Mia figlia ha letto le prime due “puntate” della storia di Sylvia Plath e Ted Hughes pubblicate nei giorni scorsi nel blog “ILMESTIERE DI LEGGERE”:
Un cavallo da corsa in un mondo senza piste
Vede signora, io sua figlia l’ho sempre amata
Mi ha scritto una email di cui riporto alcuni brani:
Com’è che ti è saltato in testa di raccontare questa storia così triste? Quanto ci hai messo a documentarti? “Non poteva che essere un uomo a difendere un uomo che lascia la moglie con due bimbi piccoli per seguire un’altra. Io sarei certamente più portata per il ruolo di Assia (o almeno lo spero), se non altro per la scena del forno. Ma i figli si salvarono?”
Le ho risposto, fornendole alcune informazioni sul seguito della triste vicenda, che a questo punto estendo anche ai miei “25 lettori”:
“Giulia, la storia mi aveva sempre colpito, poi ho letto un articolo, che però la commentava senza raccontarne molti particolari ( come se fossero conosciuti ai più).
Così mi è venuta voglia di scrivere un testo un po’ più completo di quelli che solitamente escono sui giornali.
Ho letto diverse cose ( poesie dei due, diari di lei, voci) e ho trovato molto materiale anche in Internet.
Moltissime le foto , che sono poi il bello del pezzo.

La storia di quei due emerge in maniera netta e quasi oggettiva proprio dalle foto :
- lei sfolgorante prima degli affanni della vita domestica e della maternità, poi appiattita e quasi banale, molto “donnetta ” e poco “poetessa”
- lui fascinoso e tenebroso dall’inizio alla fine, predatore e predato, probabilmente capace di resistere a tutto tranne che alle tentazioni, come avrebbe detto Wilde
- Assia con il suo fascino alla Charlotte Rampling, destinata ad essere forse più catalizzatrice che motore degli eventi
Vengo alla tua accusa ingiusta. Non difendo Ted, cerco solo di capire senza dare giudizi.
Anche perchè è difficilissimo.
Però devi sapere alcune cose, prima di prendere allegramente in carico il ruolo di Assia.
Dopo la morte della Plath, Hughes e Assia si trasferiscono insieme ai figli di lui nell’appartamento londinese di Sylvia, per poi traslocare a Court Green, la casa nel Devon.

Assia e’ incalzata e ossessiona dal “fantasma” di Sylvia.
Legge senza posa i suoi scritti, usa persino i suoi oggetti Arriva ascrivere nel suo diario : “Sylvia mi sta crescendo dentro, enorme, magnifica. E io mi sto seccando, rimpicciolendo. Entrambi [Sylvia e Ted] mi finiscono a morsi. Si nutrono di me”.

Poi ha addirittura una figlia con Ted, Shura. Si butta nel ruolo di madre.
Non solo nei confronti della sua bambina, ma anche nei confronti dei figli di Sylvia, Frida e Nicholas: “Ho sbaciucchiato il collo di Nick ancora e ancora. Mi fa impazzire il modo in cui questo lo fa ridere” ..“È fantastico come dei bambini, nemmeno miei, abbiano circondato la mia vita. Questi bambini mi piacciono, mi piacciono molto.”
Se i bambini le danno gioia, sente molta amarezza per l’ostilità che scopertamente le manifestano i genitori di Ted.
Scrive ad un’amica:
“Ted è esausto per la guerra tra i suoi genitori e me, e sembra che di tutte le persone coinvolte, io sia quella di cui può fare più facilmente a meno.”
Purtroppo per lei, non sbaglia la previsione.

Poco dopo Hughes decide di allontanare Assia e Shura.
Assia si ritrova di nuovo a Londra senza né casa né lavoro, con una bambina ancora molto piccola.
E qui veniamo all’aspetto che mi ha colpito di più in tutta la storia che è questo: Ted le passa del denaro, ma esige che la cosa abbia la forma di un prestito e pretende che i suoi versamenti vengano annotati con tanto di scadenze fissate per la restituzione!
Ma Assia continua ad essere innamorata di lui e a sperare di tornare a vivere con lui e i suoi figli. Ecco il testo di una delle sue lettere disperate:
“Ti scrivo dall’esofago, dalla mia gola e dalla mia enorme, sempre aperta ferita.
Scrivo alle tue mani grandi, alla pura bellezza all’interno dei tuoi polsi, ai tuoi occhi dei momenti felici.
Non ti scrivo dal cervello, ma da sotto il mio esofago.
Voglio sapere se vuoi riparare le cose fra noi perché mi ami ancora, perché senti ancora quella forza primitiva che ci unisce… o se mi vuoi solo come istitutrice per aiutarti a crescere i tuoi figli. Ho ancora la forte speranza che ci si possa costruire una vita felice, piena d’amore.
So di amarti ancora con la mia testa, e il mio corpo e la mia vita, mio adorato Ted. Apriti, apriti a me come facevi un tempo. E insieme a te fiorirò di nuovo, e potrò prendermi cura di te, darti tutto quello che ho… Fino ad oggi, tutti, tranne te, hanno dettato legge sulla nostra vita. Abbiamo bisogno di stare per conto nostro…
Sento così tanto amore per te, per la tua parte migliore. Ti ammiro e ho paura di te, del potere che eserciti su di me. Nessun altro uomo ha avuto tanto potere sulla donna che è in me. Contraccambia questo mio amore e, se non ne sei capace, allora dimmelo, lasciami andare con quel poco di pace che saprò salvare.”

Quando si convince che non c’è nulla da fare decide che è arrivato il momento di chiudere.
La sera del 23 marzo 1969, Assia trascina un materasso in cucina, sigilla porta e finestra, depone sul materasso la sua bimba addormentata, sciolse del sonnifero in un bicchier d’acqua e, dopo averlo bevuto, apre il rubinetto del gas e si sdraia accanto allla figlia ad aspettare la morte.
Lascia due lettere.
La prima è per Ted, ma non ne conosciamo il contenuto.
La seconda è per il padre.
Ecco un brano di quella lettera:
“Ho sognato di vivere con Ted e questo sogno è finito. I motivi ora non hanno più valore. Non ci potrebbe mai essere un altro uomo. Mai. Ti assicuro, non avresti potuto augurarmi altri trent’anni di questa vita, non credi?… Grazie per tutto l’amore che mi hai sempre dimostrato. Ti ho amato tantissimo, non disperarti per me. Credimi, ho fatto la cosa più giusta… La vita sarebbe stata infinitamente, infinitamente peggiore. Ho vissuto abbastanza a lungo. È necessario capire quando non c’è più motivo per continuare… Ti prego, non pensare che la mia sia pazzia, che abbia fatto questo in un momento di pura follia. I conti sono semplici e tornano. E non avrei potuto abbandonare Shura lasciandola da sola.”
Posso dirti una cosa, Giulia? La fine di Assia mi sconvolge ancora di più di quella di Sylvia.
Sylvia ha il grandissimo conforto del suo talento. Penso, forse sbagliando, che in fondo poteva farcela, rinascere un’altra volta grazie alla sua arte. Assia questo conforto non ce l’ha. E’ molto più fragile e indifesa.
Ultima notizia della sera ( ma lo scrivevo anche nel primo post): è morto suicida pochi mesi fa, a quarantasette anni, anche il “piccolo” Nicolas, il secondo figlio di Sylvia e Ted.

Capisco comunque le tue perplessità su Ted: se è innocente, deve comunque spiegarci la statistica negativa che lo accompagna: di cinque persone importanti che ha incontrato nella sua vita tre sono morte per suicidio ( diventano quattro con l’incolpevole Shura).
O capitano tutte a lui oppure è lui è lui che capita come un guaio di notte a tutti questi poveretti!
La verità, come spesso accade, sta nel mezzo: Ted è affamato di vita, Sylvia sente il rihiamo fortissimo della morte.
Quando i due si incontrano, va tutto bene perchè Sylvia è in uno di quei momenti che lei stessa definisce di “rinascita”.
Come acutamente ha scritto un’amica di Facebook, è una specie di Lazzaro. Pronta a risorgere.
Ma se sei Lazzaro, quante probabilità hai che Gesù passi in continuazione dalle tue parti?
Ted quindi lascia Sylvia e poi Assia perchè, attaccato alla vita com’è, prova sgomento e orrore per il loro “attaccamento alla morte.”
Sicuramente è un egoista, uno che tira dritto per la sua strada.
Ed è anche un uomo meschino, se sono vere le notizie che ho raccolto sui “prestiti” fatti ad Assia.
Eppure è lo stesso uomo che dà voce alla ( seconda) compagna morta (per lui) con queste parole ( sono i versi di attaco della poesia GAS):
La bocca del forno è un animale buono,
lo sbadiglio di un cane sdentato.
La cucina è igienica come un crematorio.
Il gas è una sciarpa di seta nell’aria,
ha l’odore pungente delle ascelle di Ted.
Shura dorme attaccata alla mia schiena.
È un piccolo innesto.
Una farfalla nella coperta;
il suo respiro è una garza.
Fuori la luna imbianca
la potatura senza sangue degli alberi.
Il prato è cangiante come una pellicola esposta.
Due pastiglie, perfette come una comunione
e orbito fuori dal mondo.
E infine è lo stesso che in “Lettere del compleanno”, la sua ultima raccolta di poesie uscite trent’anni dopo la morte della moglie si giustifica così con lei per avere scelto di andarsene con Assia:
“Non la trovammo noi – fu lei che ci trovò.
Ci scovò a fiuto. Il Destino che portava
ci scovò
e ci riunì, ingredienti inerti
per il suo esperimento.
La Favola che portava
requisì te, me e lei,
marionette per la sua rappresentazione”.
So benissimo cosa stai pensando, Giulia: destino, ingredienti inerti, marionette, ma cosa ci racconta questo signore ? chi crede di prendere in giro solo perchè è bravo a maneggiare le parole? Non potrebbe una volta tanto parlare di scelte e di responsabilità?
E che ti debbo dire? Forse hai ragione pure tu…
“Vede, Signora, io sua figlia l’ho sempre amata”- La storia di Sylvia dalla parte di Ted.
Luglio 3, 2009
Ted
Ieri nel mio post dedicato a Sylvia Plath e Ted Hughes – lo trovate qui - ho raccontato la tormentato storia di questa vicenda “dalla parte di Sylvia”, cioè mettendo in luce la sua visione delle cose e raccontando i fatti salienti della sua avventura umana e letteraria.
Mi sembra giusto dedicare oggi pari attenzione a Ted Hughes.
Per anni il suo comportamento nei confronti di Sylvia è stato oggetto di critiche pesantissime e la grandezza della sua poesia è stata in parte offuscata, in parte “assorbita” da questa vicenda.
Per molti che non hanno letto o approfondito la sua opera, Ted rimane l’uomo che, innamoratosi di punto in bianco di un’altra donna, ha abbandonato la giovane e fragilissima moglie con due bambini piccoli, di fatto causandone il suicidio.
Ted per molti è stato per gran parte della sua vita solo quello.
Forse meritava e merita di più.
Ma veniamo a noi.

