De Cataldo,Giorgio Faletti, Marcello Fois, Carlo Lucarelli, Raul Montanari, Santo Piazzese, Andrea G. Pinketts, Gaetano Savatteri.

Dice Bruna Durante:

bru       “Anni fa sono andata con alcuni amici scrittori ad un festival di      letteratura in Francia e lì, lontano da casa, dalla fama (per alcuni) sono emerse le loro vere personalità .
Così ho pensato che sarebbe stato divertente far conoscere ai lettori, le loro vite, le loro famiglie di origine, ciò che pensano della vita in generale, insomma da dove nascono quelle storie, a volte terribili, che scrivono.
Ecco, se il libro è interessante ed emozionante il merito è dei miei amici scrittori.
Io ho solo trascritto ciò che loro mi hanno raccontato confidandomi i loro segreti.”
 

Diciamo subito che Bruna Durante ci sa fare.
In particolare le vanno riconosciuti due meriti: il primo è quello di essere riuscita a creare con gli intervistati un rapporto di grande confidenza ( molti di loro si raccontano a lei come si racconterebbero ad una vecchia amica, di quelle alle quali è inutile raccontare balle perchè, appena lo fai, ti sgamano subito e ti ridono in faccia).
Il secondo merito è che fa sempre le domande “giuste”.
Quelle che noi lettori vorremmo fare.

Ma, come dico sempre, un libro è come un melone, è meglio estrarne un tassello per sapere quanto è buono, piuttosto che guardarlo dall’esterno o palpeggiarlo.Così rimando tutti alla lettura di questo breve squarcio di una delle interviste del libro: quella a Raul Montanari.

E poi ditemi se non è divertente e istruttiva….

Cosa deve avere un libro per piacerti?

Fondamentalmente tre cose: o la scrittura o la storia o i contenuti. Se poi ci sono tutt’e tre ancora meglio.

Aldo Busi per esempio è uno scrittore di scrittura perché quasi non racconta storie, infatti è impossibile fare film dai suoi libri: se togli la scrittura ti rimane poco da trasportare al cinema.

Niccolò Ammaniti è uno scrittore di storie, ha fatto un grande e intelligente lavoro di sottrazione nella scrittura che caratterizza il suo stile veloce, ma è evidente che il lettore di Ammaniti è più interessato alla storia che non alla scrittura, infatti i libri di Ammaniti possono diventare film.

Poi ci sono libri e autori in cui c’è poca scrittura, poca storia ma viene detta una cosa talmente importante, talmente forte che quel libro vale la pena di leggerlo comunque, come per esempio il primo libro di Michel Houellebecq, Estensione del dominio della lotta, bruttissimo, con una storia assurda, personaggi insopportabili e una scrittura sciatta senza ancora la finezza che l’autore ha poi acquisito ma con un concetto molto originale che non avevomai trovato messo al centro di un testo narrativo con la forza con cui lo fa Houellebecq. 

Lo scopo dello scrittore è quindi quello di comunicare un’impressione che non si potrà più dimenticare?

Tutti gli scrittori sognano di riuscire a scrivere almeno un libro indimenticabile.

Per farlo ci vuole bravura, coraggio e anche fortuna ma soprattutto bisogna saper imitare il reale perché la natura fondamentale del raccontoè l’imitazione della realtà, non quella quotidiana però.

Con i mattoni del reale si costruiscono edifici narrativi che nella realtà non esistono e per questo sono così interessanti da abitare sia per lo scrittore sia per il lettore.

Anche i Formalisti russi sostenevano che l’operazione fondamentale del narratore non è raccontare la storia, ma restituire al lettore il mondo comese il lettore lo vedesse per la prima volta. 

Gli scrittori allora riescono a vedere il lato oscuro dell’umanità che gli altri non vedono?

Innanzitutto lo scrittore deve conservare lo stupore che hanno i bambini, riuscire a vedere le cose con uno sguardo vergine.  

Goethe diceva che bisogna conservare la capacità di meravigliarsi, che poi è la teoria sartriana de La nausea.

Poi ti dò due risposte: la prima è che ci sono un sacco di persone che hanno la stessa sensibilità degli scrittori, a volte anche superiore ma la differenza tra uno scrittore ed una persona che non lo è risiede nella capacità espressiva: sentire sentiamo tutti, il problema è scrivere.

L’altra risposta è che sicuramente – come diceva Thomas Mann – lo scrittore deve avere nei confronti della vita e delle esperienze che fa, che sono più o meno uguali a quelle degli altri, una distanza di osservazione in modo da poter adoperare poi quelle esperienze nella narrazione. 

