( progetto web : la conoscenza rende liberi)

L’ARTE COME TERAPIA.

Un progetto editoriale curato da Federico Berti in collaborazione con la Fondazione Santissima Annunziata, nel comune di Firenzuola (Fi). Consiste nella programmazione di attività culturali negli istituti di cura, si pone come obiettivo di stimolare la creatività e il senso critico nel paziente affinché possa rompere l’isolamento e affrontare con maggior serenità e consapevolezza il disagio fisico o mentale, migliorando così il suo stato di salute. Il prodotto finale sono delle pubblicazioni realizzate dagli stessi ospiti e divulgate fuori dalla struttura.

AA.VV.La lira non c’è più, è scoppiata, a Montecitorio hanno detto che abbiamo bisogno di aiuto dagli altri paesi, chissà forse sono più in gamba. Ma è tanto che lo dicono.

La Germania non ne dà, è grossa e grande si sente la padrona e li tiene tutti per sé. Non è un po’ vero? Io me lo chiederei. Quindi si risolve coi nostri soldi.

A pagare in realtà sono i poveri, perché per i ricchi tutto è facile, tanto hanno i dollari e non se li lasciano scappare, io di pensione tiro meno di cinquecento euro e la Asl fa quello che può. Alla radio poco fa hanno detto che l’euro è in calo, ecco perché succede la crisi in tutto il mondo, e ne succederà ancora che fanno la ribellione, vanno in città coi cartelloni e dicono: “Finiamola con questo pane fatto di terra! Aiutateci, qualcuno che ne ha”. Io dico finché ce n’è sto qui, poi quando non ce n’è più si va tutti per la strada…

Altro che a dormire, per la strada ci vado a urlare. Pensa tutti questi deputati si sono affacciati alla finestra e vedevano i cartelli, “Abbiamo fame!” Vogliamo i soldi. Si perché c’è da pagare anche i camini, l’erba, la verdura, la legna, sai quanti soldi vanno via? A Montecitorio sono tutti ricchi, hanno un portafogli grande così mentre quelli vanno a fare i festini colle donne: noi siamo pacifisti, chiediamo un po’ di giustizia. Magari li mandiamo tutti a casa, poi due schiaffoni e a letto senza cena.  Sai che mi piacerebbe, dargli la pensione che prendiamo noi, come diceva quello: “I bovi fanno le vacche, gli alzano la coda e leccano le chiappe!”.

Per esempio questo che ci hanno messo adesso non è mica politico, è solo economico, poi avrà anche lui le sue pecche ma fra un po’ vogliono che paghiamo anche il nostro respiro, siamo mica imbecilli noi queste cose le capiamo, ci siamo passati!

Bisogna stare attenti perché è molto grave, si rischia il crollo mondiale e alla fine ci ritroviamo in rivoluzione, la mia nonna diceva che è tanto brutta perché ai suoi tempi l’ha vissuta , si ricorda la gente che bolliva l’olio e lo buttava di sotto dalle finestre; sarà stato del millesettecento, anzi no se la mamma era dell’880 allora sarà di poco prima, il Risorgimento, via.

Lei diceva sempre: “Che brutta è la rivoluzione mamma mia, muoiono tutti!”. Speriamo di no.

VAI AL SITO DELLA FONDAZIONE SS. ANNUNZIATA

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Prezzo: 8 euro

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 ( articolo originale qui )

  • La vendetta della Sepolta viva di Rosaspina di Belvedere

    Giusy Pieragostini

    Intervista all’Editora Sandra Giuliani

    “Amore a prima vista… come in una vera storia d’Appendice.

    Ho incontrato questo libro grazie all’Agenzia letteraria Il Menabò con la quale collaboro svolgendo il ruolo di lettrice: uno scambio di competenze che mi consente di annusare la qualità dei testi che circolano, già filtrati da un occhio esperto.

    I lettori consulenti sono tenuti a scrivere una scheda di valutazione che individui i pregi e i difetti del testo suggerendo all’agente, dove è possibile, anche la casa editrice papabile ad accoglierli o fornendo i criteri per una risposta più evasiva se non del tutto drammatica: va riscritto, è impresentabile.