Dedicato a Sylvia
Più alta 
di quanto non saresti più stata.
Ondeggiavi così snella
che le tue lunghe, perfette gambe americane
sembravano salire su su su.
Quella mano divampante,
quelle lunghe dita danzanti,
di eleganza scimmiesca.
E il viso: una palla tesa di gioia.
Ti vedo là, più chiara, più vera
che in tutti gli anni nella sua ombra -
come se ti avessi visto quell’unica volta e poi più.
La cascata sciolta dei capelli
quella molle cortina
sul viso, sulla cicatrice.
E il tuo viso
una gommosa palla di gioia
intorno alla bocca dalle labbra africane, ridente,
dipinte di cremisi.
E i tuoi occhi
strizzati nel viso, succo di diamanti,
incredibilmente luminosi,
come succo di lacrime
che potevano anche essere lacrime di gioia,
una spremuta di gioia.
Volevi strabiliarmi
con il tuo brio.
Con questa poesia Ted Hughes descrive il suo primo incontro con Sylvia Plath. Praticamente un’epifania, una folgorazione fisica.
E’ il 1956, Sylvia dal punto di vista fisico non deve essere molto diversa dalla ventenne in reggiseno e pantaloncini che vediamo qui sopra a destra.
Anche Ted è un uomo molto attraente.
I due poeti si incontrano oltre che sul piano delle affinità elettive e dei sentimenti anche sul piano fisico.
Anni dopo, Ted pubblicherà le sue lettere. Tutti andranno acercarvi i particolari della sua tormentata storia con Sylvia e troveranno questo ricordo di una notte d’amore appena trascorsa:
“Questa notte non è stata altro che una scoperta di quanto sia liscio il tuo corpo. Il ricordo mi passa nelle vene come brandy”.
Vita di Huhes ( notizie riprese da Wikipedia)
I primi anni
Hughes nasce nel 1930 a Mytholmroyd nel West Workshire , da William, carpentiere , e da Edith Farrar donna sensibile e amante della lettura.
L’infanzia è felice. Vive in campagna e gode di molte delle gioie e dei divertimenti che sono alla portata di chi vive in campagna.
Ascolta estasiato le storie che il fratello maggiore Gerald gli racconta, ama le passeggiate tra i campi, si appassiona agli animali e prende l’abitudine di disegnarli e scolpirli con la plastilina
Nel 1937 la famiglia si trasferisce a Mexborough, nello Yorkshire per gestire un’edicola con rivendita di tabacchi. Il fratello Gerald sceglie invece di lavorare come nel Devon come guardaccia, emigrando successivamente in Australia ( con grande sofferenza di Ted che gli è attaccatissimo)
A Mexborough frequenta i primi anni di scuola dimostrando subito grande passione per la lettura. Inizia anche a scrivere piccoli racconti d’avventura (“… nascevano in gran parte dalle mie letture. Mi specializzai in eventi fantastici e avventure cruente“)
Nel 1941 va alla ” Grammar School” dove ottimi insegnanti ne incoraggiano la vena artistica, mentre lo inizia alla poesia la sorella Olwyn, maggiore di due anni, che possiede, a detta dello stesso Ted “… un gusto poetico meravigliosamente precoce”.
La poesia prende il sopravvento sulle altre passioni. Passa così dai racconti di avventure ai brevi poemi, che vengono anche pubblicati dal giornalino della scuola.
I suoi modelli sono Yeats, Eliot, Dylan Thomas e, tra i romanzieri, Lawrence
Ne1948 va Cambridge dove frequenta Letteratura Inglese, per poi passare, dopo i due anni di servizio militare, ad antropologia e archeologia.
Nel 1954, anno della sua laurea, esce su una rivista ” The Little and the Seasons, una poesia che firma con lo pseudonimo di Daniel Hearing ma che non apparirà mai nelle sue raccolte.
Trasferitosi a Londra svolgere lavori d’ogni tipo, per guadagnarsi da vivere e avere nel frattempo la possibilità di scrivere. Nei week-end si reca regolarmente a Cambridge per studiare in Biblioteca e ritrovare i vecchi amici .
E’ una fase di incertezze e di tensioni. E’ un anno che si è laureato quando scrive al fratello Gerald: “Dovrò trovarmi un lavoro rispettabile altrimenti Mamma ne farà una malattia. Mi sto dando da fare per trovare qualcosa in televisione, o alla BBC, o nel cinema.”
L’incontro con Sylvia.