Vuoi dire che lo scrittore vampirizza la propria vita e quella degli altri?

Esatto, ed è anche un vampiro schizofrenico.

La metafora perfetta del rapporto dell’artista con la propria vita non è in un libro ma in una scena del film Amadeus di Milos Forman: Mozart, tubercolotico, alcolizzato, torna a casa una mattina dopo aver gozzovigliato con gli attori con cui lavoraa Il Flauto Magico e si accorge che sua moglie Costanza se n’è andata portando con sé suo figlio.

Disperato, fa la cosa più umiliante per un uomo che è quella di andare in ginocchio da sua suocera, quella terribile suocera grassa con la faccia da Austriaca che quasi non lo fa parlare e lo aggredisce gridando:”Tu sei un mostro, un mostroooo!!”, ma mentre la suocera urla si vede Mozart che guarda la bocca della suocera inquadrata sempre più da vicino, e improvvisamente i suoi strilli diventano i gorgheggi sublimi di un’aria della Regina della Notte ne Il Flauto Magico.

Ecco, Mozart è lì nella merda più totale, eppure trasforma la merda in capolavoro. Anche a me è successa una cosa analoga. 

E cioè?

Stavo con una ragazza che mi piaceva molto, litighiamo e lei mi dimostra che sono un pezzo di merda e mentre l’ascolto, disperato, c’è un angolino del mio cervello che pensa velocemente: ”Mmh, perfetto, questo è ottimo per il dialogo tra X e Y che devo mettere nel capitolo quattro”.

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storia alternativa di un’infatuazione: tre letture di Cicerone, Livio e Polibio

Versioni_tradotte_di_CiceroneAvevo all’incirca dieci anni quando cominciai a confrontarmi con la lingua latina. Ricordo che non si trattò di un piacevole incontro, al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare da una futura dottoressa in lettere antiche. Detestavo lo studio di una sintassi così lontana da quella delle lingue vive, una grammatica tediosa e monotona che sembrava risolversi solo nell’apprendimento mnemonico e nella recita deprimente e funerea delle declinazioni. Al liceo la situazione non migliorò molto: allo studio della lingua si aggiunse quello della letteratura, ma nonostante ne constatassi la bellezza non riuscivo a spiegarmi l’utilità di tanta dedizione. Per questo quando oggi mi interrogano sui motivi della mia scelta universitaria rispondo che fu un po’ per sfida, un po’ per esclusione – ebbene si, proprio per questo! – e che presto mi resi conto di aver errato nei miei giudizi. Mai un errore fu, per usare un ossimoro, così appagante. Ancora oggi mi rattrista la visione che non solo gli estranei, ma anche gli stessi studenti di lettere classiche hanno nei confronti di quello che troppe volte viene definito un universo alienante ed antiquato: siamo cresciuti con questa idea, ma al contempo ci hanno insegnato che studiare le lingue morte avrebbe forgiato in noi una maggiore criticità, che avrebbe facilitato la nostra carriera universitaria o semplicemente che ci avrebbe fatto dono di una più ampia cultura, schiudendoci le porte del mondo inesplorato dal quale proveniamo . Ed è tutto vero, ma non basta. Non basta perché si tratta in primo luogo di un’elencazione riduttiva, ma soprattutto perché non è sufficiente ad indurre i giovani allo studio dei classici, a suscitare un interesse. Perché si sa, la passione non nasce dall’utilità che ha, ma dal fatto che è in primo luogo fine a se stessa, e che proprio in virtù di questo contribuisce ogni giorno a fare di te la persona che vorresti essere.

