Frasario essenziale per passare inosservati in società
gennaio 19, 2010
Sempre, mentre porto avanti nuove letture, rileggo anche quelle che mi hanno colpito.
Rileggo oggi un libro di Ennio Flaiano, “Frasario essenziale per passare inosservati in società”, e mi soffermo sulla prefazione, scritta da uno scrittore di straordinaria intelligenza come Giorgio Manganelli.
Non posso riportare tutti i contenuti di questa prefazione perchè è abbastanza lunga, ma ho scelto di raccontarvene una parte, che ritengo molto significativa.
Cosa ci dice Manganelli? Ci dice che Flaiano è un maestro nell’arte di mettere insieme le due categorie dello SPIRITUALE e dello SPIRITOSO.
E fa due esempi, citando due frasi di Flaiano
Prima frase:
“Oggi il successo colpisce soprattutto gli uomini migliori”
Una bon mot di rara tristezza, alleggerito però da quell’espressione – “colpisce”- che Manganelli definisce “rapida e innocente”.
In quella frase, aggiungo io c’è tutto Flaiano: malinconia e stile, tristezza e humor.
Ed ecco la seconda frase. E’ stata scritta da Flaiano in un momento particolae della sua vita, subito dopo un ricovero per un principio di infarto.
Scrive Flaiano:
“La morte ha la faccia di certe signore che telefonano al bar con un gettone e ad un certo momento, senza smettere di telefonare, vi fanno un gesto di saluto e di sorpresa”
Un’immagine di singolare grazia e di “implicita terribilità“, ci dice Manganelli. Un caso, aggiunge, in cui “ lo spirituale soverchia, ma non erode lo spiritoso.“
Questa capacità che Flaiano ha di affacciarsi sull’orlo del tragico per poi distrarsene e lambire subito dopo il ridicolo e il risibile è quella che fa di lui uno scrittore di straordinaria complessità .
“Attento- dice Manganelli- come può essere attento un orafo, un miniaturista, un perfetto amanuense, alla piccola inquietutudine, a quel dolore portatile che può accompagnare una vita, che non è incompatibile col riso, con la noia , con la morte”
Filippo Cusumano
Letture del giorno di Capodanno
gennaio 2, 2010
Riemergo dal torpore del pranzo di Capodanno ( tortellini, bollito e tiramisù) e mi seggo in poltrona a leggere alcune brevi frasi di Emile Cioran.
Il libro è “Lacrime e santi”
Ho ripreso in mano questo libro, dopo tanto tempo, in maniera assolutamente casuale.
Mia figlia Giulia mi aveva chiesto un consiglio su un romanzo da leggere in tre -quattro giorni.
Mi sono così messo a scorrere i titoli della mia biblioteca e alla fine, dopo averle letto molte trame e molti incipit, per invogliarla, sono riuscito a propinarle un romanzo di Mario Vargas Llosa, “Memorie della ragazza cattiva”. Credo le piacerà. Vargas Llosa è un autore fantasioso, tratteggia bene i personaggi, costruisce in maniera accattivante le storie.
Ogni tanto inciampa in qualche frase sciatta e convenzionale, di quelle che ai quali i critici falliti come scrittori- e quindi implacabili come critici- cercano ogni tanto di impiccarlo.
Ma in fondo è dagli anni 70 che Vargas Llosa sforna un libro ogni due o tre anni,alcuni dei quali notevoli, qualche scivolone ogni tanto gli va perdonato.
Comunque questo che Giulia ha iniziato a leggere è un romanzo d’amore bello e appassionante.
Credo che le piacerà. E forse piacerà anche a qualcuno di voi ( ma…non mi assumo responsabilità ; segnalo però che è uscito anche in… edizione economica).
Ma mi sono dilungato.
Dicevo che scorrevo i tioli dei miei libri per dare un consiglio a Giulia, ed ecco che mi ricapita in mano Cioran.
E mi affascina come sempre.
Anche- e soprattutto- quando mi stupisce e mi lascia perplesso.
Tre sono gli aggettivi che secondo me meglio definiscono questo pensatore singolarissimo e unico: provocatorio, ironico, acuminato.
Ma è inutile che vi racconti chi è Cioran. Alcuni lo sanno, altri possono trovare in breve tutte le informazioni che vogliono su di lui consultando i motori di ricerca.
Mi piace di più l’idea di trascrivervi qui alcune delle frasi di questo libro che mi hanno colpito una quindicina d’anni fa, quando l’ho letto la prima volta.
Le avevo sottolineate con la matita: essendo io un bibliomane, ma non un bibliofilo, qualche volta “sporco” i libri .
Ecco le frasi che mi hanno colpito. Le lascio alle vostre riflessioni di inizio anno:
– Si crede in Dio solo per evitare il monologo tormentoso della solitudine. A chi altri rivolgersi? Si direbbe che Egli accetti volentieri il dialogo e non ci serbi rancore per averlo scelto come pretesto teatrale dei nostri scoramenti.
- Gli antichi sapevano morire. Innalzarsi al di sopra della morte è stato l’ideale costante della loro saggezza. Per noi la morte è una spaventosa sorpresa.
- Dio ha creato il mondo per paura della solitudine: è questa l’unica spiegazione plausibile della Creazione.
La sola ragione d’essere di noi creature è di distrarre il Creatore. Poveri buffoni, dimentichiamo che stiamo vivendo i nostri drammi per divertire uno spettatore di cui finora nessuno al mondo ha sentito gli applausi. E se Dio ha inventato i Santi lo ha fatto solo per alleggerire un po’ di più il peso del suo isolamento.
Quanto a me, la mia dignità esige che io gli opponga altre solitudini, altrimenti non sarei che un giullare in più.
- Dio si insedia nei vuoti dell’anima. Sbircia i deserti interiori, perchè a somiglianza della malattia, egli predilige occupare i punti di minor resitenza
Una creatura armoniosa non può credere in Lui. Sono stati i poveri e gli infermi a “lanciarlo”, ad uso e consumo di chi si tormente e dispera.
FILIPPO CUSUMANO
Ma io ti vedo
dicembre 22, 2009
Titolo: “Ma io ti vedo“
Sottotitolo: “Il più insospettabile dei segreti non è mai al sicuro”
Autrice: Marinella Ioime
Prefazione: Nunzio Sisto
Editore: Lampi di Stampa
Collana: Tutti Autori
ISBN: 978-88-488-0908-5
Ispirato da fatti di cronaca “Ma io ti vedo” affronta, da un punto di vista sociologico, lo scottante tema dell’abuso sui minori.
Il romanzo nasce dalla convinzione che alla base del fenomeno della pedofilia vi sia il più impari dei rapporti esistenti tra vittima e carnefice.
Ma io ti vedo ribalta le relazioni di forza di questa drammatica dialettica, fornendo una rappresentazione dell’infanzia surreale, in costante contatto con il divino regalando, per quanto possibile, un’immagine “vincente” dei bambini violati. Bambini accomunati dalla stessa onta, che si stringono silenziosamente gli uni verso gli altri in un invisibile parallelo, sospeso tra cielo e terra.
Prefazione di Nunzio Sisto (psicoterapeuta e supervisore nella tecnica EMDR).