    La Sepolta viva di Rosaspina di Belvedere” è uno di quei testi che ti auguri come lettore (senza aggettivi) di incontrare e che come editore vorresti essere proprio tu a pubblicare ereditando, per proprietà transitiva, le qualità che possiede.
    L’ho letto e l’ho amato. Soprattutto ho riso. Non perché fosse comico: graffia con la sua ironia. E devi trattenerti nel pensare che tutto sommato quella donna sgangherata, brutta e sognante, se ti mettessi allo specchio, potrebbe causarti un balzo di riconoscimento e che quell’anima inquieta che vive dentro di lei alla fine non è molto diversa dall’inquietudine di gloria che all’identico modo seppellisci in finta umiltà quando i sensi di colpa atavici non ti mordono il collo per conto loro aiutandoti a soffocarla e a seppellirti nello stesso tempo.

    Perché la creatività è un problema. Le donne devono servire a qualcosa (e qualcuno usa il verbo per diventare un “uomo di riordino” con molta facilità anche senza apparire con la veste azzurra del principe). Devono servire cioè essere utili e se è utile rassettare la casa, pulire l’insalata… leggere e scrivere sono atti illeciti.

    Leggere ammala perché ti estranea dalla realtà (e come Don Chisciotte la madre della Rosaspina si consuma letteralmente di letture e si dissolve).
    Scrivere è un compito che non trova mai spazio né tempo ma soprattutto autorizzazione interna anche se è proprio da quell’interno che la Sepolta viva reclama il suo diritto a un’esistenza.

    E fin qui tutta la gamma dell’anti-eroismo e dello squallore mediocre della commedia umana, femminile e maschile, è ben citato ma poi arriva il colpo di genio: l’invenzione di un Angelo che custode non è ma Sterminatore… perché questo nell’alto dei cieli è stato stabilito per vegliare sulle femmine.
    Rido. Con un’amarezza tale che se non mi aggrappo all’ampollosità della lingua che descrive il tutto mi lascerei cadere sfranta proprio come la casalinga che vorrebbe scrivere il Grande Romanzo votando la pattumiera e insieme tutti i sogni di essere qualcuno (o qualcosa).

    Le parole per dirlo: una questione che disegna la rotta infinita di ciò che lettura dopo lettura, epoca dopo epoca, diventa Letteratura: lo stile. Quella mano felice che colloca le parole al posto giusto, che le ripesca dal vocabolario dei libri già scritti – letti e interiorizzati – e prendedole in prestito restituisce loro una nuova vita. Parole, sintassi, strutture del discorso che improvvisamente sorreggono il mondo e lo stupore del mio io gramnmaticale si fa enorme, enorme e grato.

    Questo succede a una lettrice (senza aggettivi): stupirsi.
    Questo pensa la lettrice consulente di un’agenzia letteraria: voglio per me questo libro, perché sono un’editora.
    Poi incontro l’Autrice: Giuseppina Pieragostini. E ovviamente la incontro nel posto giusto: alla Fiera del Libro di Roma.
    Lei sa che sono io la “recensora”: ha letto la mia scheda e ha voluto incontrarmi.

    Io ho rivelato a il Menabò che l’avrei voluta come scrittrice ma non avevo il coraggio di dirlo: cosa potevo offrire a un talento così?
    Poi lei è arrivata, con un dono: cioccolatini.

    Io adoro il cioccolato.
    “Chocolat” è il mio film preferito, che mi concedo quando cerco magia.
    E così abbiamo iniziato un’altra storia: quella che ha che fare con la vita di un libro.”

    www.ilcasoeilvento.it

TERRA BARBARA di Irene Iorno

- autobiografico -

edito da “il caso e il vento di Sandra Giuliani” novembre 2011

Si vive distratte, certe che il mondo che ci circonda o quello fantastico e personale non vadano mai via e poi lentamente tutto si sgretola o diventa inaccessibile o diventa impossibile abitarlo.
La vita allora si trasforma, in questa lentissima e inesorabile perdita, in un tentativo di adattamento e anche di conquista di qualcosa di completamente diverso: noi.