Quando poi tornai al liceo come tirocinante mi resi conto che nulla era cambiato. Alcuni procedevano con un lavoro meticoloso, ma tra le righe emergeva quel disinteresse di fondo che avrebbe reso la loro fatica sterile: al pari di un musicista improvvisato strimpellavano nozioni più per dovere che per un reale trasporto. Altri erano sinceramente coinvolti, ma pensavo che lo sarebbero stati ancora di più se fossi riuscita a trasmettergli qualcosa di mio, un frammento del mio sentire filtrato attraverso la parola e le gesta degli antichi. Solo così avrei potuto scuoterli. La lezione che avrei dovuto svolgere riguardava la letteratura latina ed era incentrata sulle Res gestae di Augusto, ma mi resi conto che non riuscivo a preparare una scaletta adeguata senza integrare il commento a quel pur magnifico testo con riferimenti coinvolgenti ed entusiasti alla storia romana. Fu allora che colsi ciò che aveva fatto la differenza: per mancanza di tempo e a causa di un programma già troppo vasto la letteratura latina non viene riferita ad un adeguato contesto storico, e ciò che rimane è qualche frase fatta qua e là. Pensai fra me e me alla nascita della mia vocazione e mi resi conto che tutte le motivazioni mi erano state presentate, compresa l’utilità di una lingua morta, erano errate o quantomeno inutili. Non mi ero avvicinata ai classici latini per l’incanto da essi suscitato, nemmeno perché mi avevano detto che il latino è realmente utile: non lo è, o almeno non quanto altri studi, e almeno nell’accezione che si ha comunemente di utilità. Lo penso io, che sono una dottoressa in lettere antiche, e proprio in virtù dell’ammirazione e del rispetto che nutro nei confronti di ciò che ho studiato: non sviliamo gli antichi con inutili indottrinamenti, ma cerchiamo di coglierne l’unicità al di là di tediose nozioni tramandate passivamente. Inoltre: non studiamo la lingua e la letteratura latina per il diletto che procurano: Eneide, Odi, Epistulae e Carmina sono di una bellezza travolgente, ma molte altre opere straordinarie sono venute alla luce nel corso della storia, e in molte altre lingue. Quando ci approcciamo al latino e con gli occhi abbracciamo le emozioni lasciate in eredità sulla carta, quando ci immedesimiamo in una mente antica duemila anni o quando semplicemente ci troviamo di fronte un libro di grammatica, dobbiamo pensare che lo stiamo facendo perché il popolo di Roma ebbe una storia e una cultura uniche, che lo differenziano da tutte le altre civiltà antiche.

Molti associano in effetti la politica romana alla tirannia e al dispotismo: se interrogati sulla forma politica vigente a Roma quasi tutti risponderanno che si trattò di una monarchia, dove la libertà veniva sacrificata in nome dei più sciocchi capricci dell’imperatore. E fu così, ma in epoca di decadenza. Quasi nessuno conosce i quasi cinquecento anni di storia repubblicana che precedettero l’avvento dell’era imperiale, e durante i quali Roma perfezionò una costituzione basata sull’equità, sulla giustizia e sulla parola espressa dal popolo. Non una semplice democrazia, ma una repubblica caratterizzata da un sistema misto contenente secondo Polibio monarchia, oligarchia e democrazia, rappresentate rispettivamente dai consoli, dal senato e dai comizi tributi. Tralasciando gli specifici compiti di ogni organo mi basterà ricordare che i comizi erano composti dall’intera cittadinanza romana, sia da patrizi che da plebei, e che avevano funzioni amministrative ed elettorali. Venivano rappresentati in senato – a sua volta formato da tutti gli altri magistrati, compresi i consoli – attraverso i tribuni della plebe, i quali godevano dell’inviolabilità e della sacralità: per difendere il popolo dai soprusi dei patrizi lo stato romano prevedeva la possibilità della pena capitale nei confronti di chiunque commettesse un atto di ingiustizia ai danni dei tribuni della plebe. Caratteristiche comuni a tutte le cariche erano inoltre la gratuità, l’elettività e la collegialità. Non era prevista alcuna retribuzione in quanto la dedizione alla politica costituiva la prima ragion d’essere dell’appartenenza alla cittadinanza: dedicarsi ad essa e operare rettamente per la comunità erano avvertiti come un dovere foriero di prestigio. Ogni cittadino che ricoprisse una carica veniva inoltre regolarmente eletto, e nell’esercitarla era affiancato da altri, in modo che i magistrati limitassero i propri poteri vicendevolmente e che nessuno potesse emergere rispetto ai colleghi. Non solo: a Roma nessun cittadino, neanche il più spregevole traditore, poteva essere condannato a morte senza aver avuto prima la possibilità di appellarsi al popolo, il quale poteva decidere con una votazione democratica se salvarlo o meno.

A regolare la vita di Roma esistevano delle leggi scritte, ma ancora più forte restava la valenza delle leggi non scritte, raccolte sotto la denominazione comune di mos maiorum, il costume degli antichi. Con questa espressione si intendono le consuetudini tramandate di generazione in generazione, le quali trovano la propria ragion d’essere principalmente nella virtù, nel valore, nella giustizia, nell’amore per la patria e nel rispetto delle leggi umane e divine. Da quanto finora ricordato emerge l’immagine di una costituzione unica per l’epoca nella quale venne concepita, un’epoca in cui la forma politica più diffusa perché più facilmente concepita era quella monarchica, dove il cenno di un’unica persona era sufficiente a permettere il funzionamento dello stato. Un universo complesso ed esclusivo, soprattutto se integrato da quanto emerse durante la mia prima lezione di storia romana, che ancora ricordo con grande piacere. Ma cosa – fu la domanda che il professore ci rivolse – distingue ancora di più l’impero di Roma da tutti gli altri imperi della storia? Che cosa – continuò – lo rende unico rispetto a quello che so, di Alessandro Magno, di Ciro il grande, di Gengis Khan piuttosto che di Napoleone? Non la vastità, non la funzionalità, non il glorioso passato.. ma ancora una volta la forma politica. Quello romano fu l’unico impero fondato non sulla monarchia, ma sulla repubblica, e concepito quindi non come possesso del singolo, ma della comunità.