All’inizio del 1956 un amico gli propone di lavorare presso gli studi cinematografici di “Pinewood ” con il compito di redigere schede di romanzi e opera teatrali da utilizzare come soggetti cinematografici.
Accetta senza entusiasmo.
A febbraio, durante un party Ted conosce Sylvia in visita in Gran Bretagna avendo conseguito una borsa di studio.
Tra i due nasce subito un grande amore e Hughes decide di lasciare il suo lavoro per trasferirsi a Cambridge per rimanere con Sylvia.
La loro unione sarà, da quel momento, come scrive Anna Ravaro,..un sodalizio letterario, pur nell’indipendenza creativa individuale, che durerà per tutti gli anni della loro unione, nonostante le differenze di formazione e di sensibilità e i metodi compositivi radicalmente diversi”
Il 16 luglio si sposano alla presenza della sola madre di Sylvia.
Nel 1957, incoraggiato da Sylvia, Ted presenta ad un concorso di poesia che si tiene a New York una raccolta di quaranta poesie con il titolo “The Hawk in the Rain” con la quale vince il premio il che gli dà la possibilità di pubblicarle subito con la “Harper Bros”. Il testo viene pubblicato anche in Inghilterra con una dedica a Sylvia e viene segnalato dalla “Poetry Book Society” come il libro migliore dell’anno.
Ted è felice e in una lettera al fratello afferma che da quando ha conosciuto Sylvia la sua vita è cambiata: “La mia vita in questi ultimi tempi è splendida, meravigliosamente guarita rispetto a com’era prima. Il matrimonio è il mio elemento naturale. Anche la mia fortuna prospera grazie ad esso, e così pure quello che produco. Non hai idea di che vita felice facciamo io e Sylvia o forse ce l’hai. Lavoriamo, facciamo passeggiate, ripariamo a vicenda quello che scriviamo. Lei è uno dei migliori critici che io abbia mai conosciuto e comprende perfettamente la mia immaginazione, e anch’io credo di comprendere la sua.“
Insomma le cose tra i due poeti erano incominciate nel migliore dei modi. Si piacciono fisicamente. Belli e ricchi di talento, si incoraggiano a vicenda, nel corso degli anni successivi la loro unione viene anche, come si usa dire, “allietata” dalla nascita di due splendidi bambini.
Ci sono tutti i presupposti per una storia di quelle che non finiscono mai, tale e tanta è la quantità e la qualità delle cose che i due hanno da dirsi, presi come sono da un meraviglioso sogno comune, quello della parola scritta.
Eppure, poco alla volta qualcosa si incrina e quello che era stato un sogno si trasforma lentamente, ma inesorabilmente in un incubo.
C’è sicuramente un modo facile e tremendamente convenzionale per spiegare quello che è accaduto in quella mattina del 1963, quando Sylvia, dopo aver cercato di resistere per qualche tempo al dolore dell’abbandono da parte di Ted, si chiuse in cucina, si sdraiò sul pavimento e accese il gas del forno.
Tra l’epoca della vita “felice e fortunata” descritta da Ted e quell’alba disperata e terribile ci sono tanti avvenimenti: c’è la nascita dei figli, c’è il ritorno dei demoni privati di Sylvia , cè l’apparizione di Assia Guttmann (insomma quello che ho raccontato nel post precedente).
Facile e sbrigativo arrivare, anzi “saltare”, come hanno in molti ( me compreso in un primo tempo) alle conclusioni.
C’è una moglie giovane, bella , intelligente, con un’enorme talento, ma anche tremendamente fragile. L ‘arrivo dei figli ha stravolto completamente la sua vita. Teme di dover sacrificare a loro la sua poesia, teme di non essere più desiderata dal marito, i fantasmi delle sofferenze del passato tornano ad assediarla.E nel momento in cui avrebbe bisogno di suo marito più che di ogni altra cosa, cosa succede?
Lui se ne va con un’altra. Con una donna più vecchia di lei, ma di una bellezza che mi riesce di definire solo in un modo : intrigante.
Almeno a giudicare dalle foto.
Ho smanettato a lungo con i motori di ricerca per trovare una foto che rendesse il fascino di Assia. Ne ho trovato un paio che mi sembrano all’altezza e ci ho lavorato su con photoshop per ricavarne due ingrandimenti, che sono quelli che vi sottopongo.
Sicuramente tutto, tranne che una donna fisicamente inespressiva e banale.
Ma quanto ha influito l’attrazione per Assia nella scelta di lasciare Sylvia?
E quanto invece lo sgomento di Ted nel vedere sua moglie tornare in preda ai suoi demoni di un tempo?
In che misura, insomma, per parlarci chiaro, Ted è colpevole per l’abbandono di Sylvia?
Quasi sicuramente, ho finito per convincermi, la fuga con Assia è stato solo l’effetto, non la causa della crisi.
Quasi sicuramente quella crisi era iniziata da tempo, da quando cioè Ted aveva scoperto di avere accanto a sè una donna diventata molto diversa da quella di cui si era così istantaneamente innamorato a Cambridge.
Ecco una poesia scritta da lui, che si intitola “Marionette” e che non solo è bellissima, ma dice molto di più di quello che io o chiunque altro di noi potrebbe dire sulla vicenda:
“Vede, Signora, 
io sua figlia l’ho sempre amata.
Arrivavo ogni mattina con in tasca
pesci vivi, oroscopi e poesie.
Ma la sua bambina aveva nel corpo
lune insanguinate,
l’impronta infangata di uno stivale.
Il suo odio fermentava con la frutta in cantina.
Il suo odio cresceva e cresceva,
strangolava la casa
Vede, Signora,
sono nato in una valle di fantasmi.
Un paese di morti dove quando fa buio
le divise dei soldati marciano vuote lungo le strade.
E ogni notte la sua bionda bambina mi chiedeva di morire,
ogni notte lasciava un cadavere di cenere sul letto.
Un uomo ha in bocca la fame mai sazia dei lupi.
Ha sempre bisogno di mordere,
di succhiare il sapore selvatico.
E il mio sperma impazziva nei lombi,
la nutrivo ogni notte con le gocce dei miei sogni.
Non l’ho cercata, lo giuro.
Mi ha trovato seguendo un’orbita errata di stelle.
Nuotando e nuotando contro corrente.
Allargava i suoi occhi nel buio,
fiutava il mio odore col ventre.
La chiamai dalla riva.
Era un luccio gigante,
una cornucopia di luce nella marea del mattino.
Guizzò nell’aria: aveva un feto nell’iride dell’occhio,
si dibatteva con furia contro l’uncino del mio sesso.
Vede, signora,
ero un baco senza pupille
lei mi chiuse le palpebre con dita sudate,
mi avvolse con un filo di bava
nel suo bozzolo bianco.
E a casa la sua bambina bella cadeva fra i narcisi.
Si rompeva in mille pezzi,
pura e dolorosa come un grido.
Un crack fra le mie mani, così.
La vita le usciva da un fianco,
il sangue tornava alla terra.
Io non c’entro, lo giuro.
Fece tutto da sola.”
Ognuno può interpretare questa poesia come vuole ( e naturalmente è gradito ogni sforzo di lettura e di interpretazione che volesse aggiungersi al mio).
Qualcuno la giudicherà autoassolutoria oltre ogni limite ( Io non c’entro, lo giuro, fece tutto da sola) qualcunun altro non potrà non riconoscere in queste splendide frasi i tratti comuni agli inferni quotidiani in cui si trasformano , spesso inspiegabilmente, molte convivenze felici
La dimensione del post non si presta a citare completamente tutte le poesie attraverso le quali Ted torna alla sua storia con Sylvia.
Mi limito a citare solo alcune frasi, lasciando ai lettori, che volessero approfondire la possibilità di risalire ai testi completi.
Ecco i versi che ho scelto
Quelli di SHOT ( che descrivono la forza irriducibile dei demoni privato di Sylvia e l’impotenza di Ted a salvarla)
[...]dentro il tuo Kleenex zuppo di singhiozzi
e i tuoi attacchi di panico il sabato sera,
sotto i capelli pettinati ora in questo ora in quel modo,
dietro quelli che sembravano rimbalzi
e la cascata di grida in diminuendo,
non deflettevi.
[...]Al mio posto, il giusto medico-stregone
forse ti avrebbe afferrata al volo a mani nude,
ti avrebbe palleggiata, per raffreddarti,
senza dio, felice, pacificata.
Io riuscii solo ad afferrare
una ciocca di capelli, il tuo anello, l’orologio, la vestaglia.
Oppure quelli de Una Santa Americana che descrivono con implacabile lucidità il destino che Ted ha finito per subire per tutta la vita.
Quello di essere da molti considerato il carnefice di Sylvia.
Quello di essere diventato, nonostante la sua grandezza di poeta, il personaggio di contorno di una grande leggenda:
Solitudini che seccano sul grembo
come macchie di parto.
Ted ha messo il suo cuore sotto spirito.
Lei adesso è immortale.
Un altare, una statua,
una icona.
E che dire , infine dei versi terribili che chiudono la poesia Come un Orfeo mancato?
E intanto il mio corpo affondava nella leggenda
In cui i lupi cantano nella foresta
Per due bambini trasformati nel sonno
In orfani
Accanto al cadavere della madre.
Filippo Cusumano
Questa è la storia di due poeti, Sylvia Plath e Ted Hughes.
Le loro vite si intrecciarono circa cinquant’anni fa.
Si sposarono ed ebbero due figli.
La loro storia è talmente complessa da rendere necesssario svilupparla in più di un post per avere il modo di dare voce a tutti i protagonisti: lui. lei, l’altra (morta suicida a sua volta).
Cominciamo da Sylvia.
SYLVIA
Sylvia Plath nasce il 27 ottobre del 1932 a Jamaica Plain, un sobborgo di Boston.
Suo padre Otto Emil Plath, è uno stimato entomologo e un eccellente linguista . Incontra la madre di Sylvia, Aurelia Schober , di ventun anni più giovane, appartenente ad una famiglia austriaca emigrata nel Massachusetts, di ventun anni più giovane, durante in corso di tedesco alla Boston University e le sposa nel gennaio del 1932.
Dopo due anni e mezzo nell’aprile del 1935 nasce il fratello di Sylvia, Warren Joseph.
Poco tempo dopo la nascita del secondo figlio, Otto Plath si ammala di diabete mellito, ma rifiuta di sottoporsi a cure mediche, fino a quando nel 1940, è costretto a farsi amputare una gamba. Poco dopo muore per embolia polmonare.
Sylvia dirà che la morte del padre segna la fine della sua infanzia e di ogni felicità.
Sylvia, sotto gli occhi della madre , alla quale è legatissima, dimostra subito, sin dai primi anni della sua adolescenza il suo talento di poetessa.
A 12 anni incomincia a pubblicare le sue poesie in una rivista scolastica rivista scolastica.
A diciotto anni , dopo 49 rifiuti, pubblica un racconto: “E l’estate non tornerà di nuovo” (And summer shall not come again).
Tre anni dopo vince una borsa di studio ed un soggiorno di un mese a New York come redattore inviato (guest editor) della rivista femminile “Mademoiselle”
Tornata a Boston dalla madre, partecipa agli esami di ammissione ad un corso di scrittura, ma non viene scelta. Per la delusione entra in uno stato depressivo che preoccupa molto la madre, che la porta da uno psichiatra che le prescrive un ciclo di elettroshock, che le vengono praticati senza anestesia.
“Poi qualcosa calò dall’alto, mi afferrò e mi scosse con violenza disumana. Uiii-ii-ii-ii, strideva quella cosa in un’aria crepitante di lampi azzurri, e a ogni lampo una scossa tremenda mi squassava, finché fui certa che le mie ossa si sarebbero spezzate e la linfa sarebbe schizzata fuori come da una pianta spaccata in due. Che cosa terribile avevo mai fatto, mi chiesi”.
La terapia non funziona .
Sylvia, un giorno, rimasta sola a casa, scende in cantina con un flacone di 5o pillole e dell’acqua. Rimane lì per tre giorni, finchè non la ritrovano i familiari, che l’hanno cercata dappertutto, senza sospettare che si trovasse a pochi metri di distanza. Ha vomitato tutto, non morirà, ma rimarrà legata a questa esperienza di iniziazione alla morte.
Tornata a studiare e laureatasi, si trasferisce in Inghilterra, a Cambridge, dove ha vinto una borsa di studio.
Qui conosce il poeta Ted Hughes e lo sposa. E’ per lei l’inizio di un periodo di felicità e di sogno.
Il sogno di un sodalizio amoroso e letterario. Le sembra possibile coltivare insieme il suo amore per la poesia e quello per Ted. Anzi le sembra che un amore possa alimentare l’altro.
Nel 1957 le viene offerto , a soli 25 anni, un incarico di insegnamento negli Stati Uniti, così rientra a Boston con Ted.
Dimostra subito un enorme talento didattico, ma l’impegno per la preparazione delle lezioni le sottrae l’energia necessaria a comporre le sue poesie. Con il totale appoggio del marito e nell’incredulità di amici e conoscenti, rinuncia all’incarico per l’anno successivo e rimette la poesia in testa all’elenco delle sue priorità.
Nel 1960 con Poem for a Birhday , sette poesie scritte all’avvicinarsi dei suoi 27 anni, ritorna sui tre giorni trascorsi nella cantina e sull’esperienza della malattia.
Pensa di avere vissuto una specie di “morte rituale”. Che adesso però le appare lontana, sia perchè aspetta il suo primo figlio ( e quindi “ospita” una vita) sia perchè ha ripreso a scrivere . Gode intensamente quindi un periodo di rinascita sia dal punto di vista biologico che artistico.
Voleva morire, ma è stata salvata ed è risorta.
“Presto, presto la carne/che il severo sepolcro ha divorato/tornerà al suo posto su di me,/e sarò una donna sorridente./Ho 30 trent’anni soltanto./E come i gatti ho nove volte per morire.
Ted e Sylvia tornano in Inghilterra dove nasce la prima figlia: Frieda Rebecca.
Ma i demoni tornano a visitare Sylvia.
“Ho un buon io che ama i cieli, le colline, le idee, i piatti saporiti, i colori brillanti. Il mio demone vorrebbe ucciderlo”.
Il marito commenterà anni dopo la sua fragilità:
“Sembrava un’invalida, tanto era priva di protezioni interiori”.
Nel 1962, dopo un aborto avvenuto l’anno prima, mette alla luce il suo secondogenito, Nicholas Farrar ( anche lui morto per suicidio pochi mesi fa).
Ted e Sylvia vivono in una casa di campagna nel Devon. La tensione tra i due arriva a livelli altissimi e giunge al suo culmine quando appare Assia Gutman.
Più vecchia di Sylvia e di Ted (è del 1927) Assia, berlinese ha sposato il poeta canadese David Wevill e con lui si è appena trasferita a Londra dove Assia lavora per un’industria pubblicitaria.
Il caso vuole che Assia e David affittino l’appartamento degli Hughes, in procinto di trasferirsi in campagna .
I due vengono invitati dagli Hughes per un fine un fine settimana nel Devon.
Tra Ted ed Assia ( foto a destra) scoppia il colpo di fulmine.
Sylvia scopre subito la relazione.
Ecco un brano della poesia ‘Parole sentite, per caso, al telefono’, che descrive il momento dell’amara scoperta ( Assia telefona per parlare con Ted, ma alla risposta di Sylvia, simula una voce maschile così goffamente da farsi scoprire)
“… che cosa sono queste parole, queste parole?
Cadono con un plop fangoso.
Oh dio, come farò a pulire il tavolino del telefono?….
….Ora la stanza sibila. Lo strumento
ritira il suo tentacolo.
Ma la poltiglia che ha deposto cola nel mio cuore. È fertile.
Imbuto di sozzura, imbuto di sozzura – ….”
Cacciato di casa il marito ( che va prontamente vivere con Assia), Sylvia rimane in campagna con i due bambini e le sue arnie ( è, nel frattempo, sulle orme del padre, diventata una buona apicultrice).
Il grigio inverno inglese aggiunge depressione al dolore per il tradimento del marito.
Nel diario scrive:
Come sogno la primavera! Mi manca la neve americana, che se non altro fa dell’inverno una stagione pulita, eccitante, invece di questi sei mesi di seppellimento tra il tempo umido, la pioggia e il buio: come i sei mesi che Persefone doveva passare con Plutone”
Riprende a scrivere, con ansia febbrile, quasi sempre scegliendo le ore dell’alba in “quell’ora azzurra, silenziosa, quasi eterna che precede il canto del gallo, il grido del bambino, la musica tintinnante del lattaio che posa le bottiglie”.
Il dolore è quasi insopportabile, come quasi insopportabile è la bellezza delle poesie che scrive in questo periodo.
Uno stato di grazia che ancora una volta per lei rappresenta una specie di ritorno alla via.
Scrive ad un’amica:
Roba incredibile, era come se la vita da casalinga mi avesse soffocata. Sentivo come un tappo in gola. Ora che la mia vita domestica è nel caos, faccio vita spartana, scrivo con addosso la febbre alta e tiro fuori cose che avevo chiuse dentro da anni, mi sento sbalordita e molto fortunata”.
Rivedendola a distanza di tempo dalla separazione, Ted è colpito dalla sua disperata lucidità. Leggendo le sue ultime poesie trova conferma di questa impressione. Scrive: ” Sylvia è il poeta sciamano.In poesia penetra fino a profondità riservate in passato ai sacerdoti dell’estasi, agli sciamani, ai santoni”.
Le ultime poesie hanno toni funesti. La morte compare continuamente come un appuntamento difficilmente eludibile, come un richiamo al quale è impossibile sottrarsi.
Ecco come chiude la poesia Specchio:
Su me si china una donna
cercando in me di scoprire quella che lei è realmente.
Poi a quelle bugiarde si volta: alle candele o alla luna.
Io vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Me ne ripaga con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Anche lei viene e va.
Ogni mattina il suo viso si alterna all’oscurità.
In me lei ha annegato una ragazza, da me gli sorge incontro
giorno dopo giorno una vecchia, pesce mostruoso.
Nel 1963 decide di tornare a Londra, non ce la fa più a tollerare l’isolamento in campagna.
E’ l’ultima stagione creativa: Pubblica, con lo pseudonimo di Victoria Luca “The Bell Jar” (La campana di vetro).