… La storia di Irene Iorno è il diario di una malattia che sgretola l’identità e di come la reinvenzione di se stessa costruisca un metodo clinico di resistenza che coinvolgerà anche i medici facendo della sua storia uno strumento terapeutico.

Ci sono resistenze e illuminazioni nella sofferenza che sono un inno alla vita. E vanno condivise non solo con chi conosce il dolore ma soprattutto con chi, come noi, vive distrattamente pensando che tutto quello che ha e che è non cambierà mai.

“E se cercare è sempre stata l’unica cosa che mi è riuscita meglio fare, allora scelsi di usarla tentando di trasformare la mia giornata in una serie di giochi da compiere che, messi insieme, dopo anni mi furono riconosciuti con l’espressione di costante riabilitazione…”

Un libro che ama la vita. E l’amore, vero, non grida

www.ilcasoeilvento.it

Irene Iorno:

È nata a Roma nel 1976, artista e giornalista pubblicista, socia dell’Associazione Il Paese delle donne, terminati gli studi classici frequenta un corso di Pittura e ottiene le qualifiche di Disegnatrice Autocad e di Graphic Design. Nel 2005, nell’ambito dell’indirizzo Arti Visive e Discipline dello Spettacolo (tesi in Regia), consegue la laurea in Pittura e due anni dopo la specialistica in Scultura. Artista di sorprendente intensità, Irene Iorno si è cimentata in tutti i settori dell’arte, dai dipinti ai disegni, dalle incisioni alle fotografie, alle installazioni sino ai videoclip, con una profonda attenzione al femminile, e per le sue opere è stata premiata in numerose manifestazioni d’arte contemporanea.

Pensieri in libertà.

Cosa significa?

Qualcuno può pensare che sia un segno di leggerezza, assolutamente no.

O forse sì, nel senso che la leggerezza può portare messaggi più profondi di qualsiasi parola difficile.

Si parte dagli appunti di Erasmo, che chiede alla voce narrante di scriverli, riportarli su carta, renderli fruibili.

Capita così che si può scrivere prima la fine, e poi l’inizio.

Gli appunti di esperienze di vita tra una creuza e una spiaggia del Cilento.

Un percorso attraverso le vicende di una vita, la genuinità di personaggi semplici e portatori di una grande saggezza. La tranquillità di un posto semplice ma ispiratore.

Un’analisi accurata e originale di certi aspetti della contemporaneità, è questo il senso degli appunti di Erasmo.

Aldo Arpe è nato nel 1944 a Genova, dove si è diplomato come macchinista navale e dove ha vissuto la maggior parte della sua vita. Ha da sempre svolto attività politica e sindacale. Promotore di molte manifestazioni e accurato studioso di eventi politici, collabora con diverse riviste e ha prodotto opuscoli a scopo didattico.

Premiato in concorsi di poesia, Gli appunti di Erasmo da Genova (ovvero se le cose si mettono a parlare) è la sua prima pubblicazione.

Maggiori informazioni qui

RASSEGNA STAMPA

Libreria Crocicchio

Recensione Pier Paolo Faccio

Commento di Silvio Ferrari

Domenica 17 Aprile, al Teatro Pietro Aretino di Arezzo, la prima assoluta del film Scott Wilson 2 – Il nuovo giorno è riuscita nell’impresa di fare il tutto esaurito e di costringere alcuni spettatori a stare in piedi, una volta riempiti i 130 posti del teatro.

In sala c’erano moltissime autorità, a partire dal sindaco Giuseppe Fanfani, c’era il cast al completo, c’erano le classi dell’Istituto Piero della Francesca che ha collaborato al progetto, e soprattutto c’era tanta gente comune.

Il film, un vero e proprio kolossal di due ore e mezzo, la cui lavorazione è durata diversi mesi, è scritto e diretto dal giovane aretino Vittorio Martinelli, 24 anni, praticante avvocato, e prodotto dalla Stwc Cinema, neonata associazione giovanile culturale, che si propone di creare opere ed eventi cinematografici a sfondo sociale, mettendo alla prova la creatività giovanile senza pretese di professionismo.