Dopo questa breve introduzione, tutt’altro che esaustiva, vorrei quindi riportare tre brani che considero significativi alla luce di quanto finora esposto. Il primo è un brano tratto dal De republica di Cicerone, uomo che peraltro dette la vita per difendere l’ordinamento repubblicano contro le pretese dei singoli, durante l’epoca di transito dalla fase repubblicana a quella imperiale. Il secondo riporta le parole di Tito Livio in Ab urbe condita e si riferisce al metodo di combattimento impiegato dagli antichi Romani, basato sul rispetto dell’avversario e sull’onestà, valori costitutivi del mos maiorum. Argomento del terzo ed ultimo brano sono infine i funerali dei Romani, ai quali è dedicata un’ampia trattazione nel VI libro delle Storie di Polibio, scrittore greco che prese in considerazione proprio le modalità secondo le quali questi venivano svolti per mettere in evidenza come ogni occasione, anche quella della morte di un celebre personaggio, venisse sfruttata per trasmettere ai giovani cittadini l’amore per la virtù.

«(Catone) era solito dire che la nostra città superava nella costituzione tutte le altre per questo, perché in quelle erano stati generalmente dei singoli individui che avevano ordinato ciascuno il proprio Stato con proprie leggi ed istituzioni, […] mentre per contro il nostro Stato non fu ordinato dalla genialità di uno solo, ma di molti, e non nello spazio di una sola vita umana, ma di alquanti secoli e generazioni».

Cic., De Republ., II, 1-3.

«Solevano dichiarare la guerra prima di combatterla, talvolta persino preannunziare il combattimento e precisare la località in cui si sarebbero battuti. […] Questo era il comportamento religioso romano, tutt’altra cosa dalla doppiezza cartaginese e dalla furbizia greca, per le quali fu motivo di maggior vanto trarre in inganno il nemico piuttosto che superarlo con la forza delle armi. Certo a volte, lì per lì, maggior profitto si poteva ottenere adoperando l’inganno che facendo mostra di valore; ma alla fine vinto per sempre era soltanto l’animo di colui cui potesse estorcersi il riconoscimento d’essere stato superato non con astuzia o per caso, ma nei combattimenti corpo a corpo in campo aperto».

Liv., 42.47.

«Quando fra loro muore un uomo in vista, durante la celebrazione delle esequie egli viene trasportato, con tutti gli onori, presso i cosiddetti rostri, nel foro. […] Mentre tutto il popolo gli sta attorno, un figlio, se il morto ne ha lasciato uno in età adulta e se questi si trova presente, o altrimenti, se c’è, un altro membro della famiglia, sale sui rostri e parla delle virtù del morto e dei successi da lui conseguiti in vita. La conseguenza di ciò è che la folla, ricordando e richiamando alla mente l’accaduto, sia tanto commossa che non sembra trattarsi più di una disgrazia privata, limitata alle persone in lutto, ma riguardante tutta la comunità. […] Non è facile per un giovane amante della gloria e della virtù vedere uno spettacolo più bello. […] Inoltre, colui che commemora l’uomo che sta per essere seppellito, dopo aver pronunciato un discorso su di lui, comincia dal più antico degli altri presenti e cita i successi e le imprese di ciascuno. Di conseguenza, venendo sempre rinnovata la fama di virtù degli uomini di valore, la gloria di coloro che hanno compiuto qualche bella azione si fa immortale, e la celebrità di coloro che hanno reso benefici alla patria diviene nota ai più ed è trasmessa ai posteri. Ma la cosa più importante è che i giovani sono incoraggiati a sopportare qualunque cosa per il bene della comunità, per conseguire la gloria che accompagna gli uomini di valore».

Pol., VI, 53-54.

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E’ primavera….

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Per motivi vari il blog ad un pò di tempo si è un pò fermato…

Si riprende con nuovi giovani ingressi.

Greta Righi la prima….. benvenuta e auguri per la tua passione: scrivere…. noi del “Mestiere”…ti leggeremo..

Buona Festa di Primavera a tutti !

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“Dite ai vostri figli che sono cattivi, molto più cattivi degli altri ragazzi….”