L’INADEGUATEZZA DEI GILLES
dicembre 13, 2009
Georges Perec, La vita istruzioni per l’uso, BUR 2005
Sul capolavoro di Perec molto si è discettato, financo a sproposito, per il carattere iperletterario e definitivo nella storia del romanzo di un’opera a suo modo, e in senso etimologico, titanica, progetto cioè pervaso dalla volontà di scardinare il limite letterario (il titano della mitologia è nel suo significato più profondo un forzatore, un coartatore e quindi un sopraffattore), di esplorare tutte le possibilità narrative affastellando una serie infinita di storie che si dipanano dalle vite degli inquilini di un fabbricato parigino. È il progetto di una visione sincrona e di un libro aperto, di un romanzo senza fine, che tuttavia fallisce – titanicamente – nel momento stesso della sua stampa tipografica come oggetto necessariamente finito e necessariamente non sincrono, poiché la lettura è inevitabilmente monotemporale, al di là degli artifici ammirevoli che uno scrittore può escogitare (pagina divisa in due, intertesto, parentesi, tabulazioni, barre, o come in questo caso: capitoli come stanze di un palazzo) e che comunicano più l’intenzione della simultaneità, più la sua immagine che la realizzazione concreta.
Personalmente considero geniale il progetto ideale, alla luce anche delle implicazioni matematiche e strutturali che sembrano aver guidato l’opera di Perec (e che accetto come un dato di cultura, posto che non mi sono così evidenti nell’impianto del romanzo, anzi: mi verrebbe da dire che il teorema del biquadrato e del salto del cavallo non è sempre confortato dallo svolgimento letterario, comunque mi taccio), geniale come intuizione creativa, ma di una noia pesante nella resa effettiva e quindi nella lettura. L’ordine categorico di Perec non è certo nelle mie corde, ne apprezzo la funzione letteraria e metaletteraria, ma trovarmi un lungo e dettagliato catalogo di oggetti, pressoché all’inizio di ogni capitolo, sulle prime mi incuriosisce, poi mi annoia, infine mi indispone non diversamente dalle letargiche liturgie e dall’ottusa pedanteria dei burocrati. Come lettore. Come scrittore ammiro la cifra stilistica, ma non scriverei mai un romanzo così. Non arriverei nemmeno alla seconda pagina. E non per incapacità, ma per temperamento.
Di fronte ad opere che tecnicamente sono dei capolavori, ma emozionalmente sono fredde come un’equazione algebrica, il sentimento più autentico, e non falsato da ipocrisie di circostanza, è la noia. Come ho già scritto, se è vero che ogni opera ha una sua struttura portante progettata e non casuale, e quindi risponde a delle regole deliberatamente adottate, è anche vero che l’opera d’arte che resta nel cuore dei lettori, e non soltanto nel cervello dell’autore, è quella in cui la struttura è un mezzo e non un fine, e le lettere ti conducono là dove l’emozione deve arrivare affinché accada la meraviglia.
Emozione e meraviglia. Nient’altro. È questo il difficile. Non confondiamo l’abilità (tecnica) con il talento (spirito), cosa che alcune scuole d’avanguardia, come quella cui apparteneva Perec, invece hanno fatto stabilendo che la creatività non dovesse riguardare il pensiero e lo stile (che sono i principali agenti di emozione e meraviglia, e che non si trovano nei prontuari né nei computer, né nelle scuole di scrittura, e non sono misurabili, replicabili, standardizzabili, bensì elitari) ma la regola di struttura. Se l’unico interesse è rispettare questa regola, per quanto assurda possa essere (esempio: scrivere un intero capitolo senza usare la lettera “a” è un funambolismo molto difficile e tecnicamente apprezzabile, ma se a questa abilità non si accompagna un valore o un’emozione estetica, resta un mero funambolismo cerebrale e letterale) allora la noia è pari a quella dell’ascolto di un’opera dodecafonica, virtuosismo algebrico musicale che non sa cosa sia l’emozione, filologicamente interessantissimo ma di fatto buono per chi soffre d’insonnia.
Note sono le dotte analisi tecniche elaborate a proposito di La vita istruzioni per l’uso da Calvino e da Odifreddi, per cui non mi avventurerò in terreni dove altri han saputo dire molto meglio di me. Anche il ripetere non troppo male cose già dette da altri fin troppo bene, non è nelle mie corde. Quasi subito mi prende una noia tale da farmi passare la voglia di scrivere per giorni. E forse per sempre.
Parlerò invece del personaggio principale, se tale può essere definito in un guazzabuglio di vite e di storie, dell’eccentrico Bartlebooth che decide di dedicare la propria vita ad un progetto singolare e fondamentalmente inutile:
“(…) il progetto si sarebbe distrutto da solo nel corso stesso del suo divenire; la sua perfezione sarebbe stata circolare: (…) partito da zero, Bartlebooth allo zero sarebbe tornato (…)“.
Il progetto che dura la bellezza di cinquant’anni, un’intera vita, la vita di Bartlebooth, consiste sinteticamente nel dipingere acquerelli, 500 paesaggi marini, incollare gli acquerelli su 500 tavole di legno, rompere le tavole per farne puzzle di 750 pezzi, ricomporre i puzzle uno ad uno, ricostruire l’integrità degli acquerelli, quindi staccarli dalla tavola, immergerli in un solvente e ripristinare la candida nullità del foglio bianco. E qui c’è tutto, comicità e disperazione, follia e rigore metodico, utopia e mondanità. È un progetto così totalitariamente gratuito ed inutile da far paura, così come totalitariamente gratuito ed inutile è l’intero romanzo fatto di caterve di storie rese mera cronaca, esplosione di quantità, labirinto di compilazione. È la presa di coscienza della mancanza di senso dell’esistenza che spinge a creare/inventare un senso altrettanto inutile, diabolicamente titanico nel voler costringere nel finito – e in un finito stupido e dozzinale: acquerelli, puzzle – il grandioso ciclo di Creazione e Distruzione dell’Infinito. Quasi una parodia della vita stessa. La vie mode d’emploi, cioè cosa fare della vita: un passatempo inutile e sarcastico:
“Sul piano del tavolo, chissà dove nel cielo crepuscolare del quattrocentotrentanovesimo puzzle, lo spazio nero dell’unico pezzo non ancora posato disegna la sagoma quasi perfetta di una X. Ma il pezzo che il morto [n.d.r. Bartlebooth] tiene fra le dita ha la forma, da molto tempo prevedibile nella sua stessa ironia, di una W.“
Il Bartlebooth di Perec è in buona compagnia nel mondo delle lettere. Barnabooth, Bartlebooth, Bartleboom, personaggi letterari di onomastica vagamente dickensiana che trovano il loro capostipite nel Bartleby di Herman Melville. In proposito è già stato condotto uno studio da parte di Stefano Lazzarin (Bartleby, Barnabooth, Bartlebooth. Baricco e il grande oceano delle storie, Narrativa 16, 1999, pp. 143-165), lavoro che trovo spesso citato e che finora non ho ancora avuto la fortuna di reperire, ma del quale posso immaginare la tematica.
Bartleby è il famoso scrivano che sa opporre una sola, inesorabile, irragionevole e tetragona negazione al vivere sociale: I would prefer not to (preferirei di no, avrei preferenza che non…). In un’edizione italiana del racconto di Melville sono state allegate in appendice un centinaio circa di interpretazioni accademiche su questo personaggio enigmatico, da quella religiosa a quella filosofica, da quella psicanalitica a quella politica. Alcune veramente curiose, più curiose dello stesso Bartleby, segno che non c’è limite all’umana bizzarria, per quanto erudita possa essere.