La pellicola è ambientata in un prosssimo futuro, in cui la società è dominata da un regime che controlla la popolazione abbattendo ogni forma di cultura e di istruzione, chiudendo scuole e proibendo libri. Scott Wilson, il protagonista, deciderà di aprire gli occhi davanti alla realtà solo dopo che la sua vita sarà sconvolta da alcuni eventi, che lo spingeranno ad entrare nelle forze di resistenza per cercare di riportare la libertà nel suo paese.

Tante le locations delle riprese, in cui si ambienta il film: si va da Arezzo alle campagne circostanti, da Montevarchi a Lucignano e Castiglion Fiorentino, fino a ad arrivare al Monte Amiata, Grosseto e le località costiere.

Ma al di là del successo della serata, l’evento ha creato le basi per un percorso futuro dell’associazione, che si va ingrossando di nuovi associati e di nuovo entusiasmo, percorso fatto già di nuovi progetti in cantiere: fra questi, il più importante è sicuramente quello sulla ricostruzione dell’eccidio nazi-fascista di Civitella e San Pancrazio, per il quale la Stwc Cinema sarà affiancata da veri professionisti del settore e si misurerà con un progetto in scala europea.

Intanto, ci sono già inviti per replicare la proiezione del film. Si partirà, nelle prossime settimane, da Lucignano e Castiglion Fiorentino.

“La magia di Emma”

Franca Corradini e Carla Nassini presentano il libro di Roberta Alunni “Alda Merini: L’«Io» in Scena” edito da Società Editrice Fiorentina.

Alda Merini è come «l’araba fenice» che risorge dalle proprie ceneri, «sventata agnella» di un tempo quanto mai difficile da interpretare. Talento precoce, donna appassionata, ha vissuto la scrittura come fosse «una questione di vita o di morte», in grado di salvare o relegare alla perdizione…. Eppure se la biografia si sovrappone quasi sempre alla letteratura, mai scalfisce la tensione del verso che sperimenta continuamente nuovi registri: evocativo-mistico quello delle prime liriche, colloquiale e ironico quello dei testi più recenti.

“Alda Merini: L’«Io» in Scena” è una monografia che, ripercorrendo la storia umana e artistica del poeta, tenta di individuare il sostrato culturale in cui si è formata la scrittrice, i modelli di riferimento, le corrispondenze e i luoghi ricorrenti di una poesia che, improvvisamente, si concentra su un unico punto oscuro. L’intento è quello di aprire il «mondo-Merini» a una lettura quanto più possibile completa, renderne l’immagine di una esperienza unica, solitaria e assoluta:

Dalla solita sponda del mattino
io mi guadagno palmo a palmo il giorno:
il giorno dalle acque così grigie,
dall’espressione assente.
Il giorno io lo guadagno con fatica
tra le due sponde che non si risolvono,
insoluta io stessa per la vita…

Durante l’incontro verranno lette poesie di Alda Merini.

Roberta Alunni, nata a Umbertide nel 1977, vive in Toscana. Laureata in Lettere all’Università di Firenze, lavora nell’editoria come redattore e collabora con alcune riviste on line. Questo è il suo primo libro.

Franca Corradini è l’ideatrice del blog “Il Mestiere di Leggere”.

Carla Nassini è docente ordinario di Storia e Letteratura italiana nel Liceo Artistico Piero della Francesca di Arezzo. Si è occupata in particolare di questioni relative alla condizione della donna nella società contemporanea, ricostruendola anche attraverso lo studio della fotografia. È membro della Società Italiana per lo Studio della Fotografia.

http://www.edisonarezzo.it/index.php?page=20&idn=229

Edison BookStore
Piazza Risorgimento 31 (angolo Via Verdi) – 52100 Arezzo
Tel: 0575/299352 – Fax: 0575/259283

Pirandello caricaturato da Levine

Quando il 10 dicembre del 1936 morì, i figli trovarono mezzo foglietto di carta spiegazzato in cui Luigi Pirandello aveva scritto : « I. Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzi né partecipazioni. II. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. III. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. IV. Bruciatemi. E il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui ».