E’ la storia, scopertamente autobiografica, di Esther, diciannovenne di provincia, che si avventura in una grande città dopo aver vinto un soggiorno offerto da una rivista di moda. Intorno a lei , come una campana di vetro, una specie di involucro soffocante che le toglie l’aria e soffoca ogni sua capacità di reazione l’America spietata degli anni 50 , ipocrita, maccartista e ottusamente benpensante , che la fa sentire “come un cavallo da corsa in un mondo senza piste”.
L’uscita del romanzo sembra l’avvio di una nuova rinascita:
“Vivere separata da Ted è meraviglioso, non sono più nella sua ombra ed è fantastico essere apprezzata per me stessa e sapere quello che voglio. Magari chiederò anche in prestito un tavolo per il mio appartamento all’amica di Ted… I miei bambini e scrivere sono la mia vita, e che loro si godano pure le loro storie d’amore e i loro party, pfui!”
Prende molti antidepressivi e continua a perdere peso, con grande preoccupazione del suo medico, dottor Horder.
Scrive alla madre : “Adesso vedo com’è tutto definitivo, ed essere catapultata dalla felicità mucchesca della maternità nella solitudine e nei problemi non è certo allegro”.
Fa progetti di vita e di lavoro : “Adesso i bambini hanno più che mai bisogno di me e per i prossimi due o tre anni andrò avanti a scrivere la mattina, a passare con loro il pomeriggio e vedere amici o studiare e leggere di sera”.
Un mattino si alza all’alba, come al solito, porta la colazione (pane e latte) nella stanza dei figli, spalanca la finestra della loro camera e sigilla le fessure della porta con nastro adesivo ed un asciugamano.
Poi va in cucina, sigilla meticolosamente tutte le fessure, poi infila la testa nel forno e accende il gas.
Un solo un breve messaggio “Per favore, chiamate il signor Horder”.

P. S. Nel prossimo post cercherò di parlare di Ted Hughes
FILIPPO CUSUMANO
Memorie di Adriano- brevi istruzioni per l’uso
Giugno 17, 2009
“Quando prendo in esame la mia vita, mi spaventa di trovarla informe.
L’esistenza degli eroi, quella che ci raccontano, è semplice: va diritta al suo scopo come una freccia.
E gli uomini, per lo più, si compiacciono di riassumere la propria esistenza in una formula- talvolta un’ostentazione, talvolta una lamentela, quasi sempre una recriminazione; la memoria compiacente compone loro un’esistenza chiara, spiegabile.
La mia vita ha contorni meno netti, la definisce con maggiore esattezza proprio quello che non sono stato”
( “Le memorie di Adriano- Marguerite Yourcenar”)
Ci sono libri che è impossibile leggere con velocità, lasciandosi abbindolare dalla loro trama ed estraneandosi completamante da quello che ci circonda.
“L’isola del tesoro” si può leggere in questo modo: entri in un mondo lontanissimo dal tuo e vorresti rimanerci fino alla fine della storia, senza farti distrarre dalla banalità sconfortante delle vicende di tutti i giorni.
Ma per altri libri non è così.
E’ il caso de “ Le memorie di Adriano”.
E’ un libro talmente profondo e ricco di stimoli da richiedere alcune accortezze.
Non si può affrontare che a piccole dosi, perchè quasi ogni frase richiede un supplemento di riflessione personale prima di essere assimilata.
Va letto avendo a disposizione una matita, per sottolineare i passi più importanti, per avere poi il piacere di riaprirlo casualmente e rileggerli.
FILIPPO CUSUMANO
La nostra frontiera
Giugno 4, 2009