Quelle che mi hanno impressionato di più tendevano ad individuare nel Bartleby melvilliano la rappresentazione di un autismo autosufficiente in quanto edotto dell’inutilità di ogni azione, una preferenza negativa che conduce via via all’estinzione del soggetto stesso. In quanto tale Bartleby può essere considerato il capostipite letterario di una serie di personaggi che ne riprendono l’onomastica e la maschera esistenziale, dal miliardario snob Barnabooth di Valery Larbaud del romanzo omonimo, al Bartlebooth di Perec che passa la sua vita nel puzzle del nulla, al Bartleboom dell’Oceano Mare di Baricco, perso nella sua Enciclopedia dei Limiti (progetto utopico, titanico e fondamentalmente insulso) e redattore appassionato di lettere d’amore ad una sconosciuta (la “donna della sua vita”, destinata a non concretizzarsi mai in una donna reale) conservate in una scatola di mogano che ad un certo punto, inutilità nell’inutilità, va sperperata.
Per tutti costoro il comune denominatore è la solitudine/solipsismo, la mancanza di affettività, l’impossibilità a vivere/incapacità di vivere una vita normale. Il che mi ha fatto venire in mente un altro personaggio che non si chiama Bartle e qualcosa, ma Gilles, e che, trovando la sua origine in un dipinto del XVIII secolo, almeno cronologicamente può essere considerato il vero progenitore della genia dei Bartle e qualcosa.
Al Louvre te lo trovi di fronte, Gilles, a grandezza naturale (185 x 145), l’unico dipinto di Jean Antoine Watteau a grandezza naturale. Se c’è un perché a questa eccezione nella sua produzione artistica, sei tentato di ricondurlo a quel qualcosa di ineffabile che comunica questa immagine. Ci hanno provato in tanti a spiegarlo, con risultati poco soddisfacenti, dato che ti riportano sempre a quello sguardo, a quegli occhi che ti guardano e non sai cosa vogliono dirti. I tanti, che sono anche gli esperti, parlano di contemplazione apollinea, di malinconia, di dolore, di idiozia, di tristezza, di una sofferenza che punge gli occhi colmi di lacrime non versate, ma ciò che resta insondabile è una catena di quesiti: perché Watteau l’ha dipinto, perché l’ha dipinto così, cosa voleva comunicarci.
Watteau è morto nel 1721, poco dopo aver dipinto Gilles, non ha lasciato interpretazioni autentiche, nessuno sa nulla, il resto sono solo illazioni, o sensazioni, come quelle provate dallo scrittore Pierre Drieu La Rochelle, che un giorno andò al museo, lo vide e disse: È il mio ritratto. Intendiamoci, non è che gli somigliasse molto fisicamente, lui aveva visto una somiglianza caratteriale, spirituale, e l’aveva vista in quello sguardo, in quella posa, in quel personaggio vestito da pierrot.
C’è una sola parola che può riassumere il sentimento espresso da Gilles e che Drieu La Rochelle ha percepito così nitidamente da adottare il nome del pierrot per i suoi personaggi, che poi erano quasi sempre alter ego dello stesso Drieu, e la parola è: inadeguatezza.
Questo Gilles se ne sta in piedi, in primo piano, da solo, immobile. Dietro di lui s’intravede il movimento della vita e anche il piacere della vita: altre maschere che parlano, ridono, forse lo stanno prendendo in giro, qualunque cosa stiano facendo o dicendo se la godono un mondo, all’ombra di una statua di Sileno, il simbolo della lussuria, intesa appunto come godimento della vita. A questo godimento Gilles è completamente estraneo. Si trova lì, sembra obbligato a stare lì, ma capisci che lui non c’entra niente con gli altri, e forse l’ha capito anche lui. E ti guarda. Se non proprio te, guarda fuori campo, guarda da un’altra parte. Cerca comprensione? Nel cinema comico di Laurel & Hardy la trovata si chiama camera look: guardare in macchina per coinvolgere lo spettatore. È un camera look quello di Gilles? Tecnicamente potrebbe esserlo. Emozionalmente no, non lo è. Non è lo sguardo di Oliver Hardy che riemerge sconsolato dalla piscina dove l’ha fatto cadere Stan Laurel, è lo sguardo sconsolato di un uomo che è in disparte, ma che non ti chiede nulla: nessuna espressione nel suo volto di pietra. Buster Keaton, tanto per dire, non usava di solito il camera look, perché allora non avremmo riso, avremmo pianto.
C’è il peso di un’inguaribile tristezza nelle vicende, a tratti esasperanti, dello scrivano Bartleby che a un certo punto rifiuta di scrivere per sempre e abbandona qualunque gesto di vita; si scopre una malinconia infinita nel goffo Bartleboom, una volta lasciata alle spalle la prima divertente lettura delle sue vicissitudini, ed è solo questione di espediente stilistico la risata immediata che scaturisce dalla lettura, la verità nascosta dietro lo stile ironico, e perfino comico, è il dolore di un uomo solo che non riesce a stare al passo con la realtà: il suo ridicolo andirivieni in diligenza tra un paese e l’altro alla ricerca dell’amata, tra ripensamenti, dubbi e gaffe, è la metafora dell’incapacità di vivere e di cogliere la vita al momento opportuno, una dannazione cui si può non pensare soltanto – nella soluzione romanzata di Baricco – esplodendo in una fragorosa e contagiosa risata, laddove altri esplosero su se stessi colpi di revolver; perfino l’agghiacciante, meticoloso ed inane lavorio di Bartlebooth maschera la miseria umana della solitudine e dell’inettitudine a vivere.
Sono tutti figli di Gilles, costoro, e Gilles è un’individualità che accade nel mondo come infelicità. Esistono percorsi esistenziali che impediscono di vivere la vita come tutti gli altri, che fanno indossare il vestito di pierrot ad una festa in maschera alla quale, benché invitati e per quanto ci si sforzi, non si riesce a divertirsi. È la consapevolezza di non essere adeguati alla vita che lo impedisce, una festa che non può essere capita, un gioco di emozioni che lascia muti a guardare il riflesso della propria estraneità, come lo sguardo finale di Daniel Auteuil nel vetro del bistrot in Un cuore in inverno di Claude Sautet.
Anche Drieu La Rochelle pronunciò il suo I would prefer not to e si uccise per questo, per la sua triste e segreta inettitudine alla vita, dopo aver provato tutta la vita a viverla, l’esistenza. Il resto, collaborazionismo, decadentismo, egotismo, afroditismo e tutti gli -ismi possibili, sono soltanto sciocchezze, palliativi per trovare una via di fuga, per non pensarci su, come la risata iperbolica di Bartleboom.
Ma queste cose, dirà qualcuno, Watteau non le ha mai pensate, non poteva pensarle. Vero. Ha fatto di peggio: le ha dipinte.
Mauro Del Bianco
“NON portar giù i vasi da notte, ma vuotali fuori dalla finestra” – Istruzioni per la servitù
novembre 29, 2009
“Quando il padrone o la padrona chiamano un servo per nome, se quel servo non è a portata di voce nessuno di voi risponda, altrimenti non ci saranno più limiti alla vostra oppressione“
“Non prestarti mai a muovere un dito fuorchè per lo specifico lavoro per cui sei stato assunto.
Per esempio, se lo stalliere fosse ubriaco o assente e al maggiordomo si ordinasse di chiudere
la porta della stalla, ecco la risposta: con il permesso di Sua Signoria, non mi intendo di cavalli”
“Non accorrere mai finchè non sei stato chiamato tre o quattro volte, perchè solo i cani corrono
al primo fischio. E quando il padrone grida “C’è qualcuno?” nessun servitore è tenuto a rispondere
perchè “C’è qualcuno” non è il nome di nessuno”
Queste alcuni delle frasi che appaiono nel primo capitolo di Istruzioni per la servitù, il capolavoro satirico scritto da Jonathan Swift negli ultimi anni della sua vita e pubblicato postumo, nel 1745.