L’ingresso del Verano

I punti uno, due e tre furono eseguiti a puntino, con grande scorno del regime- si dice dello stesso Mussolini- che avrebbe voluto fare un gran funerale fascista in pompa magna. Prima di rispettare le volontà espresse nel quarto punto, invece, trascorsero decenni e peripezie, e avventure e traversie  degne proprio della penna di Pirandello. Ma procediamo con ordine.

IL PRIMO FUNERALE- Due giorni dopo la sua morte un carro d’infima classe  portò una cassa d’infima classe al forno crematorio . Ma nessuno se la sentì di assecondare il suo desiderio di spargere al vento le ceneri, pratica a quei tempi inaudita prima ancora che illegale e avversata dalla Chiesa. Le ceneri furono allora raccolte in un’urna e portate al cimitero romano del Verano, dove rimasero per undici anni

Un vaso greco del V secolo a.c.

IL SECONDO FUNERALE- A guerra finita, nel 1947, il sindaco DC di Girgenti, nel frattempo divenuta Agrigento, Lauricella, rivendicò per la sua città l’onore di dare sepoltura ed esequie cristiane e solenni alle ceneri dell’illustre concittadino. Si rivolse niente di meno che al democristiano presidente del consiglio dell’epoca , Alcide De Gasperi, che – malgrado le notevoli difficoltà che in cui versavano ancora i trasporti – procurò un aereo militare americano per il trasferimento da Roma ad Agrigento. Ad accompagnare i resti del grande drammaturgo fu incaricato il prof. Gaspare Ambrosini, noto pirandelliano e pirandellologo e futuro presidente della prima Corte Costituzionale. Sistemate le ceneri in un prezioso vaso greco del V secolo avanti Cristo e imballatolo ben  bene, a prova d’urti, in una cassa di legno, l’aereo era pronto a partire quando una decina di persone- tutti siciliani- si avvicinarono all’aereo poco prima del decollo chiedendo di poter usufruire di un passaggio. Il professore, conscio dei gravi problemi di spostamento di quei tempi parlamentò coi piloti dell’ Air Force e ne ottenne il consenso.

Gaspare Ambrosini

Mentre si sistemavano , qualcuno chiese ad Ambrosini cosa contenesse quella  cassa così ben imbracata, e avutane la spiegazione disse: “Pirandello, quello che aveva chiesto che le sue ceneri  fossero disperse al vento? Non è che il destino ha stabilito di accontentarlo proprio oggi…..” Calò un silenzio spettrale, mentre i  passeggeri si guardavano l’un con l’altro,e sotto i sedili alzavano l’indice e il mignolo di una mano. Poi , appena le eliche cominciarono a girare, uno di loro chiese di scendere. Ambrosini parlò con i piloti, questi sospesero la procedura di decollo e il passeggero scese. Inutile dire che uno dietro l’altro lo seguirono anche gli altri nove. A questo punto i piloti si insospettirono e chiesero al professore spiegazioni. Questi le diede, ripetendo più volte la parola superstitions, che i due piloti ripetevano come una eco, scambiandosi occhiate d’intesa. Fu così che i due,  di cui si sospetta avessero antenati siciliani , o napoletani, accampando varie scuse, si rifiutarono di partire.

Un aereo da trasporto USAF della II guerra mondiale

Al prof Ambrosini, accompagnato dalla sua inseparabile cassa, non restò che salire su un  treno: lo aspettava un giorno intero di viaggio. Tutto sarebbe filato liscio se , svegliatosi da un breve sonno, non si fosse accorto che la cassa era sparita. La cercò vagone per vagone e finalmente la trovò in mezzo a quattro individui che l’avevano utilizzato come tavolo per giocare a carte. Ignari, ovviamente, di fare una partita “col morto”, e che morto:  un premio Nobel. Comunqe sia la recuperò. Arrivata finalmente ad Agrigento, l’Odissea della cassa non era ancora finita. Il vescovo della città Giovan Battista Peruzzo si rifiutava di dare la benedizione ad un vaso greco. Niente benedizione , niente funerali solenni: tutto l’organizzazione politico-propagandistica DC messa in piedi dal sindaco se ne andava in fumo. All’ultimo momento, quando la rinuncia ai funerali sembrava inevitabile, il vescovo si convinse a promettere la benedizione se la cassa con le ceneri fosse stata ospitata in una bara cristiana. Ma i cassamortari di Agrigento non avevano bare pronte; ci si dovette accontentare di una piccola bara bianca , di quelle per bambini. Ma lì la cassa non entrava. Allora fu necessario estrarre il vaso e assicurarlo per bene dentro la piccola bara. E fu così che finalmente Luigi Pirandello ebbe il suo secondo funerale. In pompa magna, come non avrebbe mai voluto.