Capita spesso, quando si parla con gli amici, di confrontarsi su qualcosa che è comune a tutti noi, l’educazione dei figli.

Tutti abbiamo ricevuto un’educazione e molti di noi si sono trovati anche nella necessità di doverne impartire una ai propri figli.

Educare i figli e’ un mestiere difficile, come sappiamo. Si fanno errori su errori. Spesso involontari. Sottovalutiamo l’impatto di azioni o parole, che a noi sembravano neutre e prive d’effetto, ma che invece lasciano il segno.

E ancora più spesso si fanno errori volontari, cioè determinati da errate ( ma rocciose) convinzioni educative.

Detto questo, non è che voglia propinare a chichessia le mie teorie educative.

Voglio solo citarvi il passo di un romanzo che sto leggendo.Il romanzo si intitola “Così muore la carne” (The Way of All Flesh) dell’inglese Samuel Butler ( 1835 – 1902).

Il libro e’ stato scritto tra il 1873 e il 1885, ma Butler non volle pubblicarlo mentre era in vita ( uscì infatti nel 1903, ad un anno dalla sua morte).

E’ un libro che mette alla berlina in maniera brillante e feroce il modo di vivere e le convenzioni dell’epoca vittoriana.

Uscito a tre anni dalla morte di Oscar Wilde - omosessuale come Butler e altro e più celebre sbeffeggiatore del vittorianesimo – il libro fu immediatamente percepito come eversivo e dirompente.

Ma ecco il brano ( che evidenzia il feroce sarcasmo dell’autore nei confronti dell’educazione tipicamente vittoriana ricevuta):

“Ai genitori che vogliono condurre vita tranquilla io dò questi consigli: dite ai vostri figli che sono cattivi, molto più cattivi degli altri ragazzi. Poi, scegliete qualche ragazzo di vostra conoscenza da proporre a modello di perfezione, e fate in modo che i vostri figli siano assolutamente convinti della loro inferiorità. 

Voi siete tanto meglio armati di loro, che è impossibile possano resistervi. Questo si chiama influenza morale e voi potrete tormentarli quanto vi piaccia. 

I figli credono che voi sappiate tutto e non vi hanno ancora colti a mentire tante volte da sospettare che voi non siate la persona virtuosa e scrupolosamente sincera che vi vantate di essere. Nè possono ancora sapere quanto siete vili, nè quanto presto vi arrendereste, se solo sapessero combattervi con persistenza e abilità.

Siete voi che avete i dadi in mano e che li lanciate, non esitate a truccarli. Insistete con loro sugli incalcolabili benefici che avete loro conferito, anzitutto per averli messi al mondo quali figli vostri, piuttosto che di altri. 

Siete voi che avete le carte buone; e potete sempre barare; se le giocate anche solo con un minimo di avvedutezza vi troverete a capo di una famiglia felice, unita, timorosa di Dio.”

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Sandro Bonvissuto, uno scrittore destinato a lasciare un segno.

Ho conosciuto Sandro Bonvissuto prima di leggere il suo libro d’esordio, “Dentro” ( Einaudi, 2012)dentro
Ero a Nazzano, al Festival letterario “Un fiume di storie”.
Sandro era lì per presentare il suo libro.

Mi ha colpito subito una delle prime cose che ha detto: “Scrivo i libri che vorrei leggere”.
Una frase che ci piacerebbe sentire spesso da uno scrittore.
E ci piacerebbe ancora di più se gli scrittori che la pronunciano poi la mettessero in pratica.
Perchè, diciamolo una volta per tutte, il tempo del lettore è prezioso.
Soprattutto adesso che le fonti di divertimento alternativo – o di distrazione se vogliamo dirla così – sono innumerevoli.

Ho avuto modo, a quel festival, di conoscere un po’ Sandro Bonvissuto.
Ho quindi iniziato a leggere il suo libro non solo per verificare se lo aveva scritto seguendo la regola che aveva enunciato, ma anche perchè contagiato dalla sua simpatia umana e dalla sua vitalità, travolgenti.

Leggendo il libro, poi, ho avuto modo di verificare che Sandro quella regola non l’aveva persa di vista nemmeno un secondo.

Sostengo da sempre che, parlando di un libro, bisogna evitare di raccontare troppo la trama ( e infatti non lo farò).

Trovo più utile, rivolgendomi a lettori incalliti, come questo sito ha la pretesa di fare, dire chi mi ricorda l’autore del libro di cui stiamo parlando.
Con il rischio – e’ già accaduto più volte – che qualcuno mi dica che esagero, che il paragone è improponibile, o addirittura blasfemo.
Pazienza. E’ un rischio che mi assumo.