Angelo Del Boca, La nostra Africa, Neri Pozza Editore 2003
Per quella sorta di esterofilia che contraddistingue noi italiani, non si è mai capito bene fino a che punto indotta o innata, nell’immaginario letterario e cinematografico ci siamo persi tutta un’epopea della frontiera, un’intera mappa di qui stanno i leoni (nel vero senso della parola), di montagne selvagge, deserti spietati e praterie arse dal sole, che siamo invece andati a sognare e cercare di là dall’Oceano, nelle storie di altri, raccontate con un’altra lingua e accompagnate da tutt’altra musica. Ci siamo entusiasmati per le ombre rosse stagliate su uno sfondo di piatte alture nel Colorado, senza nemmeno sospettare analoghe balze piatte nel Corno d’Africa, in un paesaggio di ambe dove bene o male, bellicosamente o pacificamente, abbiamo segnato la storia e la vita delle genti africane per almeno una sessantina d’anni, tanti quanti, per dire, ne sono occorsi agli americani per fare il West.
Ci siamo estasiati di autostrade solitarie e selvagge tracciate nelle pianure, come la mitica Route 66, e di emigranti vagabondi allo sbaraglio, senza nemmeno sospettare identici nastri d’asfalto, spianati sull’altopiano etiopico o disseppelliti da un capo all’altro delle sabbie libiche, teatro di analoghi e forse più drammatici destini.
Solo Hugo Pratt, che in Africa Orientale era vissuto da ragazzo, ha tentato una via italiana all’esotismo avventuroso, talvolta anche ironicamente, mettendo per esempio in bocca ai guerrieri Papua improbabili cadenze veneziane: operazione di certo iperbolica, ma assolutamente spregiudicata e rivoluzionaria in un immaginario collettivo dominato dagli anglismi. Del resto la stessa nascita di Corto Maltese risponde all’esigenza di inventare un eroe che si distingua dal modello americano, un eroe più vicino al nostro modo di vedere e sentire le cose.
Anche noi infatti abbiamo avuto come degni avversari grandi capi “indiani”, che non si chiamavano Geronimo o Nuvola Rossa, bensì ras Alula, ras Mangascià, Menelik, ras Immirù, Suleiman el-Baruni, Omar al-Mukhtàr il leone del deserto, avevamo anche noi i nostri “fortapash”, i fortini smarriti nelle sabbie alla Belgesto, con oasi, ghibli, dromedari e Sahara: Giarabub e Cufra, o arroccati su colline a voler dominare paesaggi atrocemente immensi e indomabili: Forte Galliano a Macallè, le nostre tragiche Little Big Horn e Isandhwana che si chiamano Dogali e Adua, le belle indigene (ah, le donne della Migiurtinia, sospira il nonno ostaggio dei ricordi giovani che ancora bivaccano in Abissinia insieme ai dubat somali), le nostre città vestite di calce e di Art Dèco che avevano nomi belli: Asmara, “la città dell’unione”, i nostri pionieri che hanno strappato al deserto campi da coltivare, che hanno inventato giardini dove c’era solo sabbia, che hanno spianato strade arrostendosi nella savana e arrampicandosi sull’acrocoro.
Non abbiamo avuto la corsa al petrolio, è vero, ma ci mancava poco a tirar su la nostra Oklahoma tralicciosa: se solo avessimo adoperato le trivelle giuste… quelle che avevano gli americani, tanto per cambiare. A causa di una stupida trivella nelle sale cinematografiche abbiamo importato il West, e non abbiamo esportato il Fezzan, Beau Geste e Rio Bravo anziché Lo squadrone bianco e Sentinelle di bronzo, e Fosco Giachetti è rimasto un oscuro – nomen omen – divo del cinema di regime, anziché diventare il bel tenebroso adorato da mezzo mondo, uno che avrebbe potuto scalzare dal podio intere teorie di finti duri in Borsalino e Colt ascellare: Errol Flynn infatti cominciava già a preoccuparsi di un certo Amedeo Nazzari, e uno sguardo e un sorriso di Doris Duranti stavano per eclissare in un colpo solo Jane Russel, Yvonne De Carlo e tutte le altre procaci more di California. Guarda cos’è capace di combinarti una trivella…
Può darsi che ci sia dell’ottone in tutto ciò, qualche surrogato, come il karkadè al posto del tè o il lineare profilo della sfinge sul pacchetto delle sigarette Giuba invece del dromedario delle Camel, autarchia totalitaria che si concede all’esotico battezzando Tigrina il pacchetto delle Kentucky e Macallè i sigari Trabucos, ma l’Affrica (con due effe, come si scriveva allora), sia libica che etiopica, è stata indiscutibilmente il nostro Far West, terra d’evasione e di illusione per avventurieri, esploratori, missionari, soldati, pionieri, emigranti, che ci hanno lasciato le loro memorie e le loro nostalgie, parte delle quali sono state raccolte in questo libro, un’Africa nostra e nostrana narrata nel racconto di cinquanta italiani che l’hanno percorsa, esplorata e amata lungo un secolo, cinquanta storie sparse tra Eritrea, Somalia, Libia e infine Etiopia, l’ultima frontiera.
È un filone aurifero, per restare in tema di Far-qualcosa, mai sfruttato abbastanza dagli strumenti narrativi, se non ai tempi del Ventennio e per fini propagandistici, con pellicole quali Luciano Serra pilota, Sotto la Croce del Sud, Il grande appello, Abuna Messias. Oggi che sono cambiate le cose, il tempo è trascorso guarendo le ferite e la distanza aiuta a guardare a quel periodo con più serenità, resta un filone mitopoietico dal quale potrebbero scaturire ancora trame originali e avvincenti, da ricercare nelle vite taciute della gente qualsiasi, dei pionieri trapiantati nei villaggi libici, dei manovali che srotolavano strade su strade, l’epopea della litoranea Balbia che andava dalla Tunisia all’Egitto e della Mille miglia libica che la percorreva, l’inno alla solitudine monumentale quale si presentava l’Arco dei Fileni, quasi un arcano portale preistorico o alieno nel vuoto desertico, l’odore di notti coloniali sotto una luna africana, storie odisseiche all’inseguimento di sogni, io ti saluto, vado in Abissinia, cara Virginia, ma tornerò…
Il libro in questione ci offre diversi episodi che affascinano l’immaginazione come cartigli esotici su mappe dipinte, accenni di piste che conducono ad ulteriori mappe della fantasia: Tesfai, il vecchio custode del cimitero di Asmara, che di tutti i suoi morti conosceva la storia e i parenti / l’uomo che per primo, affondando la vanga nella pozza d’acqua sporca, sentì gorgogliare qualcosa di bituminoso e acre che altri chiameranno oro nero / colui che spolverando la roccia dalla sabbia scoprì le iscrizioni incise in tifinagh, l’antichissima scrittura berbera che solo le donne dei tuareg conoscono / Gadàmes “turchese pallida incastonata al centro di un bacino di rame“, città di frontiera, l’ultimo avamposto a occidente sulla strada dei forti della Legione Straniera, la città della nostalgia carovaniera chiamata “Qui sostammo ieri” / il treno più lento del mondo (che bel titolo, alla Soriano) sulla linea Gibuti-Dire Daua / Ugorò, la città sorta dal nulla / il galla Gurmù Nurghì, guerrigliero sciftà che non abbandonò la sua donna ferita, si lasciò catturare dalla bandera italiana ed ebbe salva la vita / l’esploratore prigioniero della ghennè cuore di tenebra / l’ex camionista fuggito dal perimetro tranquillo di una bottega per tornare a correre libero sulle strade e sulle piste africane / il diplomatico invaghito di Addis Abeba, eccetera, temi talvolta minimalisti, ma di alto potenziale epico nelle penne giuste.
Perché poi la vera epica è questa, quella che ti fa esplodere dentro l’emozione è questa, non tanto il decantato e strombazzato eroe (si fa per dire) buono per tutti i regimi e tutti i rotocalchi, basta cambiargli la camicia, quanto l’eroe nascosto nella quotidianità dei gesti semplici e misurati che si trasfigurano in gesta, fossero anche soltanto finalizzati ad una striscia infinita d’asfalto che si perde lontano e si scioglie nell’azzurro incastonato fra le ambe abissine.
Mauro Del Bianco
Il cinema in 1001 battute
Maggio 31, 2009

– Vivi in fretta, muori giovane e lascia di te un cadavere bello da vedere. (I bassifondi di San Francisco)
– Nessuno colpisce duro come la vita. (Rocky)
– Gli amici tienili stretti, ma i nemici ancora di più. (Il Padrino)
– Per quanto mi riguarda, internet è solo un modo nuovo per essere respinto da una donna. (C’è posta per te)
– A scuola mi esclusero dalla squadra di scacchi per la mia statura. (Io e Annie)
– Sia lodato Gesù Cristo. – Perché? (Lo chiamavano Trinità)
– Alla fine vinceremo noi, perché moriremo liberi. (Geronimo)
– Andiamo a morire? – Perché no? (Il mucchio selvaggio)
– Nello spazio nessuno può sentirti urlare. (Alien)
– Credo che il solo modo di fermarlo sia fare un altro film. (Nightmare)
– Al mio segnale, scatenate l’inferno. (Il gladiatore)
Sono milleuno le battute meravigliose raccolte in questo nuovo libro della vulcanica Stampa Alternativa, e, a fronte di migliaia di titoli di narrativa e saggistica superflui nell’editoria italiana, possiamo senza tema affermare che questo libro è necessario. Racchiudere le frasi celebri, dimenticate e no, del cinema è un’operazione molto più importante di quanto si possa pensare. Significa dare il giusto risalto e valore a una semplice battuta che però spesso concentra in sé il lavoro artistico di un intero testo, di una sceneggiatura; significa far esplodere una bomba letteraria tramite una frase che allarga improvvisamente il senso del film nel suo insieme. Senza quella battuta, probabilmente, quel film sarebbe stato diverso, e diversi saremo stati anche noi.
Diviso in sezioni come un’opera scientifica (comico, western, drammatico…) il libro è perfetto e custodisce un patrimonio infinito di pensieri. Alla fine il capitolo Note consegna al lettore informazioni succulente e curiose.
«Si ride, si piange, si odia, ci si appassiona: il cinema rappresenta tutte le sfaccettature dei sentimenti umani, mantenendo intatta la sua magia a dispetto della crisi di idee e di capitali. Se è vero che ciascun cinefilo ha la sua lista di battute celebri da snocciolare in ogni occasione, la scelta di Alessandro Paronuzzi deluderà inevitabilmente qualcuno, ma pare fatta apposta per provocare i lettori a stilare la propria».
Un libro assolutamente da tenere e leggere con calma, da rileggere, da regalare. Un raro piacere.
Alessandro Paronuzzi
IL CINEMA IN 1001 BATTUTE
Stampa Alternativa
pp. 24o
SOGNI D’ERBA E DI RIMBALZI ECCENTRICI
Maggio 16, 2009
Lloyd Jones, Il libro della gloria, Einaudi 2009