Ma di cosa tratta questo libro?
Ci spiega, con grandissima dovizia di particolari, come e perchè i Servitori possano e debbano
disubbidire ai loro padroni, cercando di truffarli, ingannarli, metterli in ridicolo, umiliarli.
Mai forse in un’opera letteraria il disprezzo per il genere umano, diviso in due categorie di analoga e grottesca ripugnanza ( servi e padroni) è stato espresso con tale leggerezza.
Il libretto è stato definito in molti modi.
Qualcuno ne ha parlato come di un manuale di sabotaggio domestico, qualcun’altro lo ha definito una piccola Antropologia del Risentimento.
Sicuramente viaggiamo, con questo libretto, nell’Olimpo dei grandi autori satirici.
Così come in quello dei più grandi prosatori di tutti i tempi.
La dimensione metaforica, la possibilità cioè, in ogni passo del libro , di riferire ad altri ambienti e contesti le situazioni accuratamente descritte, non aggiungono pensosità, nè tolgono divertimento a questo piccolo delizioso irresistibile campionario di nefandezze domestiche.
Non crediate però che questa specie di manualetto delle mascalzonate si mantenga sulle generali.
Dopo un capitolo iniziale , i cui insegnamenti sono buoni per tutti i tipi di servitori, ci sono i capitoli dedicati ad ogni singola specie di servitore:si parte dal maggiordomo, si continua con la cuoca, il valletto, il cocchiere, lo stalliere, l’intendente, il fattore, il guardaportone, la donna del latte, la balia, la guardarobiera, la governante, la bambinaia.
In qualche caso il paradosso è portato fino alla ferocia, è quasi insopportabile.
Che dire di questo consiglio per la balia?
“Se ti succede di lasciar cadere il bambino, e di azzopparlo, bada di non confessarlo mai; e se muore è tutto a posto”
O di queste “istruzioni” per la bambinaia?
“Se un bambino è ammalato dàgli da mangiare e da bere tutto quello che vuole, anche se specificatamente proibito dal medico: perchè le cose di cui abbiamo voglia da malati, ci fanno bene; e getta via la purga fuori dalla finestra; il bambino ti vorrà più bene, ma proibiscigli di raccontarlo.
Se la tua padrona viene nella stanza dei bambini e minaccia di frustare un bambino, strappaglielo dalle mani infuriata e dille che non hai mai visto una madre così crudele: ti sgriderà, ma ti vorrà più bene.”
O di queste per la cameriera?
“Non portar giù i vasi da notte, che non son cose da far vedere, ma vuotali fuori dalla finestra, per
riguardo alla sua padrona. Non sta affatto bene che i servi maschi sappiano che le dolci signore hanno bisogno di simili utensili; e non pulire il pitale, perchè l’odore fa bene alla salute”
Il libretto è godibilissimo in sè e per sè, per i motivi cui ho accennato sopra cioè per il suo umorismo e per la sua qualità di scrittura.
Ma si farebbe un torto a Swift non sottolineando che alla base di questo gioco di altissimo livello letterario c’è un’alta tensione morale, il desiderio di operare “per il pubblico bene”.
L’espressione è dello stesso Swift che scrive ad un amico, poco tempo prima della morte, dicendogli di essersi ritiraro in campagna “per il pubblico bene, avendo tra le mani due importanti lavori,” e descrive uno di essi come “ lo statuto integrale della servitù in circa venti condizioni diverse, da quella dell’intendente o di cameriera personale fin giù fino allo sguattero di cucina o di dispensa”
Insomma, non possiamo fraintendere lo spirito di questo libretto.
Ci troviamo di fronte ad un autore che crede fermamente nel divertimento della lettura, senza mai pensare però che questo divertimento sia fine a se stesso.
Swift crede nell’efficacia didattica del paradosso, nella “pubblica utilità” dell’insegnamento che passa attraverso il gioco, nell’alta forza morale dello scandalo.
Ed è proprio il convincimento di battersi per una missione di pubblica utilità che autorizza Swift ad una libertà di espressione e ad una crudezza e ferocia di linguaggio che ancora oggi, a 270 anni di distanza, ci lasciano senza fiato.
FILIPPO CUSUMANO
Si sbagliava da professionisti
novembre 24, 2009
SI SBAGLIAVA DA PROFESSIONISTI
José Giovanni, Il buco, Longanesi 1960
Non me ne voglia Paolo Conte per l’appropriazione indebita, ma affettuosissima, di una sua frase tratta da Boogie. Il buco è uno dei pochissimi libri di Giovanni tradotti – tanto tempo fa – in Italia. Titolo originale Le Trou, Série Noire Gallimard. José Giovanni è stato, prima che regista cinematografico, scrittore di talento apprezzato da Camus e da Cocteau, tanto per dire. In un certo senso l’ha salvato la letteratura, l’ha salvato dalla galera e dalla malavita. Dalla ghigliottina l’aveva salvato suo padre: Il m’a sauvé la vie, ricordava José e lo tradurrà nel suo ultimo romanzo (Il avait dans le coeur des jardins introuvables) e nel suo ultimo suo film (Mon père).
Le Trou invece è stato il suo primo romanzo. Ed è stata anche la prima riduzione cinematografica, l’occasione per muovere i primi passi su un set. Poi José vi ha preso gusto e ha cominciato a girare da solo, dopo una lunga gavetta come aiuto, soggettista, sceneggiatore. Bellissimi film, come non se ne fanno più. Anche il noir d’Oltralpe oggi è tutta un’altra cosa. Una volta era forse meno spettacolare e tecnicamente più ingenuo, ma aveva il gusto amaro del fumo di una gallica che ti brucia gli occhi fino a farti lacrimare e insieme ti tira un pugno allo stomaco per non illuderti troppo sul sentimentalismo, con una fotografia in bianco e nero che aveva sempre l’aria di un cielo d’autunno, anche quando giravano a colori, e un’atmosfera di rassegnata consapevolezza in qualche modo saturnina. Gli autori si chiamavano Claude Sautet, Robert Enrico, Jacques Deray, José Giovanni, e gli attori erano giganti come Jean Gabin, Lino Ventura, Michel Constantin, Jean Paul Belmondo, Alain Delon. Talvolta erano persone tratte dalla strada o dalla galera, come Roland Barbat alias Jean Keraudy alias Roland Darban che in Le Trou interpretò se stesso. Perché in fondo Giovanni raccontava storie vere, decorate dal talento narrativo e rese poetiche dalla sua sensibilità crepuscolare, e rese eroiche dal suo piglio anarchico, uno contro tutti, ma tratte dalla cronaca, le sue storie erano prima di tutto vita vissuta.
Una vita che troppo presto fu costretta a fare i conti con la violenza. José, classe 1923, nato a Parigi ma di origine corsa, ha appena vent’anni quando, come molti suoi coetanei in Francia e in Europa, è tirato dentro la guerra, guerra contro l’occupazione tedesca, guerra civile, dove il valore della vita, propria e altrui, scende al ribasso. Sperimenta il contatto freddo con l’acciaio delle armi, l’odore di cordite, il colore del sangue, i muri fradici di una cella: imprigionato dai tedeschi, evade.