Una caricatura di Pericoli

IL TERZO FUNERALE. Il vaso greco e le sue ceneri vennero conservati nella casa natale di Pirandello, in attesa che il progettato monumento funebre a lui dedicato fosse realizzato in località Caos, proprio sotto il famoso pino al quale il drammaturgo era tanto affezionato  Ma si sa come vanno le cose in Italia, l’opera fu pronta solo quindici anni dopo, nel 1962. E fu così che le ceneri di Pirandello ebbero la loro definitiva sistemazione e il loro terzo funerale. Presenti autorità civili e religiose, e personalità della cultura del calibro di Salvatore Quasimodo e Leonardo Sciascia, un cilindro d’alluminio dove erano state travasate le ceneri fu prima benedetto e poi murato dentro il monumento .

Il monumento funebre di Pirandello

EPILOGO. Ma non è finita. Si racconta che l’incaricato del travaso, un impiegato del comune conosciuto come il dott Zirretta, dovette sudare le sette camice per portare a termine l’operazione. Dopo tanti anni, ventisei per l’esattezza, le ceneri si erano calcificate all’interno del vaso. Armatosi di scalpello, Zirretta, aiutato da un paio di assistenti, le ridusse nuovamente in polvere e le versò nel contenitore di metallo. Ma il contenitore era troppo piccolo. Ne avanzava un discreta quantità. Che fare? Deve essersi accesa una lampadina nella mente dell’impiegato del comune agrigentino. Una lampadina luminosa, brillante. Prese le ceneri rimaste, le versò in un giornale e  si diresse verso un dirupo, lì vicino, che dava sul mare. Ma non fece in tempo ad arrivarci: una folata di vento si portò via le ceneri. E fu così che le ultime volontà di Pirandello –  il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere-furono (almeno in parte) rispettate.

Il museo archeologico S. Nicola di Agrigento

Tutto è bene quel che finisce bene, direte voi. E invece non è ancora finita. Perché nel 1994 si scoprì che il famoso vaso greco del V secolo, conservato nel museo  S.Nicola di Agrigento, conteneva ancora un po’ di ceneri di Pirandello. Evidentemente lo scalpello del dott Zirretta non aveva funzionato sino in fondo. Si decise allora di sottoporre i resti dei resti di don Luigi all’esame del DNA. E ,sorpresa, si scoprì che solo una piccola parte di quelle ceneri appartenevano al Maestro. Il rimanente, la maggior parte cioè,  ad altri corpi, non identificabili, che evidentemente erano state cremati nel lontano 1936 insieme a lui

Confortati dalla scienza possiamo oggi  dire, pirandellianamente, che quelle ceneri sono e non sono di Pirandello. E che nell’urna di metallo interrata al Caos, insieme a Pirandello ci sono tante altre persone sconosciute, dei signori nessuno. Come dire Uno, nessuno e centomila .

La macchina da scrivere da cui Pirandello non si separava mai.
ONOFRIO PIRROTTA.

Sono le news, bellezza!

In che modo sta cambiando il modo di costruire l’informazione?

Una volta l’informazione era il prodotto di un solo artefice. Il giornalista andava a cercare la notizia, la riportava su un giornale e quel giornale diventava il mezzo di divulgazione di quella informazione.

Niente filtrava di quella notizia, se non in ambiti estremamente circoscritti prima dell’intervento del giornalista, che era di fatto “scopritore” e “diffusore” dell’evento che solo grazie a lui e al suo intervento diventava di dominio pubblico.