Di narrativa autentica sullo sport non ce n’è molta, e in particolare è molto difficile trovare narrativa dedicata al rugby. Dove per narrativa intendo il romanzo vero e proprio o il racconto puro che ha per paesaggio il gioco del rugby – come i racconti di Osvaldo Soriano hanno per paesaggio il mondo del calcio o quelli di Updike il mondo del golf – e non ovviamente la cronaca sportiva più o meno elegante ed accattivante camuffata da racconto.
Lo so con certezza, che non c’è letteratura sul rugby (o quanto meno che non ce n’è tradotta in Italia), perché non molto tempo fa entrai in libreria e chiesi agli addetti ai lavori un romanzo di questo tipo, al limite una raccolta di racconti, un solo racconto, una poesia, due righe… Possibile che nessuno abbia mai pensato di mettere nero su bianco una storia disegnata intorno ad una palla ovale?
Deve averlo pensato anche Lloyd Jones e deve anche aver pensato: adesso lo faccio io. Che nel mondo delle lettere è un po’ come un’apertura, una finta ed una volata in meta dei suoi All Blacks 1905, inventori di spazi in un campo potenzialmente infinito, “noi vedevamo il campo come un disegno di linee sempre mutevole“, che per gli avversari era e sarebbe sempre rimasto un cortile piuttosto angusto. Per dire: questi All Blacks elaboravano strategie e tattiche a bordo della nave che li portava in Europa, e sapevano inventare spazi sul fazzoletto di un ponte spazzato dalle onde e dai venti.
Aspetta solo che arrivino in Galles…
La storia comincia così, con una nave che parte dalla Nuova Zelanda in pieno inverno australe, l’8 agosto 1905, “come un enorme tronco incagliato che si libera nella corrente, la nostra vita scivolò a babordo, a prua, oltre i promontori“, una nave di emigranti al contrario, di gente semplice (contadini, operai, artigiani, impiegati) con un talento incredibile e funambolico (avanti, mediani, trequarti, estremi) nel saper gestire un ovale che prende in giro e fa dannare il resto del mondo, coloniali che stanno per esibire all’Europa la meraviglia del loro gioco.
Aspetta solo che arrivino in Galles…
Perché come giocavano (e continuano a giocare) il rugby loro è appunto roba loro, che agli inglesi, quelli che l’avevano inventato il gioco, non era passato neanche per l’anticamera del cervello. Curioso destino quello degli inglesi nello sport: inventano il calcio, ma lo esaltano i brasiliani; inventano il rugby, ma lo portano alle stelle i neozelandesi, che fanno vedere come si gioca in due tournée, la prima del 1888-1889, quando ancora vestono la casacca blu con felce d’oro, e la seconda, quella del 1905, con casacca nera e felce d’argento ricamata sul petto, gli all blacks, i tutti neri, come li chiama un giornalista inglese, o forse voleva dire all backs, tutti “indietro”, cioè, nel gergo rugbistico, tutti trequarti, tutti attaccanti.
Aspetta solo che arrivino in Galles…
Siamo infatti nella protostoria del rugby, quando si sono appena definiti i reparti che nella preistoria erano ancora incerti: all’alba dei tempi della palla ovale, nell’età primordiale che celebrava la leggenda del giovane Ellis quale mito fondante del sabato pomeriggio fangoso dove anche l’impiegato mezzemaniche e il minatore bolso potevano assaporare la luce della gloria e tornare ad essere per un paio d’ore biondi guerrieri tatuati di re Conan, in quei tempi lì, il rugby si giocava in quaranta, venti da una parte contro venti dall’altra. Un casino pazzesco. Tenuto anche presente che le regole non erano poi tanto chiare e che di arbitri non se ne vedeva neanche l’ombra. Quella che è chiara è l’organizzazione dei reparti: ci sono gli “avanti” (un’enormità) e ci sono gli “indietro” (li conti sulle dita di una mano). Semplice come solo gli anglosassoni sanno esserlo: avanti (quelli che fanno la mischia, per capirci) e indietro (quelli che volano in meta), senza tanti sottili distinguo. Perché il gioco consiste soprattutto nell’attacco violento degli avanti, come l’assalto al castello con gli arieti, come il rullo compressore della cavalleria pesante. Il rugby è una guerra la cui tattica è ferma al medioevo. Incursori e cavalleria leggera stanno dietro, rifiniscono, punzecchiano, cazzeggiano. Il lavoro sporco lo fanno gli avanti. Sono loro che giocano a rugby, gli altri partecipano. Questo nella preistoria.
La protostoria arriva quando il numero dei giocatori si riduce a quindici per parte, gli arbitri cominciano a farsi rispettare e i gallesi decidono di schierare gli “indietro” con una tattica mai vista e assolutamente scandalizzante per gli inglesi: quattro trequarti in linea e un uomo solo dietro a tutti, l’estremo. E quando il rugby europeo attraversa i confini d’acqua del Regno Unito per dare il via a quasi un secolo di Cinque Nazioni, nel 1910, con l’ingresso in campo della Francia, siamo già nella storia.
Nel romanzo di Lloyd Jones ci troviamo dunque ancora nella fase mitologica della protostoria rugbistica, un 1905 che campeggia in una nebulosa leggendaria, non diversamente da un drago e dodici cavalieri intorno ad una tavola rotonda.
E qui, parlando di stile, sta il fascino del libro. Lo stile infatti è corale, il libro è redatto in prima persona plurale, noi qui, noi là, noi che non corrisponde a nessuno in particolare, non è un personaggio specifico che parla e racconta l’avventura, ma teoricamente tutti stanno parlando dietro il simulacro di un noi anonimo. E ciò che dicono è bello e semplice, talvolta commovente perfino, talvolta ridicolo e stupido, ma in ogni caso epico. Perfino un gesto banale e senza scopo, come masticare un filo d’erba, diventa, raccontato da loro/Lloyd Jones, un episodio di fascino. Se pensate a Jonny Wilkinson (tanto per citare un campione odierno) con un filo d’erba in bocca, mentre osserva perplesso l’iperbolica geometria parallela dei pali dell’ H rugbistica (ma si incontreranno mai al punto 1 dell’infinito quei pali?), non proverete niente di che. Sarà perché non ve lo vedete proprio Wilkinson a fare una cosa del genere, o sarà che l’avete visto troppe volte, o non l’avete mai visto, sarà che non sbaglia mai o quasi mai, ogni calcio tre punti. No, la verità è che il passato mitologico del rugby fa la differenza, ne fa così tanta che perfino il minimalismo narrativo si trasfigura in epica leggendaria, perché stiamo parlando di un’epoca di spazi liberi, dove tutto può accadere, dove si potevano e si possono ancora trovare ed inventare spazi liberi, sia fisici che mentali, mentre oggi siamo intrappolati in una rete di non-luoghi, prigionieri del reticolo monitorante dell’odierna civiltà impicciona. Invercargill, per esempio, un nome che è già una meraviglia, un pezzo di Scozia trapiantata o deportata sotto il cielo australe, pensate a Invercargill, senza sapere nemmeno com’è fatta questa città, e sognate altre stelle…
Aspetta solo che arrivino in Galles…
La tecnica narrativa del libro è in un certo senso rugbistica, a cominciare dal continuo alternarsi di presente e passato. La storia procede infatti verso il suo punto d’arrivo ricordando il passato: come la palla ovale viene portata avanti con passaggi all’indietro, i ricordi dei protagonisti tornano indietro lungo la scia della nave, alla loro terra e alle loro piccole cose di ogni giorno, cose di fattori e artigiani, di case celtiche in un paesaggio di laghi e colline maori, agli occhi delle loro donne. E rugbisticamente la loro fama si allarga e conquista lo spazio giornalistico misurato in righe dedicate, come sul campo si conquistano metri.
La forma pertanto è veloce, aforistica, fotografica, frasi di poche righe, istantanee di vita, come le azioni comprese tra un’apertura e un placcaggio, tra una mischia e un drop, tra due fischi dell’arbitro.
E soprattutto è uno stile che a tratti raggiunge lidi di poesia. Esempi:
il tema degli addii:
“C’è stata una gran nuvola di fumo, il fischio penetrante del treno, finchè tutto è rimasto com’era. Il binario. Le panchine di legno. Il cielo vizzo. E la mia vita, come lui l’aveva trovata.”
il tema delle solitudini:
“Sulla strade d’improvviso silenziose caddero grandi distanze.”
il tema dell’attesa:
“Nel nostro minuscolo spogliatoio rivolgemmo i pensieri a tutto quel vetro sopra di noi e al peso del silenzio” (il campo del Crystal Palace di Londra).
Uno stile ironico e dalla sintesi sottile. Esempi:
Parigi: una città dove perfino “i cavalli sembrano più graziosi”
Londra: “entrammo come talpe nella terra / a Waterloo / per riaffiorare in un posto / chiamato Sherpher’s Bush”
Stati Uniti: “i dirigenti locali ararono un campo da gioco in ottime condizioni nell’errata convinzione che per giocare a rugby occorresse il fango…”
Gli irlandesi: “erano come bambini che facevano a turno a prendere a calci un sasso lungo una strada sconnessa“
I gallesi: “Aspetta solo che arrivino in Galles…”
E poi in effetti in Galles ci sono arrivati, e hanno perso. L’unica sconfitta di tutta la tournée questi magnifici giocatori l’hanno subita in Galles. I gallesi già allora erano gli unici avversari alla loro altezza: “Dovunque guardassimo era come vederci allo specchio (…) La musica era la nostra, ma i nomi erano gallesi.”
Un’immagine del libro mi ha colpito fra tu
tte, quella dell’estremo George Arthur Gillett, un metro e ottantatre per ottantatre chili d’ossa e muscoli, che in un’assolata giornata d’inverno indossa un berretto di tweed e va in meta reggendosi con una mano la visiera del berretto.
“L’estremo che giocava col berrettino da sole
e correva più esterno dell’ala
in sé, forse non è molto
ma è il pensiero, è il pensiero che conta“.
Perché proprio l’estremo? Perché l’estremo è un personaggio da romanzo, lì, solo, dietro a tutti, una solitudine che non ti dico. I suoi compagni possono voltarsi e rassicurarsi sul fatto che qualcuno gli copre le spalle: il tallonatore vede i suoi piloni, i piloni le seconde linee, le seconde vedono le terze, il mediano di mischia si specchia negli occhi del suo gemello mediano d’apertura, costoro guardano i trequarti, tutti si voltano e guardano l’estremo, che sentendo ventotto pupille puntate addosso si gira pure lui, e non vede nessuno. Lui è l’ultimo, il fullback come dicono gli inglesi, cioè quello completamente indietro che più indietro non si può.
Solo i pali della porta a fargli compagnia, quei pali che non definiscono una geometria chiusa, ma un rettangolo aperto, infinito, il cui prolungamento ideale arriva fino alla tribuna del Signore, quel che si direbbe un posto da dio. Ma per l’estremo è l’orlo del mondo, e non dev’essere un pensiero tanto incoraggiante…
Dura così per anni. Finché i gallesi, sempre loro, fanno la rivoluzione. E l’estremo passa la metà campo e va in meta. Mistero di fullback. In tutto quel tempo sull’orlo del mondo a colloquio con l’Infinito, chissà cosa si sono detti lui e Dio. In tutto quel tempo sull’orlo del mondo solo come un cane, gli dev’essere venuta una crisi, crede di essere un trequarti, poveretto. In tutto quel tempo sull’orlo del mondo ha guardato in fondo al gioco, tutto qui, ma sai… direbbe Paolo Conte.
Comunque sia, corre come un treno, si beve mezzo campo come ridere, passa la palla al trequarti più vicino, che la passa ad un altro trequarti, che la ripassa a lui, perché intanto è rimasto in zona meta. Gli irlandesi non hanno più nessuno libero nei 22 metri, i gallesi sì: Vivian Jenkins di Bridgend, numero 15, meta. Gli ultimi saranno i primi, sia lode al Signore, e pure ai gallesi, benchè ci voglia un po’ di tempo ai tutori dell’ordine ovale per abituarsi all’idea piuttosto deprimente: avevamo un uomo in più, ma non ce n’eravamo accorti…
Oggi la lezione è stata ormai digerita, e ciò nonostante, accanto a fullback da meta, come il gallese Gareth Thomas, pelo rosso rado e sorriso a cruciverba, o come l’irlandese Murphy, estroso artista dell’up & under, c’è ancora qualche estremo lì in fondo che placca, intercetta, calcia, rinvia, ma quando arriva a metà campo gli prende un’invincibile nostalgia per il dolce grembo della solitudine e se ne torna fra i pali.
Forse è l’estremo da leggenda, quello che non gli davi un soldo bucato, ma che d’improvviso, intuendo uno spazio invisibile, con una volata meravigliosa, stupisce tutti e riscatta una vita intera vissuta all’ombra dei pali, uno che Paolo Conte ci farebbe una canzone, “tempo al tempo e lo vedrai, che si lancia sulla meta: no, non incontrarlo mai…”, uno che andrà in meta pizzicando tra pollice e indice la visiera del berretto, una specie di ironico saluto, tra il militaresco e il giullaresco, baffi veri inglis e sottecchi da attore consumato: scusate il disturbo, ho fatto meta anch’io.
Mauro Del Bianco
Bukowski, una vita maleducata
Maggio 16, 2009
“Voglio una vita maleducata, di quelle vite fatte così. Voglio una vita che se ne frega, che se ne frega di tutto sì. Voglio una vita spericolata, di quelle che non dormi mai”.
Henry Charles Bukowski, detto Hank, avrebbe apprezzato molto, se l’avesse conosciuta, questa canzone di Vasco Rossi.
Nato il 16 agosto 1920 ad Andernach in Germania, Bukowski è stato sicuramente il più “spericolato” e “maleducato” scrittore del Novecento.
Figlio di un ex artigliere delle truppe americane, Charles non saprà mai parlare una parola di tedesco, perchè lascia la Germania a tre anni, quando la sua famiglia si trasferisce a Los Angeles (visiterà la sua città natale a pochi anni dalla morte, stupendosi costantemente del fatto di essere diventato una star nel suo paese natale).
Ha solo 3 anni quando la famiglia si trasferisce a Los Angeles, negli Stati Uniti.