Dopo la Liberazione si trova a Parigi ed insieme allo zio e al fratello entra nel milieu, la malavita di Pigalle. Come in tutti i dopoguerra (vedi, per un parallelo italiano, le imprese di Ezio Barbieri e della banda dell’Aprilia ricordate nel romanzo di Bevilacqua La Pasqua rossa, e il film di Lattuada Il bandito) circolano molte armi, molto denaro sporco e molti disadattati, ex partigiani, ex collaborazionisti, disertori, borsaneristi, approfittatori, pescecani di tutte le risme, e la vecchia malavita cerca di trattenere rabbiosamente le proprie quote di mercato di fronte all’assalto di questi nuovi affaristi (vedi l’efficace rappresentazione di questo contesto in La Scoumoune, it. Il clan dei marsigliesi).
José e parenti mettono su un racket per estorcere denaro ai pescecani di guerra e ai borsaneristi, ma qualcosa va storto, qualcuno si ribella, e ci scappa il morto. José è arrestato e paga per tutti, benché non abbia mai ucciso nessuno. Caparbio e ligio all’onore, da vero duro tiene la bocca chiusa e le Assise, severissime, lo condannano a morte. Gli salva la vita suo padre, pokerista severo, che si danna l’anima finché riesce ad ottenere la grazia dal Presidente della Repubblica e la commutazione della pena in vent’anni di lavori forzati. José ne sconterà una decina, senza aver rinunciato a qualche tentativo di evasione. Sarà riabilitato soltanto nel 1986.
Le Trou è il racconto di uno di questi tentativi, memorabile nella resa cinematografica di Jacques Becker con la consulenza appunto di Giovanni: quattro detenuti in attesa di giudizio, un giudizio d’Assise che già presumono senza misericordia, decidono di evadere dalla Santé, contando sull’esperienza e l’abilità tecnica di un re delle evasioni, Roland Darban (Roland Barbat), sul fatto che la cella si trova al primo piano del carcere e comunica con i sotterranei, i quali a loro volta sono contigui al collettore delle fogne di Parigi, sul fatto che in quel braccio della Santé sono in corso lavori edili ed idraulici di manutenzione. Sennonché, inaspettato, arriva un quinto detenuto nella cella già affollata, un ragazzo accusato di tentato omicidio nei confronti della moglie, molto ricca e più anziana di lui. I duri indovinano subito in quel ragazzo troppo perbene qualcosa che non va e il loro istinto li spinge a diffidare del nuovo venuto, però gli accordano fiducia lo stesso e lo fanno partecipe del piano di evasione, al quale il ragazzo aderisce con entusiasmo.
È questo uno dei temi preferiti di José Giovanni, l’amicizia virile, la solidarietà tra disperati che in fondo restano uomini soli, gravati da un passato che non dà tregua, chiusi nella loro cupa consapevolezza di destino, inesorabili e al limite violenti, mai disumani tuttavia. L’amicizia virile e il pathos che sgorga dal dramma dell’amicizia tradita.
Gesti parchi e misurati, sguardi e silenzi che dicono tutto, dialoghi asciutti rivelatori di introspezione e psicologia non banali, sono le tecniche narrative con le quali Giovanni esprime senza gridarla la solitudine esistenziale di questi duri, di cui l’epitome perfetta è lo sguardo deluso, ferito ma severo di Roland Darban e le sue parole soffiate tra i denti: Povero Gaspard…, quando il ragazzo, manovrato dal direttore del carcere che ha intuito e sfruttato il suo debole carattere, li tradirà.
Il resto è appassionante ed epica ricostruzione millimetrica di un tentativo di fuga: lo scavo del buco in un angolo della cella, il periscopio costruito con uno specchietto legato al manico di uno spazzolino ed infilato nello spioncino della porta della cella (l’altro buco, l’occhio invisibile e onniveggente del Guardiano) per controllare il corridoio, chiavi improvvisate con materiale di fortuna, lime occultate negli spigoli del tavolo, clessidre artigianali – due boccette da infermeria e sabbia per pulire la gavette – per misurare lo scorrere del tempo nel buio delle gallerie, pupazzi animati via filo per simulare il movimento dei corpi sotto le coperte, quando di notte i detenuti lavorano a coppie nei sotterranei per aprire il varco che li condurrà alla libertà.
È questo un altro dei temi presenti spesso nella narrativa letteraria o cinematografica di Giovanni, la fuga, l’evasione, la rivolta tutta personale e non sanguinaria in barba ai sistemi di oppressione, che rilancia allo spettatore/lettore un gioioso retrogusto di riscossa, di un’epica lotta contro il Tempo e contro il Guardiano – figura che assurge a ruolo simbolico – il quale, per dirla alla Arsenio Lupin, è il vero carcerato giacché non evade mai.
Così ritroviamo i tentativi di evasione, spesso ritmati dalle cadenze magicamente evocative delle musiche di François de Roubaix, il Morricone francese morto troppo giovane per ottenere tutta la gloria che meritava il suo talento, in Ho! (Storia di un criminale), in cui François Holin prende le sembianze e il posto di un barbone rinchiuso alla Santé per svignarsela in un crescendo rossiniano di simulazione ed irrisione, e li troviamo anche in La Scoumoune (Il clan dei marsigliesi) dove Roberto e Xavier costruiscono pezzo per pezzo il castello di sogni chiamato libertà senza poterlo vedere realizzato, e ancora in Comme un boomerang (Il figlio del gangster) che si chiude tragicamente con il tentativo di fuga oltre frontiera o in Un aller simple (Solo andata) con la fuga dall’infermeria del carcere.
Tema peraltro molto francese, da Vidocq e i suoi epigoni letterari (Jacques Collin/Vautrin e Jean Valjean, rispettivamente di Balzac e di Hugo) al più recente Papillon/Henri Charrière. Così francese che ancora oggi è in grado di esaltare gli amici d’Oltralpe, come testimonia la corrispondenza da Parigi di Domenico Quirico “La Francia tifa per Jean-Pierre l’evaso fuggito nei boschi” (La Stampa, 24 ottobre 2009), in cui si narrano le imprese di Jean-Pierre Treiber, evaso dal carcere e rifugiatosi nella foresta come i fuorilegge d’antan.
Sospettato di duplice omicidio e in attesa di giudizio, Jean-Pierre evade “con estro, confortevolmente nascosto in uno scatolone caricato sul camion di una ditta che fa le consegne nel carcere di presunta massima sorveglianza di Auxerre“. Nell’accusa che lo vuole inchiodare non c’è niente di romantico (due ragazze assassinate) e lui non è fisicamente il bel tenebroso da film, eppure la gente stravede per lui, sostiene la sua innocenza, si dichiara disposta ad aiutarlo nella fuga.
Il nero di Francia, come scrive bene Quirico: amaro e brutale, pieno di fatalismo e di pernod, sublimato in un idealismo di natura consolatoria, diventa fonte di epica letteraria e cinematografica in cui l’evasione è uno degli stereotipi cardine: non c’è una bella storia noir se non c’è una bella evasione, se non c’è se faire la belle, che nell’argot malavitoso significa svignarsela.
Come cantava Serge Gainsbourg su un arpeggio di chitarra che ritmava i passi dei forzati alla catena, générique della mitica serie televisiva ORTF Vidocq (la prima, quella del 1967 con Bernard Noël), Qui ne s’est jamais laissé enchainer/Ne saura jamais c’qu’est la liberté/Moi, oui, je le sais/Je suis un evadé.
Nelle storie di José Giovanni invece non c’è consolazione, non c’è sublimazione falsamente idealistica. La realtà è quella che è e gli uomini restano quelli che sono, con i loro slanci di umanità e le loro crudeltà, le loro miserie e la loro dignità, con il peso delle loro azioni, con qualcosa da dire e molto da nascondere, professionisti in quanto sanno sempre essere se stessi, sanno accettare la loro condizione, il loro destino, senza piagnistei e falsi moralismi, sanno ribellarsi all’ingiustizia senza pretendere visioni del mondo, sanno essere benevoli senza pretendere santità, sanno cioè essere grandi personaggi.