La televisione non aveva cambiato questo aspetto della catena di distribuzione delle news.

Il “demiurgo”, lo scopritore di notizie era sempre il giornalista:  semplicemente il mezzo televisivo era enormemente più potente e pervasivo di quello cartaceo e aveva a sua disposizione la forza delle immagini filmate.

Oggi è evidente che la catena di produzione delle informazioni è radicalmente cambiata rispetto all’epoca, ancora a noi così vicina nel tempo, del giornalista “demiurgo”.

Ce lo dice con grande incisività e chiarezza l’ultimo libro di Michele Mezza “Sono le news, bellezza! Vincitori e vinti nella guerra della velocità digitale” ( Donzelli editore)

Siamo all’inizio di un processo di liberalizzazione dell’individuo- ci dice l’autore, eminente giornalista e docente di Scienza della comunicazione all’università di Perugia e di Roma- di ogni individuo, che ci porterà a riconfigurare ruoli e figure sociali . A cominciare dagli intellettuali, che non a caso, sono i più scettici”.

La rete, lo puntualizza già Derrick De Kerckhove nella prefazione, è diventata in brevissimo tempo il luogo in cui si costruisce grandissima parte dell’informazione.

La fabbrica e non solo la piattaforma di distribuzione.

Ci sono stati anni, lo ricordiamo tutti, in cui Internet sembrava un’opportunità per pochi, uno strumento per professionisti, per iniziati.

Ve la ricordate l’epoca della cosidetta bolla specutiva legata alla new economy? Stiamo parlando di appena una decina di anni fa….

Era l’epoca in cui bastava avere la notizia che un’azienda aveva creato un suo sito, magari anche un semplicissimo  accesso informatico, per vederne schizzare alle stelle il titolo.

Poi quella bolla si e’ sgonfiata anche perchè ci si e’ resi conto che quel modo di lavorare non solo era “necessario” per tutti gli addetti ai lavori, ma era anche semplice e alla portata di tutti.

Chi di noi in quegli anni, sentendo un amico o un vicino vantarsi di avere un blog, non pensavamo a lui come ad uno “smanettone”, ad una persona cioè dotata di grandissime tecnicalità lontanissime dalla nostra portata?

Salvo poi scoprire, una volta entrati in punta di piedi in quel mondo, che aprire un blog è cosa semplicissima e alla portata di tutti.

Piano piano quei siti e quei blog,  nati come sede di distribuzione e di commento delle notizie acquisite dal giornalista demiurgo sono diventati, però, fabbrica di notizie a loro volta.

Insomma la rete in brevissimo tempo da vetrina di esposizione delle news e’ diventata fabbrica, il luogo in cui quelle news vengono “prodotte”.

E il grande comunicatore di massa, il giornalista della carta stampata e della tv, che conserva- chissà ancora per quanto- il privilegio di disporre dei mezzi più potenti- da scopritore della notizia è diventato prevalentemente “selezionatore” delle notizie “scoperte” o lanciate da altri.

E’ il tramonto del giornalismo?

No, è semplicemente una mutazione genetica.

Un cambio di passo necessario per chi fa questo mestiere.

Maneggiare le teconologie informatiche diventa una necessità, lo strumento principe,  non più una semplice  opzione.

Quello che una volta si definiva il fiuto giornalistico, cioè la capacita’ di scoprire la notizia, adesso è diventata la capacità di pescare nel mare magnum della rete, con il compito non facile di distinguere, nel mare magnum della rete, le notizie vere dalle bufale.

Senza dimenticare che anche una bufala, quando sono in molti a crederci perchè ben costruita  e ben distribuita attraverso la rete, può diventare una notizia….

Chiudo citando un passo di un’intervista fatta da Grazia Gaspari a Michele Mezza per il giornale on line AGORAVOX:

Michele, un’idea di fondo gira, appunto, per questo libro: la rete non è una vetrina, ma una fabbrica, e chi non lo capisce la subisce e non la sfrutta nelle sue vere potenzialità. Cosa comporta praticamente?