Il fatto è che il libro di Sandro Bonvissuto mi fa venire in mente due grandissimi : Franz Kafka e Raymond Carver.
Penso anche che un libro è come un melone: se vuoi saperne qualcosa in più, devi fare un tassello e mangiarne un po’.
Ecco perchè trascrivo qui l’incipit di “Dentro”, mi sarà più facile poi spiegare perchè ho pensato a Kafka e a Carver.

“Mi presero le impronte delle dita. Dopo aver raccolto tutte le mie generalità e fatto le foto le fotografie, mi presero anche le impronte delle dita delle mani. E ora stavano su un foglio, sopra il tavolo, proprio davanti a me; sembravano un segreto svelato, una cosa che, fino a poco prima, era intima e privata, e che invece d’ora in avanti tutti avrebbero potuto vedere. Seanza dovermi chiedere niente.
Le guardavo. Era come se mi avessero tolto qualcosa di mio per sempre, come se quelle impronte me le stessero rubando. Per un attimo provai il desiderio di riprendermele. Ma mi guardavano tutti. Avrei dovuto quindi lasciarle lì, come un’altra cosa in più che si aggiungeva a tutte quelle che avevo già perso o dimenticato in qualche posto. Da quel momento avrebbero continuato a vivere ma senza di me. E io senza di loro”.

Non vi viene in mente “Il processo” di Kafka? sandro2
Anche lì, il protagonista viene arrestato e non si sa perchè. ( “Qualcuno doveva aver diffamato Josef K., perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato).
Oppure “La metamorfosi” sempre di Kafka? (“Gregor Samsa, destandosi un mattino da sogni inquieti si trovò trasformato nel suo letto in un enorme insetto ripugnante” scrive Kafka, ma non ci spiega perchè è accaduta questa cosa incredibile a angosciante).

E non ricorda Carver, invece,  lo stile di scrittura ?
Frasi brevi, senza subordinate, dense di fatti. Secche e numerose, con un flusso costante, come se fossero il risultato di un crepitio da mitragliatrice.

“La letteratura è ritmo” ha detto una volta Aldo Busi, durante una trasmissione televisiva, alzandosi subito dalla poltrona per mimare un passo di danza.
Ecco, la letteratura di Sandro Bonvissuto, è ritmo. Inizi a leggere e subito ti senti trasportato. Grande tensione narrativa e stile inconfondibile. Penso sia nato uno scrittore destinato a lasciare il segno.

FILIPPO CUSUMANO

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Finiamola con questo pane fatto di terra!

L’ARTE COME TERAPIA.

Un progetto editoriale curato da Federico Berti in collaborazione con la Fondazione Santissima Annunziata, nel comune di Firenzuola (Fi). Consiste nella programmazione di attività culturali negli istituti di cura, si pone come obiettivo di stimolare la creatività e il senso critico nel paziente affinché possa rompere l’isolamento e affrontare con maggior serenità e consapevolezza il disagio fisico o mentale, migliorando così il suo stato di salute. Il prodotto finale sono delle pubblicazioni realizzate dagli stessi ospiti e divulgate fuori dalla struttura.

AA.VV.La lira non c’è più, è scoppiata, a Montecitorio hanno detto che abbiamo bisogno di aiuto dagli altri paesi, chissà forse sono più in gamba. Ma è tanto che lo dicono.

La Germania non ne dà, è grossa e grande si sente la padrona e li tiene tutti per sé. Non è un po’ vero? Io me lo chiederei. Quindi si risolve coi nostri soldi.

A pagare in realtà sono i poveri, perché per i ricchi tutto è facile, tanto hanno i dollari e non se li lasciano scappare, io di pensione tiro meno di cinquecento euro e la Asl fa quello che può. Alla radio poco fa hanno detto che l’euro è in calo, ecco perché succede la crisi in tutto il mondo, e ne succederà ancora che fanno la ribellione, vanno in città coi cartelloni e dicono: “Finiamola con questo pane fatto di terra! Aiutateci, qualcuno che ne ha”. Io dico finché ce n’è sto qui, poi quando non ce n’è più si va tutti per la strada…

Altro che a dormire, per la strada ci vado a urlare. Pensa tutti questi deputati si sono affacciati alla finestra e vedevano i cartelli, “Abbiamo fame!” Vogliamo i soldi. Si perché c’è da pagare anche i camini, l’erba, la verdura, la legna, sai quanti soldi vanno via? A Montecitorio sono tutti ricchi, hanno un portafogli grande così mentre quelli vanno a fare i festini colle donne: noi siamo pacifisti, chiediamo un po’ di giustizia. Magari li mandiamo tutti a casa, poi due schiaffoni e a letto senza cena.  Sai che mi piacerebbe, dargli la pensione che prendiamo noi, come diceva quello: “I bovi fanno le vacche, gli alzano la coda e leccano le chiappe!”.