È questa qualità che ha fatto apprezzare l’eroe tipico di Giovanni e che lo conserverà nella storia del cinema e della letteratura come carattere indelebile e non dozzinale, anche se poi tale eroe cadeva, era sconfitto, vedeva svanire amaramente tutte le illusioni, si sbagliava. Ma sbagliava da professionista.
Mauro Del Bianco
Non vorrei morire…. per vedere come va a finire.
novembre 23, 2009
Alcune riflessioni scritte una quarantina di anni fa dal massimo cantore dell’età di mezzo, Marcello Marchesi.
Come sempre nelle sue poesie c’è il sorriso e c’è il pianto: una battuta, un gioco di parole, ma anche un rimpianto di quello che è stato, la consapevolezza del declino.
E’ stato un grande Marcello Marchesi.
Nel suo …piccolo.
Che poi non era tanto piccolo: pochi riescono a dire tante cose in maniera così semplice e diretta, senza annoiare, pochi riescono a farci riflettere senza importunarci con la loro prosopopea.
Ma, per evitare di importunarvi con la mia, passo subito la parola a lui.
BOLLETTINO
Ritirata
su tutta la fronte
dei pochi capelli
ribelli
alla dittatura
del generale Tempo.
LA VISITA
Porto mio nipote
dal medico
perchè controlli
se il suo sviluppo è regolare.
E dopo che ha visitato
il bambino
visita me
per vedere
se è regolare
il mio declino

BASTA, BASTISSIMO
A Fiuggi,
a Montecatini
ho sempre speso
un mucchio di quattrini
Basta!
Non ci vado a Chianciano!
Perchè devo morire
con il fegato sano?
Dove è scritto che
“il vuoto a rendere”
deve essere in buone condizioni?
Ho le mie brave ragioni
per credere
che, anche malandato,
sara accettato.
Ma certo!
Da oggi mi diverto
e non mi curo più!
“Cameriere,
ragù!”
GIOVANE A TUTTI I COSTI
Insultatemi!
Una pernacchia di bronzo
mi laceri l’orecchio.
Il rispetto
mi fa vecchio.

LA VA A POCHI…
Perchè questo suicidio
spicciolo e quotidiano?
Non voglio più dormire.
La vita è un sogno
che si tocca
ha labbra e bocca.
Vorrei essere Argo
con cento occhi
per vedere tutto
o la stessa cosa cento volte
e Kalì con tante braccia
e tante mani
per toccare tutto
entro domani.
E avere cento ginocchi
e su ognuno una donna
tutta per me.
Non vorrei morire
per vedere
come va a finire.
Non mi ammazzerei
altro che per rinascere.
La va a pochi…
FILIPPO CUSUMANO
( foto di riflessi sull’acqua di Marino Bastianello)
INDIGNAZIONE
novembre 19, 2009
Tempo fa è uscito un libro, che ha fatto molto discutere.
Fu presentato una sera ad OTTO e MEZZO, la trasmissione della 7 che va in onda dopo il tg delle 20.
Giuliano Ferrara, conduttore allora della trasmissione, ci presentò quel libro, romanzo di esordio di Alessandro Piperno , citando il giudizio entusiastico che ne aveva dato un critico.
Piperno, com’è ovvio, appariva in trasmissione e si raccontava come un ammiratore di due scrittori che a mia volta ammiro moltissimo : Proust e Philiph Roth.
Il giorno dopo leggevo su un giornale alcuni accostamenti tra il romanzo di cui tanto si parlava- “CON LE PEGGIORI INTENZIONI” – e i romanzi di Roth.
Inevitabile a quel punto, per un lettore curioso come me, cedere alla tentazione.
Nel raggio di 800 metri da casa mia ci sono una decina di librerie ( ecco uno dei vantaggi di vivere a trenta metri da una sede universitaria).Andai alla più vicina, comprai il libro e mi misi a leggerlo.
Il libro racconta l’irresistibile ascesa e l’inevitabile decadenza di una facoltosa famiglia di ebrei romani, e dei loro amici e nemici. La vicenda si svolge nell’arco di tempo che va dagli anni del boom economico agli anni Ottanta.
Esito a consigliarvelo, caso mai non lo aveste letto.
Non perchè non mi sia piaciuto… A me è piaciuto a tal punto da considerarlo, pur con i suoi evidenti difetti, il libro della letteratura italiana del dopoguerra che ho letto con maggiore godimento dopo :
- Il Gattopardo di G. Tomasi di lampedusa
- Il male oscuro di G. Berto
- Don Giovanni in Sicilia di V. Brancati
Debbo però avvertire i lettori di questo blog che il libro a molti è apparso pretenzioso, barocco, noioso.
Nel ribadire che ne sono stato deliziato, debbo,quindi , per onestà, farvi presenti anche questi giudizi.
Per coloro che non lo avessero letto e volessero rischiare comunque c’è una buona notizia: quando l’ho comprato io il libro costava quanto una pizza servita al tavolo ( 17 euro) adesso essendo uscita l’edizione economica, come un paio di tranci presi al bancone…

Ma NON è del romanzo d’esordio di Piperno che voglio parlarvi, ma di quello che lo studioso di letteratura Piperno ha scritto pochi giorni fa , per commentare l’uscita in Italia dell’ultimo romanzo di Philiph Roth, “L’indignazione”.
Cosa ci dice Piperno?
Che, appena uscito il romanzo di Roth, lui era stato tentato di NON comprarlo.
Ci troverò le solite cose, pensava: sensi di colpa, donne, sesso, il solito armamentario di cultura ebraica, il rimpianto del tempo passato, la Newark degli anni 50 ecc.
Insomma tutte le cose che negli ultimi 50 anni hanno deliziato ( o annoiato,o scandalizzato, a seconda dei casi) i lettori di Roth.
Poi, però, Piperno, ha ceduto alla tentazione.
E’ uscito di casa, è andato in libreria, ha comprato il libro, è ha raggiunto un caffè tranquillo, ha ordinato qualcosa, ha liberato il romanzo dal cellophane e ha iniziato a leggere.
Comprendendo subito di avere speso bene i suoi soldi.
La stessa cosa è capitata a me, nello stesso giorno in cui ho letto l’articolo.
I temi, d’accordo, sono sempre gli stessi ( d’altronde di cosa dovrebbe parlare un autore se non delle cose che conosce meglio?)
Ma quale freschezza di racconto, che humor, che forza!
Piuttosto che raccontarvi il libro, però, preferisco cercare di farvene assaggiare un tassello.
Siete pronti?
Diciamo subito che il protagonista è Marcus Messner, un giovane di Newark ( è la città natale di Roth, impossibile per lui non “tornare” lì in quasi tutte le sue storie).
Marcus è figlio di un macellaio kosher. Finite le superiori, nel 1951, secondo anno della guerra di Corea, decide di iscriversi all’università.
In città ce ne è una che a lui sembra perfettamente idonea allo scopo.
Non ha la fissa per frequentare un college di prestigio:
“Un college era un college:frequentarne uno e uscirne laureati era l’unica cosa che contava per una famiglia poco di mondo come la mia”.
Ma, passato il primo anno, Marcus decide di andare a studiare lontano da casa.