In politica, ad esempio, molto. Proprio in questi giorni abbiamo sotto i nostri occhi una straordinaria storia della rete: la rivoluzione egiziana. Al Cairo, come a Tunisi, si è visto che la rete non è solo un megafono, ma è opratutto un soggetto sociale, un luogo che forma identità e bisogni. In piazza e’ scesa la “gioventù connessa” egiziana che rivendicava spazi alle proprie ambizioni.

La stessa cosa vale per la grande manifestazione della donne di domenica scorsa “Se non ora quando?”, una manifestazione sostanzialmente preparata e sbocciata in rete. Nessun giornale o tv ne aveva parlato, nessuna agenzia di stampa. Eppure un milione di persone sono scese in piazza in tutta Italia. Non solo, decine e decine di manifestazioni si sono svolte in tutto il mondo… Tokio compresa.

FILIPPO CUSUMANO

“L’isola nomade”

L’isola amata da Elsa Morante raccontata dai grandi scrittori del ‘900

Procida, astro del Mediterraneo

Presentazione de “L’isola nomade”, un libro a cura di Tjuna Notarbartolo con prefazione di Dacia Maraini – venerdì 10 dicembre presso la libreria Treves

Napoli – Venerdì 10 dicembre alle ore 18,00, presso la libreria Treves a piazza Plebiscito, presentazione de ”l’isola nomade” (adm libri), con Tjuna Notarbartolo, Enzo Colimoro, Patrizia Rinaldi, Antonio Carannante. Coordina Antonella Del Giudice, saluta il sindaco Vincenzo Capezzuto, legge Gerardo Vozza.
La giovane sigla editoriale ADM pubblica un libro che racconta storie, luoghi, atmosfere della più piccola e suggestiva delle isole del golfo di Napoli: Procida.

Dodici grandi autori, con una prefazione di Dacia Maraini, a cura di Tjuna Notarbartolo, nella collana “Astri del Mediterraneo” diretta da Enzo Colimoro: “i nostri astri sono tutti i luoghi che si affacciano sul Mediterraneo, ad ognuno cercheremo di dedicare un libro, nell’ottica degli scambi culturali, anche in vista di grandi eventi come, ad esempio, il Forum delle Culture 2013, in programma a Napoli”. Stili differenti, voci variegate, autonome ed unite da un accordo segreto, quello dell’armonia creata dall’unica protagonista: quell’isola di Arturo, ridente ed amena, che non ha mai smesso di affascinare scrittori e lettori, d’ogni tempo, d’ogni luogo. Il titolo del volume è “L’isola nomade, racconti per Procida” e contiene scritti di Maria Attanasio, Enzo Colimoro, Piera Degli Esposti, Raffaele La Capria, Luciano Ligabue, Dacia Maraini, Antonio Carannante, Michele Mari, Piero Meldini, Alberto Mario Moriconi, Tjuna Notarbartolo, Toti Scialoja.

Scritti preziosi, attimi in cui la vita s’intreccia con la letteratura, esperienze che si fanno storia.

Non c’è turista, che si fermi sull’isola o la incroci di passaggio che non cerchi di conoscere qualcosa in più, di quel luogo così diverso da tutto il resto. E spesso, questo qualcosa in più, è racchiuso in un libro, in poche parole, scritte da chi sull’isola ci è capitato, anche solo di passaggio o che l’ha conosciuta profondamente.

“Procida merita di essere cantata dai grandi nomi della letteratura, voci d’eccellenza che celebrano l’anima della nostra isola” dichiara il Sindaco Vincenzo Capezzuto, che ha patrocinato il libro. Il volume, nell’ambito di un’operazione culturale che intreccia turismo, stimolo creativo ed etica d’impresa, ha il supporto della Confcredito, il prestigioso confidi campano che, come sottolinea Il Direttore Generale Vittorio Iodice, “punta ad una crescita ed innovazione sul territorio e del territorio. E lo sviluppo non può non passare anche attraverso una crescita culturale”.

L’isola nomade” a cura di Tjuna Notarbartolo

Editore ADM Libri , pagg. 150, euro 15,00

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