Per esempio questo che ci hanno messo adesso non è mica politico, è solo economico, poi avrà anche lui le sue pecche ma fra un po’ vogliono che paghiamo anche il nostro respiro, siamo mica imbecilli noi queste cose le capiamo, ci siamo passati!

Bisogna stare attenti perché è molto grave, si rischia il crollo mondiale e alla fine ci ritroviamo in rivoluzione, la mia nonna diceva che è tanto brutta perché ai suoi tempi l’ha vissuta , si ricorda la gente che bolliva l’olio e lo buttava di sotto dalle finestre; sarà stato del millesettecento, anzi no se la mamma era dell’880 allora sarà di poco prima, il Risorgimento, via.

Lei diceva sempre: “Che brutta è la rivoluzione mamma mia, muoiono tutti!”. Speriamo di no.

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Prezzo: 8 euro

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 ( articolo originale qui )

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Amore a prima vista… come in una vera storia d’Appendice

  • La vendetta della Sepolta viva di Rosaspina di Belvedere

    Giusy Pieragostini

    Intervista all’Editora Sandra Giuliani

    “Amore a prima vista… come in una vera storia d’Appendice.

    Ho incontrato questo libro grazie all’Agenzia letteraria Il Menabò con la quale collaboro svolgendo il ruolo di lettrice: uno scambio di competenze che mi consente di annusare la qualità dei testi che circolano, già filtrati da un occhio esperto.

    I lettori consulenti sono tenuti a scrivere una scheda di valutazione che individui i pregi e i difetti del testo suggerendo all’agente, dove è possibile, anche la casa editrice papabile ad accoglierli o fornendo i criteri per una risposta più evasiva se non del tutto drammatica: va riscritto, è impresentabile.

    La Sepolta viva di Rosaspina di Belvedere” è uno di quei testi che ti auguri come lettore (senza aggettivi) di incontrare e che come editore vorresti essere proprio tu a pubblicare ereditando, per proprietà transitiva, le qualità che possiede.
    L’ho letto e l’ho amato. Soprattutto ho riso. Non perché fosse comico: graffia con la sua ironia. E devi trattenerti nel pensare che tutto sommato quella donna sgangherata, brutta e sognante, se ti mettessi allo specchio, potrebbe causarti un balzo di riconoscimento e che quell’anima inquieta che vive dentro di lei alla fine non è molto diversa dall’inquietudine di gloria che all’identico modo seppellisci in finta umiltà quando i sensi di colpa atavici non ti mordono il collo per conto loro aiutandoti a soffocarla e a seppellirti nello stesso tempo.

    Perché la creatività è un problema. Le donne devono servire a qualcosa (e qualcuno usa il verbo per diventare un “uomo di riordino” con molta facilità anche senza apparire con la veste azzurra del principe). Devono servire cioè essere utili e se è utile rassettare la casa, pulire l’insalata… leggere e scrivere sono atti illeciti.

    Leggere ammala perché ti estranea dalla realtà (e come Don Chisciotte la madre della Rosaspina si consuma letteralmente di letture e si dissolve).
    Scrivere è un compito che non trova mai spazio né tempo ma soprattutto autorizzazione interna anche se è proprio da quell’interno che la Sepolta viva reclama il suo diritto a un’esistenza.

    E fin qui tutta la gamma dell’anti-eroismo e dello squallore mediocre della commedia umana, femminile e maschile, è ben citato ma poi arriva il colpo di genio: l’invenzione di un Angelo che custode non è ma Sterminatore… perché questo nell’alto dei cieli è stato stabilito per vegliare sulle femmine.
    Rido. Con un’amarezza tale che se non mi aggrappo all’ampollosità della lingua che descrive il tutto mi lascerei cadere sfranta proprio come la casalinga che vorrebbe scrivere il Grande Romanzo votando la pattumiera e insieme tutti i sogni di essere qualcuno (o qualcosa).

    Le parole per dirlo: una questione che disegna la rotta infinita di ciò che lettura dopo lettura, epoca dopo epoca, diventa Letteratura: lo stile. Quella mano felice che colloca le parole al posto giusto, che le ripesca dal vocabolario dei libri già scritti – letti e interiorizzati – e prendedole in prestito restituisce loro una nuova vita. Parole, sintassi, strutture del discorso che improvvisamente sorreggono il mondo e lo stupore del mio io gramnmaticale si fa enorme, enorme e grato.