E’ un ragazzo chiuso e confuso, in continuo conflitto con il padre.
E’ complessato ed infelice per il suo aspetto.
Da piccolo lo deridono per il suo accento vagamente teutonico, da adolescente per il corpaccione sgraziato e la faccia butterata.
Passa i primi anni di vita sulla difensiva.
E sulla difensiva resterà fin quasi alla fine.
A tredici anni inizia a bere e a frequentare teppisti.
Nel 1938, preso il diploma, lascia la famiglia e inizia un lunghissimo periodo di vagabondaggi, lavori saltuari, alcolismo.
Lavapiatti, posteggiatore, facchino.

Dorme quando può e dove può, fa a botte ad ogni occasione ( prendendole spesso: “Ero un buon pugile, ma con mani troppo piccole”dirà poi), finisce spesso in gattabuia per rissa o schiamazzi notturni.
Insomma una vita che più maleducata non si può.
Ma scrive. In ogni occasione, in ogni posto, a qualsiasi ora del giorno e della notte, ma soprattutto la notte, continua a scrivere.
I suoi racconti e le sue poesie cominciano ad apparire sempre più spesso nelle riviste underground.
Scrive sempre, ed ossessivamente, della cosa che conosce di più: se stesso ( ” Agli scrittori piace solo la puzza dei propri stronzi”).
La sua condizione di emarginato lo ispira: «Solo i poveri riescono ad afferrare il senso della vita, i ricchi possono solo tirare a indovinare.»

Gli scontri con gli uomini, gli incontri con le donne, il vino, la birra, le corse dei cavalli, la sua scassata Wolkswagen(«Prendete pure la mia donna, ma non toccatemi l’auto»), i vicini di casa, i risvegli con la testa che scoppia e lo stomaco in subbuglio, le scenate, i rari momenti di languore romantico, la irresistibile voglia di provocare ed offendere, che poi imprevedibilmente lascia il posto a gentilezza e sensibilità ( come se in lui abitassero, a seconda della quantita- e qualità- dell’alcol ingurgitato, diverse personalità).
Tutto questo entra di forza nelle pagine di Bukowski e lo rende uno scrittore inimitabile.
Il sesso è raccontato in maniera cruda, meccanica, a volte comica:” Il sesso è tragicomico. Ne scrivo come di una risata sul palcoscenico, come di un intermezzo tra un atto e l’altro”
Nessuno ha la sua totale e sgradevole sincerità, nessuno si spoglia, si denigra, si commisera e si irride come lui.
Nessuno come lui odia la retorica: “ Se mai dovessi parlare d’amore o di stelle, uccidetemi“
Nessuno più di lui disprezza i suoi simili: “Gli uomini per me sono come sassolini bianchi; anzi no, ripensandoci, i sassolini bianchi non sono poi così male”
Insomma un grande scrittore che è anche un grandissimo personaggio
La scrittura è veloce, quasi sincopata, semplice, ma, pur nella semplicità, sempre feroce e corrosiva.
Più le sue condizioni di vita sono squallide eprecarie, più si sente ispirato : “Solo i poveri riescono ad afferrare il senso della vita, i ricchi possono solo tirare ad indovinare”
Assunto dal Postal Office di Los Angeles, Bukowski attraversa gli anni ‘50 e ‘60 continuando ad essere uno scrittore semiclandestino.
E’ un autore di culto, come diremmo oggi, ma per pochissimi.
Poi, un giorno, quando è già un uomo maturo, una collezione dei suoi pezzi più trasgressivi e velenosi esce in volume.
Il libro si intitola “Taccuino di un vecchio sporcaccione” ed ha un discreto successo.
Prende coraggio e lascia l’ufficio postale.
Ha quarantanove anni ( anche se ne dimostra molti di più) , ma, anche se il suo corpo è devastato da una vita disordinata e dispendiosa come poche, ha sempre più voglia di scrivere e di raccontarsi.
E più l’uomo Bukowski è distrutto e rovinato, più i suoi racconti acquistano forza e freschezza.
Ha la fortuna di incontrare a quel punto un uomo che crede moltissimo in lui e nella sua possibilità di diventare uno scrittore di successo.
L’uomo è John Martin.
Manager di professione e appassionato di letteratura per vocazione, Martin gli offre un assegno periodico quale anticipo sui diritti d’autore e si impegna a promuovere e a commercializzare le sue opere.
Il sodalizio ha un enorme successo.
All’inizio soprattutto in Europa, successivamente anche in America.
Inizia il periodo dei reading poetici, vissuti da Bukowski come un incubo e raccontati magnificamente in molti racconti : “Viaggiare è una seccatura: di problemi ce nono sempre a sufficienza già dove sei”
Proprio durante una di queste letture, nel 1976, Bukowski conosce Linda Lee, che riesce nell’impresa di cambiargli regime alimentare e ridurgli l’alcol.

Ormai Bukowski può permettersi una villa con piscina, una Bmw al posto della Wolkswagen, vino bianco di prima qualità e ristoranti di lusso.
Gli ultimi anni sono vissuti in grande serenità e agiatezza.
Ma la vena creativa non viene meno. Continua a scrivere e a pubblicare fino alla fine.
Muore nel 1994.
Alla morte è dedicato uno dei suoi scritti:
“Ti ho dato tante di quelle occasioni
che avresti dovuto portarmi via
parecchio tempo fa.
Vorrei essere sepolto
vicino all’ippodromo…
per sentire la volata
sulla dirittura d’arrivo”.
Filippo Cusumano
Il revisionista
Maggio 16, 2009
Un gigante del giornalismo.
Un direttore carismatico e intransigente, capace di incalzare la redazione e i singoli giornalisti con reprimende devastanti.
Nemico della sciatteria, dell’approssimazione.
Furbissimo nei rapporti con i leader politici.
Sicurissimo di contare molto più di loro ( “loro passeranno , questo giornale resterà”) .
Infaticabile nel pretendere sempre di più dai suoi redattori e nel trainare il giornale a risultati di vendita di cui nessuno all’inizio lo accreditava.
Inventore di una formula di incredibile successo: quella del giornale “libertino“, in grado cioè di dare voce, con grande disinvoltura e libertà, ad un parere ed anche al suo esatto opposto.
Grande uomo d’affari, prontissimo a vendere il giornale nel momento più opportuno e a diventare miliardario. Ieratico e supponente, progressivamente trasformatosi nel monumento di se stesso.
Capace di togliere il saluto a chi lasciasse la sua redazione, considerando il gesto alla stregua di un affronto personale o di un tradimento.
Questo è il ritratto vivace e realistico, scritto sempre in bilico tra autentica ammirazione per il direttore di giornale e profonda disistima per l’uomo, che ci offre di Eugenio Scalfari, “soprannominato BARBAPAPA’, un altro grande del giornalismo, Gian Paolo Pansa nel suo ultimo libro “ Il revisonista”
Il libro è una sorta di autobiografia intellettuale che ripercorre oltre cinquant’anni di storia del giornalismo e della politica.
Lo stile è quello, fantasioso, disincantato e personalissimo che ha reso riconoscibilissimo il lavoro di Pansa.
Per chi volesse leggere tutto il capitolo, interessantissimo, su Scalfari, pubblicato in anteprima dal Giornale ( il libro esce il 20 maggio) vi indico il link:
Vi racconto Scalfari, l’arrogante “Barbapapà” che ama il potere