E perchè lo fa? Per sottrarsi all’apprensione del padre, che, pur essendo orgogliossimo di lui e della sua serietà negli studi, ha finito per mettersi in testa che il suo unico figlio corre il rischio di cadere vittima di cattive compagnie e cattive abitudini.

Ma ecco il “tassello” promesso:
“Una sera rientrai a casa con l’autobus intorno alle nove e mezza. Ero uscito di casa alle otto e mezzo del mattino e da allora ero stato a lezione o a studiare, e la prima cosa che disse mia madre fu:
- Tuo padre ti sta cercando.
- Perchè? Dove mi sta cercando?
- E’ andato al biliardo.
- Non ci so neanche giocare al biliardo. Cosa gli salta in mente? Stavo studiando, per l’amor di Dio. Stavo preparando un compito scritto. Stavo leggendo. Cos’altro crede che faccia notte e giorno?
- Ha parlato di Eddie con Mr. Pearlgreen , ed era in ansia per te.
Eddie Pearlgreen, il figlio del nostro idraulico, si era diplomato insieme a me e poi era andato al college di Panzer, a East Orange, per studiare.
-Io non sono Eddie- dissi,- io sono io.
- Ma lo sai com’è fatto ? Senza dirlo a nessuno, Eddie è andato fino in Pennsylvania, con l’auto del padre per giocare a biliardo
- Ma Eddie è un asso del biliardo e bara, non mi stupisce.Non mi stupirei se andasse fin sulla luna a giocare a biliardo.
- Finirà per rubare auto, ha detto Mr. Peargreen
- Oh, mamma, è ridicolo.Qualunque cosa faccia Eddie, non mi riguarda. Seconde te IO finirò per rubare auto?
- Cero che no, tesoro mio.
[...] A quel punto, come se seguisse le indicazioni di un regista, mio padre entrò in casa dalla porta di servizio, ancora carico di agitazione, puzzolente di fumo di sigaretta, e adesso arrabbiato non perchè mi aveva trovato in una sala da biliardo, ma perchè NON mi ci aveva trovato.
Non gli sarebbe venuto in mente di scendere in centro a cercarmi alla biblioteca pubblica, e questo perchè in biblioteca nessuno ti spappola la testa con una stecca da biliardo accusandoti di averlo truffato, nessuno ti accoltella mentre sei seduto a leggere il capitolo assegnato di “Storia della decadenza dell’impero romano” di Gibbon, come avevo fatto io quella sera.
- Dunque eccoti qui
- Già. Strano, no? A casa. Dormo qui. Vivo qui. Sono tuo figlio, ricordi?
- Davvero? Ti ho cercato dappertutto
- Papà, io non sono quel terribile scapestrato giocatore di biliardo che risponde al nome di Eddie Pearlgreen.
- Lo so che non sei come lui, per l’amor di Dio. lo so benissimo quanto sono fortunato con il mio ragazzo.
- Allora cos’è tutta questa storia, papà?
- E’ la vita, dove i minimi passi falsi possono avere conseguenze tragiche
- Oh, Cristo Santo, parli come un biscotto della fortuna
- Ah sì? Ah si? E’ questo l’effetto che faccio quando parlo a mio figllio del futuro che ha davanti, un futuro che una qualunque minima cosa potrebbe distruggere?
- Oh, al diavolo- gridai e corsi fuori casa, in cerca di un’auto da rubare per andare a giocare al biliardo e magari beccarmi anche lo scolo, già che c’ero.”
Piaciuto il “tassello”? Vi andrà poi di assaggiare il resto del cocomero? Fatemelo sapere, se vi va.

Aggiungo solo una piccola cosa.
Quando uno scrittore è universale, racconta le cose che conosce meglio, come tutti, ma quelli che lo leggono si rispecchiano in quello che lui racconta anche se provengono da esperienze diversissime dalle sue.
Mi spiego meglio: anch’io, come Marcus, ero uno studente modello.
Anch’io, spesso stavo fuori casa tutto il giorno: o ero a lezione o in biblioteca o studiavo con un amico.
E anch’io avevo un padre apprensivo .
Contento di me, ma apprensivo.
Perdonate, adesso, una piccola citazione finale.
Vitaliano Brancati diceva che se si fa una foto ad un gruppo di padri di diversa provenienza, quello siciliano si riconosce subito: è quello che guarda in macchina con espressione ansiosa.
Ecco, mio padre era così.
Non era un macellaio koscher di Newark, ma un medico nato nella provincia di Palermo.
Ma era così.
Dove vanno le iguane quando piove.
novembre 8, 2009

Caleidoscopio.
Sapete cosa succede quando guardate dentro uno di quei cilindri di cartone o di metallo con dentro tanti pezzi di vetro colorati?
Agendo sul meccanismo di rotazione del cilindro, modificate la disposizione di quei pezzi di vetro e appare ai vostri occhi un’immagine di volta in volta diversa e scintillante.
E’ questa l’impressione che ho ricevuto leggendo il sorprendente primo romanzo di una giovane scrittrice esordiente “DOVE VANNO LE IGUANE QUANDO PIOVE” di Antiniska Pozzi (Cabila Edizioni)
Al centro del romanzo stanno due storie di donne, che vivono a Milano : Olivia e Dora.

La prima tornando un giorno a casa trova nel suo appartamento il cadavere di uno sconosciuto. Non presenta segni di violenza . Sembra semplicemente un uomo addormentato. Olivia si fa delle domande e cerca di darsi delle risposte :
“Uno che dorme: sul pavimento di casa mia? Ma come è entrato? Hai lasciato la porta
aperta, Olivia..Poteva almeno mettersi sul divano! Ma se è morto? Poteva almeno morire sul divano…“
Non è un morto di mia “competenza”, pensa Olivia, forse “appartiene” a qualcuno dei vicini.
Invece di chiamare la polizia, si mette in testa di andare dai vicini a chiedere se il morto, per caso, è loro.
Come se, invece di un morto, avesse scoperto nel suo soggiorno un gatto intrufolatosi per caso nel suo appartamento.
Decide quindi di andare a bussare alla porta di ognuno dei suoi condomini, entrando in contatto con storie e persone inattese.
Dora, la seconda protagonista del romanzo, è una precaria di trent’anni, che vive con un fratello che consegna le pizze a domicilio e che odia il genere umano.
Dora ha fatto un errore.
Ha letto “Il deserto dei Tartari”.
“[..] ormai non riesce a tenere il culo sulla stessa sedia per più di tre mesi senza sentirsi lì, su uno degli avamposti della Fortezza Bastiani. Si sente che la stanno fregando perchè non arriverà nessun Tartaro, nessuno, e allora lei non ci resta alle dipendenze di quell’idiota del signor Bellasi, che non sa neanche cos’è, lui, la Fortezza Bastiani.”
Fosse un verbo, Dora sarebbe un condizionale . Vorrebbe scrivere un libro “come la metà degli abitanti del pianeta terra”, ma in cuor suo spera “che gli arrivi a casa uno di questi giorni già pubblicato e anche impacchettato con i compliementi dell’editore”
Dora desidera continuamente fare qualcosa che non ha il coraggio di fare. Tipo non ripresentarsi in ufficio dopo la pausa pranzo, lasciando sulla sua scrivania, a mo’ di ultimo messaggio per il suo deprimente capo ufficio un bel disegno “con un gran bel dito medio alzato che svetta su una mano chiusa a pugno.”
Mentre si inebria in questa fantasticheria e si gasa nei confronti del suo capo, insultandolo mentalmente ( “stronzo incravattato”, “sottospecie di decerebrato”) riceve una telefonata proprio da lui e così gli risponde:
“Pronto ? Buon giorno, signor Bellasi, mi dica. Sì d’accordo, lo faccio subito. A dopo”.