    Questo succede a una lettrice (senza aggettivi): stupirsi.
    Questo pensa la lettrice consulente di un’agenzia letteraria: voglio per me questo libro, perché sono un’editora.
    Poi incontro l’Autrice: Giuseppina Pieragostini. E ovviamente la incontro nel posto giusto: alla Fiera del Libro di Roma.
    Lei sa che sono io la “recensora”: ha letto la mia scheda e ha voluto incontrarmi.

    Io ho rivelato a il Menabò che l’avrei voluta come scrittrice ma non avevo il coraggio di dirlo: cosa potevo offrire a un talento così?
    Poi lei è arrivata, con un dono: cioccolatini.

    Io adoro il cioccolato.
    “Chocolat” è il mio film preferito, che mi concedo quando cerco magia.
    E così abbiamo iniziato un’altra storia: quella che ha che fare con la vita di un libro.”

    www.ilcasoeilvento.it

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TERRA BARBARA di Irene Iorno

TERRA BARBARA di Irene Iorno

- autobiografico -

edito da “il caso e il vento di Sandra Giuliani” novembre 2011

Si vive distratte, certe che il mondo che ci circonda o quello fantastico e personale non vadano mai via e poi lentamente tutto si sgretola o diventa inaccessibile o diventa impossibile abitarlo.
La vita allora si trasforma, in questa lentissima e inesorabile perdita, in un tentativo di adattamento e anche di conquista di qualcosa di completamente diverso: noi.

… La storia di Irene Iorno è il diario di una malattia che sgretola l’identità e di come la reinvenzione di se stessa costruisca un metodo clinico di resistenza che coinvolgerà anche i medici facendo della sua storia uno strumento terapeutico.

Ci sono resistenze e illuminazioni nella sofferenza che sono un inno alla vita. E vanno condivise non solo con chi conosce il dolore ma soprattutto con chi, come noi, vive distrattamente pensando che tutto quello che ha e che è non cambierà mai.

“E se cercare è sempre stata l’unica cosa che mi è riuscita meglio fare, allora scelsi di usarla tentando di trasformare la mia giornata in una serie di giochi da compiere che, messi insieme, dopo anni mi furono riconosciuti con l’espressione di costante riabilitazione…”

Un libro che ama la vita. E l’amore, vero, non grida

www.ilcasoeilvento.it

Irene Iorno:

È nata a Roma nel 1976, artista e giornalista pubblicista, socia dell’Associazione Il Paese delle donne, terminati gli studi classici frequenta un corso di Pittura e ottiene le qualifiche di Disegnatrice Autocad e di Graphic Design. Nel 2005, nell’ambito dell’indirizzo Arti Visive e Discipline dello Spettacolo (tesi in Regia), consegue la laurea in Pittura e due anni dopo la specialistica in Scultura. Artista di sorprendente intensità, Irene Iorno si è cimentata in tutti i settori dell’arte, dai dipinti ai disegni, dalle incisioni alle fotografie, alle installazioni sino ai videoclip, con una profonda attenzione al femminile, e per le sue opere è stata premiata in numerose manifestazioni d’arte contemporanea.

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GLI APPUNTI DI ERASMO DA GENOVA

Pensieri in libertà.

Cosa significa?

Qualcuno può pensare che sia un segno di leggerezza, assolutamente no.

O forse sì, nel senso che la leggerezza può portare messaggi più profondi di qualsiasi parola difficile.

Si parte dagli appunti di Erasmo, che chiede alla voce narrante di scriverli, riportarli su carta, renderli fruibili.

Capita così che si può scrivere prima la fine, e poi l’inizio.

Gli appunti di esperienze di vita tra una creuza e una spiaggia del Cilento.

Un percorso attraverso le vicende di una vita, la genuinità di personaggi semplici e portatori di una grande saggezza. La tranquillità di un posto semplice ma ispiratore.

Un’analisi accurata e originale di certi aspetti della contemporaneità, è questo il senso degli appunti di Erasmo.

Aldo Arpe è nato nel 1944 a Genova, dove si è diplomato come macchinista navale e dove ha vissuto la maggior parte della sua vita. Ha da sempre svolto attività politica e sindacale. Promotore di molte manifestazioni e accurato studioso di eventi politici, collabora con diverse riviste e ha prodotto opuscoli a scopo didattico.

Premiato in concorsi di poesia, Gli appunti di Erasmo da Genova (ovvero se le cose si mettono a parlare) è la sua prima pubblicazione.

Maggiori informazioni qui

RASSEGNA STAMPA

Libreria Crocicchio

Recensione Pier Paolo Faccio

Commento di Silvio Ferrari

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