FILIPPO CUSUMANO
IL MEDIOCRE SI ISPIRA IL GENIO RUBA
Aprile 28, 2009
Antonio Castronuovo, Ladro di biciclette.
Cent’anni di Alfred Jarry, Stampa alternativa, 2009
Nel corso di un’intervista a Vinicio Capossela, dopo un suo concerto in prevalenza composto da brani tratti da Canzoni a manovella (2000), il commento sui prestiti e sulle contaminazioni musicali presenti nei lavori dell’autore fa emergere tra intervistato e intervistatore la riflessione con citazione dotta (forse Stravinskij): “il mediocre si ispira, il genio ruba” (sinceramente non ricordo se, nel testo dell’articolo ormai datato e che cito a memoria, la frase fosse attribuita a Capossela o al giornalista).
È sorprendente come alle volte elementi in apparenza slegati e incongruenti trovino una collocazione organica in un discorso di più ampio respiro, e viene sempre da chiedersi se ciò sia dovuto all’astratta, per quanto apprezzabile, sagacia intellettuale che dà un qualche ordine al caso, o se il caso sia in realtà già ordinato o preordinato e attenda soltanto qualcuno che rimetta insieme i pezzi.
Infatti nell’intervista la boutade “il mediocre si ispira, il genio ruba” accade a proposito di un lavoro di Capossela dove non solo Alfred Jarry (come si vedrà, il genio che ruba), appare citato qua e là – nei Debiti in copertina e nella canzone Maraja: “(…) con l’Uncino e la Phinanza si rimpinza il Maraja (…)” – ma dove c’è addirittura un pregevole tentativo, peraltro pienamente riuscito, di dare vita e corpo musicale ad un intero testo di Alfred Jarry, Chanson du decervelage (Decervellamento nella versione di Capossela).
Nella plaquette della Collana 1 Euro (le vecchie Millelire) di Stampalternativa, Antonio Castronuovo ricorda tre episodi della vita di Alfred Jarry emblematici del suo disinvolto modo di rapportarsi all’altrui proprietà, in termini sia culturali (l’idea teatrale che genera Ubu) sia materiali (la famosa bicicletta Clément de luxe 96 o la casa/capanna in riva alla Senna). Diciamo, semplificando, che Jarry era uno che prendeva volentieri (cioè con buona volontà) a prestito, ma non pagava mai le cambiali.
A cominciare dalla sua (sua?) creatura più famosa, Ubu, che deriva in realtà dalle oscene avventure goliardiche ideate sadicamente da un gruppo di studenti di collegio ai danni di un professore, che Jarry ha la prontezza, il talento e la genialità artistica di estrarre dal contesto scolastico per farne una figura archetipica dell’avanguardia del Novecento prima che il Novecento abbia inizio, in un primo momento con il teatro di burattini ancora ad uso adolescenziale e poi a Parigi con la celebre prima teatrale del 10 dicembre 1896 dove Padre Ubu, sozzo predatore di improbabili reami polacchi (in un’epoca in cui la Polonia come Stato non esisteva più, essendo stata smembrata un secolo prima, e quindi corrispondente ad un regno di fantasia non diversamente dalla Poldavia di Queneau (Pierrot amico mio) o dalla celebre e coeva Ruritania di Hope (Il prigioniero di Zenda), enormi tasche buie, uncino da phynanze e bastone da fisica, scuote la testa a pera, onde fu chiamato dagli inglesi Shakes-peare (sic!), e fa il suo abominevole esordio sputando in faccia agli astanti: MERDRE! Tanto per cominciare. Tanto per cominciare l’avventura dell’avanguardia ‘900 che probabilmente Jarry non è in grado di cogliere o di profetare completamente, non tanto perché gli manchino capacità visionarie potentissime, quanto per la sua sostanziale indifferenza o anarchica noncuranza alle finalità della sua arte e della sua stessa vita. Che voleva fare infatti Jarry? A parte divertirsi un mondo, s’intende. La sua esistenza contemplava un qualche atteggiamento non ludico o un qualche ambito dove il confine tra serietà e gioco fosse nettamente distinto?
Ecco che l’acquisto a rate (non pagate) di una bicicletta o la velleità così plutocratica di un capanno in riva alla Senna (il Tripode), non diversamente dall’alcolismo e dal piacere di scandalizzare i bravi borghesi, possono assumere un rilievo non meramente contingente: sono atti di liberazione dai vincoli convenzionali, dalla logica della normalità, dai limiti nei quali è modellata e costretta la realtà, sono aspetti di un gioco che non va interpretato come banale infantilismo, ma a suo modo addirittura come saggezza, qualora ci fosse dietro una visione metafisica dell’esistente (vedi le filosofie orientali), o come sacralità dell’idiota quale essa viene accettata nelle culture primordiali animiste (qualcosa di simile può suggerire la chiusura della prefazione a Alfred Jarry, Ubu, Adelphi 1977, di Alfredo Giuliani).
Nella concezione ludica o scanzonata della realtà propria di Jarry c’è dentro il germe del futurismo, e anche quello del dadaismo e pure del surrealismo, tutto in potenza. Non è un caso che gli avanguardisti si richiamino a Jarry, approfittando anche del fatto che muore giovane nel 1907, lo copino a loro volta, vi ritrovino un’affinità eversiva con il sarcasmo dissolvente delle sue trovate e dei suoi neologismi. A cominciare da Marinetti, che per il suo Le roi Bombance. Tragédie satirique (Mercure de France, Paris 1905; prima rappresentazione 3 aprile 1909 Théatre de l’Oeuvre) immagina un canovaccio non diverso da quello dell’Ubu roi, con tanto di palotini, flatulenze ed altre coprologie, e si premura che il teatro, il regista, il costumista, lo scenografo siano gli stessi della prima di Ubu del 1896: “I debiti di Marinetti nei riguardi di Jarry sono stati constatati da numerosi studiosi e comprendono il ricorso a insulti per far reagire il pubblico” (Introduzione di Jeffrey T. Schnapp a Filippo Tommaso Marinetti, Teatro, Mondadori 2004). Nella prassi futurista la provocazione e l’insulto, l’incitamento alla rissa, non solo verbale, scardinano il teatro tradizionale, e la cosa veramente divertente è che il pubblico li prendeva pure sul serio, sicchè ad una serata futurista non si capiva dove finisse la ribalderia dei futuristi e dove iniziassero invece la protervia e la volgarità del pubblico. Non c’è forse il sospetto dell’inquietante ed illogica violenza di Ubu in questo assurdo teatro dei carciofi e delle patate, degli schiaffi e delle pedate?
I dadaisti del Cabaret Voltaire devono molto del loro sarcastico anticonformismo nichilista, non diversamente dai surrealisti con le loro rappresentazioni oniriche di macabra comicità, alle blasfeme stupidaggini della marionetta Ubu e alle Gestes et opinions du Dr. Faustroll, pataphysicien, inventore appunto della patafisica, la scienza delle soluzioni immaginarie basata sulla legge delle eccezioni.
E poi i neologismi di Alfred Jarry, la deformazione del linguaggio in dispregio al culto ottocentesco del testo, dal famoso merdre a rastron (animale fantastico inventato da lui), ai bouffres (da bouffer “mangiare” + bouffon “buffone” + bougres “bricconi”), ai salopins (da salaud “sporcaccione” + galopin “galoppino”), ai palotins (da palot “tanghero”), ecc.
Dunque si potrebbe teorizzare un “prima-di-Jarry” e un “dopo-Jarry” nella storia del teatro e della letteratura, per quanto forse lo stesso Jarry non ne fosse consapevole e benchè inevitabilmente intuisse la deriva primitiva e caotica di questo abbozzo di estetica, esaltando e valorizzando per esempio l’opera di Henri Rousseau il Doganiere, scorgendovi l’anarchia figurativa e la forza primordiale della fantasia, tanto da far pubblicare nel gennaio 1895 sulla rivista L’Ymagier l’unica litografia di Rousseau, una variante del famoso dipinto La guerra, eseguita a penna su sfondo rosso.
Alfredo Giuliani, nella prefazione già citata, chiudeva il labirinto Ubu-Jarry con un’immagine preistorica: “Sicchè Ubu non se n’è dato mai pensiero, ma è un fatto che nessuna rivoluzione e controrivoluzione, rivolta o massacro degli ultimi ottant’anni, orribile a dirsi, ha saputo smentirlo. Ma non bisogna neppure esagerare nel vedere in lui la prefigurazione di ogni nostra rivolta e massacro e dittatura e desiderio di schiavitù. La logica di Ubu, per quanto atrocemente terrestre, è commensurabile soltanto alla poesia, la cui imbecillità è sacra come la folgore.”
Bellissima immagine infatti: l’idiota sacro, sacro come la folgore, per i primitivi ovviamente, per quel ritorno al primordiale goduto oniricamente da futuristi, dadaisti e soci, e che Jarry, ubumente o patafisicamente, si era limitato a gorgogliare come battuta scandalosa dal palcoscenico slabbrato della vita.
Mauro Del Bianco