E sì che tra i suoi sogni di donna un po’ Fantozzi, un po’ Malussene c’è anche questo, che confida al fratello :
“Quando squilla il telefono immagino di rispondergli “Stronzo?” con l’intonazione con cui direi “Pronto?”. Poi non lo faccio, per fortuna, ma fino all’istante prima in cui apro la bocca per emettere suono sono sicura che glielo dirò! Un incubo, non posso andare avanti così…”
Ma la stralunata Olivia e la velleitaria Dora non sono che le prime attrici del romanzo.
Perchè, come ho detto sopra, il libro è un caleidoscopio.
Non solo ci sono infinite variazioni di registro, ma appaiono sempre nuove figure, descritte in maniera incisiva e vivacissima.
Come l’antropologo Victor Luiz Pereira, vicino di casa di Olivia, che fuma cinquantanove sigarette al giorno, la cui casa sembra “un tempio in rovina” con le cataste di libri che oscillano dappertutto, pronte a sgretolarsi al primo tocco.
“Victor Luiz Pereira ha i capelli bianchi e gli occhi verdi. E’ l’uomo più vanitoso della città [...]
Ogni mattina si alza alle sette, si schiarisce la voce, si accende la prima Belmont della giornata e pronuncia un nome di donna, dicendo: ‘è un buon nome per il mio romanzo’. Quasi sempre è il nome della donna che la sera prima lo ha accompagnato a casa”
Oppure come Arda Cavallini, la “grassa locandiera” del Caimano Triste, il caffè frequentato da Victor.
“…Una donna d’altri tempi, sebbene non sia chiaro quali. Ha polpacci che sembrano lì lì per esplodere, trattenuti dalle calze a rete grossa, rigorosamente bianche, come la camicetta con le maniche a sbuffo, che la fa sembrare una Biancaneve grassa, espansa, dalla consistenza della pasta del pane.[..] Cammina instancabile su e giù per la cucina, ancheggiando pericolosamente come solo certe femmine sanno fare[...] E’ una donna con molte attrattive: le mani corte sempre infarinate e imburrate, il grembiule strizzato sul seno sconfinato e quel nome quel nome …Arda. Una sirena erotica, un nome grasso, rotondo, da affondarci dentro la testa”.
Ma ci sono anche una centenaria dai poteri paranormali, tre fratelli malavitosi, un decoratore cileno che nasconde un segreto nella vasca da bagno…
Non so se il libro si trovi in tutte le librerie, ma se non lo trovate, ordinatelo via internet.
Credo che ne rimarrete sorpresi, divertiti, deliziati.
“Dove vanno le iguane quando piove” è un romanzo, colorato, rumoroso, imprevedibile, molto “cinematografico”.
Una lettura diversa dalle solite, ma anche, grazie ai suoi continui cambi di registro e al linguaggio, una piccola lezione di stile.
FILIPPO CUSUMANO
L’UMORISTA E’ UNO CHE FA IL COMODO PROPRIO.
novembre 4, 2009
Il vero umorismo, per me, è eversivo: si sostanzia nel rovesciamento dei luoghi comuni, è sorpesa continua, paradosso, sberleffo.
E vero, grande umorista, secondo me il più grande della nostra letteratura, è stato Achille Campanile.
Insisto sul grande e su letteratura, anche perchè dire che Campanile è stato solo un umorista è riduttivo.
Fu anche scrittore raffinato, con un’impronta particolare e riconoscibile, prosatore attento, preciso, impeccabile.
Ma lasciamo la parola a lui.
Ecco cosa ci dice dell’umorismo.
« L’umorista tra l’altro è uno che istintivamente sente il ridicolo dei luoghi comuni e perciò è tratto a fare l’opposto di quello che fanno gli altri.
Perciò può essere benissimo in hilaritate tristis e in tristitia hilaris, ma se uno si aspetta che lo sia, egli se è un umorista, può arrivare perfino all’assurdo di essere come tutti gli altri “In hilaritate hilaris e in tristitia tristis” perché, e questo è il punto, l’UMORISTA E’ UNO CHE FA IL COMODO PROPRIO.
E’ triste o allegro quando gli va di esserlo e perciò financo triste nelle circostanze tristi e lieto nelle liete. »
Ed ecco un esempio della sua poetica del rovesciamento del luogo comune
E’ un passo sorprendente del suo primo romanzo “MA CHE COS’E’ QUESTO AMORE?”, scritto da Campanile nel 1927, quando aveva 28 anni.
Siamo nello scompartimento di un treno.
Carlo Alberto, il protagonista del romanzo cerca di interessare una bella sconosciuta raccontandole una storia.
E’ una specie di barzelletta, e riguarda un tale che scende in un albergo a Perugia e, in mancanza di camere libere, viene messo a dormire con un pellirossa.
La storia è un po’ complicata e Carlo Alberto, ad un certo punto si accorge di non ricordarne nemmeno il finale.
A questo un “signore biondo ossigenato” che sta seduto nello scompartimento dà segni di voler parlare e, fra l’impressione generale dice:
“- Signore quel tale ero io.
- Era lei?
- Ero io. Però- aggiunse subito- la cosa non andò precisamente come ella ha narrato. Anzitutto, il fatto non avvenne a Perugia, ma nelle vicinanze di Roma. Poi non si trattava di un albergo, ma di un bosco. In terzo luogo è completamente inventato il particolare del pellirossa.Allora tutti dissero incuriositi:
- Ci racconti, ci racconti come veramente andò la cosa.Il signore biondo non si fece pregare e cominciò subito a dire:
- Avevo vent’anni ed ero inesperto della vita. Una sera, tornando a casa dopo il lavoro, mi accorsi di essere seguito da una donna. Affrettai il passo. Per qualche sera si ripetè la stessa scena.
Non contenta di seguirmi, quella donna cominciò a farmi pervenire lettere ardenti, e, come dovetti accorgermi in seguito, menzognere, perchè sotto l’apparenza dell’innamorata, costei non era che una seduttrice.
Senza scoraggiarsi dei miei rifiuti, ella giunse persino a passeggiare ore e ore sotto le mie finestre e a cantarmi qualche serenata finchè io, giovane e senza difesa, finii per cedere alle lusinghe d’un amore che doveva essermi fatale. Ad un primo appuntamento, ne seguì un secondo, poi un terzo e alla fine ci vedemmo tutti i giorni. Io pregavo spesso la donna di presentarsi ai miei genitori per una regolare domanda.
Ma ella faceva orecchi da mercante rimandando la cosa da un giorno all’altro.
Una triste sera mi accorsi di essere prossimo ad diventare padre. Costei cominciò a mancare ai convegni e , il giorno in cui avrebbe dovuto regolare la nostra situazione, ella scomparve e mai più la rividi.
Confessai tutto piangendo, ma fui cacciato di casa.
Così mi trovai solo nel mondo, dopo essere stato sedotto, reso padre e abbandonato”.
Cosa c’è di più convenzionale di questa storia? E cosa c’è di più convenzionale del linguaggio usato per raccontarla? Del riferimento a lettere ardenti, rifiuti, passeggiate sotto le finestre, serenate, orecchie di mercante, situazione da regolarizzare, abbandono dopo la seduzione?
E che cosa la rende sorprendente, surreale e, per questo esilarante?
Il fatto “eversivo” che il protagonista di questa storia non sia una donna, ma un uomo.
Questo è l’umorismo di Achille Campanile.
FILIPPO CUSUMANO





